Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 7

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Questi ultimi componimenti ci porgono ocasione di parlare dell'introduzione della lingua rustica nella nostra letteratura, essendo evidente, come noi verremo dimostrando, che questa imitazione della lingua dei contadini, iniziatasi nella Toscana per quel nuovo indirizzo della poesia popolareggiante a cui Lorenzo per primo aveva dato una impronta artistica, venne poi largamente favorita nelle altre regioni dall'inurbarsi dei contadini e dei montanari nelle città principali. Vedremo pure come in questa nuova forma di esplicazione della satira contro i villani si debbano ricercare le prime traccie e i primi elementi costitutivi della maschera degli Zanni a cui è fatta tanta parte nella Commedia improvvisata, e che pur presentandosi sdoppiata, o per meglio dire, frazionata nelle molteplici figure del servo, si può far risalire al tipo dello sciocco, Arlecchino, e a quello dell'astuto, Brighella, che riflettono le due correnti di satira contro il villano di cui abbiamo più volte parlato. Il primo esempio, a nostro ricordo[170], di riproduzione della lingua rozza e ripiena di infantili storpiature dei contadini della Toscana, si può vedere nella risposta che Bentivegna del Mazzo, marito della Belcolore (_Decam._, Giorn. VIII, Nov. II), dà al Prete di Varlungo, e nella novella dodicesima del Sermini. Questo nuovo genere di componimenti, nei quali la corrente satirica contro i villani trovava una delle più indovinate esplicazioni, deve essere stato accolto con grande favore dai Fiorentini, e la poesia rusticale, anteriore alla Nencia, pubblicata dal Carducci, deve considerarsi certamente come l'unico saggio pervenutoci dei numerosissimi prodotti di questa fioritura rusticale iniziatasi dopo l'esempio del Boccaccio. Del nuovo impulso dato dal Magnifico colla _Nencia da Barberino_ alla imitazione della lingua rusticale nella poesia popolareggiante, abbiamo già parlato più addietro; poco ci resta da aggiungere per quanto riguarda la Toscana. Dopo Lorenzo de' Medici assistiamo a una straordinaria diffusione di questo nuovo genere letterario, non solo in Toscana, dove lo troveremo coltivato su larga scala e quasi esclusivamente dalla Congrega dei Rozzi di Siena, che nelle commedie rusticali riflette fedelmente quell'antagonismo speciale che noi abbiamo cercato di rilevare fino dalle prime pagine di questo nostro studio, ma anche a Napoli, e sopratutto poi nell'Italia settentrionale. Alla poesia rusticale è accordato il medesimo favore con cui erano state accolte qualche tempo prima in tutta Italia le poesie popolareggianti di Leonardo Giustiniani. La poesia rusticale non è solo presa ad esempio dai numerosi imitatori del Magnifico, dal Pulci, dal Berni, da Gabriello Simeoni, dal Bronzino, dall'Allegri, dal Malatesti, dai due Cicognini, dal Bracciolini, dal Lippi, dal Forteguerri, dal Moniglia e dal Fagiuoli, per non ricordare che i principali; ma s'introduce, come vedremo parlando della satira contro il villano nella Commedia, nella Sacra Rappresentazione, nella Farsa e nella Commedia Rusticale. Ma di questo avremo occasione di intrattenerci più oltre; ora crediamo opportuno, prima ancora di parlare dell'espandersi di questo nuovo genere letterario nelle altre parti d'Italia, di tentare di mettere in evidenza un fatto particolare e caratteristico di quel tempo, da cui, secondo noi, ebbe grandissimo incremento, specialmente nell'Italia settentrionale, il diffondersi di questo nuovo gruppo di componimenti satirici contro i villani nella letteratura italiana del secolo decimosesto. Vogliamo parlare delle frequenti e periodiche immigrazioni dei facchini dalle valli bergamasche nelle città principali, dove monopolizzavano il lavoro manuale e si univano in numerose corporazioni che godettero privilegi e che continuarono a mantenersi fiorenti fino quasi ai giorni nostri. Negli scrittori del secolo decimosesto sono assai frequenti gli accenni a questa presenza nella città dei sobrii, forti e laboriosi montanari bergamaschi. Il Folengo così ne parla[171]:

. . . . . . . . . . Cernebas mille fachinos Per sex marchettos humeris imponere somas. Ut Cato noster ait: nemo sine crimine vivit, Si Bergamaschi damnantur crimine quoquo, Crimen avaritiae specialiter imputat illos. Non Bergamascos habitantes dico per urbem, Sed quod passutos castagnis, atque gosatos Vel macco saturos mandat montagna deorsum. In spallam portant saccum, sogamque recinctam Et cantant vacui coram latrone viantes. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Non urbe, non castrum, quod non sit plena fachinis Arte fachinandi nil se gens altra fatigat, Sunt Bergamascha solum de prole fachini.

E il Garzoni[172]: «I Fachini... nati nelle montagne del Bergamasco, ove sono tratti fuor del tinaccio, come tanti gazotti della Gabbia, et mandati fuor della vallata a beneficio di tutto il mondo, che si serve di loro, come di asini, o di Muli da somma..... Sono i fachini fra loro di più sorte, come le cerase sul frutto, e massime nelle città grosse; come in una Venetia... Sono primieramente quasi tutti montanari, overo di Valtolina, overo di Valcamonica, e non sono grossi di aspetto, ma di dentro sono così grossi di legname, che gente più tonda quasi non si trova di cotesta, benchè qualch'uno riesce in quella sua grossezza alle volte sottile, per le gran burle, che ricevono communemente dalla gente, e perchè ogni poco, in loro pare assai, essendo per natura tondi come un fondo d'una botte, e grossi come il brodo de' macaroni, e versando di loro una stolida opinione appresso a tutti. Nel parlare non sono differenti dai gazzotti, anzi hanno una lingua tale, che i Zani se l'hanno usurpata in comedia per dar trastullo e diletto a tutta la brigata essendo ella di razza di merlotti nella pronunzia e in tutto il rimanente... Nella città di Bologna e Ferrara sono i spassi dei signori scolari, quando al tempo del carnevale[173] fanno la barriera del porco cinghiaro, et de fachini armati, ove allhora si veddono quei poveri babbioni, e turlulù con un'armatura indosso, et un elmo in testa con la visiera chiusa cercar con un pestone di legno in mano d'uccider il porco, e darsi mazzate fra loro alla cieca che dànno da ridere e da sgrignare a gli altri, e da piangere a sè stessi... stentano tutto l'anno in Milano, in Vinetia, in Roma, in Napoli, in Ferrara, in Mantova e in mille altri luoghi d'Italia...» Dai brani che abbiamo riportato del Folengo e del Garzoni appare già chiaramente, prima ancora che lo vediamo confermato da altri documenti, che questa invasione sistematica dei facchini bergamaschi nelle varie città d'Italia dava luogo a quella reazione che suole avvenire in tutti i tempi e in tutti i paesi verso gli artigiani di un altro paese che vengono colla loro attività a portare una seria concorrenza nel lavoro manuale in un dato luogo; senza contare che in quel tempo erano vivacissime e assai frequenti le invettive che si scagliavano tra loro le città vicine. Quella satira contro i villani che abbiamo visto tanto accetta nelle città, trova in questo nuovo fatto come un filone inesauribile per una nuova esplicazione nei numerosi componimenti popolari satirici contro i Bergamaschi, e la lingua rustica bergamasca o facchinesca ha nell'Italia settentrionale il sopravvento su quella delle altre città, e diventa poi caratteristica dei due tipi principali di Zanni nella Commedia popolare scritta e in quella improvvisata. Dal Garzoni sappiamo pure che i facchini bergamaschi si recavano anche nel Mezzogiorno d'Italia, dove la loro presenza avrà pure contribuito a rendere bene accolta la satira contro i Bergamaschi; satira che viene diffondendosi coll'introduzione della lingua rustica bergamasca, la quale venne disputandosi il primato colla senese, colla pavana, colla norcina e colla cavaiola. Così in Milano dalla immigrazione dei facchini del Lago Maggiore trasse origine la fondazione dell'_Accademia della valle di Blenio_[174] nella seconda metà del secolo decimosesto, composta da bizzarri ingegni che poetavano in quella lingua rustica ed a cui si devono molti componimenti satirici, che si fingono scritti dai _Fechin dol Lagh Mejò_; è inutile ricordare come nella poesia popolare milanese duri ancora questa tradizione nelle Bosinate che continuano ad esser composte anche ai giorni nostri. Sono numerosissime le poesie popolari satiriche che ci sono pervenute sui Bergamaschi, e di un buon numero di esse ha dato notizia lo Stoppato[175]; ricorderemo qui, tra le molte altre che conosciamo, una _Canzone alla Villotta_ [Miscell. Marc., 2213, 9] del secolo XVIº:

Bergamaschi son tondi e gros de natura desdegnos e cavalcan a redos e portan i scudi pelos

Nella Desperata: _Testamento: et transito de Gratios da Bergem per Venturina de val Lugana_ [Miscell. Marc., 2213, 14] di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, il villano innamorato, dopo di essersi lamentato della crudeltà della sua amante, decide di por fine ai suoi giorni; ma poi, come Cecco da Varlungo nel _Lamento_ del Baldovini, quando deve mandar ad effetto il suo triste proposito, trova che è meglio sopportare con rassegnazione la sua disgrazia:

Voref mazam, ma non voref fam mal che se indovini a forà la ventrada el insiraf po fò ol malìtial . . . . . . . . . . . . . . . . In quel che vossi menà, me pars vedì ch'el me pianziva tutti i me paret e per amor de quei am son pentit.

Dove troviamo poi espresso più manifestamente l'antagonismo contro i facchini che nelle città marittime monopolizzavano il lavoro manuale dei porti, è nella nota novella del Delli Fabrizi intitolata _La va da tristo a cattivo_, dalla quale apprendiamo che in quel tempo Venezia era invasa da facchini bergamaschi ed albanesi[176]. Contro questi si scaglia violentemente l'autore, attribuendo alla loro invasione il deperimento morale della sua patria, Venezia, nel medesimo modo con cui Dante, come nota Vittorio Imbriani, attribuiva la rovina di Firenze al fatto dell'ammissione dei villani entro le mura. Crediamo opportuno riferire qui i passi più caratteristici della satira contenuta in questa novella contro i Bergamaschi:

CANTICA I. Di due pessime genti feccia e schiume Di ciascun vizio: et ad ogni virtute Più adverse, di quante altre Febo allume

Questo proverbio..... par che inizio avesse. . . . . . . . . . . . . . . . . Di l'un fachini i genitori foro[177] E dell'altro albanesi. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

CANTICA II. Lo padre di costui. . . . Fu bergamasco, e di ben di fortuna. Dotato sì che 'l non era mendico.

E questo, perchè, tratto dalla cuna Di subito a Vinegia fu mandato Dove questa canaglia si rauna.

E quivi col suo cesto agguadagnato Cotanto avea con mille latrocini E con migliaia che avea assassinato,

Che alcune terre appresso d'i confini D'una sua valla, donde esso discese Comprato avea qual fan tali mastini.

Ma come Giuda, ti so dir, che l'fioco Facea di tutto da vero fachino.

A costui il novelliere attribuisce la nota storiella della compera del crocefisso, che abbiamo visto addossata dal Poggio ai villani:

O despietata e maledetta raccia Che fin in Christo ardite porre mano, Meno il cielo curando d'una straccia.

Abbiamo riportato qui queste atroci invettive contro i facchini bergamaschi, perchè ci sembrano una eloquente conferma di quanto noi abbiamo cercato di dimostrare riguardo all'origine della satira contro i villani; l'odio che vediamo espresso contro di essi non è un semplice esercizio accademico come quello che informa la letteratura misogina del medio-evo, ma un riflesso di quell'antagonismo economico che, purtroppo, anche ai giorni nostri, suole svilupparsi nei centri commerciali, a cui accorrono i nostri robusti e laboriosi montanari, tra gli abitanti della città e gli operai dei paesi vicini. Ma anche da un altro lato ci interessano al sommo grado queste feroci invettive contro i facchini bergamaschi, cioè per la grande importanza che possono avere nello studio della origine di una delle più note maschere della Commedia dell'Arte; vogliamo parlare dello Zanni, che venne più tardi sdoppiandosi nei due tipi del servo sciocco ed astuto, Arlecchino e Brighella, e più tardi ancora in una infinità di altri buffoni della scena, ma che nel periodo della sua origine doveva rappresentare, come vedremo, un tipo unico, quello del facchino bergamasco. Questa invasione di facchini bergamaschi, particolarmente nella città di Venezia, ci è confermata da molti altri documenti. Nella novella dello Straparola[178] in cui sono narrate le tradizionali disgrazie dei tre fratelli gobbi (Notte V, fav. III), si racconta come uno di essi, Zambù, figlio di Bertoldo, parte dalla Valsabbia, e si reca a Venezia in cerca di fortuna; appena arrivato in città, si mette a fare il facchino nel porto. Questo nome di Zambù ci porge occasione di intrattenerci a parlare dell'origine bergamasca della maschera dello Zanni. Lo Zerbini[179], passando in rassegna le varie opere scritte in dialetto bergamasco, ricordava che si hanno due traduzioni in bergamasco[180] dell'_Orlando_ Furioso, una delle quali è la seguente: «Rolant Furius de Mesir Lodovic di Arost stramudat in lengua bergamascha per ol Zambô de Val Brembana indrizat al Sagnor Bartolamé Minchiô[181] da Bergem so patrô». Lo Zerbini parlava di questo Zambô come di un autore che veramente fosse esistito nel secolo XVI, ma assai più giustamente il Moschetti[182] crede che in questo nome si debba vedere una forma dialettale della maschera teatrale dello Zanni di val Brembana, che più tardi assunse il nome di Arlecchino. Siccome l'altra traduzione dell'_Orlando_ è conosciuta sotto il nome del _Gobbo di Rialto,_ il Pasquino veneziano, il Moschetti argomenta che questa statua a cui si affiggevano le satire e le caricature rappresentasse nel concetto dei Veneziani la maschera dello Zanni, la personificazione del tipo del facchino bergamasco. Per affermare l'origine bergamasca del _Gobbo di Rialto,_ il Moschetti ricorda quanto gli si fa rispondere alla «disfida» che nel 1554 gli aveva mandato Pasquino, invitandolo a svelare il luogo di sua origine. Pasquino gli aveva detto: «Gobbo facchino del bando di Rialto... sei Bergamasco, Svizzero o Grifone? hai bocca da polenta o pur da gnocchi?» Il Gobbo risponde:

Da Bergamo a Venetia son venuto . . . . . . . . . . . . . . . . Non ti pensar, ben ch'io sia nato in villa Fra due montagne in fondo ad una valle . . . . . . . . . . . . . . . . Di poca aiada mi contento e pasco Da buon pitocco e da buon bergamasco.

In una delle molte operette di G. C. Croce[183] sullo Zanni, intitolata: «Disgratie del Zani. Narate in un Sonetto di dicisette linguagi. Come giungendo ad una Hosteria, alcuni Banditi lo volsero amazare, e poi fattoli dar da cena fa un contrasto con l'Hoste» lo Zanni, peregrinando attraverso i campi, giunge ad una casa e domanda ospitalità, ma ne è respinto ruvidamente da uno che gli grida:

Fachin poltron, ste no te to' de chi Forse che ti non parlare mai pi.

giunto a un'altra casa si sente gridare da un tedesco:

O tiaule poltrinaz une Fachine

e dappertutto è accolto coll'appellativo di Facchino poltrone, ciò che conferma indubbiamente la sua origine e il carattere del tipo che rappresentava. Notiamo poi che un'altra analogia tra lo Zambù dello Straparola e la maschera dello Zanni si può vedere nella loro ingordigia; lo Zambù in causa di essa è scacciato da tutti i padroni, e lo Zanni, nel Contrasto che segue alle «Disgratie» si sente dire dall'Oste, ch'egli non vuole e non può pagare:

Ti aver disdot pan ninag busagne Diese piate de lasagne E tante roste e vin...

ed è noto che l'ingordigia è appunto la caratteristica di questa maschera nella Commedia dell'arte[184], e che il suo piatto favorito sono i «maccarú e sbruffadei.»

Giacchè ora siamo sull'argomento della presenza di facchini bergamaschi nelle città, e principalmente in Venezia, crediamo opportuno di ricordare qui come si possa vedere un'attestazione di questo fatto anche in quei numerosi _Viaggi dello Zanni a Venezia_ che ci sono pervenuti[185], nei quali è assai evidente la satira contro i montanari che s'inurbavano. Così pure ricorderemo i due sonetti pubblicati dal Tosi[186], che sono detti nel titolo: «Due bellissimi sonetti in lingua bergamasca nel primo dei quali si dichiara la bellezza di Venezia et nel secondo la dottrina del Zanni.» Nel primo è descritta dallo Zanni la sua partenza dalla montagna:

De l'an che i tribulat ste mal content Propi dol mis che i asen va in amor Cazat da un opiniò, da un cert umor Da Bergem me parte' subitament...

che ricorda quanto lo Zanni dice nella _Bizzarria di Pantalone_ del Gatticci: «a so' cittadì montanar delle valladi in confin di Bergamasch, e so nasud l'an chi castrava i porc, Missier,»...[187].

Nel secondo sonetto si legge pure:

Ol prim trat ch'em parte' de voltolina Eri plu tondo che non è una rava La brigada de mi semper sgrignava

e lo Zanni continua dicendo che quando ritornerà da Venezia alle proprie montagne, è certo di essere accolto con grande plauso dai suoi compaesani:

Ai me vegnerà contra in comitiva A son de tamburi, campani e piva Cridando: viva! viva!

Lo Zerbini nella ricordata monografia sul dialetto bergamasco, accennava pure a questa immigrazione di facchini in Venezia: «I poveri valligiani vi andavano a stentar la vita o come facchini o come servi, e gli allegri veneziani dovettero ridere non poco alle spalle di essi per le forti aspirazioni e per le dure cadenze del loro vernacolo.» Venendo poi a parlare dell'origine bergamasca di Arlecchino, egli ammette come indiscusso che questo tipo rappresenti nella Commedia dell'Arte il bergamasco che partiva dalla propria provincia per accorrere alla capitale della Repubblica in cerca di miglior fortuna; e su questo siamo con lui perfettamente d'accordo. Ma non siamo del suo avviso su quanto affermava sullo Zanni; essendo per noi assai importante questo argomento, apriamo una parentesi per riassumere le varie opinioni che si sono emesse sull'origine di questo tipo della Commedia dell'Arte. Lo Zerbini a questo proposito osservava: «Niccolò Rossi (sec. XVIº) ne' suoi _Discorsi sulla Commedia_ lascerebbe credere che lo Zanni o Gianni, com'egli lo chiama, sia anche esso una maschera fissa bergamasca, e alcuni lo fanno anche discendere da Valle Brembana, e propriamente da S. Giovan Bianco»; ma egli non accettava tale ipotesi e seguiva l'opinione del De-Amicis, che cioè lo Zanni fosse derivato dal _Sannio_ del teatro popolare latino e fosse un nome generico per indicare i personaggi buffi della Commedia improvvisata.

La questione dell'origine della maschera dello Zanni aveva già formato oggetto di discussione fino da un'epoca non molto lontana dalla sua comparsa sul teatro. Egidio Menagio[188], alla parola _Zanni_ nota: «Dissi nelle mie _Origini Francesi_ che questo vocabolo italiano derivava dal Greco-Barbaro τζάννω, voce dello stesso significato... Ora sono del parere del Signor Carlo Dati... il quale tien per fermo che sia stata corrotta questa voce da quella di Giovanni.» Segue poi la lettera del Dati al Menagio, della quale riporteremo qui solo la parte più notevole: «..... ancorchè io creda assolutamente che Zanni non significhi altro che Giovanni, essendochè Gianni che è abbreviatura di Giovanni, si dica per lo più in Lombardia e particolarmente nel territorio di Bergamo, Zan..... figurandosi il Zanni in Commedia un villano Bergamasco che avesse nome Giovanni, non poteva chiamarsi altrimenti che Zanni. E così per avventura si pose nome quel primo, che messe in iscena tal personaggio. Come Cola e Coviello pur si dicono in Commedia i Servi Napoletani, da' nomi de' primi inventori di questa parte, Nicola e Jacovello.» Continua il Dati ricordando come un tale che in lingua latina curiale aveva scritto contro un suo concorrente, volendo indicare che egli in Commedia aveva fatto lo Zanni, si era così espresso: «_fecerat Joannem_»; che il Varchi nell'Ercolano invece di Zanni li chiama _Gianni_, e che il personaggio corrispondente della Commedia è chiamato dagli Spagnuoli _Bobo Juan_, e dai Francesi _Jan-Farine_, _Jan-Potage_[189].

Respinto ogni legame di parentela della maschera dello Zanni col Sannio dell'antica commedia popolare latina, ci pare che risulti abbastanza evidente, da quanto siamo venuti dicendo, che le origini di questo tipo della Commedia dell'Arte devono essere ricollegate alle numerose attestazioni che affermano l'esistenza di una corrente satirica contro i facchini bergamaschi. Ultimamente si sono venuti aggiungendo a questa ipotesi molti validi argomenti, che confermano con grande evidenza come si debba attribuire a questa satira contro i Bergamaschi la comparsa sul teatro dello Zanni. Il Rossi, nella nota recensione allo Stoppato[190], ricorda una commedia di Vincenzo Fenice, stampata nel 1549, nella quale trovasi tra i personaggi un «Giovanni Bergamascho servitor» che vien sempre chiamato Zane; ed il Gaspary[191] ha fatto osservare che in una lettera del Macchiavelli del 25 febbraio 1514 si incontra già il nome di Zanni usato per significare un servitore bergamasco, e che nel secondo dialogo di Ruzzante «Tonin Bergamascho fante di M. Andronico» è chiamato, nell'ultima scena, «Zane». Lo stesso Beolco nella _Rodiana_, atto IIº, scena VIIIª, fa dire a Truffa: «Tutti i matti ha lome Zane.....». Come si può attribuire al Calmo l'invenzione della maschera del Pantalone, parrebbe ovvio di attribuire al Beolco la creazione della maschera dello Zanni, ma il Marchese Cesare Lucchesini[192] ci prova che questo tipo deve essere anteriore alle produzioni del Ruzzante. Il Riccoboni, egli osserva, ha falsamente attribuito al Beolco l'introduzione delle maschere sul teatro, perchè tanto per il Pantalone quanto per il Dottor Bolognese non troviamo nelle opere del commediografo popolare padovano personaggi corrispondenti. «Lo stesso dicasi, egli aggiunge, dei due Zanni Bergamaschi. In fatti lo Speroni, nella seconda parte del Dialogo della Istoria, introduce Paolo Manuzio a dire che essendo egli giovane, Ruzzante in Padova spesse fiate fece commedie assai belle e volentieri ascoltate, quantunque in esse lo innamorato parlasse Tosco e il servitore non Bergamasco, ma Padovan da Villa. Le quali parole dimostrano abbastanza che indipendentemente dal Ruzzante era già fin d'allora in vigore l'uso d'introdurre sulla scena servitori bergamaschi e che questo uso non era seguito dal Ruzzante stesso: e perciò non può avere avuto da lui l'origine.» Già nella «_Floriana_, Comedia nuovamente impressa in Florentia e diligentemente emendata per Bartolomeo de Zanetti da Bressa, 1518» vediamo deriso il dialetto bergamasco[193]; è noto poi come il facchino bergamasco entri, come comico intermezzo, anche nella commedia erudita. Il Calmo non solo introduce dei pastori bergamaschi nelle Egloghe dove rappresentano la parte buffonesca propria del villano, ma nella _Saltuzza_ ha messo il nome di «Balordo» al facchino bergamasco che vi si trova. Noi crediamo che questa maschera provenga appunto, più che dal senso dispregiativo che si soleva annettere al nome di Giovanni in molte nazioni, come ci dicono il Dati ed il Flögel, da un servo bergamasco Giovanni che nella commedia popolare abbia goduto di molta popolarità, e che sia passato poi con questo nome nella tradizione; che il nome di Giovanni avesse un significato non troppo lusinghiero, ci è confermato tra l'altro dal noto Capitolo di Monsignor Giovanni della Casa in biasimo del suo nome.