Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 6

Chapter 63,772 wordsPublic domain

Mentre dunque Anito si reca da Meleto, noi ci domandiamo: Perchè questa legge dell’ostracismo, cioè di un esilio blando e niente affatto disonorevole, non fu conservata nelle legislazioni che vennero di poi? Perchè quella legge fu trovata ingenua, cioè superflua.

Dove Anito o Meleto salgono ai primi onori di uno Stato, gli uomini buoni si eliminano automaticamente, senza ostracismo.

*

Meleto era un personaggio flemmatico e maestoso, e il discorso che seguì fra i due uomini di Stato fu di molto interesse, anzi è memorando.

— Quell’uomo, quel Socrate, — cominciò a dire Anito, — io l’ho ascoltato attentamente; parla di fabbri, di falegnami, di asini col basto, dice che conviene essere _kaloikagatoi_,[3] _filosofoi_....; eppure io sento che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Pensa o non pensa vostra Eminenza quest’uomo pericoloso allo Stato?

— Mah! — rispose Meleto.

— Che cosa vuol dire «Mah!»? — domandò Anito che era uomo impaziente.

— Mah, — rispose gravemente Meleto, — vuol dire «pericoloso» e vuol dire anche «niente affatto pericoloso».

— Abbiate la cortesia di spiegarvi, perchè io non sono nato interprete paziente di enigmi.

— Non è un enigma, buon uomo, — rispose Meleto, — è una cosa semplice. Se i peli delle vostre orecchie non vi avessero intercluso l’udito, voi avreste inteso che Socrate non parla soltanto degli asini col basto, ma parla anche di una voce misteriosa che ogni tanto gli ragiona, e lui solo ode, e lo mette in diretta comunicazione con Giove. Ora vostra Celsitudine può capire molto bene che se tutti gli Ateniesi fossero, come Socrate, in diretta comunicazione con Giove, io sommo pontefice, io arconte basileo, che servo appunto da interprete fra gli uomini e gli Dei, _fututus sum!_

Detto ciò, Meleto tacque e sorrise. L’orlo del suo manto era scomposto, e se lo ricompose.

— _Ne dia_, — esclamò Anito, — ma allora se tutti gli Ateniesi diventeranno ragionanti e ragionevoli, anch’io, arconte polemarco, _fututus sum!_

Gli occhi sereni di Meleto fissavano lo scomposto volto di Anito.

— _Ne dia_, per Giove, per la gran barba di Giove, — esclamò poco dopo ancora Anito, come percosso da un secondo lampo di luce, — se tutti gli Ateniesi, anzi se tutti gli uomini diventano _kaloikagatoi_, oltrechè _filosofoi_, siamo f..... tutti! Non più guerre, non più rivestimenti di cuoio alle navi! _Ne dia!_ le cose sono di una gravità immensa! Quel vecchio melenso mi fa una rivoluzione più terribile di quella che ho fatto io! Addio Meleto, vi do il buon giorno!

— E dove va vostra Celsitudine?

— Vado a salvare lo Stato, vado ad arrestare Socrate....

— Io credo che si possa aspettare anche domani, — disse pacatamente Meleto. — Domani, o anche mai!

— Mai?

— Mai, buon Anito! perchè mai verrà il giorno che gli Ateniesi diverranno ragionanti e ragionevoli, mai verrà il giorno in cui gli asini col basto ubbidiranno alla voce del proprio Demone, mai gli uomini diventeranno _kaloikagatoi_! Il pericolo socratico, credete, Anito, è del tutto insussistente; è un futurismo senza futuro!

— Ma il rivestimento di cuoio per le navi?

— Il rivestimento di cuoio per le navi si farà, e così si faranno le armi, e così si faranno le guerre in perpetuo, — rispose Meleto. — La nobile Atene ha, a venti chilometri a nord, gli idioti Beoti; a venti chilometri a sud, i taciturni Spartani, che dove passano una sola traccia lasciano; quella della loro mano insanguinata e brutale: tutt’attorno poi a nord, tutt’intorno a sud, dalla parte dove il sole si leva, e dalla parte dove il sole tramonta, crescono e montano le generazioni dei barbari che nessuna forza o dio distruggerà! Non vi date, dunque, pensiero, Anito, nè per la guerra, nè per le armi, nè pel rivestimento di cuoio. La nobile Atene dovrà guerreggiare in perpetuo se vorrà salvare la sua Minerva!

— Cosicchè voi, Meleto, — domandò Anito, — non condannereste Socrate nemmeno con il più dolce, con il più blando ostracismo?

— Io lo avrei, e da tempo, colpito di morte, — rispose Meleto con gravità solenne; — ma noi siamo in una città democratica!

Anito stupì e strinse calorosamente la mano a Meleto.

— Allora convenite con me che quell’uomo è pericoloso allo Stato. Ma se prima dicevate che urgenza di pericolo non c’era?

— No, buon Anito, urgenza di pericolo non esiste. Per la salute del mondo, mai gli asini col basto udranno la voce del Demone, mai gli uomini diventeranno _kaloikagatoi_, e sotto quest’aspetto il pericolo è insussistente. Ma ben è vero che gli Ateniesi sono già per loro natura troppo schernevoli, troppo mobili! Da troppo tempo hanno preso il mal vezzo di mettere, anche sul teatro, in burletta gli Dei! Mai codesto sarebbe tollerato in governo aristocratico! Perchè sappiate, o Anito, che per la salvezza di Atene e della terra, è sommamente necessario conservare intatto Giove, il Cesare del Cielo, con le sue gerarchie disciplinate: Briareo dalle cento braccia, Proteo dalle cento forme, Ercole con la clava enorme; i gran gendarmi di Giove! Imperio, ubbidienza e servitù. Ciò risponde alla configurazione della terra! Ma le democrazie sono instabili, fermentanti, tumultuose. Vanno alle estreme conseguenze della logica e della illogica; ed allora non è più possibile governare gli Stati. Ora quel vecchio pazzo che su tutto indaga, che su tutto discute, che insegna agli altri ad indagare e discutere; che crea il diritto e la sovranità dell’individuo, mentre non ci deve essere che un solo diritto, una sola sovranità, lo Stato, quel vecchio è l’essere deleterio e perniciosissimo alla salute della Repubblica.

— Allora Socrate, — disse Anito con istupore, — è secondo voi essenzialmente democratico! Io lo credevo aristocratico.... Però sappiate, o Meleto, che se è necessario salvare la patria, io per questa occasione posso diventare aristocratico!

Il grave capo di Meleto, l’arconte basileo, si chinò alquanto. — Confortatevi, Anito, — disse poi. — Forse Socrate è un aristocratico....

— Allora io avevo capito subito.... — disse Anito.

— Comunque sia, o aristocratico o democratico, — disse Meleto, — vano è ricercare. Una cosa è certa: Socrate è pestifero. Quella gioventù che indaga, dubita, discute, si affolla intorno a lui, è di mal seme! Atene, circondata come è da Spartani e Beoti, di una sola cosa ha bisogno, di una pesante spada di bronzo che cali con altrettanta brutalità come la spada spartana. Per parlare, uno solo basta, l’arconte. Gli altri basta che sappiano, con disciplinato silenzio, morire.

— Oh, ammirabile uomo! — esclamò Anito. — Ma è ben pericolosa la filosofia!

— Una malattia dello spirito, — sentenziò Meleto.

— Una malattia, — rincalzò Anito, — che non ha altro effetto pratico se non quello di rendere i nostri Ateniesi malcontenti, impertinenti, disubbidienti, poco rispettosi anche verso di me. Andrò io bene alle radici del male, Meleto!

— Sì, ma procedete, vi prego, con la legalità più scrupolosa. Siamo in città democratica, e per questo evitai io di prendere un’iniziativa qualsiasi. Ma poichè a voi così pare, fate. Badate però che la procedura non deve essere soggetta ad alcuna critica. Ricavate la sentenza sulle coordinate del Codice. Tutto sia — ripeto — perfettamente legale. Noi non vogliamo che una luce fosca sia gettata sui nostri costumi politici.

Così parlò Meleto ad Anito ed Anito a Meleto.

*

E fu in conseguenza di questo colloquio fra Anito e Meleto, uno dei più interessanti colloqui storici che la politica ricordi ancorchè non si trovi registrato in alcun testo, che nell’anno primo della novantacinquesima Olimpiade, cioè l’anno 399, cioè quattro secoli prima ancora della passione di nostro Signore Gesù Cristo, gli Ateniesi lessero, — perchè tutti gli Ateniesi avevano l’istruzione obbligatoria, e quindi sapevano leggere, — affisso sotto il portico dell’Arconte Basileo, questa citazione, o libello, così concepito: «Socrate, figlio del fu Sofronisco e della fu Fenarete, ammogliato con prole, di professione scultore disoccupato, è accusato di perniciosissima propaganda contro lo Stato. Arrogi che egli non mostra il dovuto rispetto verso Giove, padre degli Dei e imperatore degli uomini, in quanto che insegna dottrine religiose contrarie alla religione dello Stato e alla democrazia, e perciò è di grave scandalo alla gioventù».

*

Quel giorno Santippe aspettò proprio invano suo marito per l’ora del desinare.

IX.

Oh, povera Santippe!

Non a pena Santippe venne a sapere che suo marito era stato messo in prigione, ne fu molto perturbata.

«Lo dicevo io che una volta o l’altra ci sarebbe capitato addosso qualcosa di serio! Eh, avessi io sposato un onesto trippaio! Suvvia, figliuoli, vestitevi con i peggiori abiti che avete (già di buoni non ne avete) e andiamo a metterci sulla porta per dove devono passare i giudici».

I signori giudici giurati passavano gravemente in lunga fila di cento giurati, tutti vestiti coi manti bianchi. Essi si recavano al dikasterio, che vuol dire _la casa di Dike_, quella tale vergine e troppo delicata Giustizia, la quale vedendo che non c’era modo di salvare il suo onore, tornò su ancora in cielo: e allora ci andò ad abitare al dikasterio una buona donna più accomodante, la quale non essendo niente affatto vergine, era corazzata contro gli oltraggi degli uomini, da ogni parte, con triplice cuoio, come le navi di Anito.

Ora Santippe all’angolo del dikasterio, faceva insieme coi figliuoli, gran corrotto, e tutti quei suoi capellacci rossi e quelle sue strida mettevano quasi paura, anche ai signori giurati.

— Meschini noi! — urlava. — Or che faremo noi, deserti del nostro uomo? Adess’adesso vengo su anch’io nel dikasterio, e ci mettiamo tutti noi, insieme con lui, a piangere!

Ma tutti i signori giurati erano di una gravità nera ed impressionante benchè vestiti di bianco.

Mostravano verso Santippe la palla bianca degli occhi e le palme delle mani ai due lati degli occhi come per dire: «È una cosa grave, grave, grave!»

E qualcuno pur le diceva: — Pare si tratti di un delitto contro lo Stato. _Crimen lesae maiestatis!_

— _Proditionis insimulatus!_ — diceva un altro.

— L’arconte basileo, oimè, sostiene l’accusa! — diceva un terzo.

— Mah! — sospirava un quarto.

— Sentiremo quello che risponde lui! Ma non sa nè parlare nè star zitto!

— Voi, ad ogni buon conto, la mia buona donna, tenetevi qui pronta con questi marmocchi; al momento opportuno, quando si farà la votazione, vi manderemo a chiamare....

E qualcuno più disposto a pietà, diceva piano ai colleghi: — Se non fosse una cosa sì grave, potrebbe costei tentar di inviare qualche donativo ad Anito....

— Infatti, — rispondeva ancor più piano il collega, — _mùnera placant hominesque deosque_.... Ma che può mandare costei?

— Che vai dicendo? — chiedeva Santippe.

— Diciamo, buona donna, che Anito è di animo sensibile.

Così dicevano, nei primi giorni del processo, i giurati alla buona donna, e lei si stava tutto il dì alla porta del dikasterio. Bene avrebbe elevato nell’aula le strida, e fatto gran corrotto non appena l’avessero chiamata!

Mai però Santippe si sarebbe imaginata una simile tragedia, la quale avrebbe travolto anche il suo umile nome nella rivista della storia!

Ma passavano i giorni, e Santippe non era chiamata su in tribunale. L’aspetto dei signori giurati era sempre più nero ed enigmatico.

— Bisogna che vi armiate di coraggio, la mia donna, — disse uno dei giurati; — ma le cose si mettono al male, e quel disgraziato si vuol rovinare! Invece di star zitto e lasciar parlare il suo avvocato, parla lui! Invece di lagrimare o di strapparsi quei quattro cernecchi che gli avanzano in testa, sorride, sorride proprio in faccia all’arconte basileo, e in faccia ad Anito...., e in faccia a noi! Pare che si sia come fissato; e i suoi occhi spenti guardano cose lontane! Mah! — e le teste dei giudici più pietosi crollavano compassionevolmente sopra i candidi manti.

— Ma lo sapete pure che è un insensato! — urlava Santippe. — Quando vennero a casa a prenderlo, sorrideva anche allora, e si lasciò portar via come un pecorino. Io gli volevo sformare il muso a quei sicofanti, ma lui mi disse di stare cheta e di non contrastare.

— Non è una buona ragione essere insensato, — rispondevano gravemente i giurati. — Certo parla come insensato. Egli ha dichiarato che è dolentissimo; ma che per far piacere ad Anito e Meleto non può, specialmente alla sua età, mutare la sua vita. Lo vorrebbe anche, ma il suo Dio non vuole, il suo Dio, capite voi? chè per quello che anche noi se ne può capire, è più misterioso di Demetra, più intelligente di Minerva, più autorevole di Giove stesso. È l’accusa di Meleto! E lui, infelice, la ribadisce!

— Meleto e Anito allora hanno ragione!

— _Crimen impietatis_, oltre che _crimen lesae maiestatis!_ — mormoravano i giudici del popolo e non volgevano più nemmeno il bianco delle pupille verso Santippe.

E venne un nunzio quando fu sera e disse: — Santippe, Socrate vostro fu giudicato reo!

— Oimè, oimè, deserta, — urlava Santippe fuggendo per le vie d’Atene, — me l’hanno condannato quel povero uomo. L’hanno giudicato reo! Ma reo dì che? Disoccupato, scioperato, mentecatto, ma reo di che?

— Datti pace, Santippe, — diceva la gente per le vie, — ogni speranza non è perduta.... L’hanno giudicato reo: questo è vero, ma la maggioranza è di soli tre voti. L’ultima parola non è ancor detta. Domani è l’ultima seduta. Meleto, sì, è vero, proporrà domani la pena; ma Socrate ha il diritto di fare una controproposta. È per legge! E allora sappi, Santippe, che sono ancora i giurati quelli i quali devono stabilire la pena.

*

Or dunque, quando venne l’ultimo giorno, grande fu la trepidazione di Santippe.

Ma il dikasterio pareva quel dì muto come la casa dei morti. Declinava ancora il sole.

Ad un tratto fu udito un gran tumulto, un urlo di cento voci, poi silenzio ancora, poi, dopo alquanto, furono spalancate le porte e tutte le cento toghe bianche dei signori giurati si precipitarono fuori in gran tumulto. Travolsero Santippe.

Ultimi, lentamente, uscirono Meleto, Anito ed i notari e fiscali.

— Noi abbiamo salvato la Repubblica! — diceva gravemente Anito.

— Nel presente e nel futuro, — diceva Meleto.

I notari, loro intorno, facevano reverenza, e si ripetevano l’un l’altro: — Una pervicacia inaudita, signori! Il disprezzo di ogni tradizione, di ogni legge!

*

Che cosa dunque era accaduto nell’aula del dikasterio?

Questo era accaduto:

I signori giurati avevano il giorno precedente approvato l’accusa di reità. Ma la maggioranza dei voti era stata assai scarsa. Tre voti appena!

E Anito e Meleto uscirono dal dikasterio in quel dì con accigliato cipiglio squadrando i cento giurati, fra cui quarantasette (certo) erano quelli che giudicavano Socrate, non reo.

Tutta notte Meleto, al lume della lucerna, meditò nel nero cuore la sua requisitoria. E come spuntò il dì, la recitò, e rimbombò l’aula del dikasterio. Egli, l’arconte basileo, domandava la pena di morte, _pro crimine impietatis_!

— Ma perchè, signori giurati, — proseguì Meleto, — nulla la democrazia ateniese fece e farà mai contro la legge, prima che voi diate sentenza, a te, Socrate, spetta proporre di quale pena ti giudichi meritevole.

— In verità, Meleto, in verità, Anito, e tutti voi, signori di Atene, — cominciò allora Socrate, — io ben considerando di avere speso tutta la mia vita in pro’ vostro e di avere per questo trascurato gli interessi miei e quelli della mia famiglia, domanderei invece un premio. Ma sono vecchio oramai, ho settantacinque anni e perciò io mi restringo a chiedervi una tenue pensione; e quanto a voi, Meleto ed Anito, io chiedo la nomina nel Pritaneo, dove lo Stato onora e nutre i suoi cittadini più benemeriti.

(Noi oggi diremmo la nomina a membro del Senato.)

E fu allora che un clamore immenso si levò fra i giudici: — Quell’uomo schernisce la maestà della legge!

— No, membro del Pritaneo? — continuò Socrate. — Voi mi volete condannare ad ogni modo? Ebbene: io allora ubbidirò e pagherò una multa: tutto quello che io vi posso dare, vi darò, signori giudici!

E così dicendo, Socrate levò e presentò alta una moneta: un obolo!

(Noi diremmo: due centesimi.)

E fu così che quegli onesti bruti votarono la pena di morte a totale maggioranza.

Tutti quei cento bruti da molti giorni soffrivano di una cotale prurigine alla pelle, come se le parole di Socrate fossero state un’invisibile, un’impalpabile polvere vescicatoria.

— A morte! — gridarono i giudici.

— A morte, signori Ateniesi? — domandò allora Socrate senza mutar voce. — Ma ci potremo intendere benissimo, giacchè il Dio solo sa e conosce se la morte è un male od un bene.

*

E fu così che Socrate, per profumarsi col profumo della verità e più specialmente per non poter tacere, fu condannato a morte.

Avete ucciso, o Ateniesi, l’usignolo delle Muse, il savio vero, l’innocente, il miglior uomo che fosse tra voi.

E gli uomini giudicarono savio l’insensato, ma soltanto dopo che l’insensato era morto!

X.

Santippe nella prigione di Socrate.

Vi sono nella vita certe cose meravigliose ed indomite che la ragione di un galantuomo non riesce a capire.

Io, per esempio, non capisco perchè Socrate non volle fuggire dal carcere quando quel giorno, che non era nè notte nè l’alba, venne l’amico Critone e gli disse: — Socrate, fuggi!

E glielo disse con quella sollecitudine e con quell’affanno con cui noi avvertiamo una persona molto cara di campare da un grave pericolo e la sollecitiamo, perchè essa non vede, non cura, non è sollecita.

E Critone trovò Socrate non stoicamente «impassibile», nel suo carcere, come spesso si legge di alcuni grandi eroi che erano condannati a morte; ma lo trovò, come sempre, buono ed affabile. Era forse un po’ disturbato, in quanto che Critone lo aveva allontanato dal sonno, e pareva quasi voler rimproverare il suo giovane discepolo con quelle parole: — Come, Critone, a quest’ora? È già spuntato il sole? — e pareva volesse dire: — Perchè mi hai tu chiamato alla vita?

— Perchè tu devi fuggire, — dice Critone, — devi salvarti: tutto è pronto per la fuga, le guardie del carcere sono state comperate da noi.

E Socrate disse che non voleva fuggire, e Critone vide la faccia di Socrate distendersi nel suo umile sorriso come se dentro un lume di letizia si fosse improvvisamente acceso.

Critone cominciò a lagrimare. E Socrate cominciò a spiegargli le belle ragioni perchè non voleva fuggire.

Ed è proprio vero quello che noi sappiamo, cioè che Socrate non volle fuggire per non far del male alla sua adorata, unica patria disubbidendo alle sue leggi?

Sì, questo può darsi. Allora non usavano le nostre grandi patrie; ma usavano piccole patrie, le quali si abbracciavano con un’occhiata, e si abbracciavano anche col cuore più facilmente che non le nostre troppo grandi patrie. Ma può anche darsi che Socrate udisse al di là della voce di Critone che supplicava: «Socrate, fuggi!», la voce dell’umanità che diceva: «Socrate, non fuggire; Socrate, per carità, fatti ammazzare!». Perchè è un fatto che l’umanità ha bisogno, ha bisogno, ogni tanto, come l’Orco della favola, di divorare qualche uomo giusto.

E potrebbe darsi inoltre che Socrate avesse sentito in quell’ora tutta la verità di quelle parole inebbrianti che egli già aveva dette ad Assioco: «Da quest’ora in avanti la mia anima desidera la morte».

E potrebbe anche darsi che Socrate provasse in quell’ora quel furente entusiasmo, quella follia che Dante colloca nell’animo di un altro eroe tutt’altro che ingenuo, quando lo sospinge, vecchio, ad affrontare l’immenso mare, ignoto, delle tenebre: «Suvvia, Socrate, facciamo l’esperimento della morte! Scagliamo la nostra vita, con ancora tutte le fiaccole dei sensi vive ed accese, contro la morte!»

Ma che ne sappiamo noi?

Noi sappiamo che egli non volle fuggire e che la mattina in cui, a giorno già fatto, gli amici suoi, Fedone, Critone, Apollodoro, Cebete e altri entrarono nel carcere, per l’ultima volta, vi trovarono già Santippe.

Povera e calunniata signora!

Quante volte abbiamo letto nei libri, nei giornali, che mentre il marito sta per morire, la moglie consulta la sarta sull’abito da lutto!

Ma Santippe, no: ella era nel carcere di suo marito perchè aveva saputo che in quel giorno Socrate doveva morire. Ella non disse: «Oh, finalmente se ne va quel buon uomo».

Ella seguiva il marito.

*

Però la sentenza non potè subito essere coronata dalla esecuzione; passò più di un mese tra la sentenza e l’esecuzione. Ciò avvenne perchè non sarebbe stato legale uccidere Socrate in quel frattempo! Quello era un sacro tempo! Ogni anno una nave salpava dal porto di Atene per portare doni _ex voto solemni pro accepta gratia_, al dio Apollo che abitava l’isoletta di Delo. Ora per tutto quel tempo era per legge vietato di ammazzare. Dopo, sì, si poteva ammazzare! Ma a cagione del mare cattivo e dei sacri banchetti, la sacra nave tardava ad arrivare. Ora finalmente era ’arrivata ed era permesso ammazzare.

Ad Anito e Meleto, all’aristocrazia ed alla democrazia, stava a cuore la più scrupolosa legalità.

Gli ufficiali di giustizia, che erano Undici, si erano affrettati di buon mattino a slegare Socrate, che per tutto quel mese era stato incatenato come una malvagia bestia, e il servo dei magistrati — noi diremmo, il boia — pestava tranquillamente la cicuta nel suo mortaio.

Era press’a poco l’ora lugubre in cui l’_esecutore delle grandi opere_ — come i Francesi, eleganti sempre, chiamano il carnefice — sorveglia al lume delle fiaccole se la ghigliottina è montata a dovere; e si veste l’abito nero: l’ora lugubre in cui gli elettricisti in America provano la bontà della corrente nella sedia elettrica: in cui in altri paesi il boia impiccatore sporge per l’apertura della carcere la sua pupilla per vedere sul condannato di quale lunghezza deve essere la corda della forca. Ai tempi di Socrate non esistevano questi lugubri progressi tecnici e la morte legale era somministrata in una maniera più intima e meno spettacolosa.

Si dava la cicuta.

La cicuta è una pianticella che cresce nei luoghi umidi. Essa è molto simile all’utile prezzemolo e produce una morte — dicono — quasi tranquilla, come quella che spesso avviene naturalmente, quando questo povero nostro cuore improvvisamente si ferma per non riprendere più. Certo non così estetica e tranquilla come la descrive Platone, ma insomma una cosa discreta!

Dunque gli amici entrarono e trovarono Santippe nella prigione.

Ella era venuta di buon’ora insieme con i magistrati, detti gli Undici. Si era levata presto quella mattina perchè aveva saputo anche lei che la sacra nave era giunta. Il più piccino dei figliuoli si era svegliato di soprassalto sentendo che la mamma si levava che era quasi notte, e: — No via, no via anche tu, come il babbo! — aveva detto e poi si era messo a piangere; e allora Santippe lo aveva infagottato alla meglio per non farlo piangere di più e non svegliare gli altri due fratelli che, per fortuna, dormivano.

E per le vie ancor buie di Atene, era corsa alle carceri e aveva veduto entrare i signori Undici. Allora s’era messa a galoppare col suo figliuolo in braccio; li aveva raggiunti e: — Oh, Madonna, oh, Signore, è vero — chiedeva all’uno e all’altro degli Undici — è vero che oggi mio marito deve morire?

— E arrivata infine la sacra nave da Delo, — risposero gravemente gli uomini della legge.

— Andate là, vedete di aspettare, lasciatemi andare da Anito, — chi sa che non gli possa parlare, che non abbia pietà di noi meschinelli.

— La mia buona donna, — disse uno degli Undici — intanto a quest’ora Sua Celsitudine Anito dorme, e poi dite un po’, dove andrebbe a finire il mondo se si potesse così leggermente fermare la spada punitrice della Giustizia?

— Ma infine, — urlò Santippe, — cos’ha fatto questo pover’uomo? Ha rubato? Ha ammazzato? No! Diceva delle cose senza capo nè coda perchè aveva come una fissazione! Eh, se si dovessero ammazzare gli uomini per le sciocchezze che dicono, allora non ci resterebbe neppur più la cria della vostra brutta razza prepotente.