Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 4

Chapter 43,517 wordsPublic domain

e il lupo, dopo di aver fatta la confessione dei suoi peccati, salta nell'altra secchia e discende nel pozzo mentre la volpe risale e si mette in salvo. Così pure il villano astuto incontrando i suoi nemici, che credevano di averlo gettato nel fiume legato in un sacco[92] dove egli invece aveva fatto entrare un pecoraro, li induce, affermando loro che le pecore di cui lo vedono ora possessore furono da lui trovate nel letto del fiume, a precipitarsi nell'acqua dove trovano la morte. Anche tra l'episodio della guarigione del leone intrapresa da Renardo che viene chiamato presso il re infermo dietro il consiglio del cugino, e il noto fabliau _Du vilain mire_[93] vi è certo molta analogia in quanto entrambi sono, contro loro voglia, obbligati a curare l'ammalato che nessun medico aveva saputo guarire; ed ambedue compiono meravigliosamente quanto vien loro imposto e guadagnano onori e ricchezze. La strana e comica cura a cui il villano assoggetta la figlia del re per levarle la resta di pesce che le si era conficcata in gola, è troppo nota perchè noi ci fermiamo a narrarla. Piuttosto osserveremo come una certa analogia, per quanto lontana, si possa vedere tra il _Jugement de Renart_ e il fabliau _Du Vilain qui conquisi Paradis par plait_[94], quantunque diversifichino totalmente nella soluzione, perchè la volpe, accusata da tutti i suoi nemici presso il leone, ottiene salva la vita vestendo l'abito di pellegrino, mentre il villano, confondendo i suoi accusatori, guadagna un posto nel paradiso. Un certo parallelismo si potrebbe vedere nella difesa coraggiosa che entrambi fanno delle proprie azioni dinanzi al tribunale supremo. Ricorderemo qui brevemente il fabliau. Un villano era morto, e nè gli angeli nè i demoni, per un motivo che incontreremo parlando della satira negativa, non erano venuti a prenderne l'anima; questa vedendo l'arcangelo Gabriele che portava in cielo l'anima d'un signore, lo segue ed entra di soppiatto in paradiso. Quivi, conscia della sorte che l'aspettava, si rannicchia in un angolo; quando San Pietro la scorge, domanda chi abbia osato introdurre l'anima di un villano nel regno celeste:

Ensorquetot par seint Alain Nos n'avons cure de vilain Quar vilains ne vient en cest estre.

L'anima del villano non si lascia sgominare da questa accoglienza poco lusinghiera, e risponde per le rime a San Pietro:

Plus vilains de vos ni puet estre Çà,» dit l'ame «beau sire Pierre Toz iorz fustes plus durs que pierre Fous fu, par seint paternostre Dieus quant de vos fist son apostre.

e gli rinfaccia di aver avuto l'impudenza di rinnegare per ben tre volte il suo divin Maestro. San Pietro si ritira mortificato e manda, a scacciare il villano, San Tommaso che gli grida da lontano:

Vuide paradis, vilains faus.

Anche a questo santo il villano dice il fatto suo, e gli rimprovera la sua proverbiale incredulità; e così pure a San Paolo, che si presenta da ultimo a tentare la prova, ricorda la lapidazione di San Stefano. I tre santi, confusi ed indignati, si presentano al Signore e gli raccontano le offese ricevute dal villano, il quale, tradotto al cospetto di Dio, e invitato a giustificarsi, non perde la sua franchezza e sostiene i propri diritti al regno della beatitudine, enumerando i meriti che ne l'hanno reso assai più degno dei tre santi; e Dio accoglie le ragioni del villano e gli rende giustizia. In questi fabliaux campagnuoli spira un soffio democratico che riflette il sentimento di rivolta del popolo contro la classe dominante, quello stesso sentimento da cui è inspirato il _Roman de Renart_, nel quale non è raro di trovare anzi degli accenni significativi e persino degli eccitamenti alla ribellione[95]. Ecco come possiamo spiegarci il formarsi di questa corrente satirica positiva che tende a formare della figura del villano un rappresentante e un difensore delle aspirazioni degli oppressi; e infatti mentre negli altri fabliaux dettati dallo sprezzo dei nobili e degli ecclesiastici vedremo quanto sia deriso il villano, in questi fabliaux ed in alcuni altri che verremo ricordando, il villano, per influsso anche della saga salomonica, incomincia ad alzare a poco a poco la fronte ed a prendere la rivincita sui suoi derisori.

Certo ad innalzare a questo significato simbolico la figura del villano nel medio evo e a dare un grande impulso alla corrente satirica positiva contro di lui, concorse potentemente anche il fatto che nella concezione popolare egli si era identificato col tipo dell'indovino del volgo che confonde colla sua astuzia il re saggio per grazia divina. Questo tipo di saggio volgare che il medio-evo aveva contrapposto a Salomone, se ben si osserva, corrisponde tanto fedelmente al villano quale lo abbiamo visto concepito nella letteratura medioevale, che vediamo in lui sintetizzate le due correnti in cui si bipartisce la satira contro il villano; e con questo infatti l'indovino ha comune l'astuzia volpina con cui vince i suoi oppositori, e la deformità ributtante che il popolo vedeva ripetuta nei buffoni e nei nani delle corti, ai quali pure era concessa una grande libertà di parola. Questa deformità con cui vediamo tratteggiato il tipo orientale del saggio del volgo corrisponde anche a quella tendenza verso il meraviglioso e il sopranaturale che fu propria del medio-evo; Salomone, Virgilio, Gerberto, Silvestro IIº, Cecco d'Ascoli, ed altri saggi furono creduti maghi, Attila, il «malleus orbis», fu fatto nascere dal connubio mostruoso di una donna con un cane. Così la nascita del mago Merlino è accompagnata da avvenimenti terribili[96] che fanno presagire quali portenti compierà il bambino, a cui Dio per stornare i propositi del diavolo che voleva farne un anticristo, donerà poi l'onniscienza; e il ritratto del bambino[97] corrisponde in deformità a quello che la tradizione ci ha conservato di Esopo[98], di Marcolfo[99] e di Bertoldo[100]. Abbiamo compreso anche Esopo tra le figure del villano astuto, perchè infatti egli presenta una grandissima analogia con lui; ed anzi nei primi tempi, come ha osservato giustamente il Degubernatis, personifica umanamente, come il villano, l'eroe della favola animalesca, per lo più un furbo che vince un violento, e si confonde colla volpe, sua vera eroina. «In antico raffigurava soltanto la sapienza greca, ed era poco più che un personaggio allegorico; successivamente prese nella finzione una persona sempre più distinta crescendo ad un tempo in deformità ed astuzia; Esopo diviene il tipo del villano accorto, che si rinnova nel grottesco italiano Bertoldo, il quale risolve ogni quistione che gli vien proposta»[101]. Il Pullé[102] ha dimostrato come si riscontri tra le leggende delle vite anteriori di Buddha una che ce lo presenta sotto le spoglie di Mahausadha in cui si può ravvisare un progenitore indiano dell'indovino del volgo; egli infatti scioglie tutti gli enigmi propostigli dal re Bahvannapâna del Vidcha e che sono quasi gli stessi che Salomone dà a Marcolfo, e, ancora bambino, dà prova di una straordinaria intelligenza. «Naturalmente, osserva il Pullé, si sono fatte delle differenze profonde fra le nobili figure del racconto indiano..... e il materiale, astuto e maligno contadino, modellato dal brutale e sarcastico talento dei barbarici volghi medioevali, cui non poteva gran fatto temperare la vena del rustico poeta. Fra il prototipo indiano e il Bertoldo, corrono appunto le differenze che corsero fra i tempi, la società e gli intenti ideali che li hanno rispettivamente prodotti.» Certamente questa leggenda deve aver contribuito assai a far sostituire al contradditore soprannaturale del re saggio nella saga salomonica il Marcolfo, caratteristica concezione del tipo del villano astuto nel medio-evo, in cui vediamo fondersi le due correnti di satira a cui abbiamo più volte accennato. Nel Marcolfo infatti la classe feudale non vedeva che il buffone dalle risposte insolenti e dalle azioni triviali a cui è concessa la più ampia libertà di fatti e di parole, e nella cui deformità ributtante sentiva l'espressione del suo disprezzo per i villani; mentre la plebe si era formato del contradditore di Salomone[103] il suo eroe prediletto, il rappresentante di quello spirito di ribellione da cui sono informati quei _Proverbes au vilain_ nei quali, come osserva giustamente il Guerrini, «il proletario prende la sua rivincita sul feudatario e lo beffeggia, lo insudicia per esaltare gli umili»[104]. Ecco come si spiega l'immenso favore che la figura di Marcolfo ebbe nella letteratura popolare medioevale, ed ecco pure il perchè della straordinaria integrità del suo carattere attraverso tante generazioni nella tradizione popolare. Intorno alla figura del villano astuto, dell'indovino del volgo, cambiano gli avversari che gli sono opposti dalla tradizione e vengono mano mano perdendo di importanza per adattarsi all'ambiente popolare; così a Salomone, che conservava nel concetto del medio-evo una vitalità di carattere e una grandiosità di contorni che non permettevano di rappresentarlo soccombente nella disputa col villano[105], si vengono sostituendo altre figure più confacenti alla infantilità delle concezioni del volgo. Perchè il tipo del villano astuto si mantenesse vivo nella tradizione, era necessario che egli estrinsecasse questa sua malizia in qualche fatto che colpisse l'immaginazione popolare assai più dello spirito di opposizione che informa il dialogo nella leggenda, ed ecco come molto probabilmente originarono gli altri racconti nei quali lo vediamo tratteggiato. E qui ci troviamo dinanzi alla questione già tante volte dibattuta, se esistano, cioè, dei legami di affinità tra le varie figure di Marcolfo e Bertoldo, e Unibove e Campriano. Se ben si osserva, quello spirito di ribellione da cui abbiamo veduto informata la saga marcolfiana nel medio-evo, e quella tendenza a formare dell'astuto villano un simbolico vendicatore degli oppressi, contribuiscono validamente ad aumentare sempre più l'importanza della figura di Marcolfo, che diventa nella concezione popolare l'attore principale della saga salomonica; e quanto più grandeggia l'idolo del popolo, altrettanto impallidisce il personaggio che gli è opposto dalla tradizione popolare, la quale, come abbiamo già osservato, tende ognora a sostituire alle figure storiche leggendarie, delle creazioni meglio corrispondenti all'indole sua. Certamente tra Marcolfo e Bertoldo che vincono in saggezza Salomone ed Alboino, e Unibove e Campriano che durano ben poca fatica ad ingannare avversari tanto sciocchi quali la tradizione loro attribuisce, pare che esista a tutta prima un abisso insuperabile; ma se si considera più attentamente l'evoluzione di queste fiabe da un punto di vista non limitato, e se si ricordano le leggi che governano questa evoluzione, non è impossibile riscontrare tra queste varie figure del villano astuto una certa affinità. È noto come gli studi recentissimi di novellistica comparata abbiano assodato che a ben pochi si possono ridurre i temi primitivi da cui è originata l'immensa fioritura di fiabe e di novelle nella tradizione di tutti i popoli e di tutti i tempi; questi temi fondamentali, passando dalla tradizione orale nella letteratura e viceversa, si son venuti man mano trasformando e modificando. Molto probabilmente adunque la narrazione delle astuzie di Unibove e di Campriano non rappresenterebbe che uno dei sottocicli nei quali la saga salomonica è venuta spezzandosi nel medio-evo, ciascuno dei quali ha sviluppato una parte speciale della leggenda, assimilandosi elementi affini di altre narrazioni; elementi che spesso giganteggiano fino a far perdere al «motivo» fondamentale la sua originaria fisonomia. Tanto Unibove che il suo discendente Campriano non sarebbero che innesti della letteratura popolare sopra il ceppo della leggenda salomonica; mutandosi gli intenti che informavano la narrazione della sconfitta del re saggio per grazia divina per opera dell'astuto villano, si è cangiato anche l'ambiente in cui si muovono gli attori di questa fiaba. Il Lamma[106] nega recisamente che si possa supporre una anche lontana derivazione dalla saga salomonica delle figure di Unibove e di Campriano; ma, assai più giustamente, il Novati dice: «In fondo tenuto il debito conto delle trasformazioni sofferte, Marcolfo, Unibove, Campriano e Bertoldo non sono che altrettante riproduzioni del medesimo tipo, dell'uomo di vile condizione (schiavo da prima, contadino poi) semplice e goffo, ma scaltro e sagace, che talora vince in saviezza i più nobili, i più prudenti, i più savi»[107].

Il racconto delle astuzie del villano contro i suoi avversari si modifica profondamente passando dalla tradizione orale nella letteratura, perchè non conserva la memoria degli intenti che l'hanno originato[108], e dell'aneddoto marcolfiano non sopravvive che il ricordo delle astuzie che saranno poi attribuite nelle raccolte di facezie ai più celebri buffoni del tempo. Il Folengo, che tanto frequentemente attinse nell'opera sua alla tradizione orale, e che, come abbiamo visto, coglieva tanto volentieri l'occasione di colpire colla satira i villani, inverte le parti nel racconto della burla, e mentre nel Campriano abbiamo il villano che inganna i mercanti, nell'ottava maccheronica del Baldo il villano Zambello è ingannato da Cingar che gli vende a caro prezzo il coltello miracoloso di San Bartolomeo; così _Til Eulenspiegel_, che pure è il discendente tedesco in linea retta del Marcolfo, fa di preferenza i villani vittime delle sue burle poco decenti. È inutile che ripetiamo qui i numerosi riscontri che presenta la storia di Campriano nella tradizione popolare[109]; solo ricorderemo come si possa far rientrare in questo ciclo il fabliau _De Barat et de Haimet ou de trois larrons_[110] nel quale sono narrate le astuzie usate da un villano per salvarsi dalle rapine di due ladri famigerati che non sono sciocchi e creduli come gli avversari di Unibove e di Campriano. Eccone il sunto: Un villano, già compagno di due ladri famosi per la loro audacia, li ha abbandonati per la paura del capestro ed è ritornato a casa propria; avendo un giorno ucciso un porco e dovendosi per poco assentare da casa, raccomanda alla moglie di vegliare affinchè non vengano a rubarlo i due ladri che si aggiravano nei dintorni. I ladri infatti essendo entrati nella casa del villano ed avendo visto il porco appeso in cucina, decidono di rubarlo nella prossima notte: ma il villano, ritornato a casa, appena sa dalla moglie della visita dei ladri, sospettando le loro intenzioni, stacca il porco e lo nasconde. Giunta la notte i ladri, penetrati nella casa, s'accorgono dell'inganno, ed uno di essi, approfittando del momento in cui il villano si era alzato dal letto per assicurarsi se la vacca non gli era stata rubata, s'avvicina al letto e domanda alla moglie del villano, fingendo di essere il marito e di non ricordarsi dove avevano nascosto il porco, il luogo del nascondiglio; saputolo, i due ladri rubano il porco e fuggono. Il villano li insegue e raggiunto quello che portava il corpo del delitto e che era rimasto più addietro del compagno, si fa cedere da lui il maiale col pretesto di sollevarlo del peso; il ladro, credendo di aver a che fare col proprio compagno, continua la sua strada mentre il villano ritorna verso casa. Segue poi la narrazione delle altre astuzie con cui i ladri si impadroniscono nuovamente del porco e con cui il villano per la seconda volta riesce a riconquistarlo; finchè il villano, stanco di lottare e disperando di poter vincere in astuzia i due ladri, si decide a dividere con loro il porco.

Anche in alcuni altri fabliaux vediamo tratteggiata la figura del villano astuto che ottiene il sopravvento sui suoi avversari: basterà che ricordiamo il Vilain au Buffet[111] nel quale è narrato con quanto spirito un villano rintuzzasse l'alterigia di un maggiordomo impertinente, e l'altro _De deux bourgeois et d'un vilain_[112] dove si racconta come un villano, messosi in cammino con due borghesi, mangiasse tutta la provvista di viveri che avevano messo in comune, e spiegasse questo suo atto arbitrario con un sogno fatto durante la notte[113]. In questi due ultimi fabliaux appare evidente quella tendenza alla ribellione che ha ispirato il _Roman de Renart_, e il villano ritorna ad essere rappresentato come vincitore dei suoi avversari appunto perchè questo spirito di ribellione non poteva avere un'espressione più fedele del dipingere la classe dominante vinta dal più umile degli esseri della società medioevale, dal villano tanto disprezzato e bersaglio convenzionale della satira dei _trouvères_.

Prima ancora che nei fabliaux il villano era già oggetto di scherno e di satira in quelle raccolte di favole che ebbero tanto favore nel medio-evo; ricorderemo qui alcune delle più caratteristiche da cui originarono molti dei fabliaux satirici contro i villani. Abbiamo detto, parlando del fabliaux _Du Vilain qui conquist Paradis par plait_, come i villani fossero stati scacciati dall'inferno; ecco per qual motivo il diavolo non voleva più accogliere le anime dei villani:

=De Rustico et Plutone=[114].

Dum timet agricola se debita solvere morti, Exhalans ventus podice purgat eum. Hanc rapiens Daemon animam se credit habere; Currit ad inferni pestifer ille loca. Cuius in introitu socii fetore premuntur: Vix etiam nares complice veste tegunt. Hoc cito Pluto decretum praecipit: omnis Rusticus ut maneat Ditis ab aede procul. Sit procul antiqua jam rusticus omnis ab urbe, Quem sibi consortem Tartara saeva negant.

Nel già ricordato _Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo_ possiamo già vedere con quanto favore fosse accolta la satira contro il villano[115] che viene dipinto come ingrato[116] e subdolo e comincia ad essere personificato nel tipo leggendario dello sciocco abbindolato dalle false asserzioni della moglie infedele[117].

Anche nei fabliaux il villano è rappresentato come vittima dei tradimenti della moglie, che, sorpresa coll'amante, fa credere al marito ch'egli non è più vivo; basterà che ricordiamo il fabliau: _Le vilain de Bailleul_[118] nel quale si narra come un villano, ritornato a casa in un momento inopportuno, è persuaso dalla moglie di essere gravemente ammalato, e, appena coricato, di aver spirato l'anima a Dio; la moglie lo copre con un drappo, e chiamando con alte strida tutto il vicinato, piange la perdita dell'amato sposo. Ma appena i vicini sono partiti, il villano che convinto di esser morto, non faceva più alcun movimento, s'accorge che la moglie si consolava troppo presto della vedovanza col prete, suo complice, al quale egli dice:

Certes se je ne fusse mors Mar vous i fussiez embatuz[119].

Il numero considerevole di questi fabliaux satirici nei quali vediamo tratteggiato il tipo del villano sciocco ci prova quanto favore fosse nel medio-evo accordato a quella corrente satirica da cui abbiamo veduto originati tanti curiosi componimenti. Tutte le storielle create dal mordace spirito medioevale e che vennero man mano raggruppandosi intorno al ciclo di narrazioni riferentisi allo sciocco leggendario, non privo qualche volta di una certa astuzia, sono attribuite di preferenza dai _trouvères_ al villano, perchè appunto la corrente satirica ne aveva fatto il tipo più disprezzato, il luogo comune di tutte le vilenies che uscivano dalla bizzarra e vivace fantasia di questi poeti popolari ai quali esse avevano guadagnato dai contemporanei l'appello di _ministri diaboli_[120]. Abbiamo già visto come i villani avessero in comune colle donne molte accuse; anche queste sciocchezze che vengono ad essi attribuite le troviamo spesso rivolte a deridere qualche altra classe di persone, e man mano che la satira contro il villano viene perdendo il favore che l'aveva accompagnata nel medio-evo, esse passano successivamente ad ingrossare il numero delle narrazioni con cui ciascun paese suole deridere la semplicità proverbiale degli abitanti di un dato luogo. Come le astuzie del villano oppositore sono usurpate successivamente dai più noti buffoni di ogni paese, così la scempiaggine dello stesso tipo diventerà carattere distintivo degli abitanti di Cuneo, di Peretola, di La Cava, di Bastelica, di Busto Arsizio ecc. in Italia; della Picardia, di Saint-Dode in Francia, di Gotham in Inghilterra, di Schildbourg in Germania, e via dicendo. Basterà che ricordiamo alcuni dei temi di queste tradizionali sciocchezze: il villano che ritornando dal mercato, e contando il numero degli asini acquistati, non computa nel numero quello ch'egli cavalcava e ritorna al mercato per cercarvelo[121]; i villani che, andati in città a comperare un crocefisso, raccomandano all'artefice di darne loro uno vivo per poterlo uccidere qualora non piaccia ai loro compaesani[122]; il villano che, andato in città, s'accorge che si è già alla vigilia della Domenica delle Palme, mentre egli non aveva ancora annunciato ai suoi l'arrivo della Quaresima[123]; il villano derubato della tela[124], dei capponi[125], e tante altre che sarebbe qui troppo lungo enumerare. Sono note poi tutte le balordaggini che furono fatte compiere da Bertoldino e da Cacasenno[126], nei quali possiamo vedere il ritorno alla satira negativa contro il villano astuto che era stato dalla tradizione popolare contrapposto al re saggio per grazia divina. Ricorderemo da ultimo due altri fabliaux che appartengono alla satira negativa contro il villano, e di cui daremo un breve sunto. Nel fabliau di Jean de Boves _Brunain, la Vache au Prestre_[127], non si sa veramente quale dei due vizi che vi sono attribuiti ai villani, la credulità e l'ingordigia, sia maggiormente colpito dalla satira; un villano avendo sentito che Iddio centuplica le elemosine fatte, dona al curato la propria vacca che da qualche tempo dava pochissimo latte, e avendo questa trascinata al tugurio del villano la vacca del curato colla quale era stata accoppiata, il poco disinteressato donatore ringrazia Dio di averlo ricompensato tanto presto della offerta fatta al suo ministro. Nel fabliau della _Chatelaine de Saint Gilles_[128] si deride invece il villano che, inorgoglito dalla ricchezza accumulata colla sua proverbiale avarizia, osa alzare lo sguardo sopra una donna non plebea. Un villano, ricco ma avaro, sposa la figlia di un gentiluomo povero, quantunque essa gli manifesti l'avversione e l'invincibile ripugnanza ch'essa prova a doversi unire con un uomo di vile condizione, e non si impegni a mantenersi fedele:

Doit bien avoir li vilains honte, Qui requiert fille à chastelain. _Ci le me foule, foule foule,_ _Ci le me foule le vilain._

ma egli grida tutto contento:

_L'avoirs done au vilain_ _fille à chastelain._