Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 2

Chapter 23,979 wordsPublic domain

«Nessuna cosa, piccola _musmè_, è più dannosa alla pace domestica della vostra loquacità; e il non sapere cuocere il riso a puntino, è un giusto motivo per ripudiarvi!»

E la piccola _musmè_ risponde con le manine in croce e gli occhioni abbassati:

«Onorevole marito, sì! Le vostre parole sono tutte onorevoli verità, e le vostre azioni sono tutte onorevoli azioni!»

*

A questo punto fu da me udito un crepitare di sibili e di metalli. Mio Dio, Santippe si destava, Santippe parlava! Non avevo io con me preso Santippe?.

Gran Dio, a quanti pericoli si espongono i pacifici uomini di studio nei loro esperimenti!

Santippe parlava, e parlava appunto così:

«Infame razza prepotente, ipocrita, di uomini! rimasta tal quale! Ah, a voi torna comoda la donna, oca di Strasburgo e ingrassata pel vostro egoismo! A noi le gravi cure! Noi siamo uomini! — Tu torna, o donna, all’ago e al pennecchio infra le ancelle; e ti ricorda che niuna cosa rende più brutta la donna come la inverecondia. E poi le vanno a cercar fuori le donne con gli occhi cerchiati di inverecondi pallori! Sii massaia, o donna! E sono capaci di far soffrire la fame in casa per far baldoria con le baldracche!...»

«Oh buona donna, — io dissi, — se tu puoi parlare, parla. Ma di una cosa ti prego: non parlare così. Tempera la voce; fa pausa ogni tanto! Qualunque cosa tu dica, dilla con voce soave, senza irruenza. Tutto è tollerabile, forse, dalla donna quando avviene soavemente.»

Oimè, ella non poteva far pause, la sua voce si alimentava con la sua voce, ed io cominciai a sentirmi male, e mormorai con Cristo: Perdona a lei che ignora la sua spaventevole voce! Però che sistema nervoso straordinario e perfetto deve aver avuto Socrate!

«Maledette le vostre lusinghe, — proseguì la irritante voce di Santippe, — che ci hanno ridotte a questo stato di servitù! Noi siamo state troppo buone, troppo generose di cuore, ed ecco la ricompensa! Noi siamo uguali a voi!

Sapete voi che in origine eravamo forti e pelose anche noi come voi? I figliuoli, si è vero, li facevamo noi; ma quando eravamo stanche di allattare i marmocchi, li davamo all’uomo, e dicevamo: «To’, allatta tu,» e andavamo fuori di casa a caccia dell’orso anche noi.

Poi, per compiacervi, siamo rimaste in casa; per compiacervi ci siamo profumate col paciulì, abbiamo fatto la voce di flauto, i piedini piccoli, e vi sono anche oggi delle donne che non stanno in piedi, se non sono appoggiate ad un maschio. Maledetto lo specchio di Venere! Oh, ma noi lo romperemo e allora vedremo chi vale di più! Che diritto, che diritto aveva il poeta Archiloco sopra le figlie di Licambe, che non ne volevano sapere di lui? E lui perseguitarle coi suoi versi, finchè le poverette, disperate, si impiccarono?»

Così parlò Santippe.

Or bene, prescindendo dalla voce che offendeva il mio sistema nervoso, non posso negare che nelle parole di lei v’era qualcosa che impressionava quel delicatissimo sentimento della giustizia che per mia sventura possiedo.

Io non so se la donna fosse nei tempi preistorici pelosa e guerriera: le più antiche memorie storiche risalgono ad Eva, la quale era bianca e la prima cosa che fece, dopo aver perso il pudore, fu una _toilette_ con la pianta del fico: e quanto alle lusinghe ed al programma di creare una nuova morale frantumando lo specchio di Venere, io credo che sia impossibile. Ne è prova la signora Curie, la quale dopo essere diventata grande scienziata, dopo avere scoperto il radio, pur non essendo così giovane nè così bella come Eva, non potè sfuggire alle seduzioni di Venere e sedusse o si lasciò sedurre da un suo collaboratore di gabinetto.

Certo è che alcune delle osservazioni di Santippe erano impressionanti; e non si può affermare che l’uomo sia stato eccessivamente logico. Vediamo un po’:

Ha detto l’uomo:

«Amami, o donna, senza di te l’universo è vuoto, il sole è tenebra. Un bacio, un bacio, un bacio per carità!» E pareva che senza quel bacio non potessero addormentarsi, poveri uomini, non potessero neanche morire, come i bimbi che domandano il bacio della mamma. Ed ella fu compiacente e gentile: si attorcigliò la chioma, o se la lasciò cader giù sulle spalle, secondo i casi: imparò a dare i baci, a languire con gli occhi chiusi, come morta, e diceva all’uomo: «Va bene così? O devo prendere un’altra posizione?» Dopo avere imparato i baci, imparò a fare l’infermiera. Spesso l’uomo giungeva a casa ferito o ammalato, e allora quelle mani che gli si erano attorcigliate al collo al tempo dei baci, se le sentì posare come un balsamo su le sue ferite; e le pupille che si erano chiuse nel piacere dei baci, egli le sentì sopra di sè vigilanti e materne. Non basta; ma spesso il focolare dell’uomo era spento e lo ha ritrovato acceso; la sua casa era vuota, e la presenza di lei sola, la donna, bastò a renderla piena e consolata.

E poi dopo tutti questi benefici, hanno avuto il coraggio di dire alla donna:

«Ah l’impudica! Torna all’ago e al pennecchio.»

E i dominatori del mondo? Noi li abbiamo, visti troppo spesso ai piedi di lei.

E i santi della Chiesa non hanno fatto lo stesso come gli altri uomini? Un giorno hanno detto alla donna: «Tu sei Maria Vergine Santissima!»

Un altro giorno, stralunando gli occhi, hanno detto «Tu sei il demonio in figura di Venere! Fuggite, fuggite la demoniaca, la insaziabile!» Ma in verità non fuggivano. Gridavano come i passeri attorno alla civetta.

Ed è altresì vero che tutto il lavoro del mondo se lo è preso lui, l’uomo: alla donna niente!

«Alla donna, con la scusa che non capiva, le si vietò persino di affacciarsi alla finestra e di contemplare il creato!» — gridò Santippe.

E i poeti? Sono poco illogici i poeti?

Essi hanno celebrato continuamente i denti, gli occhi, i capelli ed altre cose della donna.

«Mai la nostra intelligenza, mai il nostro cuore....»

«Sì, signora Santippe, qui posso convenire con lei! Francesco Petrarca impiegò tre lunghe canzoni per lodare gli occhi della sua donna....»

«Che dovevamo noi celebrare, la barba, i piedi dell’uomo?» gridò ancora Santippe.

«Sì, signora Santippe; ed io non escludo che la donna lusingata da tutto quel gorghèggio abbia avuto come una spinta ad ingrandire gli occhi, ad allungare i capelli, a cambiarli di biondi in bruni e viceversa, ad impicciolire i piedi, ad affusolare le mani, e specialmente a prendere quell’aria di bambolina, profumata di paciulì e con la voce di flauto, che costituisce, anche nei tempi nostri, la qualità che l’uomo stima di più nella donna. Ammetto tutto questo e convengo che Archiloco ebbe torto, signora, e fu un prepotente.

Potrei recare altro esempio di torti e di prepotenze in poeti posteriori, anche più grandi di Archiloco. Per esempio, Dante.

Una signora gli disse di no, e Dante che cantò l’universo, perdette la sua calma e chiamò quella donna, _ladra, scherana, micidiale, insensibile pietra_, e che la voleva pigliar per le trecce bionde, e darle una coltellata nel cuore; ed il Leopardi, un santo oltre che un filosofo, non perdette gran parte della sua filosofia quando una bella donna gli disse ridendo «Caro conte, no!»?

Così io parlai per amor di giustizia ed anche per acquetar Santippe, la quale nei ventitrè secoli da che era all’inferno, mi pareva che fosse diventata assai intelligente e saccente; quand’ecco, quei due nomi del Leopardi e di Dante, proferiti come a caso, mi spalancarono per così dire le porte del pensiero, e vidi una terribile visione. Allora non mi seppi più frenare, alzai anch’io la voce, e dissi:

«Sta però il fatto, signora, che voi, Santippe, siete stata la tormentatrice degli eroi, o almeno degli eroi metafisici; e specialmente degli eroi che presero moglie. È una schiera infinita; è una legge costante! Udite, udite, o Santippe:

Ercole ebbe una moglie chiamata Deianira che regalò a suo marito una camicia avvelenata. Deianira era Santippe; il saggio Minosse ebbe una moglie chiamata Pasifae che regalò a suo marito quel mostro chiamato Minotauro; Eschilo, il gran tragico, ebbe una moglie tremendamente Santippe, che gli mutò la dolce vita in tragedia; Marco Aurelio, il più savio degli imperatori, ebbe una moglie che non nominerò, ma Santippe certamente; Sady, gran poeta persiano, ebbe una moglie ricca, ma Santippe, che non gli lasciò aver bene un giorno solo della sua vita. Passando poi al nostro occidente e ai nostri tempi, io potrei compilare un elenco non meno lungo di eroi: da Martin Lutero a Leone Tolstoi, che ebbero mogli Santippe, cioè fecero un’orribile attraversata della vita. Fra gli eroi, che io ricordi, non ci fu che Cristo a salvarsi; Cristo ai cui piedi insanguinati Maria di Magdala versò tutto il nardo prezioso che possedeva, contro il parere di Giuda che voleva specularci sopra favorendo i pezzenti. Ma è pur vero, signora, che Cristo non sposò Maria di Magdala. Chi sa come sarebbero andate le cose, se Cristo la avesse sposata! Anzi Cristo fu un dio, e transitò come un sogno per la vita.

Ora, o signora Santippe, quando una legge è costante dai tempi di Minosse a Leone Tolstoi, dall’oriente all’occidente, essa deve pur avere un valore!»

Così io parlai. Ma un crepitare terribile e come compresso, come un mugghiare feroce mi arrestò. Ne uscì una voce sardonica:

«Gli eroi! Gente moscia che vale meno degli altri. Inutili gli eroi! Gli eroi metafisici, più che inutili!»

Strabiliai! Così aveva risposto Santippe.

«Ah, signora! Inutili gli eroi? Inutile vostro marito? Socrate inutile? il metafisico, il fondatore della filosofia morale? Anzi il creatore — io direi — della morale, perchè prima di lui non esisteva morale, ed il mondo è fondato sulla morale; così che possiamo ben affermare che il mondo gràvita su quel grand’uomo di cui voi aveste l’onore di essere consorte!»

«E chi ti dice, _idiotes_, che sia necessaria la morale inventata da mio marito?»

Così villanamente sibilarono le parole di Santippe contro di me. Era diventata socialista costei in ventitrè secoli di abitazione all’inferno?

«Chi lo dice? Già, chi lo dice? Ma tutti lo dicono! Dai libri delle scuole elementari ai discorsi del trono e dei ministri voi trovate, o signora, la morale, cioè vostro marito....»

«Sì, l’etichetta buona per i calli!»

Nella mia qualità di uomo giusto e morale, confesso che strabiliai una seconda volta a queste parole di Santippe. Credetti opportuno per la dignità di Socrate, della morale, ed un poco anche mia, di non replicare. Santippe, come donna, essendo fisica, non poteva forse penetrare dentro la metafisica.

Però dissi: «Ah, signora, adesso capisco per quale ragione quando Critone entrò nel carcere e disse: «Socrate, fuggi!», Socrate non volle fuggire e preferì la morte. Ah, signora, se le vostre labbra fossero state capaci di qualche parola gentile, se le vostre mani fossero state capaci di preparare un tranquillo desco con una bella zuppa di ceci con olio e rosmarino, se aveste conservato un poco di nardo per ungere la dolorante anima di vostro marito, egli sarebbe evaso dalla prigione: l’umanità avrebbe avuto un martire di meno, ma anche un infelice di meno!»

E già proferendo queste parole, io mi preparavo a proteggere il mio volto, quando con somma stupefazione non udii alcuna risposta.

Fissai Santippe. Le sue pallide labbra tremavano di un convulso tremore. Disse a pena, disdegnosamente: «Va, va un po’ anche a cercare chi era lui!»

*

Allora è come dicono i dizionari, quando si cerca «Santippe», che rimandano a «Santippe: vedi Socrate».

Oh, ma che orribile mostro, Santippe! Che non sia una donna?

Eppure, no! Lei era la donna, era la glabra, la mammifera, la contorta, la chiomata, dall’ampio grembo generatore, la portatrice dell’uomo!

Inutile però interrogarla di più!

Non rimaneva che seguire il suo consiglio, ed andare in cerca di Socrate.

Però, conveniamone, la scoperta di Santippe, di cui tanto mi ero rallegrato in principio, mi portava ad un viaggio piuttosto lungo e difficile.

III.

Socrate per le vie di Atene.

Andiamo, dunque, in cerca di Socrate. Egli non suole muoversi da Atene. Noi siamo certi di trovarlo in Atene.

E andando, io pensava: perchè Socrate prese moglie?

Si racconta che una volta gli amici domandassero a Socrate: — Come fai, o Socrate, a sopportare tua moglie?

— Perchè, — rispose gravemente il filosofo, — se io riesco a sopportare costei, riuscirò a sopportare qualunque altro individuo del genere umano. Anzi, — confermò, — la ho scelta apposta!

Eccomi, dunque, per le vie di Atene, ed ecco Socrate! Egli si riconosce subito: è diverso da tutti gli altri uomini; è brutto in mezzo a uomini belli; e a differenza dei filosofi che scrivono libri e svelano il loro pensiero nelle Accademie, Socrate non scrisse libri, e parlava per le strade.

Se, per così dire, io chiudo gli occhi, io lo vedo ancora, Socrate! Lo vedo per le vie della sua dolce Atene.

Anche la città era bella, non troppo grande, ma meravigliosa città; marmorea, sì anche. Ma i marmi di Atene erano screziati di azzurro, di oro, intermezzati da piante, animati da tante significazioni della vita che quei marmi rallegravano l’umanità, e non avevano l’aria di volerla soffocare. Atene non era nemmeno una delle nostre moderne città piatte e monotone. Si elevava nell’acropoli, sino all’asta e all’elmo di Minerva: poi declinava verso il mare.

Ora in una città così bella e fra gente così bella, Socrate doveva spiccare stranamente. È vero che i suoi pensieri erano bellissimi ed armonici come una musica, anzi; ma questi pensieri non si vedevano; si vedevano invece i suoi abiti che dovevano essere in disordine.

I suoi calzari certamente dovevano portare la traccia del suo perpetuo vagabondare per le vie di Atene, giacchè Socrate era un continuo andare e stare; e credo di non essere troppo lontano dal vero paragonando i calzari di Socrate a quelli dei nostri frati zoccolanti.

Ora guai agli uomini dalla calzatura in disordine; essi sono destinati in vita ad assaggiare il sapore della cicuta.

Al tempo dì Socrate si portavano i sandali, e queste cose si capivano meno. Ma al tempo nostro in cui usano le scarpe, non sarà, mai abbastanza raccomandata la maggior cura e la maggior spesa nelle scarpe. Gli Inglesi, dominatori del mondo, portano scarpe di eccellente modello. I Tedeschi, che vengono dopo gli Inglesi, hanno l’abitudine di portare scarpe solidissime. Gli Americani si affermano con la filosofia delle loro scarpe: _american shoe!_

La bellezza di Socrate era tutta di dentro. Ma ciò non poteva esser bene apprezzato se non da un Dio, ed infatti Apolline, uno dei più seri fra i dodici Iddii greci, lo aveva proclamato «il più savio fra tutti gli uomini», che in greco si dice _sofòtatos_!

Ma è pur vero che Apolline non vestiva mica come Socrate, ma con rara eleganza; le pieghe della clamide di quel Dio erano molto curate, i calzari stupendi, e la chioma la portava lucida e fluente come quella di una bellissima femmina.

Non si pensi per tutto questo che Socrate fosse, come i filosofi cristiani, un disprezzatore della bellezza. Lui non era bello ma era un entusiasta della bellezza, alla quale anzi non dava i confini ristretti che diamo noi. Le chiome bionde del giovanetto Fedone gli producevano un intenso piacere; ma lui era senza chiome e nel volto era piuttosto anti-estetico.

Tutti gli Ateniesi avevano una fronte diritta ed il naso regolare. Socrate, invece, aveva una fronte un po’ sfuggevole, ed una brutta insenatura si approfondiva tra la fronte ed il naso. Ciò oggidì sarebbe poco avvertito; ma a quei tempi, in cui tutti possedevano quella squisita conformazione, doveva produrre uno spiacevole effetto.

Il naso, poi, sarebbe sembrato brutto anche ai nostri tempi: lunghetto ed in avanti, con le narici scoperte e dilatate, quasi in atto di indagare, di fiutare, di cercare che cosa ci fosse dentro in ogni cosa, _ti en ècaston_, come si dice in greco. E questa era la sua passione.

Due baffi, lasciando scoperto il labbro inferiore, labbro tumido ed alquanto carnale, si accartocciavano, in giù per il mento, in due volute che si intrecciavano con altre grosse arricciature della barba, e con un pizzo sul mento; rigonfio il pizzo ed a punta caprina. Il tutto poi si confondeva con i folti cernecchi di una specie di tonsura naturale, perchè il cranio era lungo, bozzoluto; ma calvo del tutto. Un barbiere moderno si sarebbe trovato in grande impaccio per dipanare e mettere in ordine quella testa, e distinguere baffi, barba, pizzo, capelli. I suoi occhi erano grossi, intenti, sporgenti e come fissi nello stupore delle cose che lui solo aveva veduto indagando quel terribile _ti en ècaston_.

Sapientissimo, dunque, era stato proclamato Socrate, ma non bellissimo, e, pur troppo, neanche felicissimo.

Era proprio ellenico Socrate, o asiatico, o trace? Forse di tutto il mondo; e forse aveva dal deforme Esopo strappato, con la linea esterna, anche una scintilla di immortale gaiezza.

Già! Cadrebbe in errore chi imaginasse Socrate come un melanconico, oppure un infastidito. Era così bella la vita, e così splendente il suo pensiero! E poi come si poteva far amare la sapienza, se la sapienza ha il tristo privilegio di renderci melanconici?

Io non dico per ciò che fosse un ottimista, perchè ottimista vuol dire anche imbecille. Ecco: era un uomo allegro, che però non fu aiutato dal cielo, come dice il proverbio, che il cielo aiuta gli uomini allegri.

Anche quando Anito, un signore di cui parleremo più avanti, lo obbligò in fine a bere la cicuta, egli non era di cattivo umore verso l’umanità! Non disse come Cristo: «passi lungi da me questo amaro calice!» ma bevve la sua cicuta.

Ma era possibile che per un po’ di cicuta propinata dalla malvagità di Anito e compagni si dovesse spegnere del tutto questa bella lampada del sole? e tutta quella bella lampada ardente che era dentro di lui, dovesse scomparire? E allora dove andava a finire la logica?

*

Brutto, dunque, col mantello un po’ in disordine, gioviale, anzi pieno di spirito, come si dice noi, e piuttosto avanti con gli anni. Attorno poi a questo vecchio c’erano molti bei giovani. Sì, così! Ma per carità, non venga in mente un professore.

Perchè questo paragone è stato fatto, ma è erroneo per molte ragioni, fra cui non ultima è questa: che Socrate dichiarava apertamente di non saper nulla; e un professore che oggi dicesse così, verrebbe squalificato, nè alcun merito avrebbe per aver, forse, dichiarato il vero.

A me, dunque, pare di vedere questo vecchio Socrate per le vie di Atene. Egli conosceva tutti nella sua cara città e da tutti era conosciuto. Fermava la gente, ammiccava con quei suoi occhi grossi, sorrideva, si studiava di parere piacente, anzi allettatore. In quella città loquace come le sue cicale, egli era loquacissimo con tutti. Fermava la gente e diceva:

— Amico, bada a me, io sono un buon mezzano: sai che ci stanno di belle giovinette lassù? Di’, le vogliamo andare a trovare?

— Sì bene, o Socrate, e come si chiamano esse?

— Una si chiama Aretè (Virtù), l’altra Enkràteia (Temperanza): e poi c’è Dike (Giustizia), c’è Sofrosine (Saggezza).

— Sta buono, Socrate; tu hai tempo da perdere: lasciami andare per le mie faccende.... Dike è un pezzo che ha abbandonato il mondo degli uomini. Lo dice anche Esiodo. Si vede che fra noi non ci stava troppo bene ed ha chiesto a Giove il passaporto.

— Ma di’, amico, non vogliamo noi diventare belli e buoni, e richiamare in terra la nobile Dike, anche se ella si è disgustata di noi, e promettere di non farle più oltraggio? E non ci piglieremo noi cura della bellissima Aretè, figlia abbandonata? E non ti pare ella cosa per cui noi saremmo superiori agli Dei, non fare mai oltraggio e torto a nessuno, nemmeno, sì, nemmeno ai nostri nemici?

— Sono cose troppo difficili. Io credo che sarà bene rimandarle per un’altra volta. Ora preferisco ragazze di più dilettevole genere che la non più giovane signorina Aretè. Sai che c’è in Atene Cleonetta, Socrate caro? È il più bel fiore che io abbia mai visto sbocciare nei giardini umani; essa poi è stata qualche tempo a scuola a Mitilene, nell’isola di Lesbo, ed è sbarcata, or non è molto, piena di sapienza e di entusiasmo.

— Oh, amico, — gli rispondeva Socrate, — pensa a questa cosa: le tarantole che sono ragni grandi non più di mezzo òbolo, se toccano l’uomo con la bocca, lo straziano e gli fanno perdere il giudizio. Se tanto arriva a fare una bestia così piccola, pensa che cosa può fare una bestia così grossa con i suoi baci! E poi, di’ un po’, dov’è la dignità dell’uomo, dov’è la libertà dello spirito, ed anche la sanità del corpo a star lì, appiccicato ad una donna, a domandare la carità dei baci come un mendicante?

— Avrai ragione anche qui, non ti dico di no. Ma se tu mi incominci a far della morale, ti saluto gioia della vita! Preferisco Cleonetta.

E quegli se ne andava.

E allora Socrate ne fermava un altro: — To’, senti: io ho una vergine, la più bella di tutte le donne....

— Più di Leena? più di Cioè?

— Più di tutte.

— Vediamo se la conosco. Si chiama?...

— Eleuteria (Libertà).

— Va, pazzerellone! Eleuteria? La libertà? Vergine costei? Vecchia baldracca ella è! Non c’è nessuna spia, vero? nessun sicofante c’è qui vicino che ci ascolti? Bene, senti, Socrate mio: io non ne posso più della libertà, siamo soffocati dalla libertà, qui in Atene. Come si stava bene quando il lacedemone Lisandro inaugurò coi suoi trenta Tiranni il sistema della cuffia del silenzio e delle verghe! I galantuomini potevano vivere in pace, in quei giorni di stato d’assedio. Oggi la libertà è tutta a beneficio dei politicanti e dei birbanti. Oh, ma non ti scappi mica per detto, sai!

— Ma io non ti parlo, o ammirabile uomo, di quella libertà; ma di un’altra libertà ben più vera: la libertà dell’animo io voglio dire.

— Bravo, Socrate, e di quella poi cosa me ne faccio? Mi dovrò regolare io con la mia testa e non con la testa degli altri? Ma sai che è una vaga fatica questa che mi vuoi far fare tu? No, caro Socrate, la libertà dell’anima sarà una cosa assai bella; ma, credi, non è pratica.

*

Non v’erano che i giovani, l’eterna purità della vita, non ancora contaminata dall’esperimento, che lo ascoltavano con entusiasmo.

La divina giovinezza ha sempre creduto, e crede anche oggi, che sia cosa facile rinnovare il mondo. E ci credeva probabilmente, anzi certamente, anche Socrate. Egli era vecchio, sì bene; ma il mondo era giovane; il mondo era piccolo, il mondo era Atene, utero dell’avvenire.

Oh, i giovani subivano il fascino dell’ammirabile favolatore. Essi venivano da lontano per ascoltarlo. Antistene di Tracia faceva quaranta stadi al giorno per poterlo ascoltare; Euclide di Megara si travestiva da donna per potere entrare in Atene, e le parole di lui accendevano tale ebbrezza che nell’udirle balzava a quei giovani il cuore come ai coribanti. E quali potenti ed ingenue imagini essi trovarono per esaltare il loro maestro! Memnone, un altro discepolo, paragonava Socrate ad una torpedine, che è un brutto pesce di mare, gelatinoso, tutto maculato e a bitorzoli; ma guai a chi lo tocca: dà una scossa e fa cader nel torpore. Così la parola di Socrate faceva cadere l’anima in un divino torpore.

Bisognava chiamarsi Anito per rimanere insensibili!

Ma il bell’Alcibiade aveva un paragone anche più folgorante e superbo. Egli diceva: «Tu, o Socrate, sei come un Sileno, buffone al di fuori con zampogne e con flauti in mano; ma divino dentro tu sei, e tutto pieno delle terribili imagini dei Numi».

Oh, incredibile paragone! Dunque attraverso la corporalità materiale di Socrate intuivano quei giovani alcunchè di divino e di terribile? Sì! Essi, attraverso la mobilità irrequieta dei gesti e delle parole di Socrate, vedevano una cotale impassibilità interiore, un che di incognito di dentro, proprio come quando noi riguardiamo negli occhi aperti, ma senza luce, di una statua di nume greco.

*

— Ma sai tu, o uomo, — proseguì allora Socrate, accendendosi di entusiasmo contro colui che non sapea che farsene della libertà, — sai tu il segreto degli Dei?

— Io no, ma se è bello raccontalo!