Santippe: Piccolo romanzo fra l'antico e il moderno

Part 1

Chapter 13,804 wordsPublic domain

ALFREDO PANZINI

SANTIPPE

PICCOLO ROMANZO FRA L’ANTICO E IL MODERNO

_propter speciem mulieris multi homines perierunt_

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI — =10.º migliaio.=

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda._

Copyright by Fratelli Treves, 1914.

Tip. Treves. — 1921.

ALL’AMICO AVV. NICOLA MONTANARI

A CHI LEGGERÀ.

_Questo piccolo romanzo non è stato scritto per gli eruditi, benchè parli della Grecia; e sebbene parli di un filosofo, non è stato scritto per i filosofi._

_Si intitola bensì con il nome di Santippe, un nome di donna infamata nei secoli; e si potrebbe pensare che l’autore avesse avuto in mente di servirsi di Santippe, moglie di Socrate, come di un laido pupazzo per ripetere vecchie e sgarbate cose contro le donne: le quali cose, anche se fossero verità, sarebbero pur sempre verità maschili, a cui è lecito opporre altre verità femminili. E poi quale irriverenza è mai questa di dir male della donna che è l’anfora della vita?_

_No, il libro non ha questo scopo; forse non ha scopo nessuno; è venuto al mondo, così, come noi veniamo al mondo, senza scopo._

_La sua prima pubblicazione è stata nella_ Nuova Antologia, _nella primavera dell’anno passato; così che si può dire che Giovanni Cena la tenne a battesimo, questa povera Santippe. In questo tempo però si è fatta più sciolta e vivace; cioè il libro è divenuto più facile e snello._

_Però, se pure essendo tale, se pure essendo breve, non si ripeterà di lui la brutta lode_, si legge tutto d’un fiato; _se molte cose che comunemente si credono serie, faranno sorridere; e molte altre cose ritenute ridicole indurranno ad alcuna meditazione, il piccolo libro crederà non del tutto inutile la sua venuta al mondo. Anzi crederà di essere anche lui venuto al mondo per amare e servire Iddio._

_Milano, primavera del 1914._

SANTIPPE

I.

Ellade, giovinezza del mondo.

Nel tempo antichissimo, quando gli uomini erano molto occupati per popolare il mondo, ci fu come una piccola schiera di uomini che pervenne ad una piccola terra. Essa era ricamata dai mari, e pareva come l’umbelico del mondo. Era stagione di primavera e il mare mandava tutt’intorno i suoi effluvi.

Quegli uomini sostarono.

Si scoprivano di lassù i corsi degli astri; si vedevano le vie del mare. Allora essi scoprirono le vie della loro anima, ed una divina esaltazione li vinse. Rivaleggiarono con gli Dei immortali: crearono quelle multiformi opere che rimangono anche oggi come modelli, e non furono mai più superate in bellezza.

Questa piccola terra fu l’Ellade: quel piccolo popolo fu il popolo ellenico. La vita che esso visse si chiamò «giovinezza»!

Ma esso visse una breve vita; esso consumò, bruciò, — per così dire, — nel giro di qualche secolo l’ardore della sua vita, cinta di rose.

*

Più tardi, gli uomini ripresero ancora il loro viaggio; buttarono via le rose, e si coronarono di una corona di spine, anzi inalberarono per loro emblema una croce da cui pendeva un povero morto, che si chiamava Cristo.

Questa, probabilmente, era la verità più vera e le spine erano più vere delle rose.

Senonchè un bel giorno gli uomini si accorsero con terrore di una spaventosa cosa: che essi in questo modo anticipavano sotto il sole il regno delle tenebre.

Da allora serbarono per Cristo un culto di semplice simpatia: rifecero la loro strada, avanzarono ancora nei secoli, poi si moltiplicarono, coprirono anzi la faccia del mondo, e fecero infinite scoperte e progressi.

Siccome faceva molto freddo, inventarono anche il riscaldamento a termosifone; e similmente per rinfrescarsi, d’estate, crearono il ghiaccio artificiale. Innumerevoli, incredibili si susseguirono le creazioni dell’uomo; le macchine per correre, le macchine per cucire, le macchine per volare, le macchine per votare, le macchine per ammazzare, le macchine per cantare. Scoprirono i microbi, il colletto inamidato, il positivismo, il socialismo, la burocrazia, i campanelli elettrici: ma non rividero più la loro giovinezza.

Un cittadino nord-americano dei nostri tempi potrebbe ben far risuonare il suo grosso riso paragonando, ad esempio, il suo Mississipì ai fiumicelli dell’Attica, così poveri di acque che nell’estate non arrivavano al mare. Ma che nomi! L’Illisso, il Cefiso! I monti dell’Attica avrebbero fatto contorcere di sprezzo le labbra altezzose di un alpinista teutonico, che trasporta, come niente fosse, le sue scarpe ferrate e le penne di gallo cedrone sino in vetta al Cervino.

Senonchè quei monti avevano meravigliosi nomi, meravigliose virtù: dal Parnaso cantavano le Muse: Muse titaniche e severe — non come le odierne Muse che sembrano una _troupe_ di malsane dame viennesi. Esse, figlie della memoria e del vaticinio, cantavano, non per facilitare la digestione, ma canti non più uditi cantavano per accompagnare ed aiutare il cammino della vita.

Un altro monte si chiamava l’Imetto. Intorno ad esso era tutto uno sciame di api scintillanti d’oro, e ne sgorgava il miele, che si trasfuse poi nel linguaggio; il più volubile, scorrevole, lieve linguaggio che mai sia stato parlato, senza bisogno di domandare ogni tanto: «Come si dice, signor grammatico? mi è lecito adoperare questa parola, signor accademico?».

Un altro monte si chiamava il Pentelico; ma la sua pietra bianca e immortale si plasmava docilmente sotto la divina forza dell’uomo, in quelle statue di cui qualcuna, mùtila ed esule, sotto la vòlta di qualche cimitero o museo, ancora e come prigioniera rimane.

Non che io, contemplando queste statue, mi sia messo a piangere come fece Arrigo Heine davanti alla Venere di Milo. Arrigo Heine, poveretto, era paralitico, allora, e può aver pianto anche in considerazione della sua esistenza finita; ma certo un gran fremito vinse me pure: «Oh, destatevi nude carni, ridonateci la giovinezza meravigliosa!» sospirai.

Qualche monte abbastanza alto e gelido lo avevano pur anche gli Elleni; ma ci collocavano gli Dei.

Del resto era un povero e sterile paese l’Ellade, tanto che ai suoi abitanti, per mangiare, conveniva navigare e combattere. Mancavano i cereali. Però dalla roccia calcarea balzava il tralcio della vite e sorgeva impetuoso, con le sue pallide chiome, l’ulivo.

Il mare che penetrava fra le terre, teneva in vibrazione gli spiriti, come in una azzurra irrequietudine: tutt’all’intorno poi fiorivano le viole, colore della morte e profumo della pura giovinezza, tanto che un poeta, come vinto da quella ebrietà, cantava: «O, Atene, splendida, gloriosa città, incoronata di viole, celebrata, sostegno della Grecia, demoniaca».[1]

Questo popolo ellenico fu come la cicala[2] canora, come l’ape industre, che sono animali alati, asciutti, preziosi, irrequieti, diffonditori di armonie e di dolcezza: non fu come altri popoli, che hanno in loro qualcosa di pesante, di viscido, di adiposo, di strisciante, di tossico, da cui la mano delicata del filosofo rifugge. Questo popolo si affacciò in un mattino puro alla finestra della vita, e vide quelle cose della vita che hanno vero valore; e meravigliò non per le cose meccaniche, come noi meravigliamo, ma per le cose naturali, come fa la cortigiana Diotima quando dice: «Cosa divina è questa, e in creature mortali, cosa immortale: il concepire e il generare».

*

A noi la conoscenza di questo popolo è venuta attraverso il martirio della scuola, attraverso un nembo di parole irte, pungenti, con cui i greci mai non avrebbero tormentato la loro giovinezza.

A dispetto di queste memorie dolorose della scuola, la mia ammirazione per questo piccolo popolo ellenico mi è venuta crescendo quanto più mi apparvero piccoli i così detti popoli grandi.

Io lo ho ammirato nelle sue contraddizioni, nelle sue lotte fratricide e terribili, nella sua breve vita.

Soprattutto le sue contraddizioni! Esse sono il cuscino su cui qualche volta riposa la mia testa stanca. Pensare! un popolo che ha disputato di filosofia più che non cantassero le sue adorabili cicale, eppure non ha imposto un dogma, non ha avuto preti; un popolo che ha creato quel magnifico parlamento di Dei e di Dee sull’Olimpo, con tutti i vizi ed i servizi possibili: il nèttare, l’ambrosia, Ebe, Ganimede, il meccanico Vulcano, Mercurio per i dispacci fra la terra ed il cielo; e poi un bel giorno se ne stancò dei suoi Numi! e: «Via, parassiti! — gridò — via oziosi! via crudeli! via buffoni!» E poi atterrì vedendo il vuoto nell’Olimpo gelido, e il vuoto nel suo cuore: un popolo che ebbe la magnifica impertinenza di chiamare barbare tutte le altre genti; che in politica ci lasciò questo terribile ammaestramento, che non è possibile vivere che, o sotto la tirannia di un individuo o sotto la tirannia della plebe: il _demos_ e la _tirannis_, come la tragedia e la commedia: un popolo che adorò la sua minuscola città, la sua _polis_, ed ebbe per patria il mondo! Ma la patria, la patria, cioè il genio della stirpe, guai chi l’avesse obliata! guai all’infingardo che avesse scioperato nel divino lavoro, che avesse obliato la patria! E così Ulisse ai compagni, stanchi, strappa il dolce oblioso frutto del loto. «Via! via! il vile dolce frutto del loto, che fa obliare la patria!»

E guai a chi avesse disturbato questo popolo nel suo lavoro di creazione! Come l’ape s’avventa contro il nemico e infigge l’aculeo pur sapendo che ne morrà, così questo popolo s’avventava alla morte con l’asta e con lo scudo, nel divino impeto della sua Minerva guerriera, contro il barbaro disturbatore. E adorava la vita!

E sapeva che laggiù non era resurrezione dei morti. Sapeva? certamente sapeva che laggiù erano tenebre, e se anche era vita, era vita di tenebre, alcunchè di oscuro e di severo come, l’aspetto di Tànatos, il melanconico iddio.

No, un popolo, così unico e savio, non era destinato nè a vivere a lungo, nè a formare una di quelle nazioni che oggi diciamo una _grande nazione_.

Esso fu dilaniato dalla forza contradditoria dello stesso suo genio: cadde in balìa di quei virtuosissimi ma pesantissimi Romani: forse anche con il suo esempio volle illustrare la verità della sua sentenza: _che è meglio morire che vivere, e che ad ogni modo muore giovane chi è caro agli Dei._

*

Questa meravigliosa Ellade antica è oggi ai miei occhi come una necropoli bianca, una città morta piena di statue bianche, dai marmorei occhi vuoti.

Molte volte io, alquanto seccato dai fischi delle macchine, irritati i nervi dal sibilare delle sirene, nauseato anche un po’ dalle circolari, dagli avvisi fiscali di questa nostra civiltà, mi sono rifugiato per mio spirituale riposo in questa necropoli bianca dei grandi morti ellenici.

Quando voi siete ammalati di nervi, il medico vi dice: «Fate un bel viaggio!» Ma non tutti hanno la possibilità di fare un bel viaggio; ed è per questo che allora io viaggio per questa necropoli di morti; così imperturbabili in apparenza, così commossi in profondo.

*

Ora un giorno io stavo guardando Socrate, personaggio molto conosciuto, e lo guardavo non soltanto perchè lui fu, come tutti sanno, il fondatore di quella che si chiama _filosofia morale_; ma perchè lui spiccava assai brutto in mezzo a una corona di splendenti giovani. E come sotto la scrittura di un codice antico avviene di scoprire le tracce di una seconda scrittura, così io dietro Socrate vedevo accampare, entro contorni nebulosi, una figura enorme, rossiccia, quasi furiosa.

«Oh, ma chi è costei?» dissi prendendo la lente.

Non uno dei discepoli di Socrate, certamente!

Anzi i suoi discepoli, i bei giovani splendenti di giovinezza, si rivolgevano verso quella figura con un sentimento di dolore, di meraviglia o di riso.

Allora, dopo aver molto guardato, ben conobbi chi era colei: essa era Santippe, la mala femmina, rossa di pelo, la tormentatrice dell’eroe, la moglie di Socrate. Santippe, dico!

*

Da quel tempo la mia ammirazione per il popolo ellenico è venuta crescendo.

Perchè è cosa nota che gli Elleni ci hanno lasciato anche i modelli più vari e straordinari del tipo femminile; da Elena, dalla chioma fiorita, per cui tanti eroi morirono volontieri; ad Aspasia, donna intellettuale che teneva un salotto e rovinò la politica del suo paese; a Penelope, straordinaria, che giunse ad ingannare gli amanti per mantenere fede al marito, il quale non soltanto era lontano, ma dicevano anzi che era morto.

Tutti i tipi, dico, ha fornito la Grecia, del furore guerriero, del furore erotico.... Clitennestra lorda di sangue e di lussuria ed Antigone, la santa della terra, più bella di Ofelia! Tutti i tipi; eppure io sentiva che mancava qualche cosa. Ora, trovata Santippe, non mancava più niente!

Ma mi pareva ben impossibile che i Greci avessero tralasciato di consegnare all’umanità uno dei modelli più comuni, come quello che anche oggi va sotto la denominazione di Santippe.

Ah, sì! Noi abbiamo fatto una grande scoperta viaggiando per la necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto la infame Santippe.

È strano però come gli eruditi non se ne siano accorti! Forse perchè non era nei codici.

E allora, benchè io sia uomo modesto, mi sono congratulato con me stesso della bella scoperta.

II.

Come io mi trovai alle prese con Santippe.

Dunque io presi Santippe, e pensai fra me: ci sei cascata finalmente, o progenitrice di tutte le mogli fastidiose, rossa Santippe! Noi ti faremo la vivisezione, e così vendicheremo quel povero e santo uomo di tuo marito e consoleremo tutti i mariti vivi ed anche tutti i mariti morti.

Però, esaminiamo le cose con saviezza e ponderazione.

Noi, ben è vero, sappiamo pochissimo intorno a Santippe; ma sappiamo di certo che essa fu la moglie di Socrate.

I discepoli e gli amici del grande filosofo ne parlarono anche, ma con un senso di raccapriccio e di paura, come si fosse trattato di un’orribile malattia attaccata a quell’uomo straordinario. Ma certamente, ripeto, Santippe fu la moglie di Socrate; perchè una cosa è certa, che Socrate, il più savio degli uomini, prese moglie; e questa moglie si chiamava Santippe.

E adesso vediamo quello che gli amici di Socrate tramandarono intorno a costei.

Senofonte scrive con chiarezza e brutalità che «Santippe fu la moglie più bisbetica e riottosa di quante furono, sono e saranno».

«Ma come fai, Socrate, — domandava il bellissimo Alcibiade, — a sopportare una donna così importuna e maldicente?»

«Ci sono abituato, — gli rispondeva Socrate. — Per me oramai è come sentir stridere la carrùcola del pozzo.»

Non era molto gentile, Socrate; ma non bisogna scandolezzarci: a quei tempi la cavalleria con le dame usava poco. In Omero, per esempio, si legge che fra i premi alle corse si metteva indifferentemente un tripode, una donna ed un bue.

«Come fai, Socrate, — insisteva Alcibiade, — a convivere con una donna che non ti può offrire oramai se non lo spettacolo di una stupidità permanente e clamorosa?»

«Scusa, Alcibiade, ma tu non sopporti le oche che strepitano e gridano continuamente?»

«Sì, ma le oche fanno le uova ed i pàperi.»

«Lo stesso, caro: Santippe fa i figliuoli.»

Socrate, come si vede, usava l’arma dell’ironia; e noi sappiamo di alcune donne che sopportarono anche le busse, anche di essere valutate meno di un tripode: ma non l’ironia!

Busse, anzi, Socrate non ne dava, come appare da quest’altro episodio.

Un giorno, Socrate tornava a casa insieme con gli amici, ed ecco venire incontro Santippe, che aveva fra mani il mantello di lui; e non appena lo vide, cominciò a dire:

«Eccolo, eccolo qua. E non è solo. Ha con sè tutta la compagnia, e anche quel suo bardasso di Fedone! È questo il momento buono per dirgli, ben alto e ben forte, quello che gli va detto: Di’, amorino, vieni tu ora dalle case di Aspasia, di Diotima, le svergognate femmine che maneggiarono più amori, che non lance Diomede? Ma alla moglie si consegnano gli stracci da rammendare! Ah, tu non rispondi?»

E con le unghie si accostò alle sporgenti pupille di Socrate.

Gli amici allora le dissero «vergogna», e colei inferocì e proferì le più laide parole che possano offendere la rispettabilità del nostro sesso.

Allora Alcibiade disse ridendo: «Socrate, la senti? Ecco il momento per darle una lezione a suon di busse».

Ma Socrate si rivolse agli amici e disse: «Sì, per far divertir la gente alle nostre spalle e sentir dire: To’ guarda Socrate! Guarda Santippe! Bravi tutti e due! sotto! dài! Oh, come si bastonano di gusto! Ma vi pare, amici, una cosa da farsi?»

Sembrerebbe anzi che fosse stata Santippe a picchiare.

Il silenzio filosofico del marito aveva la virtù di esasperare la buona donna sino al parossismo.

E Socrate, silenzioso. Silenzioso sì, ma meditante la fuga.

Ma Santippe si è accorta della fuga. Ha afferrato un vil vaso domestico; ha atteso al varco, cioè alla finestra. E quando Socrate è passato sotto la finestra, ha scaricato il vaso.

«Non dicevo io, — spiegò Socrate ai vicini che erano accorsi al diverbio, — che Santippe dopo aver tanto tuonato, stava per piovere?»

Questo episodio è così conosciuto che anche gli scolaretti lo sanno, perchè i professori lo fanno servire di esercizio per i loro innocenti latinucci. (Tutto serve ai maestri di scuola per i loro latinucci e le loro cosucce: i teschi degli uomini morti servono ai barbari per motivo architettonico).

Oh, non si creda per questo esempio che Socrate fosse uomo timido! Più volte fu anzi in guerra e vide intorno a sè il sangue rosseggiare. Ma anche nella battaglia è ricordato come uomo assorto e meditabondo.

Alla battaglia di Potidea, per esempio, i soldati, meravigliando, lo videro tutto un dì ed una notte ritto in piedi, con la faccia pensosa, sinchè non cominciò a rosseggiare l’aurora e non si fu levato il sole: e allora, fatta una preghiera al sole, se ne andò.

E così, serenamente assorto, egli era anche il dì della sua ultima battaglia, perchè si dice che il dì innanzi la morte, quando Critone tutto affannoso entrò nella carcere, che non era nè notte nè giorno, per indurlo a fuggire, Socrate, quasi destandosi alle cose esterne, gli domandò: «Critone, come è a quest’ora? è già mattutino?».

Ora in questo stato di assorbimento, sentire i lunghi discorsi di lei, tutti pieni di _Idiòtes_, _màtaios_ (_cretino_, _insensato_, direbbe una nostra signora), io credo che dovesse far dispiacere a Socrate.

Sì, io credo che dovesse far dispiacere, non soltanto per le mani adunche di lei, ma perchè con quello strappo lo aveva tolto dalla mirabile primavera del suo pensiero e lo aveva richiamato ai sensi materiali, i quali secondo l’opinione di Santippe erano diventati ottusi. Anzi lei diceva: «Quest’uomo oramai non sente più niente».

*

Ma — si può chiedere, — delle altre cose, di quelle brutte cose che fanno le mogli ai mariti, nulla fece Santippe?

Non pare, o non fu tramandato. Parrebbe anzi che lei si dolesse che tutto il servizio domestico fosse un po’ in cattivo stato. Perchè un giorno Socrate disse a Santippe: «Senti, cara, domani verranno a casa alcuni amici miei ospiti, e tu preparerai da pranzo».

E lei disse: «Ma come mai hai il coraggio di invitare la gente a pranzo che mancano i piatti, che non vi sono tovaglioli, che c’è appena da mangiare per noi?»,

Socrate così le rispose: «Sta di buon animo, Santippe. Se gli invitati saranno discreti e frugali, non rifiuteranno quello che c’è in tavola; se saranno indiscreti e senza rispetto, noi non ci cureremo di loro».

Qui, — diciamo il vero, — Santippe, come padrona di casa, non era in obbligo di gustare tutta la saviezza della risposta di Socrate.

Queste sono le cose che la Storia tramanda intorno a Santippe. Ed ora vediamo del «tipo Santippe».

*

Santippe, — la mal famata nei secoli, Santippe, — ha dato origine al tipo Santippe, alla cui formazione quelle tali brutte cose non sono proprio necessarie; ma anche senza di esse, la vita diventa intollerabile.

Oh! chi avrebbe mai supposto che quella creatura tutta bianca, tutta pavida, tutta docile che noi orgogliosamente conducemmo, in un dì beato, in carrozza, davanti al codice del signor sindaco, si sarebbe ammalata e sarebbe diventata Santippe?

Sì, è vero, si dice anche per celia, «la mia Santippe», per significare «la mia signora». Ma una signora non dirà mai: «Io sono la Santippe di mio marito». Potrà esclamare: «Te lo farò vedere io chi è Santippe». E può anche farglielo vedere! Perchè se lei dicesse ponderatamente: «Sì, io sono la Santippe di mio marito», rivelerebbe di possedere la coscienza, e in tale caso non sarebbe più Santippe.

Le varietà del tipo Santippe sono molte; e forse non è inutile, a beneficio di quelli che non conoscono le conseguenze del viaggio davanti al codice del signor sindaco, riferire qualche onesto esempio; benchè in questo, come in altre cose, la sagace natura ha provveduto alla propria salvezza facendo sì che l’uomo non potesse acquistar conoscenza se non dopo il fatto o _experimentum_, cioè una conoscenza che non serve nemmeno ad accender la pipa!

*

Un marito era incanutito precocemente: ma la signora non poteva soffrire quel bianco e versava premurosamente sulla testa del marito fini tinture. Considerazioni del marito: «Non era meglio, o donna, evitare che i miei capelli diventassero canuti così presto?»

Altro esempio:

Noi siamo giunti a casa, abbiamo mangiato un boccone. La stufa era accesa, il sofà ci invitava. Noi vi ci siamo distesi per obliare in un breve chiudersi della pupilla i fastidi e le cure della mattina e quelle che ci aspettano nel dopo pranzo.

Noi invochiamo una piccola dose di sonno, cioè una piccola dose di morte, dieci minuti, ecco, per immagazzinare l’energia indispensabile per l’altra metà del giorno. Già ci pare di chiudere gli occhi, il cuore ha dato un impercettibile tuffo, una specie di registrazione automatica con cui esso attenua le sue pulsazioni; la memoria ha distaccato i suoi dolorosi corsieri....

«Ah, con quella testa unta sul sofà! con quei piedacci sul mio _voltaire_! L’ho stirato proprio questa mattina. E quella puzza nauseabonda di pipa! Un marito non ha più nessun riguardo. Ma chi ha creato i mariti?»

Chi parla così?

È una Santippe che parla così. Ella spalanca le finestre.

«Moglie mia — diceva un marito prudente che voleva andare a letto presto la sera, — che camicetta ti metterai tu per andare a teatro?» Oppure, quando voleva una minestrina leggera in brodo: «Moglie mia, perchè non fai quegli eccellenti gnocchi di patate?»

Altro esempio:

Un signore era diventato principe-consorte. Non che egli avesse sposato una principessa di sangue reale; ma soltanto una principessa della penna. La signora sdegnava nominarsi e firmarsi col nome del suo ignoto marito. Questi non poteva invocare l’intervento del signor sindaco; è evidente! ma in lui era così a dismisura cresciuto il terrore per l’arte, per la penna, per la gloria letteraria che se per caso doveva subire qualche presentazione di signora, domandava in antecedenza: «scusi, la signora scrive?»

*

Da ciò avviene che qualche volta uomo e donna si dividano senza voltarsi indietro; ma ciò avviene più di rado del necessario, perchè la sagace natura ha provveduto in modo che le voci dei bimbi che dicono: «Babbo mamma, perchè ci abbandonate?» abbiano tali vibrazioni che il cuore umano difficilmente vi regge.

Creda, il signor sindaco: questa è la forza maggiore del suo codice!

*

Come giunsi a questo punto delle mie piacevoli meditazioni, ecco che quello che sino allora mi era apparso quasi barbarico, mi si disegnò come cosa ideale: cioè la biografia della perfetta donna presso gli antichi Romani: _Rimase in casa, filò la lana, parlò poco, visse casta._

E allora più ideale ancora l’educazione giapponese delle loro pulitissime donne! Dice, un marito giapponese alla sua piccola _musmè_: