Saggio di ricerche sulla satira contro il villano
Part 9
Il D'Ancona, nel suo magistrale lavoro sulle origini del nostro teatro, ha dimostrato come le scarse reliquie di produzioni drammatiche che ci sono pervenute dal medioevo non ci autorizzino a supporre quanto lo Stoppato aveva cercato di assodare, che cioè, durante quell'epoca di tenebre, abbia continuato ad esistere accanto al dramma religioso un dramma popolare indipendente; perchè tali reliquie si possono considerare tanto come ultimi resti del teatro popolare latino quanto come inizio informe e rudimentale del teatro popolare italiano[225]. In tanta incertezza di cognizioni su questo argomento, noi incliniamo a credere che le origini del tipo del villano quale lo vediamo tratteggiato nella commedia rusticale debbano ricercarsi, nelle loro prime manifestazioni, in quei componimenti satirici dell'età media che noi siamo venuti passando in rassegna. Abbiamo già avuto occasione di ricordare quanto il Toldo ha cercato di dimostrare studiando il carattere del servo nel medio-evo, come cioè il villano dai fabliaux passi coi medesimi tratti caratteristici nella farsa nel secolo decimoquinto, rappresentandovi la parte del servo e dello sciocco; passando in rassegna molte di queste farse, egli ha dimostrato come in esse il villano conservi assai bene delineato il suo carattere di rappresentante del debole che lotta coll'astuzia contro il forte, e come nel Badin della farsa francese si incontri già quella ingordigia che diverrà poi la caratteristica dello Zanni della Commedia dell'Arte. Già prima il Lenient[226] aveva rilevato l'importanza di questo tipo del teatro popolare francese, paragonandolo al parassita del teatro classico latino e diffondendosi a parlare dello sviluppo grandissimo che, come è noto, ebbe in Francia la maschera del Badin, come pure quelle del Sot e del Fol[227]. Questo tipo entra assai presto negli intermezzi che si introdussero, con un processo uguale a quello con cui la parodia penetra nell'epopea, nei misteri e nelle sacre Rappresentazioni. Il Barbazan ci dice appunto: «La représentation des Mystères était interrompue par différents entr'actes, dans lesquels un fol, c'est-à-dire un baladin, disait de lui-même tout ce que lui venait à l'esprit, et faisait diverses sortes de tours. Ces entr'actes sont marqués en marge par ces mots: Hic Stultus loquitur.» L'influenza del teatro popolare francese in Italia che si manifesta con tanta evidenza nelle Farse dell'Alione[228], deve aver avuto un raggio di esplicazione molto più vasto di quanto comunemente si crede; abbiamo già visto nel Convito di studenti padovani a fianco della maschera del villano e del facchino quella del «mattello», e abbiamo pure altre notizie della presenza del matto sul nostro teatro[229]. Anche se nell'Italia non si ebbero, per ragioni speciali, i sots come s'incontrano invece nel nord dell'Europa, è certo però che la presenza del badin nelle farse francesi deve aver contribuito molto, per analogia, all'introduzione delle parti ridicole tanto nella Sacra Rappresentazione come nelle prime manifestazioni del teatro popolare italiano. Data la costante preoccupazione della Chiesa di allontanare il pubblico dagli spettacoli profani dei buffoni di piazza, era naturale che nelle concessioni che successivamente si facevano nel dramma sacro allo spirito popolare che andava risvegliandosi, si riflettessero le correnti e le nuove forme più caratteristiche di esplicazione di detto spirito. Al fatuo ed allo sciocco dovette succedere molto presto nella Sacra Rappresentazione quella riproduzione satirica della vita rusticale che noi abbiamo visto accolta con tanto plauso nella letteratura popolare e popolareggiante. Lorenzo de' Medici e i suoi imitatori, tra i quali forse il meno noto e quello che più largamente ed efficacemente contribuì a diffondere i vari generi letterari a cui il Magnifico dava un'impronta artistica col suo ingegno multilaterale è Bernardo Giambullari, col nuovo indirizzo dato alla poesia rusticale concorsero validamente a rendere bene accetti negli inframessi del dramma sacro i villani; il Giambullari anzi li aveva forse per il primo introdotti, colla _Canzona de' saeppolatori_, anche nelle mascherate carnevalesche. Dello stesso Giambullari è quella _Contenzione di Mona Costanza e di Biagio_, in cui è detto: «e puossi fare in commedia» parole che unitamente a quelle che si leggono in parecchie composizioni degli antecessori dei Rozzi «opera dilettevole, e da recitare per trattenimenti di conviti, veglie e feste» ci dimostrano chiaramente come quei Contrasti, che sono da considerarsi come le forme rudimentali del nostro teatro popolare, andassero mano mano assumendo vera forma drammatica. Crediamo inutile di ripetere qui i numerosi accenni che si conoscono della frequenza di questi frammessi di contadini nella Sacra Rappresentazione, di cui hanno fatto menzione il Palermo, il D'Ancona ed il Mazzi; ricordiamo soltanto quanto lasciò scritto il Borghini: «Al tempo de' nostri padri non si faceva commedia che buona parte del riso non dipendesse da un frammesso di contadini. Oggi come cosa bassa e vile, e riso sciocco, è pure dimessa, e sono successi i Bergamaschi e Zanni e i Veneziani che, in verità sono poco meglio, per non dir peggio.» Già nella Sacra Rappresentazione assistiamo a quella differenza di trattamento tra i pastori ed i villani della quale abbiamo già avuto occasione di parlare; mentre i pastori sono dipinti con quella purezza idillica che incontreremo nell'egloga e nel dramma pastorale, i villani sono perpetuamente rappresentati come rapaci ed ingordi, e interessanti sono solamente i lamenti ch'essi fanno sulla loro condizione miserevole, come nella Rappresentazione di Giuseppe, del Santo Onofrio, e del Sant'Ippolito[230]. La frequenza dei villani introdotti come intermezzo comico nella Sacra Rappresentazione, fu rilevata per primo dal Palermo. «I contadini poi, egli dice, si trovano per avventura più che gli altri messi in iscena, e dipinti per molto furbi e ingordi ai danni dei loro padroni....... non certo a fin di correggerli, chè da questi spettacoli troppo alieni erano i contadini, ma perchè in quel tempo i loro costumi davano più che altro materia a divertimento»[231]. Questi inframessi di villani nelle Sacre Rappresentazioni, se ci possono interessare come conferma della diffusione grandissima raggiunta in quel tempo dalla satira negativa, non presentano da nessun altro lato materia di studio, perchè contengono le solite accuse contro i ladrocinii ai quali i poveri contadini erano costretti a ricorrere per vivere; noi vedremo ripetute queste accuse, con una costanza degna di miglior causa, nelle Commedie rusticali e nella _Sferza dei Villani_ da noi riprodotta in Appendice. Questi frammessi di contadini che incontriamo nella Sacra Rappresentazione, introdotti dapprima come comico intermezzo per sollevare l'animo degli spettatori dalla tragicità dello spettacolo che si rappresentava, incontrarono tanto il favore del pubblico, che vennero mano mano ampliandosi ed emancipandosi dalla Sacra Rappresentazione[232], assumendo il nome di Commedia o di Farsa[233] e iniziarono un nuovo genere di produzioni di carattere rusticale da cui trae origine il teatro dei Rozzi di Siena. Tra queste Farse ricorderemo, tra le molte che si conoscono[234], la _Rappresentazione di Biagio contadino_ nella quale si narra una comicissima burla che alcuni buontemponi fanno ad un villano avaro, burla che ritroviamo già narrata dal Morlini, ripetuta poi dal Bernoni, e che ci prova come nel teatro popolare penetrassero, forse per mezzo della tradizione orale, elementi tratti dalla novellistica.
Abbiamo già avuto occasione di accennare alle farse Cavaiole che si rappresentavano in Napoli sulla fine del secolo decimoquinto e sul principio del successivo[235]; giustamente il Palermo ha combattuto l'idea che esse si ricollegassero alle Atellane, ed ha dimostrato come invece esse debbano considerarsi come un prodotto spontaneo locale ed «una imitazione naturale, esagerata più o meno, de' costumi ridicoli de' campagnuoli, e così di altre condizioni di cittadini».
Dove però questo nuovo genere di produzioni raggiunse il massimo sviluppo, in modo da diventare quasi esclusivo trattenimento, fu nella città di Siena per opera della Congrega dei Rozzi. Lo studio dei numerosi componimenti rusticali di questa Congrega di artigiani ci è facilitato prima di tutto dai diligenti lavori del Palermo e del Mazzi, e in secondo luogo dalla uniformità di queste produzioni che ci presentano sempre presso a poco i medesimi fatti compiuti da caratteri molto affini, e informati da uno stesso intento, la satira cioè contro i villani[236]. Questa Congrega dei Rozzi, la più prospera tra le molte che fiorirono in quel tempo a Siena, era composta di artigiani che si radunavano nei giorni festivi per recitare i loro componimenti drammatici, dei quali essi, come tutti i commediografi popolari, erano e autori e attori; godettero per molto tempo la protezione del Cardinale Alessandro Chigi, furono chiamati più volte a Roma da Leone X e alcuni di essi, probabilmente, si spinsero fino a Napoli.
Dai primi anni del secolo decimosesto fino al 1531, anno in cui fu costituita la Congrega, abbiamo un periodo di preparazione a cui appartiene un buon numero di produzioni degli Antecessori dei Rozzi; il periodo più fiorente della Congrega è nella seconda metà del secolo decimosesto, perchè nel principio del successivo incomincia a manifestarsi quella decadenza che doveva colpire un genere di produzione di carattere esclusivamente rusticale, e la satira contro i villani, che era stata l'unica ispiratrice del teatro dei Rozzi, viene a fondersi nella caricatura delle diverse regioni che incontriamo riprodotta nelle varie maschere della Commedia dell'Arte. Il Palermo non era del parere che nel Teatro dei Rozzi vi fosse stato un «cammino successivo d'arte», cioè che prima si fossero composti Dialoghi, poi Egloghe e poi Commedie, perchè le produzioni da lui esaminate apparivano composte contemporaneamente; ma noi crediamo che anche in esse vi sia stato un passaggio progressivo dai frammessi della Sacra rappresentazione al Dialogo, all'Egloga e da ultimo alla Commedia rusticale. Il fatto di trovare componimenti dell'un genere contemporanei a quelli di un altro, vorrebbe forse significare soltanto che si continuava a scrivere, per esempio, i Dialoghi anche quando si era già pervenuti nell'evoluzione artistica alla Commedia. È per noi però abbastanza evidente che le fonti del teatro dei Rozzi, più che un ampliamento di mascherate campagnuole, come vuole il D'Ancona, siano da reputarsi come strettamente collegate a quell'indirizzo nuovo segnato dal Magnifico colla _Nencia_ e coi _Canti Carnascialeschi_, a cui appartengono pure molte composizioni popolari di Bernardo Giambullari che furono per lungo tempo credute opera dei Rozzi. Il Mazzi, avuto riguardo alla parte che spetta ai villani in queste Commedie dei Rozzi, le ha divise in tre classi: «l'Egloga e Commedia rusticale, che pone in scena quasi esclusivamente villani; l'Egloga e Commedia pastorale o di maggio, rappresentante Ninfe e Pastori, fra' quali, come episodio, alcun villano; e l'altra ove parlano cittadini e qualche villano al solito»[237]. Quantunque questi tre generi non si siano succeduti con ordine progressivo rigoroso, tuttavia noi possiamo vedere in essi tracciata la parabola discendente di questi componimenti rusticali, come avevamo visto l'ascendente iniziantesi coi frammessi della Sacra rappresentazione e coi contrasti e cogli altri componimenti popolari di forma imperfettamente drammatica. La Commedia rusticale in cui non s'incontrano che villani, perde molta parte dei suoi tratti caratteristici nella pastorale, dove i villani non entrano che come disturbatori degli amori idillici dei pastori, come più tardi nel dramma pastorale il satiro col quale i villani vengono a poco a poco confondendosi; e nella commedia cittadina, nella quale i villani entrano come episodio, vengono pure avvicinandosi al tipo del servo sciocco o astuto col quale li vedremo fusi nella commedia classica. Parlando delle Commedie rusticali dei Rozzi, il Mazzi dice: «Se noi vogliamo cercar in esse qualche merito, bisogna riconoscerlo solamente in quel tanto che ci hanno conservato di voci e modi popolari e contadineschi; non già nella pittura e rappresentazione dei villani; i quali posti in scena o ingordi e rapaci, o brutali e sensuali, o sciocchi e stupidi, o importuni e insolenti, o poltroni e vigliacchi, queste note appariscono troppo forti e sentite, perchè alcuno possa crederle, tali quali sono rappresentate, proprie dei villani senesi del secolo XVI, e non riconosca a prima giunta l'esagerazione e lo sforzo di far ridere alle loro spalle»[238]. E il Palermo: «Proprio dei Rozzi fu di rappresentarli, più che furbi o grulli, quali son sempre fatti dai Fiorentini, brutali invece e sfacciati: e forse ciò per colpire meglio il ridicolo, entrati una volta infelicemente a cercarlo nel disonesto.» Importanti per il nostro studio, più ancora che la satira contro i villani che manca di ogni senso di misura, sono gli accenni frequentissimi che incontriamo in queste Commedie alla condizione miserevole dei poveri villani, e non è raro il caso di vedere questi autori artigiani prendere le parti della gente di contado contro i soprusi a cui andava soggetta da parte della nobiltà e dei soldati spagnuoli. Così pure assai numerose sono le conferme di quell'antagonismo tra contadini e cittadini che abbiamo visto originato da condizioni economiche. Nell'Egloga rusticale _Michelagnolo_, il cittadino, da cui prende il nome il componimento, dice al villano Balestro:
MICH. Vatti con Dio che tu se' la volpaia che chi dice un villano, un traditore vuol dire: che son di tristitia una nidaia.
Chi v'impiccasse tutti con furore (spergiuri falsi, prima che piccini) farebbe un sacrificio a tutte l'ore.
BAL. Costetta è cosa pur da cittadini: tirate l'uschio a voi, et poi serrate a ciò che non ne vengha a' contadini.
Sollecitate pure el verno et siate: con dani, con la paglia et le gravezze et con le spese mai ci abbandonate.
Et fateci col gran cento stranezze, et quando al verde poi noi siam condotti empicha, empicha dice: o che carezze.
Anche negli _Inganni Villaneschi_ del Desioso della Congrega degli Insipidi, appare quest'antagonismo; il Sindaco, padre della Bia, dice che darà la figlia in moglie a quello fra i tre villani innamorati che proverà d'aver meglio degli altri ingannato i cittadini:
E perché so ch'ognun di voi vuol male A' cittadini e anco a' buttegai, Perchè ognun c'è nemico capitale Chè so che ci vorrebbero, e' carnai, Veder tutti falliti ire a baldana . . . . . . . . . . . . . . . . . A nessun di vo' tre chi vo' dar Bia A quel che più dal dover s'allontana Nel praticar con elli. . . . . . .
e i tre villani rivali raccontano i furti commessi da loro a danno dei cittadini:
FRUZICHELLA. Nel vino io metto sempre l'acquarello perchè no m'embriachi le persone, dell'oglio furo el primo ch'è più bello . . . . . . . . . . . . . . . . SINDACO. Tu fai come die fare ogn'uomo accorto.
Tanto nelle Commedie rusticali, come nelle Commedie od Egloghe maggiaiuole i villani finiscono sempre col bastonarsi a vicenda, o coll'essere bastonati dai pastori ch'essi importunano colla loro sguaiataggine[239]; ciò fa ricordare come anche nei Scenari della Commedia dell'arte figuri sempre il bastone nella nota degli attrezzi necessari alla rappresentazione. Il teatro dei Rozzi, per la tendenza che ebbe sempre ad esagerare nella satira contro i villani, conteneva già dal suo nascere quei germi di decadenza che cominciarono a svilupparsi sul principio del secolo XVII, e tutte le loro produzioni hanno uno scarso valore artistico. Il Palermo anzi sostiene che nessun profitto apportò alla vera comica il teatro dei Rozzi, perchè più che un ritratto dei costumi del contado, ce ne diede una contraffazione e si propose il riso come fine e non come mezzo. Che le Commedie dei Rozzi abbiano avuto una benefica influenza come reazione alla bucolica falsa e convenzionale che imperava nell'egloga pastorale, crediamo si possa difficilmente negarlo, e vedremo anzi come si possa frequentemente riscontrare un influsso di esse anche nella Commedia sostenuta. Dal Torraca e dal Croce sappiamo che non solo a Roma, ma anche a Napoli si rappresentavano già fino dalla prima metà del secolo decimosesto commedie dei Rozzi, e che si facevano venire anche «eccellenti istrioni da Siena.» E assai evidente è pure l'influenza che ebbe il teatro dei Rozzi e la poesia rusticale toscana sul Ruzzante, il quale già fino dal 1520 dava rappresentazioni di brevi componimenti rusticali nei conviti dei signori, e si può considerare come anello di congiunzione tra la commedia rusticale e le prime forme rudimentali della Commedia dell'arte. Anche nelle egloghe drammatiche del Calmo si scorge facilmente l'influenza delle egloghe maggiaiuole dei Rozzi; nell'egloga seconda anzi incontriamo un villano Alfeo Satiro che sorprende i due pastori Cornisiol e Tegola e li lega ad un albero per divorarli, e, come abbiamo già ricordato, vi incontriamo dei pastori bergamaschi che vengono sostituendosi al tipo del villano. Anche nelle Commedie del Calmo il villano ha per lo più la parte di servo, e come tale viene accostandosi al tipo dello Zanni della Commedia popolare. Il tipo del villano entra pure come comico intermezzo nell'atto terzo del _Figliuol Prodigo_ del Cecchi, in cui Tognarino fa delle sciocche domande al padre Bartolo; anche nel _Martello_ dello stesso è narrata una burla che alcuni famigli e una cortigiana fanno al villano Tognon di Bartolo, burla molto simile a quella che si legge nell'atto secondo della _Vaccaria_ del Ruzzante. Anche in altre Commedie entrano dei villani, ma in generale si può notare che nella commedia sostenuta questo tipo va perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici. La commedia rusticale raggiunge il punto culminante della parabola colla _Tancia_ di Michelangelo Buonarroti il Giovane, la quale può dirsi il capolavoro di questo genere; vi sono narrate le gelosie di due villani innamorati della Tancia, che è stata promessa dal padre ad un cittadino. Assai interessante per lo studio delle tradizioni popolari è lo scongiuro contro la malía che le villane recitano nel terzo atto sulla Tancia svenuta:
Mi succionno gli orci i sorci Mi becconno i polli i porri Mi mangionno gli agli i porci Io gridava corri corri E' sorci, e' polli, e' porci fuggir via. Malia malia . . . . . .
Molto comiche sono le esclamazioni desolate dei due villani, che decidono di morire, dovendo la Tancia sposare il cittadino:
CIAP. Or venga di baleni un centinaio Si spampanino i tuoni a dieci a dieci Vada in malora l'orto e il pisellaio E' baccegli, e' carciofani co' ceci...
CEC. Si trasformino in vespe e in calabroni Tutte le pecchie mie e 'l mele in pegola E l'olio in morchia e 'n zucche i miei poponi...
Il cittadino fa bastonare i due villani, pensando:
Che 'l villan è una bestia sì ritrosa Che le parole suol poco temere E le lusinghe la fanno viziosa Ma col baston se n'ha ogni piacere.
Il villano continua a mantenersi intatto nei suoi tratti caratteristici nelle rappresentazioni che si davano nei conventi e in generale negli istituti religiosi, e anche ultimamente si è pubblicato uno scherzo scenico di Filippo Baldinucci in cui il villano Ciapo ha una larga parte[240]. Il nome di Ciapo è dato sempre al villano nelle commedie del Fagiuoli, e nell'_Amarilli_ di Cristoforo Castelletti il villano si chiama Cavicchio, il quale nome nei scenari dello Scala[241] distingue la maschera del villano. Anche nella Commedia dell'arte la maschera del villano ebbe un grande sviluppo, ed a lei più particolarmente erano affidati i prologhi[242]; ma però, se ben si osserva, dopo il favore immenso che abbiamo visto accordato nei secoli antecedenti a tutto quanto si riferiva alla satira contro il villano, e particolarmente alla lingua rustica, alle farse ed ai frammessi, si aspetterebbe di trovare nella Commedia dell'arte una più larga partecipazione di questo tipo, che nella prima metà del secolo XVI aveva formato quasi esclusivamente la delizia degli Italiani nei teatri popolari. Per spiegare questo fenomeno basterà che ricordiamo le parole del Borghini riguardo all'invasione dall'alta Italia nella media e nella meridionale delle maschere della Commedia dell'arte. Nella seconda metà del secolo XVI ai lagni che gli scrittori delle commedie letterarie innalzano per il favore che il pubblico andava sempre più accordando alle maschere, si uniscono quelli degli scrittori di Commedie rusticali. Cristoforo Castelletti nel prologo dei Torti amorosi (1581), come nota il Gaspary[243], si lamenta che il pubblico preferisca alle commedie classiche «una chiacchierata all'improvviso e fuori di proposito di un vecchio Venetiano e d'un servitor Bergamasco, accompagnata da quattro ationi disoneste.» Pier Jacopo Martelli ricorda come in Venezia la _Scolastica_ dell'Ariosto fosse accolta da fischi e schiamazzi da quello stesso pubblico che tanto applaudiva le maschere. E il Lasca[244]:
Le belle cose e i costumi divini de i giovan Fiorentini l'opere degne e 'l vertuoso spasso altro oggidì non è che gire in chiasso per udir commediacce rattoppate recitate e condotte da brigate infami, tal che mai belle e gentili cose non s'odon, ma plebee e sporche. . . . . . . . . . . . . . . . . e per questo cotal maggior sollazzo botteghe, banchi, cameracce e scuole restan la sera abbandonate e sole.
E più oltre (pag. 430):
Hanno i poeti questa volta dato del cul, come si dice, in sul pietrone, poi che 'l nuovo salone sverginato stato è da' Zanni per lor guiderdone, onde delle commedie hanno acquistato la gloria tutta e la riputazione; così da i Zanni vinti e superati possono ire a impiccarsi i letterati.
E il Bronzino[245]:
I ciurmadori e zanni, della calca abbisognano E de' corribi, e di chi creda e spenda Non di chi lor bugie scuopre e difalca.
Ma assai più caratteristici, e molto più interessanti per lo studio delle fonti della Commedia dell'arte, sono i lamenti che si leggono in un codice, del principio del secolo XVII della Comunale di Siena, contenente rime di anonimi Rozzi[246], nella _Mascherata d'un branco di Villani che si lamentano delle Donne che apprezzano più Il Zanni, Pantaloni e Ambrogini_[247]. Precede un «Mandrigale cantato in Musica da quatro Villani.»
Siam, Donne belle, i vostri contadini Da voi abbandonati, E del tutto laggati, Per Venetiani, Zanni et Ambrogini.
Noi siam pur donne del vostro paiese Che per voi lagoriamo, E poder v'azzappiamo, E (vi) si può dir che vi faccian le spese.
Che pensate cavar da simil genti Ch'appena san parlare, E parte sol belare, Facendo sol bèbè che sien dolenti.
Son venute tal gente in cheste bande, Per dar pene, et affanni, A noi coi lor malanni, E voi di lor ne fate un conto grande.
Laghatel'ire et fate a modo vostro E noi soli apprezzate, Che vi haviam sempre amate Essendo ciaschedun sempre mai vostro.
Seguono poi ventiquattro stanze dette alternativamente dai villani; riporteremo qui soltanto alcune delle più importanti:
Stanza III, Villano III.