Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 3

Chapter 33,958 wordsPublic domain

— Sai tu quello che il Dio ha detto all’uomo? Dio ha detto all’uomo: io non ti do un volto, non ti do una sede fissa, non ti do una speciale forza o istinto come agli altri animali; ma quello che vorrai, sarai. Tutte le altre cose ubbidiscono a leggi immutabili; tu, uomo, sei nell’arbitrio tuo. Tutto ha confine; ma tu, uomo, lo stabilirai tu il tuo confine. Ti collocai in mezzo al mondo perchè tu vedessi quello che è il mondo. Non ti ho creato nè terreno, nè celeste, nè mortale, nè immortale. Sarai quello che tu vorrai! Tu, tu potrai, se vuoi, degenerare giù sino ai bruti; potrai, se vuoi, trasformarti sino agli Dei....

— Bravo, — rispose l’allegro Ateniese, — e i miei affari allora? Ci badi tu ai miei affari? Dare la scalata all’Olimpo? All’Olimpo della ricchezza, del gran _chic_, eh, eh! ci starei. Ma all’Olimpo degli Dei, oibò, Socrate! Oh, ma guarda, Socrate, Socrate, già che tu mi costringi a pensare anche con la mia testa, guarda un po’: gli Dei poi in fin dei conti cosa sono? un gran _chic_, un gran _snob_. Te lo dimostro subito: noi andiamo a piedi o a cavallo, se abbiamo il cavallo: loro vanno in processione sulle nubi: noi soffriamo qualche volta di indigestione, essi no: essi godono il piacere della guerra, ma evitano la noia di farsi del male o di morire: essi si divertono a mettere al mondo figliuoli, ma hai visto mai Giunone fasciare ed allattare marmocchi o Giove condurli a scuola? «Gli Dei dinanzi al piacere posero il sudore!» hanno sentenziato gli Dei. Bella sentenza! Per i minchioni, però. Hai visto mai un Dio sudare? Mai! Bensì dall’Olimpo loro si divertono a veder sudare gli uomini e dicono: «Oh, gli industri uomini!» Dunque sì, Socrate, io voglio essere simile agli Dei, cioè stare in panciolle, libero di godere e niente lavorare.

— Altri, altri Dei più veri e più grandi.... — disse Socrate.

— Questi li hai tu nel tuo cervello strambo, o Socrate. Va là, non mi far pensare! Sai tu perchè Giove ha quella bell’aria gioviale; è sereno, olimpico, beato, ed è decorato di quella bella barba nero-turchina, con quella capigliatura solida che gli ha appiccicato Fidia? Perchè pensa poco, caro! Perciò non ha mai mal di testa. La sola volta che se la sentì un poco pesante, prese una purga e venne fuori Minerva: una dea, sia detto fra noi, un po’ turbolenta e seccante, benchè sia la protettrice della nostra città.

E colui se ne andava.

*

Colui se ne era andato; ed ecco cautamente un leggiadro giovanetto si accostò a Socrate. Questo giovanetto oltre che leggiadro e ben vestito, era anche molto prudente. Il suo nome era Iscomake. Costui era innamorato di una bella giovinetta, la quale filava virtuosamente la lana nel gineceo, con le ciglia abbassate, accanto alla cara madre.

Ora Iscomake vedeva sotto le grandi ciglia abbassate modestamente della sua cara fanciulla passare un lampo delizioso che gli metteva i brividi addosso, e quel lampeggiare diceva: «Iscomake, Iscomake, sapessi come mi annoio qui, nel gineceo, a filare, soletta soletta, la lana, e come mi è faticoso oramai essere savia, savia, savia, come mi dice sempre la mamma!»

Anche vedeva quel suo bianco piccolo piede nudo, sorretto da un sottile calzare che le dava una grazia ed una venustà senza pari; sentiva l’umido profumo della sua chioma nera e delle sue carni di ambra.

Dunque Iscomake era molto innamorato ma anche molto prudente. Egli perciò, sapendo della grande sapienza di Socrate, gli domandò: — Socrate, faccio bene o faccio male a prender moglie?

E Socrate contemplò con quei suoi occhi la ingenua giovinezza di Iscomake, e disse: — Io dico, Iscomake, che quale di queste due cose farai, tu te ne pentirai.

— Oh, Socrate, — disse il giovane. — quale risposta è la tua! Pensa che i miei genitori e i genitori di lei oramai tutto hanno disposto perchè le nozze avvengano nel più breve tempo, ed io altra cosa non desidero più ardentemente. La mia domanda a te, che sei savio, voleva piuttosto dire questo: «che cosa è il matrimonio? come devo comportarmi verso quella che amo, e come lei verso di me, affinchè noi possiamo condurre una vita felice?»

E Iscomake cominciò a lagrimare, come quegli che vedeva per quella strana risposta un’ombra lugubre distendersi sull’orizzonte della sua vita.

— Io ti rispondo come è veramente: io ti dico, Iscomake, — disse Socrate, — che tu farai male a non prender moglie, e la ragione è questa: perchè la casa dell’uomo senza la donna è infinitamente triste. Il focolare di Vesta, o amico, non arde e non riscalda, se Vesta, la dea, cioè la donna, manca nella casa.

— Ed allora, perchè, o Socrate, io mi pentirò lo stesso se prenderò moglie?

— Perchè tu, Iscomake, credi che il matrimonio sia la soddisfazione del piacere, mentre è la soddisfazione della saviezza.

— Oh, per questo, Socrate, — disse Iscomake, — sta pur sicuro che i miei genitori mi hanno allevato bene: mio padre mi ha sempre detto: «il tuo dovere, Iscomake, è di esser savio».

— Bene, Iscomake. E la tua sposa? È savia anche lei?

— La madre di lei, — rispose Iscomake, — le ripete sempre: «il tuo dovere, figliuola, è di essere savia».

— Sa tessere e filare?

— Sa tessere e filare.

— Docilmente e silenziosamente?

— Io credo di sì, Socrate.

— Hai osservato anche se per caso non abbia disposizione a consumare in un mese quello che deve bastare per un anno? a comparire più bella di quello che è, perchè il matrimonio — bada! — è anche la società di due corpi!

— Ha quindici anni soltanto, Socrate. Ma io credo che sia massaia, silenziosa, docile, modesta. Però ti dico che a tutte queste cose non ho mai pensato. Ad ogni modo io farò come fanno tutti gli altri Ateniesi che hanno moglie: provvederò che le serrature del gineceo chiudano bene.

— Sì, ma questo che si usa in Atene, non è, o Iscomake, il matrimonio come fu stabilito dal Dio che ha costruito il mondo, — disse Socrate.

— Che cosa ha stabilito il Dio, quello che tu chiami il costruttore del mondo?

— Ha stabilito che il matrimonio fosse una specie di giogo, o tiro a due, rappresentato da un uomo e da una donna. Ti spiegherò meglio: una società mutua in cui le condizioni dei due contraenti, cioè dell’uomo e della donna, siano perfettamente eguali e squisitamente leali. Il contratto non sarà leale, se, per esempio, la donna cercherà di apparire più bella col lavorarsi la faccia, o più affascinante col camminare sopra un paio di sandali alti!

— Ed anche se io sono più ricco di lei, lei sarà uguale a me? — domandò Iscomake.

— Anche, Iscomake! Se lei saprà meglio di te amministrare questa società del matrimonio, lei sarà superiore a te. E se la donna sarà migliore dell’uomo, tu sarai ben felice di esserle servo e cavaliere.

— Ma questa cosa non si è mai sentita dire, che la donna sia uguale all’uomo, — disse Iscomake.

— Eppure è proprio così, — rispose Socrate. — L’uomo e la donna sono stati fabbricati con le stesse facoltà, e per questo non si distingue se sia superiore il genere maschile o il femminile. La differenza consiste in questo, che i due sessi non sono adatti per le stesse cose: anzi il Dio punisce l’uomo che fa opera da donna, e la donna che fa opera da uomo. L’uomo è più adatto per le cose esterne; la donna, per le cose interne. La donna ha più affettività, una attività più solerte e minuziosa, un senso di previdenza del pericolo. Alla sua volta l’uomo è più forte ed ha il dovere della intrepidità e della difesa. Perciò i due sessi si completano in quanto l’uno ha bisogno dell’altro.

— E quando la donna diventa brutta o vecchia, — domandò Iscomake, — non la ripudierò io per prenderne un’altra più bella e più fresca?

— Quanto più la donna — disse Socrate — sarà buona compagna, custode di te, dei figli, della casa, tanto più la onorerai, perchè i veri beni si acquistano non con la bellezza, ma con la virtù.

— Ma allora il matrimonio è un esercizio di virtù, — disse Iscomake, molto avvilito. — E tutto questo sacrificio, perchè?

— A vantaggio del genere umano, — rispose Socrate. — Il piacere serve per la vita, ma non è la vita.

Ora Iscomake aveva poco più di vent’anni. Egli aveva pensato a portarsi a casa la sua adorabile giovinetta, e non a lavorare per il genere umano.

Era il volto di Iscomake assai triste e avvilito, nè sapea che rispondere, quando improvvisamente esclamò:

— Ecco, ecco, anche tu, Socrate, ti volti e la guardi!

In quel punto passava Cleonetta, la bella etèra che era stata agli studi nell’isola di Lesbo, ed ora era venuta in Atene a vendere rose; e profumo di rose e di muschio sfuggiva dalla sua persona, come da un’anfora.

— Che mi guardi anche tu, figlio di Sofronisco? — disse la bella etèra. — Sta in pace, Socrate, la deliziosa taràntola non morderà al tuo vecchio cuoio!

*

Che cosa abbia poi deliberato il giovanetto Iscomake, noi non sappiamo e ci interessa ben poco. A noi importa di assicurare che il discorso su riferito non è per niente una nostra invenzione: ma è autentico. Esso dimostra che razza di complicazione fosse fin da allora il matrimonio nella mente di quel giudizioso filosofo!

Ah, se invece di un Dio, grande Architetto dell’Universo, fosse stata una Dea, la Architetta, le cose sarebbero passate più semplici e meno melanconiche!

Ma una cosa a me sta a cuore di notare in questi ragionamenti di Socrate ad Iscomake intorno al matrimonio, ed è la questione dei calzari, che noi diremmo delle scarpette.

Si tratta di una seria questione, perchè Socrate dice: «il contratto fra l’uomo e la donna non sarà leale se la donna cercherà di apparire più splendente col tingersi la faccia, o più dominante ed affascinante camminando sopra un paio di sandali alti».

Ora è il vero che un paio di pantofole — invece delle scarpette — rendono una donna antiestetica, e non è questa una scoperta — come ben si vede — fatta ai nostri tempi!

E generalmente accade che una donna preferisce apparire sleale piuttosto che antiestetica per colpa delle pantofole.

Tuttavia è indiscutibile che le pantofole hanno, sotto un certo aspetto, un pregio molto superiore alla questione della lealtà: esse non fanno rumore!

Imaginiamo una moglie che passi come un crotalo da una stanza all’altra, battendo sul pavimento i tacchi alti delle sue scarpette; e un’altra moglie invece che si muove silenziosamente, monacalmente silenziosa entro due pantofole....

Ah, sì! io lo so: un’anima giovane di uomo rimane atterrita da quelle pantofole: egli sogna due tacchi alti in due scarpette lucide. E dato il caso che possano far rumore, ci stende sotto una processione di viole e di rose, o più semplicemente un folto tappeto d’oriente. E dopo le scarpette, sogna due mani carezzevoli ambrate e profumate, che sono il prolungamento tattile di due braccia tenere e poderose insieme, le quali — quando lui torna a casa con la bocca un poco amara per avere mangiato le prime foglie secche della delusione — gli si avviticchiano dietro le spalle; e le mani soavi gli si posano sulle guance, poi sugli occhi. Una voce adorabile dice intanto: «Mi conosci, amore? Chi è? È la tua adorabile sposina?» E spesso le lebbra umidette e ristrette si allungano, si applicano sul volto dell’uomo in un’azione benefica, e, dirò così, antiflogistica, come fa la sanguisuga che porta via le acrità e il mal calore del sangue.

Io ho visto questa semplice e deliziosa scena ripetuta molte volte sui teatri da alcune nostre graziosissime attrici, per le quali la menzogna è piacere e insieme dovere professionale: e devo confessare che in verità erano meravigliose operazioni allo scopo di rinfrescare l’uomo dopo il calore della battaglia quotidiana.

Dopo ho veduto l’uomo alzarsi, scuotersi, buttare quasi a terra le scaglie del dubbio, della tristezza, dell’abbattimento: balzare in piedi rinnovato di fronte alle lotte della vita, come se avesse dormito dodici ore di sonno riparatore. Egli esclama: «Adesso mi sento forte!»

Questo spettacolo è attraente e seduce non soltanto i giovani, ma anche i vecchi spettatori; e chi ha di già preso moglie e questa si è fatta acida e matura, sogna di procurarsi una seconda moglie o qualcosa di equivalente, con cui ripetere questa cura igienica ed insieme patetica.

Nella realtà della vita questo spettacolo bellissimo si ripete come sul palcoscenico: ma con meno frequenza.

Il giovane, ahimè, dimentica che le rose e le viole fioriscono in tempo di primavera; che i tappeti orientali costano caro; e che quello spettacolo che abbiamo descritto, riesce bene, se esiste anche un’abile cuoca che sopraintenda alla cucina.

Se queste ed altre condizioni non si mettono insieme, l’esperienza a lungo andare riesce col non riuscire più bene. Anzi non soltanto non riesce affatto; ma può accadere di vedere quelle care labbra, già socchiuse ai baci, ingrandirsi smisuratamente, come in un’antica maschera tragica, ed in cambio delle parolette flautate, sgorga un torrente di male parole, di recriminazioni amare, triste seme di frutti più amari.

Ma gli uomini, con tutto questo, seguitano ad andare in cerca di quelle donne che portano le scarpette lucide, coi tacchi sovrani; ed anche Socrate, dopo il saggio discorso, si era voltato a contemplare Cleonetta, la bellissima etèra.

IV.

Socrate e la Morte.

Socrate col lungo naso fiutava la scìa dei profumi che lasciava dietro a sè Cleonetta, quando ecco un altro giovane di nome Clinia, figlio di Assioco, che accompagnato da un amico e dal suo maestro di musica, corre per le vie di Atene: — Socrate, Socrate, — grida, — dove è Socrate?

Lo trovò alfine. Egli era presso all’Ilisso, dove sgorga la Bella Fontana. Allora Clinia, riempiendosi gli occhi di lagrime, disse: — Ora è tempo, Socrate, di mostrare coi fatti quella sapienza che tu lodi sempre. Non sai? mio padre è in fin di vita: egli che poco fa si rideva di quelli che hanno paura della morte, ora è disperato! Vieni, vieni tu a confortarlo, così che egli senza lamenti, si avvii al suo fato, ed io mostri di essere anche in ciò pietoso figliuolo.

E Socrate, levandosi, disse: — Tu non chiederai inutilmente a me cosa alcuna che sia giusta; ma questa poi è santa! — E si affrettò verso la casa di Assioco. Come vi arrivarono, videro costui il quale giaceva nel letto ed era molto disperato perchè doveva morire. Assioco era stato, come noi diremmo, un lottatore della vita, un uomo politico. Ma allora era assai languido ed afflitto, perchè doveva assolutamente morire.

Socrate, appena lo vide, così gli parlò: — Oh, ma cosa è questo, Assioco? Come? tu che ti sei sempre mostrato valoroso nei finti combattimenti, adesso hai paura di quelli veri? Ma non sapevi tu che la vita è come una peregrinazione, un passaggio? No, non è da uomo nè da Ateniese lamentarsi così.

— Belle parole, Socrate, — rispose Assioco faticosamente, — ma non valgono un fico secco: io ho paura, capisci tu?, quando penso che fra poco sarò senza luce e privato di tutti i miei poderi e delle mie ricchezze, e mi sentirò trasmutato in putrefazione ed in vermini; e questo avverrà in qualunque luogo mi mettano. Sai tu che è orribile?

— Ma tu parli, Assioco, — disse Socrate, — come se dopo morto avessi da tornare ancora vivo! Di’ un po’, Assioco, al tempo del governo di Dracone soffrivi tu qualche male? No, perchè tu non eri ancor nato. Bene, così tu non soffrirai nessun male dopo morto. Dove vuoi che trovi posto il male, se tu non ci sarai più?

— Ma è — ripeteva Assioco — che io voglio bene alla vita e che adesso soffro per il dolore di vedere distrutta la mia vita!

E allora Socrate cominciò, per confortarlo, a raccontare tutti i mali della vita: «Gli Dei filarono ai mortali una dolorosa vita, perchè nessun animale è più miserabile dell’uomo fra quelli che respirano l’aria e strisciano per terra».

E siccome Assioco era stato uomo di governo, e Atene era una città democratica, così Socrate gli parlò di tutti gli inconvenienti della democrazia, come io credo avrebbe parlato di tutti gli inconvenienti della aristocrazia, se Atene fosse stata una città governata a tirannide. — Tu, mio caro, — diceva Socrate, — sei stato come un balocco in mano della plebe: oggi applausi, feste, carezze: domani sei stato fischiato, esigliato, scomunicato. Ti pare? È una bella vita questa?

— Sì, sì, — dice Assioco, — questo è vero. Quel cervello balzano di Aristofane che disse male di tutti, in fine non aveva torto quando satireggiò il Demos; ed io lo so, che ci sono stato dentro. Chi si accosta al popolo è molto più miserabile di lui. Ma anche con tutto questo di morire non ne voglio sapere: io voglio invece diventare vecchio, molto vecchio; ma non morire.

E allora Socrate cominciò dolcemente a persuaderlo che diventar vecchi è una cosa anche più brutta che aver da fare col popolo. — La Natura, vedi, Assioco, ci ha dato la vita come fosse un prestito. Un’usuraia, sai, è la Natura! Se tu non sei disposto a restituirle il suo prestito, cioè la vita, lei te la ipoteca, ti mette le mani alla gola, ti porta via la vista, l’udito. Tu resisti? e lei ti rende paralitico, brutto. Tu resisti ancora? e lei ti rende imbecille come un bambino. Ecco perchè molti vecchi sono come bambini. Credi, Assioco, che la partenza da questa vita non è che un passaggio da un male ad un bene, tanto è vero che gli Dei liberano molto presto dalla vita quelli che essi amano.

— Bravo! — sospirò con amaritudine Assioco. — E allora tu che sai tutte queste belle cose, perchè stai al mondo? perchè non muori anche tu?

— Caro, è qui l’errore, — disse Socrate. — Ma io non so che poche cose, e le più comuni, che sono quelle che ti ho dette. Queste poche cognizioni che io possiedo, le ho comperate da un gran sapiente, che però, bada, se le faceva pagare. Niente per niente. Per alcune cognizioni voleva otto oboli, per altre due dramme; alcune non le cedeva che a quattro dramme l’una. Io ci ho speso tutto quel po’ che mi lasciò il mio povero padre. Ma credi, che ne sono contento, perchè da ora innanzi, o Assioco, la mia anima desidera la morte.

— Be’, contami un po’ su, — disse Assioco, — perchè la tua anima desidera la morte.

E allora cominciò Socrate a dire il sogno delle meravigliose parole. Oh, allora quale olio santo egli recò al morente!

Oh, preti; oh, preti, che al morente ripetete le lugubri parole di non so quale enorme peccato, ed impassibili compite i gesti macabri col crisma, leggete di Socrate, e interpreterete meglio Cristo, redentore nostro!

Perchè Socrate apri le sue labbra e disse: — Oltre alle cose che ti ho dette, vedi, Assioco, vi sono molte e belle ragioni per credere anche nell’immortalità dell’anima. Ma ti pare che una natura mortale avrebbe potuto levarsi a tanta altezza da domare le belve, passare i mari, conoscere il cammino del sole e delle stelle, fondare le città, gli stati, tramandarne la memoria, se non ci fosse in noi uno spirito immortale? Io credo proprio che tu non andrai verso la morte, ma verso la immortalità, o Assioco! Perchè tu devi sapere che l’anima, essendo sparsa per i pori del corpo, si trova come imprigionata in questa materia, e perciò desidera di ritornare al suo luogo proprio, al suo principio, così che non appena ti sarai liberato da questa composizione corporale, tu ti troverai immerso nell’eternità, cioè in una nuova vita senza dolore e senza vecchiaia, dove tu potrai contemplare tutta la verità, viva e fiorente, e potrai ragionare sul serio, mentre sino a qui tu hai ragionato, o per far piacere alla moltitudine o per metterti in bella vista. Consòlati, dunque, consòlati, Assioco: non c’è posto per la morte, perchè non c’è un atomo che essa possa ridurre in niente.

Ma ad Assioco poco importava della prigione del corpo dove si era sempre trovato abbastanza bene, e meno ancora della verità fiorente: voleva sapere di preciso quello che sarebbe accaduto di lui personalmente; e allora Socrate gli parlò della geografia di oltretomba, cosa molto incerta anche allora, cioè di certe beate isole dove vanno a finire i morti.

— Queste beate isole lontane sono circondate dal profondo oceano. Tre volte all’anno la terra ferace matura di per sè rigogliosi frutti e dolci come il miele. Le anime dei morti vi soggiornano libere da ogni affanno. Ma bada, Assioco, che prima di arrivare a quelle isole, si va in una pianura chiamata il luogo della verità perchè lì ci stanno i giudici, e bugie non se ne possono dire, nè i giudici si possono comperare come in Atene. Se nella vita sarai stato buono, o Assioco, se sarai vissuto piamente, allora essi ti imbarcano per quelle isole che si chiamano Fortunate: la primavera lì non finisce mai, gli alberi sono pieni di frutta, vi sono banchetti, danze e molti altri divertimenti, come mi disse un mago che mi ha insegnato tutte queste cose.

*

Quest’ultimo genere di discorso consolò Assioco più di ogni altro discorso.

— Se è così, quasi quasi mi fa piacere di morire, — disse, — benchè morire sia in tale caso un termine improprio, non ti pare, Socrate?

— Ma certamente! Noi non moriamo; noi andiamo all’immortalità.

— E allora senti, Socrate: torna dopo mezzogiorno a ripetermelo un’altra volta questo bel discorso. Adesso mi metto qui quieto! — E le palpebre gli scesero giù, e Assioco vide il suo viaggio verso le Isole Fortunate, con tutte quelle belle cose che lo aspettavano di là. Peccato che ci fosse quella pianura della verità; ma sperava di cavarsela abbastanza bene. Del resto, poi, tutto il mondo è paese, e i giudici di quella pianura era probabile che fossero anche loro un po’ come quelli di Atene, cioè gente da bene con cui non è difficile venire ad onesti accomodamenti.

Stette un po’ Socrate riguardando silenziosamente, quando Assioco si riscosse e domandò:

— Credi tu, Socrate, che sia necessario molto denaro portare nell’Ade?

— Non credo.

Assioco volse, consolato, uno sguardo verso il forziere dell’oramai vana pecunia.

*

Socrate uscì piano piano dalla camera di Assioco, e additò il morente, ora tranquillo e sopito, a Clinia; e dopo alquanto si ritrovò ancora presso l’Ilisso, alla Bella Fontana, che era un luogo fuori di porta.

V.

Questioni molto serie proposte da Santippe a Socrate.

Ed era oramai il mezzodì.

Volgendo gli occhi in alto, si vedeva sul vertice enorme del Partenone la gran figura bronzea di Pallade folgorante nel sole, erta sopra tutti gli Dei, tutta chiusa nelle armi; il divino suo volto e l’asta protesa contro ogni barbarie.

Socrate, seduto presso la fontana, pensava al padre suo che fu un uomo buono, ed alla madre sua. Ambedue erano morti da molto tempo, ma egli li rivedeva presenti ancora, al di là della morte.

E la bella fontana mormorava nel mezzodì.

Suo padre era stato uno scultore e si chiamava Sofronisco; la madre sua si chiamava Fenarete, ed era stata una levatrice. Ebbene, egli proseguiva nel mestiere del padre e della madre: era uno scultore di anime ed un alleviatore del dolore umano, come sua madre, la levatrice.

Pensava anche alle fole dette ad Assioco, a quelle improvvise, strane parole che gli erano venute su dal cuore: _Oltre a ciò sappi, o Assioco, che molte e belle sono le ragioni le quali mostrano la immortalità dell’anima_; e non sapeva più se quelle erano fole o realtà. Il rombo delle sue parole al morente gli durava ancora nel cuore. Dolce è il profumo d’ambra e di rose che sprigionava il corpo di Cleonetta: dal disfatto corpo di Assioco già si diffondeva il lezzo della morte. Misteriosi sensi! Eppure vi doveva essere una resurrezione; un divino eterno ritorno!

Il sole faceva splendere la non lontana marina. Lontano, lontano, in più lontano mare, ecco apparire le Isole Beate; e sul prato dell’asfodelo sotto il gran verde di belle piante, sorridevano coloro che piansero in vita; quelli che qui soffersero per ingiusto giudizio, erano colà da più veri giudici consolati.

Felicità inconcepibile! E allora Socrate ripetè a sè stesso quelle parole che poco prima aveva dette ad Assioco: «Da quest’ora l’anima mia desidera la morte!»