Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 4

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La fontana mormorando dolcemente, pareva consentire con lui; e su nel cielo il sole pareva una grande pupilla che lo guardasse. Egli riguardò nel sole, e come un brivido gli passò per il cuore in quel calore del mezzodì. Forse non fu soltanto Sofronisco il padre suo nè Fenarete la sua sola madre; forse anche quello lassù, il sole, Apolline, fu il padre suo.

Ma oramai era già trascorsa l’ora che gli Ateniesi dicevano del mercato vuoto, cioè del mezzodì, quando tutti ritornano a casa.

Ed anche Socrate si avviò, come era usato, verso casa, e tutta la sua mente era infiorata e come inabissata in questi pensieri della vita e della morte. Ma non appena fu giunto in vista della sua casa, sentì la voce di Santippe, la quale era su la porta, e disse: — Tu diventi un po’ carogna, Socrate! Mi sai dire cosa si fa oggi da mangiare? Tu vai via la mattina; non lasci nemmeno un obolo per la spesa e poi quand’è mezzogiorno, eccolo, bell’e fresco come una rosa. Cosa credi che noi campiamo d’aria come le cicale, o di chiacchiere come fai tu? Hai portato almeno qualche cosa da desinare?

Socrate non portava niente da desinare perchè era stato astratto in altre cose, nè aveva lasciato oboli molti per la spesa, perchè ne aveva pochi. Socrate infine non era ricco, anzi egli viveva «in una miriade di povertà», come ebbe a dichiarare.

Disponeva, ben è vero, di un piccolo patrimonio lasciatogli da suo padre, compresa quella sua casetta; ma tutto sommato, stando al computo che fece Senofonte, — uomo pratico di affari, — il suo capitale non arrivava alle cinque mine, che sarebbe come dire cinquecento lire, «al patto però che si fosse trovato un buon compratore».

Di questo capitale egli aveva speso qualche obolo e qualche dramma per comperare, come abbiamo veduto, quel poco di scienza che possedeva: ma nell’esercizio di rivendita non domandava niente. Faceva con tutti come con Assioco, a cui aveva dato così bei conforti per prepararsi a morire. «A me costano tanto» aveva detto, ma non disse, «e tu dammi tanto».

Già, egli avrebbe potuto mandare a Clinia una nota delle sue prestazioni: _Per avere consolato l’anima di tuo padre, venticinque dramme_. Ma come si fa? Come si fa a mandare la parcella per simili cose?

E bisogna dire ad onore di Santippe, che non era lei sola a disapprovare questo sistema gratuito di suo marito. Qualcuno anche degli amici gli andava dicendo: «Ma allora, Socrate, la tua scienza non vale niente, se la dài per niente».

E Santippe continuava: «Mi sai dire dove sei stato tutta questa mattina? A predicare la castità ai passeri? Ad accarezzare i capelli di Fedone, quel vergognoso mistero del sesso che non è nè uomo, nè donna? O sei andato a misurare quanto è lungo il salto della pulce? o a fare gli esperimenti sulle cicale per vedere se le cantano con la bocca o col deretano? Be’, cos’hai guadagnato?»

*

Egli aveva guadagnato meno ancora di frate Egidio, seguace di San Francesco, perchè frate Egidio voleva vivere affaticandosi corporalmente, cioè della sua fatica; e una volta andò a opera a bacchiare noci, e quando le ebbe bacchiate, gliene toccarono tante di sua parte che si dovette levare la tonaca e, legate le maniche ed il cappuccio, ne fece un sacco che tutto riempì di noci. Naturalmente non le vendette frate Egidio, ma con grande letizia le distribuì ai poveri.

Almeno si fosse presentato così Socrate a Santippe, con delle noci, dei fichi, dell’uva da distribuire ai figliuoli, che aveva piccini, e si sarebbero rallegrati di quei doni.

Ma niente!

Che cosa doveva rispondere Socrate a Santippe?

Forse doveva offrirle il banchetto che Santo Francesco offrì a Santa Chiara, che lasciarono sulla mensa il pane corporale perchè Santo Francesco nutrì l’estatica monacella di pane spirituale?

O doveva rispondere come Gesù Cristo: «Guarda, Santippe, come crescono i gigli delle convalli. Nemmeno Salomone in tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi: guarda, come si nutrono gli uccelli dell’aria»?

Ma Cristo — come Santo Francesco — non aveva figliuoli nè moglie che avessero fame; e in caso proprio di necessità, Cristo avrebbe operato la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ma a Socrate non venne mai in mente di operare miracoli, o di camminare su le acque come Cristo, o di risuscitare i morti. E per tutto questo Socrate tacque davanti a Santippe. E quanto a Cristo, poi, sembra che anche Cristo fosse seccato di dovere riposare il capo sopra un cuscino di pietra, mentre gli uomini usano cuscini di lana e di piume.

Io devo credere che Socrate dovesse rimanere assai malinconioso oltre che silenzioso, davanti alle recriminazioni di Santippe.

Perciò io non so come facciano i grandi scrittori a dire nei loro celebri volumi che Socrate _era meravigliosamente esente da bisogni personali_; e meno ancora capisco come i professori delle scuole facciano ai loro scolari tradurre in greco questa stupida proposizione: _Socrate con poche sostanze viveva contentissimo_.

No, non è proprio così, illustri e garbati signori. È un’altra faccenda; è che quando si è «dentro pieni di imagini degli Dei» come era Socrate, i soldi non trovano la via per entrare; ovvero quando si è pieni di imagini degli Dei non è lecito prender moglie per continuare questa stirpe umana!

E Santippe continuava: «Ah, tu vai predicando l’Aretè, la Sofrosine, la Sofia, il Dovere! Il dovere l’ho fatto io che ho tirato su questi figliuoli e li ho nutriti con queste qui! e non li ho mica esposti come fanno le belle signore del tuo cuore! Eh, sì, che il più grande lo meritava d’esser bacchiato: un vagabondo già come te, e che parolacce dice a sua madre! A quello lì dovresti parlare e dirgli quello che gli va detto, se non fossi o un grande impostore o un vecchio rimbambito. Ma se, figlio di un cane, proprio non puoi fare a meno di andare in giro a chiacchierare e hai questa malattia nel tuo sangue infelice, invece di quell’aria melensa «io non so niente, io so che non so niente», e poi dài dell’imbecille, dell’ignorante a tutti che oramai non c’è uno solo che ti possa più sopportare in Atene, fa almeno come Protagora. Anche lui chiacchiera, ma le sue chiacchiere le sa però mutare in tanta buona moneta sonante!»

VI.

Come Santippe ferì Socrate nel cuore.

Santippe lo aveva ferito nel cuore.

Non perchè aveva detto: «O tu sei un impostore, o tu sei un vecchio rimbambito»; ma perchè la buona donna aveva detto: «Fa, almeno, come Protagora!»

Il nome di Protagora era l’ombra della mente di Socrate.

Protagora era, prima di tutto, un signore molto irreprensibile; la sua clamide era fluente, i suoi calzari erano eleganti, la sua chioma era profumata. Socrate, invece, benchè gli piacessero le chiome fluenti, non possedeva la chioma; i suoi calzari erano in uno stato deplorevole, come abbiamo osservato; ed il suo mantello non teneva più i punti, come aveva dichiarato Santippe.

Protagora era un personaggio straordinariamente affascinatore e simpaticissimo; la sua parola scendeva giù per le orecchie di tutti come una musica facile ed uguale.

Poteva forse Protagora sembrare orgoglioso, in quanto che affermava di essere sapiente in ogni scibile e _de quibusdam aliis_; mentre Socrate affermava con quella sua aria melensa, come aveva notato anche Santippe, di non sapere niente.

Si, ma il vero è che Protagora si sarebbe ben guardato dal prendere in giro il prossimo come faceva Socrate e di obbligare la gente a furia di domande, a confessare che anche essi non sapevano niente.

Il linguaggio di Socrate era piano e le sue imagini erano sensibili ad ogni intelligenza. «Ma se io ti comprendo, tu sei uguale a me.» Il linguaggio di Protagora era spesso artificiosamente drappeggiato. «Ma se io non ti comprendo, tu sei superiore a me!» Ma Protagora aveva tutti i ferri del mestiere nel suo arsenale dialettico; tutti, fuorchè l’ironia: ma Protagora era squisitamente gentile, e se egli era sapiente, «Tutti, tutti, signori Ateniesi, ornatissimi signori Ateniesi, potete — diceva Protagora — diventare sapienti come me».

Ah, sì; quel signore fece alle dottrine di Socrate la più implacabile delle concorrenze, e bisogna ben confessare che questa concorrenza dura anche oggi.

Protagora poteva aver press’a poco l’età di Socrate, ma non era Ateniese. Siccome però Atene era la città più intellettuale della Grecia, così vi capitava spesso.

E quando egli vi capitava, non aveva bisogno di sbarcare ad un hôtel, perchè tutti i signori di Atene andavano a gara per averlo ospite nelle loro case.

Egli faceva anche, qualche volta, dei graziosi giuochi di prestigio.

«Intelligentissimi signori Ateniesi, — diceva, — io prendo questa pallina nera che, supponiamo, rappresenta la Giustizia. La prendo con la mano destra, delicatamente così! Passa, passa, pallina! La pallina è passata nella mano sinistra. Adesso prendo la bacchetta magica, dico: un, due, tre! Pallina, scompari! E la pallina è scomparsa!»

Tutto ciò si ripete anche oggi: ma bisogna conoscere il trucco.

Ora il popolo Ateniese era molto giovane. La generazione precedente si era affaticata in una lotta spaventosa: aveva sparso fiumi di sangue combattendo contro una barbarie immane che lo aveva minacciato di soffocazione. Ne era uscito vittorioso, perciò ora amava divertirsi e di imparare i giuochi di prestigio, e il loro piacevole trucco.

Per queste ragioni, tutti quelli che avevano figliuoli, pregavano Protagora perchè desse loro delle lezioni private. Molti che aspiravano alla carriera politica, offrivano grosse somme per sapere fare anche loro bene quei giuochi così graziosi delle palline. I giovani di Atene buttarono via dei capitali per potere imparare a parlar bene come Protagora.

Ed è vero che Protagora era un uomo onestissimo, al punto da dichiarare: «Cari signori, fissate voi la ricompensa che credete di darmi; ma non negatemi la ricompensa, perchè chi mi toglie il denaro, mi toglie l’onore».

Fu allora che il ministro della Pubblica Istruzione in Atene propose a Protagora un grosso stipendio, se si fosse degnato di fissare la sua dimora in quella città. Sventuratamente egli non potè aderire perchè era aspettato in Italia; nelle città d’Italia del sud, e ciò unicamente perchè a quei tempi non esistevano le città dell’Italia del nord.

*

Un giorno Socrate aveva trovato che le strade di Atene erano spopolate. Era arrivato Protagora, e tutti erano andati a sentirlo.

Anche gli amici di Socrate erano andati a sentirlo.

Platone, che aspirava, sino dalla nascita, a diventare sopra tutto un illustre sapiente accademico, era andato a sentirlo.

Alcibiade, che aspirava all’alta politica, era andato a sentirlo.

Socrate non incontrò che Apollodoro, che era un’anima candida; e Fedone, l’adorabile adolescente che adorava Socrate, perchè Socrate gli aveva trasfuso di dentro il divino martirio dell’anima.

— Che tristezza, — diceva Fedone, — a pensare che tu, Socrate, la devi quasi fermare per il petto la gente perchè ti stia ad ascoltare; e quello lì, invece, basta che arrivi in Atene perchè tutti mettano da parte i loro affari per andare alle sue conferenze. Eppure tu dici le cose come veramente sono. Come sono spregevoli e vani questi Ateniesi!

— No, — disse Apollodoro ancor più tristamente. — È che il popolo ateniese è un popolo gaio. La bellezza, l’illusione, la gioia, ecco quello che il popolo ateniese sente: qui tutti sono d’accordo. Ma tu sei melanconico senza fine, Socrate.

— Ma se, amici miei, — disse Socrate, — voi stessi mi chiamate Sileno, il buono, l’allegro giullare!

— No, Socrate! Triste è la tua anima, tristi sono le tue parole. Tu dici di rispettare le leggi della nostra città, ma io sento che tutto l’edificio fabbricato dagli uomini trema con sinistri rumori dalle fondamenta alle tue parole.

— Io sono l’uomo mansueto, — disse Socrate.

— Ma sotto la tua mansuetudine, c’è un terrore di ribellione. Sai che spesso ho paura per te, Socrate?

— Paura? di che? degli uomini? della morte, forse? Temere la morte null’altra cosa è che sembrare di essere saggio, senza essere.

*

Ma così conversando, essi erano oramai giunti alla casa di Callia, il quale aveva l’alto onore di ospitare Protagora. L’atrio era pieno della più eletta società, di Atene: nelle prime poltrone sedevano gli Arconti, e Protagora non era solo, ma aveva con sè alcuni suoi mammalucchi, giacchè il ventre di Protagora era fecondo. Esso seguita a generare anche oggi.

Il silenzio era meraviglioso, tanto che Socrate, Apollodoro e Fedone poterono ascoltare assai bene.

— Socrate? Oh, ecco Socrate! Salute a te, Socrate, — disse, con ben paludata parola, Protagora non appena scorse Socrate in fondo alla sala, — salute a te, Socrate! Anche noi, onorevoli signori Ateniesi, intendiamo, come il vostro concittadino Socrate, informare il carattere e l’intelligenza dei nobili giovani Ateniesi, educarli nelle virtù pubbliche e private. Anche noi adoriamo la verità. Ma dove è la verità? Intelligentissimi signori Ateniesi, se gli Dei non abitassero troppo lontano, se la nostra vita non fosse così breve e così incerta, noi potremmo benissimo sapere che cosa è la verità! Ma non tutti noi, umanissimi uditori, abbiamo, come il vostro fortunato concittadino Socrate, la rara fortuna di possedere un dio suggeritore, un demone buono, nelle proprie tasche. La verità dunque bisogna che ce la fabbrichiamo noi, secondo noi, tagliata sulla nostra misura! Che vale, intelligentissimi signori Ateniesi, possedere l’arco di Ulisse se nessuno lo può tendere? Che vale un grappolo d’uva, se è perennemente acerbo? Una cosa si deve da noi chiamare vera, o signori, in quanto che, messa in pratica, rende. E se non rende, non è verità. E perciò non esiste nel mondo reale una verità unica, ma esistono due verità, tre verità, molte verità, anzi tante verità quanti sono i gusti ed i capricci degli uomini; e così non esiste una sola virtù ma esistono molte virtù. Non esiste un solo Diritto, ma esistono molti Diritti. V’è il diritto dell’agnello; ma vi è anche il diritto del lupo! Esiste evidentemente la virtù di chi muore per la patria; ma esiste anche la virtù di chi canta i morti per la patria, come esiste la virtù di chi si conserva in buona salute per la patria. Esiste certamente, come dice l’illustre cittadino vostro, Socrate, la glandola della coscienza; ma non stimolàtela! Anzi, se avete coraggio, estirpàtela, e canterete tutte le mattine vispi come canerini, e vi sembrerà ogni mattina di tornare gioiosamente a vivere!

Dopo di che tutti, cominciando dai signori Arconti, andarono a congratularsi per la bella conferenza col signor Protagora.

— Ma è evidente, — disse Meleto, l’arconte basileo, che era assai adiposo e rappresentava la suprema autorità religiosa e giudiziaria di Atene, — che se tutti avessero la sola virtù di morire per la patria, chi resterebbe per fare gli elenchi dei morti per la patria, chi resterebbe per fare le commemorazioni e le poesie pei morti per la patria?

Anche Socrate andò a congratularsi con Protagora.

Disse Socrate: — Voi commerciate splendidamente al minuto nei commestibili dell’anima.

— E voi, disse di rimando graziosamente Protagora a Socrate, commerciate un po’ troppo all’ingrosso. Sono partite colossali. Scusate, chi volete che le comperi? Soltanto gli Immortali Iddii le potrebbero comperare. Ma gli Iddii non ne hanno bisogno. Agli uomini, — bisbigliò a pena l’insigne Protagora, — occorre vendere bagattelle, possibilmente piacevoli. E poi, in confidenza, virtù e vizio, rose e cipolle sono tutte produzioni del suolo. Credo che voi soffriate di esaltazioni liriche, Socrate carissimo.

*

Strano! Dal tempo di Protagora e di Socrate i sistemi filosofici si sono susseguiti come le onde del mare: erti di idealità sino alle nuvole, cupi di pessimismo sin giù negli abissi! Gli uomini come tante navicelle di carta, hanno seguitato a ballare su e giù per quelle onde della filosofia, felici di essere giù, felici di essere su.

Non ci fu che qualche individuo stravagante a dichiararsene insoddisfatto, come per esempio Messer Lò, professore medievale nell’università di Parigi, il quale, dopo essere stato sballottato a lungo in cerca della perfetta letizia, finì col dire: _Linquo coax ranis_ (lascio il gracchiare alle rane), e terminò col farsi frate, secondo il costume di quel tempo; come Arrigo Heine, il quale dichiarò che, dopo avere amoreggiato con tutti i possibili sistemi filosofici senza rimanerne soddisfatto, — come Messalina dopo una notte di orgia, — si veniva a trovare sullo stesso fondamento su cui si trovava il povero negro, lo zio Tom.

Ma non c’è dubbio che fra i tanti sistemi filosofici, quello dell’illustre Protagora è il solo che gli uomini abbiano coscienziosamente capito ed anche applicato.

Gli Arconti e i Lucomoni vanno sempre a congratularsi con Protagora e coi suoi mammalucchi.

I servizi di Socrate non furono niente affatto riconosciuti dallo Stato; e quella volta che il Governo si occupò seriamente di lui, fu per fargli bere la cicuta.

*

Certo, Socrate, lui come lui, non ha l’onore di aver costruito nessun edificio, nessun sistema filosofico, anche perchè non gliene lasciarono il tempo, avendogli fatto bere la cicuta.

Di lui non rimase che una pietra quadrangolare di marmo.

Ma io lo vedo ancora col suo melanconico sorriso di Sileno, quel povero figlio di Sofronisco scultore e di Fenarete, la levatrice. Egli sta presso la sua pietra quadrangolare. Io lo vedo ancora. Dal convito d’amore escono gli amici alquanto ebbri e con le rose sfiorite oramai; gli amici e le amiche fra cui stanno le belle cortigiane. Essi vanno a riposare. Socrate va alla bella fontana, si lava e si purifica. Sorge il sole sull’acropoli. Egli riprende il suo dialogo eterno: «Di’, o uomo meraviglioso, vogliamo noi diventare belli e buoni?»

E gli uomini, da tanti secoli, non hanno sovrapposto una pietra su quella pietra.

Ma vero è anche che molti uomini, vicini a noi, dopo l’esperimento della vita, vollero morire per quella terra, ed in quella piccola terra che fu la patria di Socrate, considerandola come uguale al vasto mondo.

VII.

La cena dell’amore.

Non si deve credere però che la buona società di Atene non istimasse Socrate. In questo caso sarebbero stati Beoti, ed essi erano Ateniesi! Certo spendevano più alla bottega di Protagora che a quella di Socrate; ma, oh, buon figliuolo di Sofronisco, come potevi tu pretendere che la gente venisse da te a comperare la _Dike_, la _Enkrateia_, la _Noùs_, quel tremendo esplosivo che è la _Noùs_? Vendere la _Noùs_ per le strade, sono cose, figlio di Sofronisco, che fanno strabiliare! Sono cose che non poterono avvenire che in Atene, la città della giovinezza del mondo.

— Signori Ateniesi, questa merce si vende per nulla. Si vende per nulla, non perchè non sia preziosa, chè la è preziosissima! Ma è che uno dei due sfuma, o il denaro o la merce! — così diceva Socrate.

E gli Ateniesi lo ascoltavano con curioso piacere: naturalmente, non comperavano.

— Se comperiamo codesta merce, — dicevano, — noi temiamo, o Socrate, di diventare brutti come te! — Lo ascoltavano però volontieri: spesso lo invitavano a cena, e mai gli fecero delle beffe: la qual cosa gli sarebbe certamente accaduta se fosse vissuto in _Fiorenza_, la città delle beffe. Naturalmente, quando era invitato a cena, il buon uomo si ripuliva alquanto, perchè la società ateniese ci teneva molto all’eleganza: non però sino al grado di noi moderni, in cui i venditori di eleganza — camiciai, sarti, scarpai, ecc. — costituiscono un sindacato della rispettabilità.

E fu così che un giorno Apollodoro vide Socrate tutto ripulito, e siccome questa cosa gli accadeva di rado, Apollodoro meravigliò forte. Non mancava a Socrate che di essere profumato come costumavano tutti allora indistintamente gli Ateniesi.

Allora non c’era il precetto: «Amate il vostro prossimo!» e si suppliva con quest’altro: «Profumate il vostro prossimo!» E così l’uomo accostando il naso al suo prossimo, sentiva subito qualcosa di piacevole. Ma Socrate preferiva il profumo della verità.

Apollodoro che lo vide così azzimato, meravigliò forte. Apollodoro era un’anima candida e quindi un poco irosa.

— Dove vai, Socrate? Perchè così vestito? Che sollecitudine è la tua di questa pomposità mondana e superflua? Non carichiamo e scarichiamo oggi la _Noùs_, la _Dike_?

— Caro, — disse Socrate, — io, come vedi, mi sono fatto bello perchè oggi sono chiamato a cena da persone che sono tutte belle.

Egli era in quel giorno invitato da Callia, un giovane signore, uno _sportman_ — diremmo noi oggi — il quale aveva vinto il _grand prix_ delle Panatenaiche.

— Vieni anche tu, Apollodoro, — disse Socrate.

— Ma non sono invitato! — rispose Apollodoro, il quale appunto come anima candida ed irosa, era anche anima timida.

— E se non sei invitato? Ti invito io. Una persona per bene è sempre ospitata con piacere da un’altra persona per bene.

Così parlò Socrate, e così si avviarono, lui e Apollodoro, alla casa di Callia.

*

Callia abitava una villetta, un po’ fuori di Atene, sulla riva del mare. Una piacevole passeggiata! E i sandali di Socrate e di Apollodoro andavano allegramente.

Appena Socrate fu in vista della villa di Callia, vide molti e bei giovani che lo attendevano.

Callia si fece incontro a Socrate e lo salutò con queste parole:

— Ben venuto, Socrate: noi ti abbiamo invitato a cena, perchè tu, essendo libero da cure mondane, farai più onore a noi che se avessimo invitato Anito, il presidente della Repubblica, o Meleto il basileo, o qualsiasi altro arconte o generale.

(Mai uno _sportman_ dei nostri tempi sarebbe stato capace di così intelligenti e graziose espressioni!)

*

E quando tutti si furono acconciati ne’ loro divani attorno alla mensa, data l’acqua rosata alle dita, disse Callia bonariamente ai servi: — Fate da voi, ragazzi, e fate le cose per bene, perchè noi vogliamo mangiare e bere in pace.

«Ma, e le signore? non c’erano al banchetto di quel _gentleman_ le signore?» potrà domandare qualche signora, se qualche signora sarà lettrice di questo libro.

«No! a quei tempi le signore erano escluse dai banchetti. Servivano soltanto come decorazione; muta, però.

Ma è imaginabile, signora, Socrate che va alla cena di Callia con Santippe a braccetto? È stato Cristo, signora, che ha introdotto le signore nei banchetti: una marsina nera ed uno scollato bianco, in gran contegno. Gli Ateniesi non usavano nemmeno il contegno, perchè stavano sdraiati sui sofà, ed i fiori, anzichè sulla tavola, erano collocati sulle teste.

«Oh, gli orribili Ateniesi, sdraiati sui sofà senza l’intervento del sesso gentile! Chi sa quali scostumatezze!»

«Pur troppo, signora! L’uomo, o signora, è in alcuni rari casi di tipo apollineo, qualche rara volta di tipo dionisiaco, ma più spesso di tipo faunico, cioè bestia, e allora ruzzola sotto la tavola tanto oggi come allora.»

*

La cena passò lietamente. I piatti erano d’argento e non usava la seccatura di mutarli.

Finita la cena, fu fatta entrare una leggiadrissima giovinetta, vestita di un semplice _kiton_, che null’altro era che un quadratello di stoffa, come un vessillo, ma messo con garbo: allora le Ateniesi belle vestivano tutte così, con molta semplicità; come oggi, che le signore portano certe _toilettes_, come dire? semplici.

Un giovane aulete, o suonatore di flauto, accompagnava la fanciulla.

Questi intonò il suono, e poco dopo, ella, come indolente, slegò e scosse le membra della sua statua: le animò un po’ per volta, poi furentemente, freneticamente. Ora ella, lieve, si trascinava dietro il ritmo dell’aulete che, a fatica, con il collo turgido, la seguiva zufolando.

I signori, sdraiati sui loro sofà, contemplavano.

D’improvviso la fanciulla ricompose le membra della sua statua; cessò la danza: l’aulete potè allora trarre il respiro dal petto profondo.

— Quella fanciulla pare vuota di dentro come la locusta! — disse ammirando più d’uno.