Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 7

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— Delle «sciocchezze»? — disse il più grave degli Undici, spalancando la bocca ammirativa dentro la sua venerabile barba, mentre gli altri degli Undici già salivano le scale della prigione. — Delle sciocchezze? Ha fatto grande scandalo!

— Ma che scandalo?...

— Ha disprezzato la legge della città! Ma sapete voi cos’è la legge? La legge è quella cosa......

— Che la fa chi può, e la mangia chi deve, — disse Santippe.

— Vi compatisco che non sapete quel che vi dite. E l’avere offeso Giove Olimpio che è il padre degli dei e degli uomini, vi par poco?

— Eh, che non ci credete più neppur voi a Giove Olimpio, buffoni!

E a quell’invettiva il bambinello che aveva, coi grandi occhi attoniti, sull’alto della spalla di Santippe, assistito a quella scena al lume delle lanterne che ingiallivano già, per l’alba nascente, scoppiò in pianto dirotto.

— Sta buono, cocco di mamma tua, sta buono; ora andiamo dal babbo. Vuoi vedere il babbo? Sì? Ora lo andiamo a vedere. Ma non piangere.

E salì dietro gli Undici, i quali erano molto seriamente occupati a levare le catene a Socrate.

Ora appena fu entrata: — Socrate, Socrate, Socrate, — esclamò Santippe — ma dunque è vero? Ma perchè ti sei difeso così male? Anche Pericle si è messo a piangere davanti ai giurati, e tu perchè non l’hai fatto? Perchè non hai gridato «è Anito che mi odia»? E adesso come si fa? E per gli affari chi ci pensa? E come si rimedia a quell’ipoteca che ci mangia tutta la casa? Ah, vedi, che guadagno ci hai fatto con quella tua idea fissa del _kaloì kagathoì_!

Intanto gli Undici avevano tolto la catena e se ne erano andati, lasciando Santippe, giacchè le antiche leggi ateniesi non erano così formaliste come le nostre, in quanto che non era stata ancora ben perfezionata la burocrazia.

E quando fu sola con lui, gli si assise vicino sul letticciuolo, col bimbo, che tirava al babbo la barba con le sue dolci manine, e proseguì: — Ma se ieri l’altro, prima che arrivasse quella maledetta nave, Critone aveva combinato tutto, aveva pagato i carcerieri, era venuto a casa a dirmi di tenerci pronti! Io avevo messo da parte quei quattro stracci per poter scappare tutti insieme.... Io pensava: To’, non tutto il male vien per nuocere. Andremo a vivere a Megara, a Tebe; là, lontano dalle occasioni, senza più tutti quei suoi cattivi compagni che lo fanno parlare, chi sa che lui non badi di più alla sua famiglia. Così io pensava e chi sa anche che non gli entri in testa che il primo dovere di un uomo serio è quello di badare a sè ed alla sua famiglia.... Ma cosa ti saltò in mente, povero infelice, di rifiutare? Ma almeno parla, rispondi, ma di’! Se non lo vuoi fare per me, chè non mi vuoi bene, lo so!, fallo per questa creaturina qui, che è tuo sangue.... Non vedi come è pallidino, smorto? Ha un’anima anche lui, sai! Alza la testa.

E fu in quel punto, che già il giorno era ben chiaro, che entrarono gli amici di Socrate; e allora Santippe, come una lampada su cui è versato dell’olio, scoppiò in un gran pianto, e la realtà imminente della morte le si affacciò nel suo orrore.

— O Socrate, Socrate, — gridava fra i singhiozzi, — ecco l’ultima volta che io e i tuoi amici parleremo con te e tu con noi!

E allora Socrate infine parlò. Si rivolse specialmente a Critone e gli disse: — Suvvia, amici, conducete via quella donna e rimenatela a casa.

E allora avvenne una dolorosa scena perchè Santippe non voleva andar via, e ingiuriava e piangeva, lei e il bimbo. Ma finalmente fu trascinata a forza e spinta fuori e poi fu chiusa la porta.

E stavano gli amici in mortale silenzio, quando Socrate, che era seduto — come dicemmo — sul lettuccio, soffregandosi la gamba che era stata per quasi un mese stretta nel morso della bestiale catena, sorridendo disse: — Ecco qui, — e indicava il lividore delle carni piagate dalla catena, — io provo un grande piacere, mentre prima provavo un grande dolore. Sapete che è una gran cosa, una meravigliosa cosa quella del dolore e del piacere? Che cosa sono essi? Ci stavo appunto pensando quando entrò colei, anzi mi era venuto in mente di comporre una favola come quelle di Esopo, nella quale volevo dire quello che me ne pareva, cioè che il Piacere ed il Dolore sono così strettamente congiunti insieme, che quando l’uomo vuole prendere l’uno è costretto a prendere anche l’altro. Vi pare? E perciò imaginavo che Esopo componesse così la favola, che il Dio volendo far fare pace a questi due nemici inconciliabili, il Piacere ed il Dolore, e non potendo, li legò insieme. Ed è quello che è avvenuto a me. Nella gamba, prima, per effetto della catena vi era il dolore, adesso, tolta la catena, vi è il piacere. Bella la favola, è vero? Più bella del ragionamento. Ora ci vorrebbero i versi. Ma chi ne ha tempo?

Ora urgeva il tempo della morte.

Mentre così parlava, Santippe col figlioletto si era rincantucciata, disperata e piangente, in fondo a un corridoio della prigione.

*

Che peccato che Sofocle, il vecchio immortale, che fu trascinato anche lui dai figli davanti ai giudici perchè pe’ suoi sogni negligeva gli affari di casa, che peccato — dico — che egli fosse morto da qualche anno! Se fosse stato in vita allora, avrebbe scritto su la povera Santippe una nuova tragedia, più potente assai delle molte che scrisse su gli eroi e sugli Dei.

XI.

La Immortalità dell’anima.

La presenza di Santippe presumibilmente contrastava con l’argomento che Socrate, dopo essersi soffregata la gamba, stava per trattare con i suoi amici: cioè dell’immortalità dell’anima.

Egli, come già, abbiamo veduto, non appena gli fu tolta la catena, aveva sentito il piacere, mentre prima sentiva il dolore. Una vera scoperta come quella di Archimede.

Socrate naturalmente non tripudiò, come Archimede, per la sua scoperta sulla legge morale del Piacere e del Dolore.

Gli faceva ancora un po’ male la gamba, per saltare; e forse gli faceva male anche il cuore per la vista di quel suo povero piccino, che dalle braccia di Santippe si protendeva sino al volto di lui, invano, per l’ultima volta, tentando e inconsapevolmente di conciliare gli inconciliabili e pure gli inseparabili, cioè Socrate e Santippe: inconciliabili ed inseparabili come il piacere ed il dolore: ed aveva esclamato il povero piccino: — _File pappos, pappos emòs_, caro babbo; oh, babbo mio! — E poi era stato trascinato via con sua mamma.

Ben fu crudele Socrate verso Santippe e verso il suo sangue! Lo accerta Platone che non prese moglie, non ebbe figli. Ma forse può darsi che sia stato così! Socrate stava per isciogliere il suo ultimo canto sull’immortalità dell’anima. Egli era giunto in vista del grande oceano; egli, come il cigno morente, sentiva il canto salire vertiginoso. Santippe co’ suoi piagnistei, avrebbe dato disturbo.

Ma può anche essere un’altra causa, che Platone non dice, cioè che Dioniso, il dio terribile e insieme pietoso, abbia concesso a Socrate in quelli estremi momenti quell’ebrietà, che toglie la sensazione delle cose vere presenti e dona la esaltazione per cui, tanto al savio come all’infante, la buia morte appare come una continuata vita.

Dunque Socrate, prima di morire, parlò a lungo della immortalità dell’anima.

Questo famoso discorso di Socrate sull’immortalità dell’anima, conserva anche oggi una strana forza di attualità. Sì, sì: il problema della morte rimane ancora uno dei più seri problemi della vita, ma sarà meglio non parlarne.

Chi ha visto su di un caro volto immobile rinchiudersi il coperchio della bara, preferisce non parlarne. Dirò soltanto che dei molti argomenti di Socrate, o di Platone, questo più mi piace, come quello che più è semplice, tanto semplice che non è nemmeno un argomento: «Se non ci fosse la vita futura, ben fortunati sarebbero gli uomini malvagi perchè con la loro anima scomparirebbe anche la loro malvagità».

Come anche pare una cosa assurda che per un bicchiere di cicuta, una innocente pianticella, propinata da Anito, si debba spegnere la meravigliosa sensazione del vivere.

*

Cadeva il sole quando il lungo discorso di Socrate sull’_immortalità dell’anima_ ebbe fine.

Ebbe fine?

Era dal mattino che il servo degli Undici teneva pronto il bicchiere della cicuta, e con una cortesia del tutto ellenica, attendeva che Socrate chiamasse.

Infatti Socrate già disse agli amici: — Voi vi avvierete a questo passo che io transito, alquanto più tardi di me; ma già «ora mi chiama il fato», come direbbe un poeta tragico.

E disse anche: — E’ mi par meglio prendere ora il bagno e lavarmi bene e poi bere il veleno, senza dare poi alle donne ed a Santippe la noia di lavare il cadavere.

E questa fu l’ultima sua cortesia verso Santippe.

Poi gli furono condotti i figli e Santippe anche. Conversò con essi alquanto, diede alcune sue disposizioni, e poi li rimandò.

Noi non sappiamo altro.

Dopo queste cose egli parlò poco di più.

Venne il servo; portò il veleno; gli insegnò, da persona esperta, il modo che doveva seguire perchè il veleno presto salisse al cuore.

Poi il servo se ne andò, dicendo a Socrate: — Addio, Socrate, procura di sopportare l’inevitabile meno dolorosamente che tu possa.

— Si, addio anche a te, caro, — gli rispose Socrate: E vòlto agli amici: — Era una garbata persona, colui. Mi ha tenuto spesso compagnia.

Poi prese con mano ferma il veleno e bevve tutto di un fiato.

Allora la carcere si riempì di gran pianto. Ma Apollodoro, che tutto quel dì aveva lagrimato come Santippe invece di ascoltare i discorsi di Socrate sull’_immortalità dell’anima_, diè in un urlo, e venne fuori di sè, e fu allora che Socrate gli disse: — Ho mandato via Santippe specialmente per questo, per non vedere questi eccessi e queste lagrime. — Ed affissando con le grandi pupille gli amici, soggiunse: — Io ho sempre inteso dire che conviene morire lietamente.

Poi attese camminando, finchè il gelo della morte gli giunse al cuore. Allora si sdraiò e si copri il volto. Ma ad un certo punto si riscosse e discoprendosi del lenzuolo e rivolgendosi a Critone, mormorò queste ultime parole: — Critone, noi siamo in debito di un gallo ad Esculapio. Dateglielo. Non ve ne dimenticate!

*

Esculapio era il dio della medicina, ed era costume in Atene, come oggi si paga il medico dopo che vi ha curato da qualche infermità, di fare un regalo al dio. E così Socrate voleva pagare e ringraziare il medico Esculapio per averlo guarito con la morte del male della vita.

Socrate aveva, forse, trovato l’ultimo corollario della legge sul Piacere e sul Dolore. Era stato liberato dalla catena della vita, e forse allora sentiva piacere. Questo è quanto di più preciso noi sappiamo intorno all’_immortalità dell’anima._

Dopo, ancora, ritornò il servo degli Undici. Percepì un fremito sotto il lenzuolo. Scoperse Socrate e vide che aveva l’occhio fisso.

Questa cosa vedendo, Critone gli chiuse gli occhi e la bocca.

*

Sono passati parecchi secoli da quel giorno che Socrate morì per aver bevuto la cicuta, propinatagli dai suoi concittadini; ma strana cosa: io non mi posso raffigurare Socrate morto e la sua bocca sigillata per sempre. E sì che egli era ben morto corporalmente! Un poeta racconta che quando fu già dopo il tramonto, uscirono dalla prigione, a capo chino, in silenzio, quegli amici di Socrate, e poi quella povera Santippe; e c’erano davanti alla carcere alcuni monelli che giocavano con gli scarabei, e martoriando una civetta, e cantando:

E gira, gira a tondo, E gira tutt’il mondo....

Poi quando videro uscire coloro e dilungare così tristamente, capirono che l’uomo che doveva morire in quel dì, era morto; e allora ruppero le danze e corsero su dal carceriere, e sì gli dissero:

— È vero che hanno ucciso quell’uomo brutto? Facci vedere l’uomo brutto che è morto.

E quegli disse: — Se sarete buoni, vi farò vedere l’uomo morto.

E così li condusse, perchè piace a molti che non hanno ancor lagrimato dentro il loro cuore, andare a vedere il morto.

Ma cosa strana! Io non so imaginare Socrate morto. E la favola degli eroi che spezzano il marmo del sepolcro e risorgono, mi pare pur vera cosa! Io me lo vedo ancora tornare davanti, Socrate, col suo sorriso; e mi domanda con quei suoi grandi occhi tondi: — Che c’è di nuovo? Gli uomini sono diventati belli e buoni?

— Si attende ancora, figlio di Sofronisco. Gli uomini stan diventando meccanici.

XII.

Avvertimenti agli infelici figli di Santippe.

Il vostro buon papà, cari figliuoli di Socrate, si è ostinato a voler bere la cicuta. Ora giace col naso affilato e con le palpebre chiuse: le sue parole non le udirete mai più. Per questa ragione e per altre cause, che voi siete figli di un filosofo e di una donna bisbetica, il vostro avvenire probabilmente sarà infelice.

Il vostro buon papà era un grande ammiratore di Omero, e aveva ragione. Voi lo ricordate, è vero, il povero babbo, con tutti quei suoi paragoni semplici e sottili del fabbro, del falegname, degli asini col basto?

Anche il vostro povero babbo fu un gran falegname della verità. Ma ogni tanto, lo ricordate? veniva fuori con citazioni e versi di Omero. Omero è stato fra i poeti quello che più si è accostato alla verità umana, e perciò era assai caro a Socrate, il padre vostro.

E se è vero, che nel mondo dei morti sarà ai poeti strappato un dente per tutte le bugie che hanno detto, è certo che moltissimi saranno i poeti sdentati. Ma Omero li ha tutti i suoi denti. Egli non mangiava lo zucchero filato dell’estetica, ma il nero pane della verità, che fa bene ai denti. Lo ricordate Omero — o figli di Santippe — quando parla di Astianatte figlio del re Ettore e di Andromaca, rimasto orfano dopo che Achille gli ha trucidato il padre e per tre volte ne ha trascinato il cadavere nudo dietro la furia dei cavalli correnti attorno alle mura di Troia?

E lo aveva, lagrimando, Ettore sollevato su, il suo bambino, quasi per accostarlo a Giove che lo vedesse come era carino, e gli avesse un po’ di pietà. Macchè! L’insensato dio non vide! Povero Astianatte, poveri figliuoli di Socrate e di Santippe!

Astianatte orfano e solo, va ora, con le guance lagrimose e smunte, a trovare quelli che già furono amici di suo padre, e tocca agli uni il saio, agli altri il mantello. Ma essi rispondono: — Va, non ti conosco. — Il più pietoso fra essi gli accosta appena la tazza alle labbra, e i giovani orgogliosi lo ributtano e dicono: — Non toccare il pane delle nostre mense! — E i vicini, con la protezione delle leggi, portano via i termini del suo terreno e lo privano di tutto. Tale fu il destino di Astianatte, figlio del morto re Ettore; tale sarà il vostro destino, figli di Socrate.

*

Siete andati, o figli di Socrate, anche voi a tirare il mantello ed il saio agli amici del babbo? Vi hanno dato niente? Santippe forse era con voi, più vecchia, più bisbetica, più arruffata che mai. Ella avrà anche detto villania e vergogna. Avrà detto: — Guarda là! vedili là, quei bei _gingin_, che facevano bellin bellino a quel povero màrtoro di mio marito. To’! Fanno finta di non conoscermi. Non la conoscete più Santippe? la moglie di Socrate, _ne Dia_, per Giove; e questi qui sono i suoi figliuoli. Non vi hanno nemmeno guardato in faccia, creature mie, e sì che la fisonomia di vostro padre l’avete!

— Oh, — hanno detto coloro sollevando gli occhi al cielo, — non dovreste mai nominarlo, voi, Santippe, quel sant’uomo di vostro marito, dopo tutto quello che gli avete fatto soffrire.

— Soffrire io? Ah, vigliacchi di uomini! Parlano così loro, dopo che mi hanno sviato di casa quel pover’uomo, che gli hanno messa quella vesania, quella frenesia nella testa di andare a cercare il segreto delle cose, e a tener ferma in terra la Dike.

Sì, c’era da lasciarci il ricordo delle unghie in faccia a quei signori, e Santippe il coraggio di lasciare le impronte delle unghie ce l’aveva; ma per allora si tenne quieta per la pietà dei figliuoli. Ma disse:

— Suvvia, voi che foste amici di Socrate, vedete di trovare qualche impiego a questi ragazzi.

Ma a chi parlava, o sventurata Santippe?

Gli amici di Socrate non c’erano più!

Critone, perseguitato, era fuggito da Atene; il dolce Apollodoro non aveva saputo sopravvivere. Socrate, il dio per cui viveva, era morto. Servire il mondo? Meglio morire! Senofonte, il gagliardo, era esulato da Atene, gonfio il cuore di sdegno, lontano, per lontane terre, per lontane guerre; Alcibiade, bellissimo, viveva chiuso nella sua perfida mente, e dopo aver meditato su la morte di Socrate, si era convinto della necessità di divenire magnificamente belluino, e perciò era diventato uomo politico, come Anito e Meleto; Platone, il soave Platone, quando ebbe visto il suo povero Socrate ridotto a quel modo, col naso all’insù, si era messo in un gran spavento, ed aveva giurato a se stesso di non occuparsi se non di cose tanto alte e sublimi che nessuno ci trovasse a che dire.

«Anche nella storia dei filosofi, — meditava l’antiveggente Platone, — c’è puzza di sangue e di bruciaticcio. Ê bene cercare la immortalità per altra strada che non sia la prematura morte.»

Perciò Santippe, che si era recata a trovare il buon Platone, non lo trovò.

Andò da Alcibiade. Ma la casa di lui era guardata da cento servi in livrea, che non lasciavano passare.

E gli altri? Gli altri, fatti già uomini, si ricordavano della avventura socratica tutt’al più come di una scappata di giovinezza. Qualcuno, forse, come Pietro, seguace di Cristo, si vergognava di essere riconosciuto quale discepolo di Socrate; qualche altro, come Giuda Iscariota, si era dato al traffico delle monete d’argento ed allo sfruttamento dei pezzenti. Dunque dagli ex-amici di Socrate non c’era proprio da sperar niente!

Povera Santippe! Una piccola pensione dallo Stato non la avrà potuta ottenere, nemmeno. — Capisco, — le avrà risposto qualche capo divisione, — vostro marito è morto in servizio della Repubblica; è una tesi che si può sostenere. Egli esercitava l’ufficio di calabrone, come si qualificava da se stesso, il quale deve pungere un nobile ma indolente cavallo come era il popolo d’Atene. Ma era un servizio non richiesto, ed il cavallo ha dato una zampata ed ha schiacciato il povero calabrone. Una disgrazia, ma se la poteva aspettare la mia donna! Denari no, non ve ne possiamo dare, perchè sapeste quanto costò il rivestimento di cuoio per le navi! Volete dei biglietti gratuiti per il teatro? delle tessere per le cucine economiche? Stendete una regolare domanda.

*

Andò Santippe infine a trovare Eritreo. Eritreo, faccia ossuta, glabra, color limone, sorriso acido, volontà di macigno, erudizione spaventosa, ma senza Demone. Era il professore del Lyceum.

Abitava una bella casa, ben ordinata e provveduta a cura dello Stato. Santippe, quando potè arrivare sino a lui, vide la sua gran faccia pallida sollevarsi dai codici.

— Lei è?

— Io son Santippe, moglie di Socrate, e questi sono i suoi figliuoli. Guardali in faccia, son lui nati e sputati!

— Oh, pover’uomo! — esclamò Eritreo.

— Cosa, pover’uomo! — garrì Santippe. — Pover’uomo lo posso dir io, non lei; perchè per quelle cose lì dei libri valeva più di tutti. Oh, non l’ha proclamato l’Oracolo di Delfo il più sapiente di tutti gli uomini, _andròn apànton Sòcrates sofòtatos?_

Eritreo, oltre ai codici, aveva alcuni fidi discepoli che studiavano sui codici ed erano come nascosti dietro i codici.

Un sorriso acido increspò le labbra di Eritreo all’esclamazione di Santippe e tutti i suoi discepoli sorrisero a quel modo, acidamente.

— Ah, ah, — disse Eritreo, — la sentite, bennati giovani, codesta donna? Anche lei ripete, come taluni, che Socrate _primus deduxit philòsophiam de cœlo in terram!_

— Ah! — esclamarono i discepoli.

— _Deduxit nèbulas_, — disse Eritreo. — Ci portò delle fantasticherie! Buon uomo, che diceva di sentire un dio ignoto parlare.... Lo sentite voi?

— Mai sentito! mai visto! — risposero premurosamente i bennati giovani, i quali, come Eritreo, avevano l’occhio lucido soltanto per le superficie non per gli abissi profondi.

— E quale cosa — disse gravemente Eritreo, rivolto a Santippe — più contraria alla vera saggezza, al vero positivismo che volere gli uomini diversi da quello che sono? E quale cosa più ingenua che vivere la propria filosofia? Si professa, non si vive una filosofia.

Le vampe salgono alle gote di Santippe.

Dice quasi singhiozzando: — Ma se l’ha proclamato l’Apollo in Delfo....

— E dov’è, buona donna, l’Apollo Delfico? Chi l’ha visto mai? Povero Socrate, in materia di religione egli è morto da ieri, ma ci pare già un antenato, uno dei tempi semplici del buon Solone. Un disgraziato che andava soggetto ad esaltazioni ed allucinazioni liriche! _Verum enim vero, quando quidem, dubio procul, edepol, meus deus fidius_, quand’anche fosse che vostro marito sia stato un valentissimo uomo, io sono desolatissimo, ma io prego di lasciarmi in pace, e di non compromettermi. Quel vostro marmocchio più piccolo già mi ha quasi sgualcito un codice.

*

E Santippe se ne andò peregrinando coi figliuoli nella Focide dove era il santuario di Apolline in Delfo. Ma il dio, che, in mancanza d’altri, ella voleva interrogare, non c’era, in fatti, come affermava quel letterato. Aveva emigrato per sempre; e Santippe non trovò che una scritta, un ben curioso geroglifico, inciso su di un macigno enorme.

E il povero Socrate aveva camminato con quel macigno enorme sulle spalle nel cammino della sua vita; ed era stato schiacciato. E dopo Socrate verrà Cristo e rimarrà schiacciato, ed altri verranno nei secoli, attratti dal fascino del divino enigma che era scolpito profondamente su quel macigno, e conteneva queste tre parole: _conosci te stesso!_ E rimarranno schiacciati!

*

Ora è ben più triste la casa di Socrate: nemmeno più le strida di Santippe! Ella fa andare sul tagliere il setaccio per cuocere sul testo una focaccia, una crescia, un pulmento qualsiasi.

Come nei tristi silenziosi tramonti invernali il raggio del sole balena su le pareti scialbe; dispare, riappare con un ultimo guizzo sanguigno; poi incombono le tenebre fredde violacee; così l’imagine di lui, di Socrate, si sofferma ancora nella povera casa, balena, scompare.

Fra il ciarpame, in un angolo, stanno vecchie masserizie, che paiono avere quasi l’anima infranta; v’è anche una povera cuna. Quivi giacquero i figli di Socrate. Ed al mattino, quando il sole indorava la stanza, il sole scopriva i cari volti infantili: la dolce primavera, il cinguettìo dal nido ridesto al tepore del sole: «Ba.... ba.... babbo, pappas!» Salutavano gioiosamente lui che li aveva chiamati, non richiedenti, alla faticosa vita: — _Pappas! Pappas, file pappas,_ bel papà!

Ma tu non le udisti le care voci, o Socrate, tu col tuo cupo demone nel cuore che ti spingeva a cercare che cosa ci fosse nell’intima natura di ogni cosa: _ti en écaston!_ Va, va a ricercare _ti en écaston_, chè non lo saprai mai e quando l’avrai saputo, le cose saranno come prima.

— Se vi salta in mente di andar dietro all’_Andreia_ (valore), all’_Aretè_ (virtù), alla _Sofrosine_ (sapienza), all’_Encratia_, al _Ti en écaston_, — dice Santippe ai figliuoli, — vi sbatto questo setaccio sulla testa e ve ne faccio una berretta.

*

E la notte è venuta.

Ma di chi è il suono dei vecchi sandali? Di chi è quella voce armoniosa ed ironica?

Chi è?

E Santippe balza sul giaciglio: un soffio come di un bacio si posa sui rossi capelli, biancheggianti ormai, un ardore come di lagrime cadenti, e una voce risponde e mormora: — È Socrate, tuo marito....

*

E per tutto ciò ci sembra opportuno terminare questa narrazione con un passo o citazione autorevole, come è costume dei nostri eruditi.

Esso è del gigante Gargantua, figlio di Rabelais. Gargantua, mangiando una certa insalata, non si era accorto menomamente di avere inghiottito sei pellegrini errabondi, che erano in essa. Ma se ne accorse ad un certo pizzicore che sentiva nello stomaco. Ed allora li rimandò fuori e così li ammonì: