Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo
Part 10
Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la tentazione di esprimere un'idea con note musicali. Poichè la musica viene dall'amore. Viene da quell'amor sensuale, da quella tendenza verso l'amplesso, cui tutto l'universo ubbidisce.
Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo femminile. La voluttà è sublimazione d'intelletto, stupenda e grave, poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta, poichè s'inoltra verso l'ingaudibile.
Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui biancherie delle due bellissime cortigiane. Que' trasparenti involucri di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore l'involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor profumato calore. Un po' assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d'acqua e di braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di qua, di là, tra l'urto continuo de' pettini e de' cristalli; tutto ciò nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l'unica lampadina ripercoteva nelle specchiere luccicanti.
Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era passato il desiderio degli uomini come l'impeto lirico in una concitata poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l'artefice d'un'opera d'ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.
Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale, non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il marchio dell'assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.
E nel guardarle pensavo all'infinito gregge perpetuo delle madri di famiglia, le opache femmine d'un solo padrone, sovente a lui avverse, umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla distruzione d'ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami coniugali, e mi pareva che qualcosa d'ingiusto fosse ancora nella sorte della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi per l'intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure tentazioni l'insoffocabile amore della ubbriacante novità.
E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove l'infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.
Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d'Oriente custodiron nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell'apogeo del suo secolo d'oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de' suoi Cesari e l'Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni Dei mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori dell'Ellesponto?
Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere, la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de' lor occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita piegarono gli scettri dei monarchi; una d'esse fu anche la più innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,--e si chiamava Maria Maddalena.
Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, la più soave di tutte le peccatrici, la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.
E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:--«Ti amo, forestiero che vieni dal paese d'oltre monte. Préndimi! la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.
E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.
Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava con occhi sinistri la luce de' suoi capelli così biondi; un ruvido maschio di Giudea, taciturno come l'uomo che ha patito, rugginoso come il pugnale che s'insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini, dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure, contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza di Cesare, contro il vile Tetrarca.
Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come il vento, e sempre gli diceva con amore:--«Préndimi, báciami, forestiero del paese d'oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»
Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a camminare coi sollevatori di plebe, con l'uomo che il folle Giovanni aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.
E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua paziente anima tanti secoli d'incatenata civiltà, Roma costruttrice d'anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi discepoli, narrava il pallido Galileo.
Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano dagli elevati picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l'uomo dal tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:--Giuda Iscarioth...
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E Litzine disse:
--Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune homme, dont les yeux m'inquiètent?
--Voilà un cas de conscience, ma chère Litzine! Moi, à ta place, je lui dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?»
--Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l'esprit si éveillé, à quatre heures de la nuit, voilà ce que j'appelle être une femme supérieure!
Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce piena di un adorabile pudore:
--Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?
Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.
Le risposi:
--Mon précepteur m'a appris, lorsque j'avais douze ans, qu'il ne faut jamais éviter de rendre service à une dame.
E chiusi gli occhi.
Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i costumi del secolo. Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito scriver libri ove bruci l'ardore dei sensi e dove l'anima de' buoni credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d'innocenza e di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi essere il fedele dipintore.
Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.
Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva l'eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell'altra, come il fieno scuro nella paglia bionda.
Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.
Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.
Lasciai cadere le tende. Fra l'alba e noi ridiscese pesante la notte. Una lampadina, dietro l'uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava nella camera torbida il suo mitigato chiarore.
Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice d'ogni pensiero della vita, quel tremore dell'anima e dei sensi che i poveri di spirito non osano chiamare poesia.
Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre. Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come la tela umida si avvolge al rilievo d'una statua supina. Litzine, con voce un po' sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la storia d'un Commodoro Americano, ch'era giunto a Biarritz con il suo yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che nell'atrio del Casino aveva morso non so chi...
La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch'io vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di Litzine. Vedevo bene il diverso colore de' lor capelli. Quelli di Madlen eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere la sua perduta nudità in un colore d'innocenza.
I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale. Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure. La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta, addormentata, in quella femminile promiscuità.
I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre più allacciando, vena contro vena, per dormire in pace. Così l'una sentirebbe dell'altra il cuore delicato battere.
La bocca rossa di Madlen s'immergeva, con una specie di semiriso ebbro, nel respiro di Litzine.
Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d'alba incerta e lontana; la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo d'irrealità, radunava ne' suoi confusi cristalli un pallido colore d'infinito.
Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d'entrambe, che bisbigliava nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.
Erano stanche d'aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili, fiori e piume;--questa, nel mondo, era la lor fatica;--stanche di aver sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:--ora potevano dormire.
Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa ebbrietà.
Il desiderio d'amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle, muoveva con una specie d'insidia le lor mani profumate, istigava in loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...
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Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso Terrestre. Quell'impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l'Eden calmo si addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile «midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d'alveari e dai fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di lapilli splendenti,--vecchio Adamo, non t'illudere!--nella storia del genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a meno di te.
A que' tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d'irsuti bufali e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de' tuoi bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu sentivi una specie di trepidazione oscura.
Ma ella si mise d'accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole. Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l'Eden ai capricci della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l'erba fiorita.
--Come dovrò io comportarmi?--domandava, perplessa, la innocente signorina Eva.
Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a persuadere le donne:
--Fate com'io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto, quando il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine dei rovi e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo muovere il vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un bel fiore scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra gentile favella:--«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere! Venite presso me, inginocchiátevi, ch'io possa con un fascio d'erba intrisa nel ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere l'arsura che vi diede il sole.» Adamo s'inginocchierà. E gli farete sentire, nel dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto villoso, le cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita, leggermente, fra i suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano piano, come il tralcio s'inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete, leggermente, il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi occhi ardere, la sua fronte accendersi di rossore; poi gli direte:--«Signore mio, levatevi...» E andrete via, su l'erba, senza volgervi, camminando piano.
La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò, tornò, e il saggio serpente le disse:
--Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che dovrete poi attendere l'ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte meglio si prova il fuoco della tentazione.
--La tentazione?--mormorò la fanciulla.--Cosa è mai questa parola che io non conosco?
--Ebbene,--le rispose il serpente,--io vi dirò ch'essa è la vostra forza ed è come il profumo della primavera. Dunque, all'ora delle stelle, voi dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente, vicino alla sua bocca. Poi gli direte:--«Signore mio, le foglie secche stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia nuca, piegatelo, e fate ch'io m'addormenti appoggiata su di voi.» Se la capigliatura v'ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal tremore delle stelle.
--Oh, signor serpente,--mormorò la signorina Eva,--io provo già il bisogno di fare tutto quello che voi dite...
--Allora,--concluse il serpente--non importa ch'io vi dica di più.
E raccolte l'una su l'altra le sue belle spirali smerigliate, questo vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch'egli avrebbe, la notte prossima, nello starli a vedere...
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Ma questa vecchia parabola--direbbe l'avvocato Claude,--appartiene alla letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino biondo, pesava l'irritazione di quella vita artificiale, di quella vita prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano, mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v'è più amore, non v'è più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l'anima dei borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,--vita che lascerà in noi, dopo tanta fiamma, null'altro che un pugno di cenere...
E voi che sentite ne' miei libri cantare questa irritata crudeltà, fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla è passato fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla fu rosso come l'estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua folle inquietudine.
Direte allora di me quel ch'io penso d'ogni cosa nel mondo, e troverete il senso della vita in questo freddo e morto peso ch'è la fine di tutte le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di cenere.
Ma or non sentite nell'alba cantare il pallido fiume Urumea?
Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.
E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa, Madlen, la perduta che sei...
Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di Litzine...
Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone sorelle?...