Saggio di ricerche sulla satira contro il villano
Part 8
Gli argomenti che il Riccoboni[194] porta contro il Menagio e il Dati per dimostrare che il tipo e il nome dello Zanni provengono direttamente dal Sannio degli antichi mimi, sono di scarso valore. In una nota del Davanzati al Tacito, egli osserva, è detto che gli Zanni sono attori che in lingua bergamasca o norcina hanno l'arte di far ridere; dunque vi erano Zanni che non parlavano bergamasco, ma norcino, dialetto rustico di una città dell'Umbria, e allora perchè non li vediamo chiamati Gianni in Toscana? Abbiamo già visto come lo Zanni fosse chiamato pure col nome di Giovanni, e nell'_Ercolano_ del Varchi è detto appunto: «..... credo bene che i Gianni nelle loro Commedie dicano........»[195]. Anche Anton Maria Salvini nelle annotazioni alla Fiera del Buonarroti (3, 1, 9) nota: «Zanni, servo sciocco in commedia, detto Zanni alla lombarda per Gianni»[196]. Il D'Ancona[197], commentando un noto passo del Borghini su cui avremo occasione di ritornare, riporta il passo della Vita di Battista Franco del Vasari secondo il quale «la origine degli Zanni è riferita alla metà circa del secolo XVI, e riappiccata alle Commedie fatte fare in Roma da una brigata di artisti e di begli umori, a capo dei quali era Giovan Andrea dell'Anguillara.» Il D'Ancona però, fondandosi sul Canto _carnascialesco degli Zanni_ del Lasca, opina che la maschera dello Zanni sia senza alcun dubbio di origine lombarda, ciò che vedremo confermato da una poesia di un anonimo senese della Congrega dei Rozzi. Anche il Valentini accenna a quest'origine lombarda delle maschere della Commedia dell'Arte: «La commedia italiana improvvisa, detta dell'arte, è antichissima, e più antica della commedia italiana regolata e scritta. Ebbe il suo principio nella Lombardia, si sparse per tutta l'Italia, penetrò nella Francia, dove ancora sussiste»[198]. Tanto qui però, come nella poesia senese a cui abbiamo ora accennato, crediamo che si debba dare alla parola Lombardia un'estensione di significato assai ampia, e che si debba per essa intendere l'Italia settentrionale; si accenna a quest'origine lombarda, perchè i due tipi più caratteristici della Commedia dell'Arte, cioè gli Zanni, furono tolti da Bergamo, ma se ben si osserva è molto più probabile che queste maschere siano nate sulle scene del teatro popolare veneziano, dove, come abbiamo visto, il loro sorgere corrispondeva all'intento satirico contro i Bergamaschi. A Bologna ebbe pure la Commedia dell'Arte un grande sviluppo, e il Goldoni infatti ci dice (_Memorie_, t. II, cap. XXIV) che in quella città incontrò opposizione più che altrove la sua riforma teatrale. Il vedere affidate a comici bergamaschi le parti degli Zanni al tempo del nascere della Commedia improvvisata, non conferma l'origine lombarda di essa, ma soltanto che i comici bergamaschi erano naturalmente preferiti per la più fedele riproduzione ch'essi potevano dare del dialetto e dei costumi di quei montanari che erano imitati dagli Zanni.
Venezia fu probabilmente la culla e la tomba della Commedia dell'Arte, perchè in quella città appunto iniziò il Goldoni la sua riforma che doveva segnare la condanna delle maschere; questo non è da intendersi in senso assoluto, perchè reliquie della Commedia improvvisata si potranno trovare anche nel nostro secolo[199].
Il Masi, parlando dell'oscurità in cui si ravvolge l'origine del primo Zanni, di Arlecchino, osserva: «..... il buon Galeani Napione, notando che il Quadrio dice ignorarsi l'origine dello Zanni Bergamasco, ne fa senz'altro inventore il Bandello in due personaggi, il primo dei quali è un Gandino Bergamasco (P. I, nov. XXXIV), ed il secondo un Fracasso Bergamasco esso pure (P. IV, nov. XXV).... C'è in realtà in quei due personaggi del gran novelliere cinquecentista molto del carattere di Arlecchino.»[200] Ma, come osserva giustamente il Masi, l'opinione del Galiani ha poco valore, perchè non si sa se il Bandello abbia tolto questa creazione alla Commedia dell'Arte o viceversa[201]. Veramente importante è la prima novella ricordata dal Galiani, e noi possiamo incontrarvi assai larghi accenni all'astio che produceva anche in Genova l'invasione dei facchini bergamaschi. Il Bandello spiega questa invasione colla povertà del suolo montuoso bergamasco che obbliga gli abitanti ad emigrare in cerca di miglior fortuna, e si diffonde ad enumerare le cattive qualità dei Bergamaschi di contado, che qui non ripeteremo, perchè identiche a quelle già da noi ricordate. Ma non è il solo Bandello che introduca tra i tipi ridicoli delle sue novelle i Bergamaschi, e basterà che ricordiamo lo Straparola, il Domenichi ed il Giraldi, e i commediografi popolari già citati.
Nello Straparola, che era di origine bergamasca essendo nativo di Caravaggio, vediamo riflessa, nel racconto dell'astuzia usata dai suoi concittadini per vincere i Fiorentini, la reazione contro questa corrente satirica, l'inversione da negativa in positiva quale l'abbiamo vista manifestarsi anche per il villano in generale; i Bergamaschi passarono poi nella tradizione, in grazia di questa reazione, per la gente più astuta e più fine d'intelligenza. Il Bandello dunque non può dirsi inventore di questa maschera, perchè essa era già nata prima di lui; però a lui spetta il merito di averci, più diffusamente degli altri novellieri del suo tempo, conservato nelle sue novelle la conferma dell'esistenza di questa corrente satirica contro i facchini montanari. Il Valentini[202] dice che Arlecchino[203] era pure chiamato Battocchio, e crede che Brighella sia originario di Brescia, come Pulcinella da Acerra; assai importante in questa rarissima opera del Valentini è la parte terza, sulle maschere del Carnovale Romano, nella quale troviamo attestazioni del perdurare nel nostro secolo tra il popolo della maschera del matto e di quella del villano.
Parlando del tipo del villano nella Commedia avremo occasione di diffonderci a parlare dei non dubbi legami di parentela che esistono tra il contadino e lo Zanni; per ora ci interessava solo di stabilire come l'introduzione di questa maschera nella Commedia dell'Arte debba ricollegarsi strettamente alla corrente satirica contro i Villani dalla quale abbiamo visto generata l'introduzione dei componimenti in lingua rustica, e più particolarmente a quell'inurbarsi della gente di campagna nelle città in cerca di lavoro, da cui persistiamo a credere originate per la maggior parte queste caratteristiche produzioni satiriche. Il De Amicis, nello studio già ricordato sulla Commedia dell'Arte, ha cercato di dimostrare che lo Zanni, derivato dal Sannio della Commedia latina, è un nome generico sotto cui devono comprendersi tutti gli attori che avevano solo lo scopo di far ridere gli spettatori, e che Pulcinella ed Arlecchino non sono che due maschere provenute direttamente dal buffone della Commedia latina. Per quanto riguarda Pulcinella, lo Scherillo[204] prima e Benedetto Croce[205] poi hanno stabilito con validi argomenti che il volere cercar di riannodare questa maschera con quella corrispondente del teatro popolare latino è un'utopia che fu accolta fino ai giorni nostri dagli storici della nostra letteratura, ma che tale opinione è assolutamente priva di ogni fondamento, e che Pulcinella e le molte altre figure tipiche del servo, ora astuto ed ora sciocco, della Commedia dell'Arte, sono una creazione italiana del secolo decimosesto, originate da un intento satirico contro i villani di una data regione. L'affinità che può sussistere fra la maschera della commedia popolare antica e lo Zanni non è nei particolari e nei lati di rassomiglianza fra il Macco e il Pulcinella, ma nella identità e nella continuazione dello spirito drammatico degli Italiani che in epoche tra loro tanto lontane hanno creato, sotto l'impulso di un medesimo intento satirico, due maschere che riproducono la stessa caricatura contro i villani. Che il nome di Zanni sia poi divenuto, come opina il De-Amicis, un nome generico e collettivo per indicare le varie parti buffe che erano affidate alle maschere che rappresentavano la caricatura delle diverse città, è dimostrato tra l'altro dal fatto di trovare già nel secolo decimosesto distinti il primo ed il secondo Zanni; ma ci pare indubitato che questa maschera debba essere ricondotta nella sua origine ad un tipo unico riflettente la satira contro i facchini di Bergamo. E infatti quanti parlano dello Zanni, accennano sempre alla sua origine bergamasca, e più particolarmente insistono sulla sua calata «dalle vallade.» Pier Jacopo Martelli, passando in rassegna i vari tipi della Commedia dell'Arte, dice: «Che diremo di quel cotal Bergamasco, che venir mostra dalle parti vallive di quella stessa provincia? Quella sua maschera mora ritonda, e intorno al mento pelosa a guisa di simia..... quel suo dialetto zannesco..... furono e saranno sempre la delizia più favorita dei popolani.» Il Flögel[206] ripetendo un'opinione già espressa dal Riccoboni, credeva che il dialetto bergamasco fosse stato dal Ruzzante messo in bocca di preferenza ai servi «weil die Stadt Bergamo den Ruf geniesst, dass ihr Pöbel vorzugweise aus Gecken und Betrügern besteht, die in beidem Charakteren Meister sind.» Parole ripetute letteralmente da Maurice Sand[207]: «Arlequin et Brighella sont toujours de la ville de Bergame..... Ceux de la haute ville, personnifiés dans le type de Brighella, sont vifs, spirituels et actifs; ceux de la ville basse sont paresseux, ignorants et presque stupides, comme Arlequin. J'en demande pardon aux habitants de la basse ville, mais je suppose que, comme Arlequin, ils sont devenus, depuis le seizième siècle, aussi vifs et aussi spirituels que leurs compatriotes de la ville haute.»
Questo sdoppiamento della maschera dello Zanni nei due tipi dello sciocco e dell'astuto bergamasco corrisponde alle due correnti positiva e negativa della satira contro il villano; ma la satira non è diretta contro gli abitanti della città di Bergamo, ma contro i facchini che da molti paesi delle montagne bergamasche, quasi fino ai giorni nostri, avevano monopolizzato il lavoro manuale nei porti delle città marittime. Del resto se potessero esistere ancora dei dubbi sull'origine bergamasca degli Zanni della Commedia dell'Arte, basterebbe ricordare quanto si legge su di essi nelle Memorie di Carlo Goldoni[208]. Questi, parlando dell'ostilità da lui incontrata nel pubblico quando aveva per la prima volta iniziato nelle sue Commedie la soppressione delle Maschere, che avevano formato per due secoli la più grande delle attrattive per il popolo, ci conferma quanto abbiamo visto espresso dal Flögel[209] e dal Sand sulla fama che ai suoi tempi godeva la popolazione bergamasca, da cui furono tolti i due Zanni, Brighella ed Arlecchino, e ci dà su essi questi interessanti particolari: «Brighella rappresenta un servo raggiratore, furbo e briccone. Il suo abito è una specie di livrea, e la sua maschera bruna dimostra con caricatura il colore degli abitanti di quelle alte montagne bruciate dagli ardori del sole. Vi sono Comici di questo impiego che han preso il nome di Finocchio, di Fichetto, di Scapin, ma è sempre il servitore istesso, ed il medesimo Bergamasco. Gli Arlecchini prendono ancora altri nomi, e si chiamano Traccagnini, Truffaldini, Gradelini, Mezetini, ma sempre gli stessi stolidi, e gli stessi Bergamaschi...... e la coda di lepre che fa l'ornamento (del cappello) è ancor oggi l'ordinario fregio dei contadini di Bergamo.» Dalle parole del Goldoni ci pare che risulti assai chiara l'origine e l'intento satirico di questa maschera dello Zanni, rappresentante sulla scena la caricatura dei Bergamaschi valligiani che s'inurbavano nelle città marittime in cerca di lavoro; e da questa maschera ripetono certamente la loro origine tutti i numerosissimi servi della Commedia popolare italiana. Anche gli abitanti della Cava, che sulla fine del secolo decimoquinto ed il principio del decimosesto sono colpiti dalla satira nelle farse napoletane, come ha osservato giustamente Benedetto Croce[210], devono la reputazione che loro è fatta in quei componimenti alla immigrazione che gli industri abitanti della Cava facevano nella città di Napoli. Se più tardi questo tipo caratteristico di servo nella Commedia popolare in Italia, originato da questo intento satirico, venne avvicinato al tipo del servo della tradizione classica quale lo incontriamo nella commedia erudita, ciò dipende dai rapporti frequenti che intercedono in ogni tempo fra i due generi letterari, popolare e classico; ma ci pare omai indubitato che la maschera dello Zanni debba ritenersi originata sulla fine del secolo decimoquinto od al principio del secolo successivo.
Recentemente il Toldo[211], in uno studio sugli antecessori di Figaro, del servo che vince coll'astuzia i tranelli tesigli dal suo potente signore, ha svolto con abbondanza di particolari l'idea del Lenient, già da noi più addietro ricordata, dimostrando cioè, con un esame minuzioso delle farse francesi in cui il servo ha una parte importante, come il tipo del villano quale l'abbiamo visto tratteggiato nei fabliaux, presenti già assai bene delineati quei caratteri particolari e distintivi del servo che incontriamo nelle farse e nelle commedie popolari francesi. Egli osserva giustamente: «Les types des fabliaux devinrent, par conséquent, des personnages du théâtre, et le vilain se transforma dans le valet et le badin de ces pièces.» E su questo punto, sul quale noi avremo occasione di ritornare, siamo con lui completamente d'accordo. Ma venendo il Toldo a parlare poi (pag. 154-198) degli Zanni nella Commedia italiana, è in piena contraddizione con quanto aveva detto antecedentemente, accogliendo la vecchia opinione che essi provengano dalla commedia latina, e che siano pervenuti alla Commedia dell'Arte passando attraverso alla elaborazione classica della Commedia erudita[212]. Il voler continuare a credere Pulcinella derivato dal Maccus latino, dopo quanto hanno dimostrato lo Scherillo ed il Croce, che sono concordi nel ritenerlo una maschera satirica dei villani di Acerra, è altrettanto assurdo, quanto il credere lo Zanni derivato dal Sannio, etimologia, come la chiamò giustamente Anton Maria Salvini, più ingegnosa che vera. L'Agresti, rivendicando l'originalità del servo nella Commedia italiana del cinquecento, nota come i drammaturghi di quel secolo respingessero spesso chiaramente l'accusa di plagio che poteva essere loro mossa riguardo ai personaggi introdotti sulla scena, e ricorda le parole caratteristiche del servo Corbolo nella Lena:
Or l'astuzia Bisogneria d'un servo, quale fingere Ho veduto talor nelle commedie. . . . . . . . . . . . . . . . . Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia, Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria, Non ho in questa testaccia anch'io malizia?[213]
Ma crediamo di esserci omai dilungati di troppo dal nostro argomento, e domandiamo venia al cortese lettore di questa digressione. Abbiamo creduto opportuno di accennare a questa immigrazione dei facchini bergamaschi nelle città marittime, per poter spiegare l'apparizione quasi contemporanea di queste due maschere, del villano cioè e del facchino, sul principio del secolo decimosesto. In una Epistola del primo quarto di detto secolo, nella quale sono riferite notizie interessanti sopra un convito di studenti in Padova, incontriamo la prima apparizione di queste due maschere: «Approssimada l'hora de la cena fo vestidi 6 da maschere, li quali non erano stati visti in quella congregation: uno grando da m.º Francesch, uno da fachin, dui da villani senza volto et dui da matello agilissimi.....»[214].
Nella prima metà del secolo decimosesto i numerosissimi componimenti rusticali che uscirono alla luce nell'Italia superiore, dalla Frottola alla Commedia, dal Contrasto al Mariazo, sono detti indifferentemente «alla villanesca» o «alla bergamasca» e abbiamo già visto come questo ultimo appellativo sia sinonimo di «alla facchinesca». Di questo genere di componimenti, assai importanti per lo studio delle fonti della Commedia popolare, un buon numero fu ricordato dallo Stoppato, il quale ha notato pure come essi fossero recitati dai buffoni nei conviti. Il primo tra i compositori di questo genere di produzioni nell'Italia superiore che abbia seguito l'esempio dato dal Magnifico è il Ruzzante, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Certamente, come abbiamo osservato anche per Lorenzo de' Medici, non si deve credere che il Beolco sia stato l'inventore di queste produzioni rusticali padovane, ma soltanto il perfezionatore, e alcuni suoi antecessori furono ricordati dal Lovarini[215] e dal Frati[216]; ma a lui più particolarmente spetta il merito di avere, come i Rozzi di Siena, preparato ed attuato il passaggio di questo tipo nella commedia che venne poi detta «alla vilanesca.» Il Rossi ricorda alcune rappresentazioni di commedie alla villanesca fatte da Ruzzante in Venezia nel 1520, e, pure negando al Beolco l'invenzione delle maschere, riconosce che il carattere in cui si mantiene immutabile è quello del villano. Certo non si potrebbe trovare, come ha osservato il Lucchesini, nelle Commedie del Ruzzante il tipo dello Zanni quale lo incontriamo nella seconda metà di quel secolo e nel successivo nella Commedia dell'Arte; ma queste evoluzioni e questi adattamenti all'ambiente avvengono molto lentamente. Però, come fu già osservato dal Gaspary, nelle Commedie l'avvicinamento del servo della tradizione classica al contadino padovano è assai bene riuscito[217]. Del Beolco, come scrittore di commedie e di componimenti popolareggianti, ha parlato a lungo il Gaspary, il quale ha rilevato molto giustamente come il Ruzzante, solo forse tra gli scrittori di componimenti rusticali, nutrisse molta simpatia per la gente di campagna e come in una orazione in lingua rustica facesse caldi voti perchè cessasse quel vivo antagonismo tra contadini e cittadini che vedremo riflesso in più luoghi delle commedie dei Rozzi. Crediamo opportuno riferire le parole del Ruzzante: «..... perquè l'è tanto el gran cancaro de nimistà e malevolentia tra nù containi della villa, e i cittaini da Pava, ch'à se magnessòm del cuore, e tutto 'l dì per questo à se tragagiom...... Mo' pacintia, i ne dise à nù containi, villani, marassi, ragani. Nù à ghe digòm à iggi, cacanèggi, can, lusulari, magna sangue de poeritti.» E parimente assai importanti sono i frequenti accenni che si incontrano nelle opere del Ruzzante alla misera condizione dei contadini di quel tempo; il Beolco, che per riprodurre con fedeltà la vita dei campi aveva studiato da vicino gli usi ed i costumi dei contadini, non poteva far a meno di compiangere il loro triste stato ed i mali che li affliggevano.
Delle _Rime di Magagnò, Menon e Begotto_ in lingua rustica padovana non ci occuperemo, perchè improntate in gran parte all'imitazione classica di Pindaro, del Petrarca e del Veniero, e perchè veramente non vi troviamo più la vivace riproduzione che il Ruzzante ci aveva dato dell'ambiente e della vita rurale, ma solo il linguaggio rustico padovano sotto cui si scorge facilmente quella bucolica convenzionale a cui abbiamo più volte accennato. Così pure molto meno interessante, di quanto farebbe supporre il titolo, per la storia dello Zanni, è la _Raccolta di tutte l'opere di Bartolomeo Bocchini detto Zan Muzzina_, Modena, 1665; oltre l'enumerazione di alcuni Zanni nel Prologo tra Olivetta e Bagolino già ricordato dal D'Ancona, vi incontriamo ancora un _Testamento burlesco di uno Zagno orbo_[218] che può essere annoverato tra i componimenti di questo genere di cui abbiamo più addietro parlato, ed alcuni prologhi di Commedia per gli Zanni che depongono in favore dell'affinità di questa maschera con quella del villano, alla quale, come vedremo, erano pure di frequente affidati i prologhi nella Commedia popolare. Anche il _Dialogo in furbesco tra Scatorello e Campagnuolo assassini di strada_ (pag. 270) che lo Stoppato diceva «importantissimo per studiare le origini e lo svolgimento della maschera del Zanni nella Commedia dell'arte» non contiene purtroppo nulla di quanto a torto gli fu attribuito. Lo sviluppo che la maschera dello Zanni raggiunse nella Italia centrale ci è confermato dai numerosi componimenti popolari che ci sono pervenuti e che furono già da altri ricordati, e stretta analogia con lo Zanni ha pure la maschera tipica modenese di Sandrone, villano arguto di quel contado[219]. Ma ritornando agli imitatori della Nencia del Magnifico ricorderemo ancora il pistoiese F. Bracciolini; nel noto Contrasto tra Ravanello e la Nenciotta, è interessante per il nostro studio il bando curioso che il villano innamorato ha sentito leggere al mercato, inibente l'amore ai contadini[220]:
........ O contadini e paesani Col berrettino e col cappel di paglia Ch'avete dure e sudice le mani, Ma fanno presa come una tanaglia; Illustri gonzi e nobili villani Ruvida gente e povera canaglia . . . . . . . . . . . . . . . Perchè l'amore è una certa cosa Che non sta bene a gente contadina Vuol morbida la mano e non callosa E la camicia fina, fina, fina; E il contadin l'ha sempre polverosa In fuor che la domenica mattina.
Nelle _Stanze rusticali_ di Iacopo Cicognini[221], Pippo si rivolge alle dame fiorentine annunciando loro il suo matrimonio con la Betta, le bellezze della quale sono celebrate nel solito modo satirico, enumerando cioè come altrettanti pregi i difetti fisici e morali dell'innamorata; in altre Stanze rusticali del medesimo, Pippo a cui è nato un bambino che ha una strana rassomiglianza col padrone, dice che si vuole vendicare rubando sul podere e che non vuole invitare alcun Fiorentino al pranzo preparato per festeggiare la nascita del figlio:
Non ci voglio artigian nè cittadini, Ch'un dì passando per mercato nuovo Quelle giustizie di que' fattorini, Come s'io fussi un natural fantoccio M'acculattorno a mezzo del Carroccio.
Ricorderemo per ultimo i _Cartelli per Mascherate_ del Fagiuoli dove sono derise la semplicità e la gelosia dei villani che conducono le loro mogli in città a vedere le feste carnovalesche; ma in queste poesie rusticali del Fagiuoli, come nel _Lamento di Cecco da Varlungo_ del Baldovini si cercherebbe invano quel senso della misura nella satira che costituisce il pregio principale delle prime poesie di questo genere da noi studiate.
CAPITOLO V.
LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA COMMEDIA.
Dopo di avere ricercato i primi elementi costitutivi del tipo del villano nei diversi componimenti che abbiamo passato in rassegna, parleremo ora di altri componimenti che hanno più stretta relazione colla Commedia rusticale, e in generale con tutte le produzioni di forma drammatica nelle quali è fatta larga parte alla satira contro il villano. Il D'Ancona[222] e lo Stoppato[223] hanno già dimostrato come nei componimenti minori della letteratura popolare della fine del secolo decimoquinto si debbano ricercare i primi rudimenti delle commedie rusticali; e noi avremo occasione, parlando delle produzioni drammatiche dei Rozzi, di accennare alle prime forme di questo genere, composte per essere recitate nei trattenimenti e nei conviti. Particolarmente interessanti per lo studio delle fonti della Commedia popolare sono le parole che si leggono dopo il titolo in molte di queste produzioni, come nella nota _Contenzione_ del Giambullari e in molti inframessi degli antecessori dei Rozzi[224], da cui si apprende che esse erano rappresentate.