Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 5

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— Signori, — disse Filippo, uno dei commensali, — questo è effetto della danza, esercizio utilissimo e graziosissimo. Io ho il ventre grosso, e voglio diventare grazioso e leggero. Piglierò lezioni di danza. Anche Socrate ha il ventre grosso e pesante e deve ballare, se vuole diventare grazioso.

— Tutti i giorni, o Filippo, — disse Socrate, — sta certo, io faccio in casa esercizi di ballo.

— Così, vedi, convien fare, — disse Filippo. — Tu, fatti in costà, — e accennando alla donna che si scostasse, Filippo balzò dal sofà e si mise a ballare col suo grosso ventre.

Spumeggiò di risa la gioia del convito.

— Da bere, — ordinò Callia.

Tutti avevano gran sete.

— Portate i cratèri più grandi, — ordinò Callia ai servi.

— Callia, se permetti, — disse Socrate, — ordina i bicchieri più piccoli. Il vino è cosa miracolosa come la pianta della mandragora: addormenta il dolore, e sveglia la gioia, come l’olio sveglia la fiamma. Ma in piccole tazze! Noi siamo come la sementa della terra. Se l’acqua diluvia, la sementa marcisce; se invece scendono piogge soavi, ecco tutta la bella fiorita della primavera.

I servi recarono in giro piccole tazze.

Disse per primo Callia: — Io bevo alla Ricchezza, alla mia dolce e docile Ricchezza, dispensiera di libertà. Essa mi concede di onorare con bei simposi, in questa bella casa, con tanti servi, con questo inebriante vino, i cari amici.

Disse un altro dei convitati: — Ed io, o Callia, propino e bevo — perchè tu ci offri questo nobile vino — alla mia grande, vergine, libera Povertà. Divina cosa, amici, la Povertà! Già tu la custodisci senza forzieri, con la dolce negligenza essa fruttifica, il dente dell’invidia non la morde; i figli non ti augurano di andar presto a ritrovare Caronte. Anch’io sono libero, o Callia, io con la mia povertà!

(Queste cose si potevano dire allora quasi sul serio, per tante ragioni per le quali la povertà non aveva l’odore così cadaverico che ha oggi).

Un giovanetto non ancora segnato nel volto di alcuna lanugine, inghirlandata la breve fronte di rose come un nume, fissando Callia con ferme pupille, parlò così per terzo e come devotamente: — Io mi glorio e mi esalto della mia, oh fuggitiva bellezza! la quale mi concede di essere caro a te, o Callia, o unico, o solo mio bene!

(E anche ciò poteva a quei tempi esser detto, se è permessa la contraddizione, naturalmente. Le signore non potevano protestare).

— Permettete allora, signori ed amici, — disse quel tal Filippo, — che anch’io dica la mia. Io mi esalto e glorio perchè son nato buffone. Socrate nostro non può profferire parola che non sia seria; io invece non posso dir cosa che non sia buffonesca. Dire una cosa seria è per me impossibile: come diventare immortale. Socrate dice di sentire l’ambrosia di non so qual Nume o Demone di dentro. Io sento dentro di me un onesto suino che annusa l’ambrosia delle buone pietanze.........

— Ehi, ehi! — interruppe d’un tratto il buffone Filippo. — Si può sapere che cosa fanno quei due laggiù? Ma quella è la danza, diciamo così, del ventre!

Infatti la bella donna ed il giovane aulete, rimasti senza occupazione, avevano per conto loro attaccata una danza, una danza.... Come dire? Un’abbominevole danza: quella che è detta oggi la danza degli Apaches, la danza dei selvaggi che piace anche alla nostra buona società. Io credo che sia una riproduzione dell’antica danza che i due primi selvaggi, Adamo ed Eva, danzarono la prima volta ed ebbe per conseguenza Caino ed Abele: una specie di _tango_.

La donna era di un verismo assai perturbante.

— Smetti, ragazza, — gridò Filippo. — Mi si desta Afrodite, e sorge Eros.

Cosa strana! In tutti si destava Afrodite, ed anche Eros.

E poichè i due smisero, furono mandati via.

— Per Giove, — esclamò Callia, — sapete, amici, che Eros, Amore, è un dio misterioso anche lui! Misteriosa certamente è Demetra; misteriosa è Minerva, ma anche Amore non ischerza!

— E il modo come si manifesta!

— E come è invincibile!

— E come è indomabile!

— Il più giovane ed il più bello degli Iddii, perchè chi può imaginare, signori, Amore non dirò con la barba bianca, ma con la barba?

— E nel tempo stesso, signori, il più vecchio fra gli Iddii, perchè come sarebbe nato Giove se prima non c’era Amore?

— E il più corroborante fra gli Iddii! Più assai di Dioniso di cui poco fa parlava Socrate! Non ci fu che quel vile di Paride, che quando era preso da Eros, si sdraiava sul letto: ma io allora sbranerei i leoni, lotterei coi centauri, coi Lapiti, pur di arrivare all’oggetto che concupisco!

— La più bella istituzione del mondo è Eros!

— La più piacevole!

— La più esilarante!

— Sparsa dovunque: dovunque ci si volta, ecco Amore!

Così dissero i convitati di Callia in lode d’Amore.

*

«Oh, gli indecenti maschi avvinazzati! gli orribili Ateniesi!» — potrebbe qui esclamare la mia ideale signora — «I profanatori, non i lodatori d’Amore!»

«Ecco, signora: io credo piuttosto che tutto provenga da un diverso modo di giudicare l’Amore. Per noi moderni l’Amore è una cosa così complicata, così difficile, così piena di conseguenza! E poi troppo ideale: e spesso l’ideale se ne va, e non rimane, _pardon!_, che il pitale d’Amore.

Per gli Elleni invece era una cosa più semplice. Essi volevano soltanto conoscere che cosa era quel delizioso furore di Eros: un problema scientifico! E perciò i nostri convitati stanno per dire cose un po’ sciocchine, un po’ puerili specialmente per chi è abituato alla nostra così spaventosa psicologia dell’Amore; e, forse, un po’ invereconde: ma tutto il loro discorso non fu inverecondo perchè nella loro mente Eros si presentava come un problema scientifico.

*

Disse, dunque, uno dei commensali:

— Come si spiega, o amici, l’arduo problema che c’è l’amore degli eroi e l’amore, diremo così, dei suini?

— È semplicissimo, — rispose un altro dei commensali. — Afrodite, la mamma di Amore, ha avuto due figliuoli; cioè due Amorini, un Amorino eroe e un Amorino maiale, in quanto che la nobile dea ha creduto di non far torto a nessuno....

— Ma, e perchè, — chiese un terzo, — due putti, uno maschio ed uno femmina, sono a un dipresso uguali, sino ad una certa età: ridono, scherzano insieme; poi viene un bel momento che la puttina trema davanti al maschio; ha paura e fugge; fugge, ma lascia andare tutte le chiome lunghe lunghe per essere presa, e quando è presa, non piange ma ride? Se poi giungono alla vecchiezza, perchè tornano uguali, tornano a giocare in pace innocente ancora, come Filemone e Bauci?

— E perchè, — disse un altro, — questa caccia furibonda e continua; e perchè, questo è ben un mistero! perchè qualche volta avviene che un maschio rincorre un altro maschio; e qualche volta una femmina corre dietro una femmina?

— Oh, — disse un altro, — la spiegazione è abbastanza semplice: Giove quando creò la creatura umana, si pensò di congegnarla nel modo più compiuto e dilettevole; e perciò la combinò per tal guisa che in un solo individuo ci fosse maschio e femmina insieme. In principio, dunque, non esisteva l’uomo e la donna: ma soltanto l’androgìno, cioè l’uomo-donna.

Chi sa come andarono le cose? Giove dice che l’androgìno era prepotente, cattivo ed ingrato. V’è chi dice che Giove si stancò dell’androgìno, nello stesso modo che i gran signori si stancano dello stesso balocco. Il fatto è che Giove si mise a spaccare tutti gli androgìni in due, come si fa con le acciughe, e diceva: Se non siete buoni, vi spaccherò in quattro, ed anche in otto! Ed ecco che, fatta appena questa operazione, la metà maschia si mise a cercare la sua metà femmina, spasimando come tante biscie tagliate. Questa cosa è tanto vera che anche oggi la moglie è chiamata la mia «metà». Ma chi sa dove si trova la sua metà? Ed è per questo che quasi nessuno è contento della sua metà, ma desidera molto di mutare la propria metà, per vedere se trova quella che già combinava con lui. Spesso poi avviene che una metà maschia si attacca ad un’altra metà maschia, ed una metà femmina si appiccica con un’altra metà femmina, tanto è il cieco furore della caccia!

Così spiegò uno dei convitati, e tutti furono soddisfattissimi.

Tutte queste spiegazioni non erano propriamente la verità: ma è necessaria agli uomini la verità quando basta agli uomini una fola?

Ora siccome ognuno aveva detta la sua, così si volle sentire anche Socrate; ed ecco, quest’uomo, dissimile da tutti gli altri uomini, venir fuori, non con un’altra storiella piacevole, ma con una di quelle cose lugubri che si chiamano verità.

— Perdonate, signori ed amici, — disse, — la mia dappocaggine, la mia inguaribile dappocaggine, per effetto della quale non mi è possibile dire altra cosa che non sia la verità. Vi devo dire che cos’è Amore? Amore è una volontà di vivere, un disperato e oscuro bisogno che ogni essere mortale sente di generare la sua immortalità. Perciò ogni essere creato combatte e vive in difesa del suo germoglio, cioè de’ suoi figli, che formano la sua immortalità.

— Ma allora, — esclamò con dolce stupore il giovanetto che si era vantato della sua bellezza, — i miei amori sarebbero riprovevoli amori perchè io non germoglio.

— Allora, Socrate, — disse Callia, — Amore non sarebbe precisamente il Piacere!

— Il Piacere, — ripetè Socrate, — serve per la vita, caro Callia, ma non è la vita.

— Permettimi, caro Socrate, di osservarti, — disse Filippo, — che le tue opinioni sono piuttosto melanconiche e restrittive. Io per me mi sento perfettamente suino o faunico che tu voglia dire; io non ho alcun bisogno di immortalità; anzi ho paura dell’immortalità. Da bere, da bere, Callia, e in grandi crateri, questa volta, anche se a Socrate non pare. Tu ci vuoi far digerire male la gioia del convito!

*

Povero Socrate, così buono e intelligente! Egli non aveva nessuna intenzione di disturbare la gioia di quel convito: era quella malattia della verità!

E chi non beve il dolce vino della favola, ma si ostina a bere l’acqua cruda della verità, corre il rischio di rotolare e far mala fine, come San Francesco gran bevitore d’acqua, che, per contemplare l’alta verità, rotolò dal monte della Vernia.

*

Sul far dell’alba ognuno se ne tornò alle sue case.

Ma Socrate era ancora lì con il suo buon Apollodoro sulla riva del mare.

Parlò allora Apollodoro, che per timidezza mai aveva parlato durante il banchetto.

— Quale splendente verità tu hai detto, Socrate mio, — esclamò Apollodoro con venerazione, — più bella e luminosa dell’occhio del sole che ora sorge e accarezza l’Acropoli.

— Considera, considera, Apollodoro mio, — diceva Socrate, — anche queste altre verità.

— Quali, Socrate?

— Ecco: sai tu, Apollodoro, quanti figliuoli abbia avuto Giove?

— Impossibile, Socrate. Chi li può numerare?

— Vero! I figliuoli di Giove sono innumerevoli. Però osserverai una cosa: che, fatta una sola eccezione per la dea Minerva la quale venne fuori da per sè dal cervello di Giove e non succhiò latte di donna, tutti gli altri figliuoli Giove li ha generati dalle più belle femmine del mondo, tutte bianche, tutte docili, tutte devote, tutte silenziose: Elettra, Europa, Leda, Alcmena! È strabiliante, Apollodoro, ma è così, proprio così! Il termine più alto della bellezza che la nostra mente contempla, è la donna; e noi cerchiamo appunto di procreare nella maggior bellezza per creare la immortalità più bella.

— Sublime verità tu hai detto, o Socrate, — rispose l’estatico Apollodoro. — Oh, ecco che spiego ora a me stesso perchè anch’io, che disprezzo tutte le cose mondane, pure non so staccare questi peccanti miei occhi dalla bianchezza della donna! E anche tu la guardi, Socrate.

Socrate sospirò profondamente.

— Ah, perchè — prosegui Apollodoro — le belle donne allontanano invece lo sguardo da te? Perchè tu, come Giove, non puoi ingannare la loro stupidità, trasformandoti in cigno, in pioggia d’oro, in bianco toro come fece quel Dio? Chi sa quale generazione immortale verrebbe fuori! Altro che Ercole! altro che Achille! altro che Castore e Polluce! Oh, ecco Minerva, vedi, o Socrate, — esclamò Apollodoro, — la divina Minerva dovrebbe congiungersi con te.

— La quale sventuratamente — disse Socrate sorridendo — è nata sterile.

Apollodoro, col capo in giù, pensava alla singolare fatalità che Minerva era sterile, e solo quella bianca oca di Leda fu capace di covare quattro ova per volta!

— Però, — disse Socrate levando la faccia camusa e sorridendo alquanto, — tu puoi generare anche con Minerva!

— Generare con Minerva? — chiese Apollodoro. — E che nascerà?

— Nascerà l’idea! — disse Socrate.

(Beatrice, l’amante di Dante, infatti, non soltanto fu sterile, ma non aveva che due grandi occhi ed un manto; eppure generò la _Divina Commedia_).

— Sublime, generare l’idea! Questa è la grande immortalità! — esclamò Apollodoro.

Ma ora anche Socrate ritornava col capo all’ingiù.

Forse pensava come fosse complicato quel problema di Amore, che egli aveva al banchetto di Callia enunciato un po’ troppo semplicemente. Dall’Amore del suino per la bella suina allo scopo di immortalare la razza dei suini, all’Amore di Dante per la scarnificata Beatrice, è tutta una scala indefinita: ma una femmina è indispensabile: o suina o Beatrice.

Ahimè! forse la fola dell’androgìno valeva quanto la verità enunciata da Socrate!

Essi così si stavano muti sulla riva dell’azzurro mare al mattino, e il sole indorava l’Acropoli, quando Apollodoro esclamò:

— Socrate, guardati! ecco viene Santippe.

— Fuggiamo, figliuolo mio, — disse Socrate.

— Impossibile! Ti ha riconosciuto. Senti già le alte strida?

Era Santippe, infatti. Ella si era imbattuta nella comitiva dei convitati di Callia, che ritornavano in Atene. Aveva chiesto di Socrate e quelli ridevano.

— Maledetti bardassi! cinedi porci! — aveva detto contro le loro risa, ed aveva seguitato a girare per ritrovarlo quel vagabondo di suo marito.

— Eccolo qui, — disse, — che non si accontenta di aver persa la notte; ma anche il mattino! A casa, dico, che tu sei ubriaco fradicio!

E presolo per la mano se lo trascinava dietro a gran passi. — Ma che proprio tutto io, tutto io? io accendere il fuoco? io scopare? e tu in giro a far gozzoviglia, muso da cane?

*

E quando Socrate fu giunto a casa, un visetto, un po’ camuso anche lui, si levò dagli stracci della sua cuna: due occhietti luccicarono, due manine batterono a palma a palma: _File pappos_, Papà mio!

Era il suo ultimo germoglio.

VIII.

Il colloquio fra Anito e Meleto.

Le profezie di Santippe non tardarono ad avverarsi.

— Socrate, — diceva Santippe, — sta a casina tua, metti la testa a partito, chè sei vecchio; chiacchiera meno; se no ti predìco che farai mala fine.

Ma Socrate si era sempre profumato — come già dicemmo — col profumo della verità, e perciò non poteva star zitto.

Qui è indispensabile osservare come Socrate non fu lui solo ad avere questa abitudine: Cristo parlava dall’alto della montagna; Dante parlava dall’alto dei secoli; Campanella portava per emblema una campana, e aveva per motto: «_Non tacebo_, non starò mai zitto!» San Francesco andò scalzo e lacero a parlare davanti alla maestà del Papa; Tolstoi cammina per la neve, con la sua barba bianca, sino ad affacciarsi al nostro occidente e grida: «Io non posso tacere!»

Ora quando si consideri come tutti costoro fecero mala fine, che Tolstoi, che era un signore, morì su la neve, risulta evidente che è assai meglio tenere la fiaccola sotto il moggio e non sopra il moggio: cioè seguire la saggezza del sentenzioso Bertoldo, il quale assicurava che in bocca chiusa non entrano mosche; e Bertoldo fu pure una rispettabile persona, e se morì male fu anzi per eccesso di delicatezze a cui il suo stomaco di bifolco non era abituato.

*

Dunque Socrate era un predestinato a far mala fine. Ma quando io penso che Socrate non fu condannato da un tribunale segreto, coi giudici notturni e mascherati; non fu crocifisso da fanatici ebbri di odio; ma fu condannato alla luce del sole, legalmente, da cento tranquilli cittadini giurati, allora io sono preso da una gioia furibonda, ed esclamo, come in principio: — Oh, Atene luce del mondo, non solo nelle arti, ma anche nella politica!

*

Atene — ci pare di averlo detto — era una repubblica, cioè uno stato in cui tutti i cittadini sono proprietari della sovranità. Ora, siccome la repubblica è quel governo appunto che è fondato sulla virtù, Socrate, il quale vendeva la virtù per le strade, avrebbe dovuto essere almeno presidente della repubblica.

Invece Socrate fu condannato a morte, e appunto in una repubblica democratica. Questa cosa può fare dispiacere alle nostre convinzioni democratiche, per la quale cosa ci domandiamo: Come avvenne questo fatto strano che Socrate fu condannato a morte in una città democratica?

Avvenne perchè Anito ebbe un importante colloquio con Meleto.

*

In Atene, città raffinata, la democrazia costava cara come la aristocrazia. Tutti i cittadini essendo sovrani, aspiravano anche ad una piccola lista civile, cioè a vivere sovvenzionati dallo Stato, tanto che lo Stato dava anche gli spettacoli del teatro gratis.

Il denaro — equivalente sensibile della virtù — era molto ricercato e molto onorato in Atene. E similmente, come conseguenza, avvenne questo, che una volta un re che assediava Atene, invece di bombardare la città, vi fece entrare degli asini carichi d’oro: nessuna cavalcata eroica sortì effetto più bello! Atene fu presa risparmiando vite ed edifici.

Per evitare quest’inconveniente, gli Spartani, che erano aristocratici, fecero coniare certe monete di bronzo da mezzo quintale l’una. Ma ciò non documenta se non la puerilità e la rozzezza degli Spartani, perchè l’uomo, quando si tratta di trasportare il denaro, è più robusto della formica la quale è capace di trascinare un peso circa duecento volte superiore al proprio peso.

Questa è una facoltà che hanno gli uomini tanto in democrazia quanto in aristocrazia.

Ma un inconveniente anche più grave e più speciale di Atene era la facilità con cui gli uomini, forniti di bella voce, arrivavano al potere. E quando si consideri che quasi tutti in Atene avevano bella voce, si capirà anche quanta gara ci fosse e quanta difficoltà nel mantenersi al potere.

Gli Spartani invece non parlavano che a monosillabi.

Questa diversità del modo di parlare fu, nel caso speciale di Atene e Sparta, uno dei motivi per cui i due popoli si guerreggiarono a morte. Ma anche altre diversità, come del colore, del modo di mangiare, di dire le orazioni, ecc., posson essere cagione di guerra. Ecco, dunque, gli Spartani che facevano guerra a morte agli Ateniesi.

E noi possiamo osservare che in tutti i tempi i grandi guerrieri, questi tetri agenti della morte, sono taciturni come la morte. Perciò gli Spartani, che parlavano a monosillabi, furono vincitori degli Ateniesi che parlavano troppo!

L’ultima battaglia navale fu un disastro irreparabile. La bella armata di mare degli Ateniesi, la più bella armata che allora navigasse il Mediterraneo, gloria e scudo di Atene, in un giorno di distrazione e discussione dei suoi capitani, fu sorpresa dagli Spartani, e andò in pezzi.

Per effetto di questo disastro, Atene perdette la sua libertà e gli Spartani vi insediarono trenta Oligarchi, taciturni e sanguinari, che spadroneggiavano in Atene, tenevano chiusi i teatri, non permettevano di parlare e mandavano la gente a casa all’ora del coprifoco.

Socrate anche in quella circostanza seguitò a parlare lo stesso.

Ed allora il capo degli Oligarchi lo mandò a chiamare e con voce cupa gli disse: — Socrate, noi siamo stanchi fracidi dei tuoi discorsi!

Ê molto probabile che Socrate avrebbe fatto già da allora cattiva fine.

Ma gli Ateniesi, piuttosto che stare zitti, preferirono morire, e fecero una rivoluzione. E allora gli Oligarchi, che incutevano tanta paura, ebbero paura e scapparono. E qui diciamo come questo bello spettacolo di vedere i tiranni aver paura e scappare davanti alla rivoluzione, è uno dei vantaggi della democrazia.

Atene, cacciati che ebbe gli Oligarchi, ritornò più democratica di prima, e il presidente della Repubblica, o primo arconte, si chiamava Anito, ed era di professione cuoiaio.

Anito era una rispettabile persona ed era intelligente, prima perchè tutti gli Ateniesi erano intelligenti, secondo perchè le persone che arrivano al potere sono intelligenti. Era anche un formidabile democratico, perchè aveva sofferto l’esilio durante la tirannia dei trenta Oligarchi, e gli interessi della sua conceria erano stati molto danneggiati. Per impedire che la flotta andasse in frantumi una seconda volta, egli aveva provveduto facendo votare una legge che prescriveva che tutte le navi fossero fasciate con un triplice rivestimento di cuoio.

Allo scopo poi di evitare congiurazioni contro lo Stato, Anito ispezionava e faceva diligentemente ispezionare le vie di Atene.

Ora noi sappiamo che Socrate passeggiava per le vie di Atene e vendeva gratuitamente la _noùs_ ai giovani.

Se Socrate avesse sparlato della democrazia e dei cuoiai puzzolenti, oppure avesse deriso il progetto del rivestimento di triplice cuoio per le navi, il sospettoso Anito avrebbe capito subito.

Anito parlava lo stesso linguaggio di Socrate, ma non capì troppo bene. Le orecchie di Anito erano pelose. Ora quando si pensi che frate Egidio e re Luigi il Santo parlavano due diversi linguaggi, e pur si capirono soltanto alle sfavillanti, lagrimanti pupille; anzi l’uno davanti l’altro devotamente si inginocchiò, bisogna ammettere che questo umano linguaggio ha meno valore che non si crede comunemente.

E non soltanto Anito capì poco; ma gli parve che il saluto a lui, presidente della Democrazia, fosse poco reverente.

Alcibiade, nepote di Pericle (un intellettuale molto sospetto!) diceva bensì: «Salute, Anito!»; ma le sue pupille, dall’alto della pura clàmide, giravano così sardonicamente, che parevano dire: «Dove sei, Anito, verme della terra?»

Ed i sicofanti avevano riferito per certe queste parole del giovane Senofonte: «Salcicciai e cuoiai arricchiti vadano pure al potere: ma col voto dei salcicciai e cuoiai soltanto. Noi, piuttosto che dare il voto a simili candidati, boicoteremo lo Stato, andremo volontariamente in esilio.»

«Tutto questo, — pensava Anito, — è effetto della filosofia di quel vecchio. E che è questa filosofia che rende gli uomini indaganti, oltracotanti, ciarlanti, boicotanti, scioperanti?»

Egli non sapeva che cosa fosse la filosofia; ma come uomo politico, cioè intelligente, capì che quel vecchio parlava parole a lui nemiche, e quindi era nemico pericoloso per la democrazia. (E questo di giudicare pericolosi i filosofi è, pur troppo, una qualità tanto delle aristocrazie quanto delle democrazie.)

«Ah, è troppo tempo, — diceva Anito, — che quel vecchio chiacchiera per le vie di Atene!»

E andava considerando fra sè come lo si potesse togliere dalla circolazione.

«Ecco, — esclamò trionfalmente Anito, puntando l’indice contro la fronte, — noi possediamo l’organo legale, l’ostracismo! Blandamente, dolcemente, noi togliamo questo individuo dalla circolazione. Sì, ma dove li troviamo noi tremila cittadini che diano il voto per mandare Socrate in esilio? Per quale motivazione? Perchè parla troppo? Ma allora bisognerebbe mandare in esilio tutti gli Ateniesi! Eppure un motivo ci deve essere!»

Anito, uomo politico, sentiva al fiuto che un motivo c’era. Ma quale? Non riusciva a trovarlo, e perciò si decise ad andare da Meleto, che era l’arconte basileo, e aveva l’orecchio più sottile.

Questo Meleto non era un sacerdote: Atene non ebbe sacerdoti, chè se li avesse avuti, non sarebbe stata più Atene. Era soltanto una mente sacerdotale. Oltre a ciò convien dire che questo Meleto era un eupatrida, cioè un nobile, e lo si diceva un po’ partitante dell’aristocrazia. Ma essendo al potere, ed avendo anche lui approvato il rivestimento di cuoio per le navi, Anito e Meleto — cioè demagogo ed oligarca — si trovavano in buoni rapporti.