Saggio di ricerche sulla satira contro il villano
Part 3
El ghe quei usurari de quei citain che per un bolognin e men de tre fritelle i cavaria le buelle ai nostri pari . . . . . . . e sbirri e soldà che mai non fa che pensar muo e via de scortegare i poveri contadin.
Questi due componimenti appartengono a quel gruppo di produzioni satiriche che furono generate dall'antagonismo a cui abbiamo già più volte accennato, tra la plebe della città e quella del contado, e su cui avremo occasione di ritornare quando studieremo la figura del villano nella drammatica popolare dei Rozzi di Siena. Che la corrente satirica contro il villano che abbiamo incontrato nella letteratura prettamente popolare penetrasse frequentemente nella letteratura classica, è cosa da tutti risaputa e notissime sono le invettive che scaglia contro i villani Maffeo Vegio da Lodi nelle _Rusticalia_[65] ricordate dal Novati; il dotto umanista, ammiratore e imitatore di Virgilio, non può darsi pace che gli scrittori dell'antichità abbiano tanto lodato la semplicità della vita rustica[66], e crede che soltanto il desiderio di fuggire il frastuono della vita cittadina possa indurre i poeti ad affrontare la mala compagnia dei villani.
Oltre quelle già conosciute, altre _Rusticalia_ compose il Vegio, non meno violente e caratteristiche, che si leggono in un codice del secolo decimoquinto della Biblioteca Comunale di Verona[67]; ne riproduciamo qui alcuna delle più notevoli:
fol. 86 t.:
=In Rusticos.=
In comune bonum nasci gens rustica fruges Fertis: ob id tuto pro studio rapitis. Pergite commissum, vestra sententia solvet: Sic aliqua ad superos spes exit ire polos.
fol. 86 t.:
=In Baccham rusticam.=
Non sat erit fruges rapere: at tibi ne quid inausum, Furata es saccos improba Baccha meos. Improba sis liceat, dum saltem provida Baccha es Quandoquidem moriens eicies animam. Infera precipitem mittent te numina saccis Servatam quo sit tutior ipsa meis.
Nella seguente si meraviglia che, malgrado gli stenti e i duri lavori a cui sono obbligati, i villani siano tanto sovente feriti dagli strali di Cupido[68]:
fol. 86 t.:
=In Rusticos.=
Miror vos agrestes: meaque admiratio digna est: Quam cupidi in caecam promitis Venerem. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ebibitis puras comuni e flumine lymphas, Atque editis viles, insipidasque dapes. Unde igitur tanta haec vobis innata cupido est? . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
così pure nella seguente:
fol. 87 r.:
=In Rusticos.=
Fama refert asinos romana per oppida numquam Ad Venerem nisi post verbera multa trahi. Vos quoque post longos rurestis turba labores, Post inopem victum dira Libido rapit.
fol. 88 r.:
=In Rusticos.=
Queritis agricolae circum dumeta pusillas Labruscas; vinum conficitisque novum.
fol. 88 t.:
Suave quidem potum est tenerumque amabile mustum. Nescio qui dumi talia musta ferant. Verum conscia nox raptas testabitur uvas, Quas terrae e labris fingitis esse tamen.
In un'altra dice che i villani non hanno diritto di lamentarsi dei danni loro cagionati dal lupo e dalla volpe, perchè:
fol. 88 t.:
«In fures furum mutua turba ruit»
e nell'ultima li esorta a mutar vita, affinchè non servano di cattivo esempio ai loro figli:
Vobis nulla fides, nihil est purive piive, Exemplum vestra est vita pudenda suum. Desinite a vitiis igitur, tandemque fovete, Quos discant mores pignora veatra bonos.
Ma dove troviamo assai più evidente e palese l'influsso della corrente satirica contro i villani dalla letteratura popolare alla classica, è nelle opere del Folengo; abbiamo già visto come nell'_Orlandino_ abbia ripetuto contro di essi lo scherno e le accuse che avevamo già incontrato nella _Nativitas rusticorum_ del Matazone. Senza dubbio la condizione dei contadini assai meno felice, anche in quei tempi, nella città del Poeta che nelle altre parti d'Italia, doveva avervi prodotto un dualismo e un astio assai vivi tra la popolazione del contado e quella della città, e il poeta che nell'opera sua dà tanto larga parte alla tradizione popolare, riflette questo antagonismo, in molti luoghi dell'_Orlandino_ e delle _Macheronee_, con espressioni nelle quali più ancora di quel convenzionalismo con cui nella letteratura classica si colpivano la malizia femminile e la corruzione del clero, troviamo molte volte espresso dell'odio brutale[69]. La satira copiosa del Folengo contro i villani può trovare un'altra spiegazione anche come una reazione a quella bucolica falsa e convenzionale che l'imitazione di Virgilio nel Rinascimento aveva grandemente favorita, e nella quale la vita rustica ed i costumi degli abitanti della campagna erano dipinti con colori poco conformi alla realtà e coi luoghi comuni con cui gli antichi avevano decantato l'età dell'oro. Per una legge meccanica di equilibrio, succede nella reazione un eccesso opposto a quello a cui si vuol contrastare; e così, quanto nelle egloghe rusticali, specialmente verso la fine del secolo decimoquinto, si era allontanata la descrizione della vita campestre dal modello classico propostosi e dalla realtà della vita, altrettanto troviamo nella reazione esagerati i vizi e le cattive qualità dei villani, disconoscendo la utilità[70] e i meriti di questa povera classe che ha tanti diritti alla nostra riconoscenza. Alle lodi che il più celebrato di questi scrittori di egloghe, Giovan Battista Mantovano[71], tributava nell'opera sua alla purezza dei costumi dei villani del suo tempo, fanno un troppo forte contrasto le invettive e la satira pungente con cui li colpisce il Folengo; basterà che ricordiamo la satira contro i villani della tredicesima Maccheronica:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pichetur quicunque favet tutatque vilanos, Nil nisi crudelis quisquis miseretur eorum. Tunc ego crediderim leporesque canesque coire, Seque lupi miscere ovibus cernentur et uno Stabunt pernices, vel quajae cum sparavero, Si contadinum potero accattare dabenum. Vis civem superare? bonas sibi praebe parolas. Vis contadinum? bastonibus utere tantum. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Villanus nunquam cognovit dicere verum, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Villanus hominem solo pro pane necaret, Villanus gesiae reprobat servare statutos[72], Villanus venerem non naturaliter usat Et dicit quod nil mulieri bestia differt;
poi si scaglia in particolar modo contro i contadini di Mantova:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Maxime villanos quos Mantua, Balde, governat . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Semper habent ossum poltronis quando lavorant, Sed quando ballant, tot caprae nempe videntur . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Villanus nimia pro stizza roditur intus, Quando bastiones facit impellente senatu...
Non meno vivaci sono le invettive che dopo più di un secolo scagliava contro i villani il satirico frate Francesco Moneti nella _Cortona convertita_, il noto poemetto in cui sono svelate le male arti dei Gesuiti, e che l'autore dovette poi in seguito ritrattare per sfuggire alla vendetta dei suoi potenti nemici. Il poeta narra la missione di un gesuita dalla cui parola eloquente ed ispirata tutta la popolazione della città e della campagna di Cortona fu convertita al bene oprare; e, dopo di aver deriso come il Boccaccio e il Folengo la credulità dei propri compaesani, racconta che il Missionario, convertito che ebbe i cittadini, si reca nel contado allo scopo di convertire anche:
I rustici che han grossa la coscienza.
Il popolo gli muove incontro festosamente ed egli così incomincia la sua predica:
VII. O popoli di razza acuta e fina, Che di malizia agli otto gradi siete, E vi puzzan le mani di rapina . . . . . . . . . . . . . Sebbene uomini siete da dozzina In furberia però giudizio avete
VIII. Giove. . . . . . . . . . Fece pien di creanza il Cortigiano E senza discrizion fece il Villano, . . . . . . . . . . . . .
IX. Ladron in atto, eretico in potenza Macchinatore dell'altrui rovina, Dietro al somaro poi senza pazienza, Uomo da bosco, uccello di rapina, Serpente antico di malizia tanta Che scacciar non si può con l'acqua santa.
X. O contadini di bestial natura, O rustica progenie maledetta Che la cotica avete così dura Che non la passerebbe una saetta, Il vizio vi accompagna in sepoltura Nè mai avete la coscienza netta, Col callo ai piedi, e mani pur callose Con unghie adunche sì, ma non pelose.
XIII. Tristi furfanti, villanacci indegni Di magagne ripieni, e d'ogni errore, E sarà ver, che ceda ai fieri sdegni Fin Satanasso al rustico furore?
ed i villani, dice il poeta, compunti dalle veraci parole del Missionario che aveva con tanta acutezza enumerato tutti i loro vizi, si inducono a far una confessione generale di tutti i loro peccati.
. . . . . . . . . . . . . . . Insomma nel paese de' villani Vomitato per tutto apertamente Della coda fu visto, e delle mani Tutto il velen del rustico serpente.
e il Missionario assolve e benedice tutti, e parte poi alla volta della montagna per proseguire l'opera sua redentrice; e arrivato tra i pastori, li saluta con queste poco lusinghiere parole:
XXXVIII. O Tartari nostrali imbastarditi, Furbi di sette cotte, e gente alpina, Zingari di montagna, e degli Sciti Razza peggior assai, ladra, assassina...[73]
e rimprovera loro di esercitar la prodezza soltanto nelle aggressioni e nella rapina.
Al Moneti appartiene pure un altro satirico componimento contro i villani, noto sotto il titolo di _Testamento e Ricordi lasciati dal gran Villano di Garfagnana ad un suo Figliuolo prima di morire_[74], nel quale le invettive sono poste in bocca allo stesso Villano, che viene enumerando tutti i vizi della popolazione rustica, come già abbiamo visto nell'_Alfabeto pavano_; questa operetta del bizzarro Cortonese appartiene alla classe dei testamenti burleschi tanto comuni nella letteratura popolare[75], e certamente dovette avere una grande diffusione tra il popolo, perchè la troviamo fedelmente riprodotta nel primo ventennio del nostro secolo nel libro del Placucci sugli _Usi e pregiudizi de' Contadini della Romagna_. E che il Placucci avesse sotto gli occhi nello scrivere il «Testamento del Contadino» la satira del Moneti, appare evidentemente dal confronto dei due testamenti burleschi che noi brevemente verremo facendo:
MONETI.
Prima l'entrata io lascio a te d'ogni anno Che sorella minore è dell'uscita . . . . . . . . . . . . . . . . In virtù di legato ancor t'assegno Per tuo pedante l'asino col basto . . . . . . . . . . . . . . . . Tutore il cane, e per le cose tue Esecutor testamentario il bue. . . . . . . . . . . . . . . . . Al grano, ed alla paglia del Padrone Non ci lasciar le femmine accostare . . . . . . . . . . . . . . . .
PLACUCCI[76].
Germana dell'uscita io lascio a te l'entrata . . . . . . . . . . . . . . . . A te pedante nomino l'asino immantinente Tutore il can fedele; e il lento bue paziente Esecutore voglio testamentario ancora. . . . . . . . . . . . . . . . . Al grano ed alla paglia del credulo padrone Non abbian le tue donne soverchia divozione . . . . . . . . . . . . . . . .
ma basteranno queste concordanze tra i due componimenti, per dimostrare che «le patrie cronache della Romagna altera» da cui il Placucci dice di aver tratto il burlesco testamento del villano si identificano coll'operetta del Moneti, e che questa deve aver avuto una grande diffusione. Abbiamo detto che le invettive sono poste in bocca allo stesso villano; crediamo opportuno di riferirne qui i passi più caratteristici:
LXXIII. Quel comun detto: chi la fa l'aspetti, È un mal che infetta tutti noi villani Che nel farsi, e rifarsi onte, e dispetti Meniamo ora la lingua, ora le mani, Per tristo genio par che a noi diletti Contra la specie d'esser inumani.
LXXV. Di rustica progenie siamo nati E tali esser convien sino alla fossa, Del più rozzo, e vil fango generati Con torbido cervello, e sangue, ed ossa; Di certa pelle e di cotenna armati, Che non l'ha forse l'asino sì grossa, E tanto ancor nella durezza eccede, Che può servir per suol di scarpa al piede.
e oltremodo faceta, per quanto triviale, è la raccomandazione ultima che il villano moribondo fa al figliuolo. Altre poesie satiriche contro i villani abbiamo raccolto nell'Appendice, parte inedite, parte riprodotte da rare stampe, che dimostrano come la corrente satirica contro di essi, che diede origine a tanti componimenti nella letteratura popolare, sia stata prodotta da cause molteplici e favorita tanto dalla plebe quanto dalla classe colta delle città. Vedremo, studiando il tipo del villano nella novella, quanto favore godesse pure tra il popolo la corrente satirica positiva, ma prima sarà opportuno che rintracciamo le cause che hanno prodotto questa inversione della satira.
CAPITOLO III.
LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA NOVELLA.
«Le moyen-âge, osserva il Wright, paraît avoir été grand admirateur des animaux, en avoir observé de près les divers caractères, et s'être plu à les apprivoiser. Il ne tarda pas à se servir de leurs traits distinctifs pour satiriser et caricaturer la race humaine. Parmi les monuments littéraires que lui léguèrent les Romains, il n'accueillit aucun livre avec plus d'empressement que les Fables d'Ésope et les autres recueils d'apologues qui furent publiés sous l'Empire.»[77] Ma ancora prima del medio evo, anzi fino dai tempi della più remota antichità, gli animali ebbero una grandissima parte nelle letterature orientali, presi come rappresentanti di un dato carattere, ed è noto come la dottrina delle metempsicosi abbia contribuito potentemente alla loro introduzione negli apologhi e nei precetti[78]. Ma non entreremo qui a parlare della diffusione grandissima che ebbero nell'antichità le favole; solo ci preme di osservare come tra gli animali che più frequentemente vediamo introdotti nella favola, una parte principalissima spetti alla volpe, che rappresenta il debole che è costretto a ricorrere all'astuzia per supplire alla forza che gli manca e per difendersi dalla prepotenza e dalla forza brutale dei suoi avversari. Questi si cambiano spesso dinanzi alla volpe; così negli apologhi orientali, essa, che qualche volta è sostituita dallo sciacallo, si trova alle prese col leone, e nell'antico folklore animalesco del Nord dell'Europa è messa di fronte all'orso, a cui nel medio-evo sottentra il lupo, che diventa poi il nemico più acerrimo della volpe a cui è sempre contrapposto nell'epopea animalesca medioevale[79]. E tra Renardo ed Isengrino s'impegna infatti quella lotta formidabile, che ci fu conservata nel cielo epico del _Renart_, alla cui compilazione, come ben disse il Lenient, concorsero parecchie generazioni come nella costruzione delle più colossali chiese, e che egli ben definisce: «écho des rancunes qui animent les petits contre les grands..... cycle immense où se développe sous toutes les formes le génie d'opposition.»[80] Come Renardo rappresentava, come abbiamo detto, il debole che si difende coll'astuzia, così, Isengrino dal sentimento di rivolta che animava l'una delle classi medioevali contro l'altra, i «vilains» contro i «courtois», fu considerato come il tipo della violenza brutale «un symbole, créé par la réalité des choses, de ces hauts barons si avides et si puissants, qui n'obéissaient qu'à leurs appétits du moment et ne cherchaient pas même un prétext à leurs rapines.
Qui fist vilains, si fist les lous
«disait un poëte du XIIIe siècle, en indiquant clairement la signification tout aristocratique que l'imagination populaire y avait atachée»[81]. Noi ci fermiamo a determinare il significato simbolico che la fantasia popolare nel medio-evo aveva dato a questa lotta tra Renardo ed Isengrino, perchè ci pare, come verremo dimostrando, che molti tratti di somiglianza abbia colla volpe il tipo del villano[82], quale lo vedremo tratteggiato nella satira positiva dei fabliaux. Certamente noi dobbiamo fermarci al _Roman de Renart_ per trovare con evidenza manifestato il carattere simbolico che la volpe rappresenta in opposizione al lupo, e per vedere una possibile analogia negli intenti che informano la satira positiva contro Renardo ed il villano; perchè, come è noto, negli altri rami di cui si compone l'immenso ciclo del _Renart_ la volpe viene man mano perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici, tanto che la vedremo poi vittima alla sua volta dell'astuzia di altri animali, Tybert, Chantecler e persino di Tardif, e non conserva nei successivi rimaneggiamenti del poema la missione di vendicatrice degli oppressi. Nel «Roman de Renart» in cui si vennero raggruppando le tradizioni popolari per opera dei suoi compilatori, e in cui possiamo più spiccatamente che altrove vedere quel carattere di universalità proprio della poesia medioevale «charme du vilain aussi bien que du seigneur»[83], la volpe, appunto per questa pluralità d'intendimenti da cui era informato il poema, rappresenta la vittoria del debole sul forte, ed è perciò assai cara alla classe degli oppressi che si era fatto di lei il suo eroe prediletto[84]; ma per la classe dominante essa non è che la «bête puant» pericolosa per le sue cattive qualità, tra le quali predomina l'astuzia contro cui nessuno può lottare. Anche nel concetto adunque della classe feudale Renardo ottiene il sopravvento sul suo nemico acerrimo, Isengrino; ma questa vittoria non è che il risultato della esagerazione dei vizi di Renardo, il «Maufez» che viene persino confuso col diavolo, e a cui il disprezzo della classe aristocratica e colta attribuirà un'origine differente da quella degli altri animali, come pure si farà col villano. Questa evoluzione, o per dir meglio, inversione della satira contro l'eroe popolare, contro:
Renart qui tol le monde engane[85]
è la stessa che incontriamo nella più antica delle poesie satiriche medioevali contro il villano, nel Versus de Unibove dell'anonimo chierico franco del secolo Xº, dove leggiamo:
Natis natus ridiculis Est rusticus de rusticis[86].
e poi, mentre ci aspetteremmo una delle solite invettive che i giullari scagliavano contro il servo per lusingare l'orgoglio del potente signore di cui rallegravano i conviti[87], sentiamo invece dall'oscuro cantore narrate le astuzie con cui il villano si sottrae alle minaccie dei suoi nemici. Ora questo primo accenno all'inversione della satira contro il villano ci prova come nella tradizione popolare, di cui il cantore è l'eco fedele, si fosse già iniziato lo spirito di ribellione del debole contro il potente, la tendenza a formare del più umile tra i componenti la società medioevale quel simbolico oppositore alla prepotenza dei feudatari che vediamo tratteggiato in Renardo e nelle figure molteplici, ma certamente affini, del villano astuto. Che questo significato simbolico non fosse avvertito dal signore a cui queste satire contro il villano erano dedicate, non ci deve meravigliare, perchè anche tanti secoli dopo nemmeno alla corte del re di Francia si notava il simbolismo da cui era informato il _Mariage de Figaro_ del Beaumarchais, di quel Figaro che può coll'astuzia sua salvare l'onore della propria fidanzata minacciato dal potente signore, e che può considerarsi, come ha giustamente osservato il Lenient, quale un vero successore dello scaltro villano. E molto probabilmente sfuggiva anche ai rozzi rimatori il senso allegorico che nella concezione popolare la satira positiva contro il villano andava assumendo, perchè molti di essi, come ad esempio l'autore del _Versus de Unibove_, fanno dichiarazioni esplicite di disprezzo verso il protagonista delle loro narrazioni. Certo l'estensione di significato della parola «villano», alla quale abbiamo più addietro accennato[88], concorse validamente a rendere cara tanto alla plebe cittadina come a quella della campagna la figura del villano astuto, tanto che malgrado il dualismo che le divideva e di cui abbiamo incontrato accenni tanto numerosi, esse accomunavano nella derisione e nella sconfitta degli avversari del villano il loro odio verso gli oppressori. Così l'umile fabbro di Persiceto, Giulio Cesare Croce, chiamato come il giullare medioevale a rallegrare i banchetti dei signori, dopo di aver creato col Bertoldo una delle figure più caratteristiche e più popolari della satira positiva villanesca, non solo aggiunge più tardi non poche pagine alla satira negativa contro il villano col Bertoldino, ma da molte delle sue opere lascia trasparire l'eco dell'odio della plebe cittadina verso i coltivatori dei campi[89].
Ma, ritornando a quanto ci eravamo proposto di dimostrare, cioè all'analogia degl'intenti che informano la satira contro la volpe e quella contro il villano, osserveremo come esista un parallelismo non solo nella loro significazione simbolica, ma anche in molti particolari delle astuzie ad entrambi attribuite, dai quali vediamo confermata la nostra affermazione, cioè che essi, nella concezione popolare medioevale, venivano molto spesso confusi.
L'origine prettamente popolare di questa lotta tra il debole astuto ed il forte si manifesta anche nell'esagerata stupidità che viene attribuita agli avversari degli eroi popolari; così Isengrino ci viene rappresentato come fornito di un'intelligenza non molto superiore a quella che dalla tradizione era riconosciuta negli avversari di Unibove e di Campriano. È noto l'aneddoto della volpe che entrata in un monastero per rubarvi dei polli, attratta dalla sete, entra in una secchia e cala in fondo al pozzo dove corre pericolo di annegare; ma fortunatamente sopraggiunge il lupo, a cui essa fa una descrizione smagliante dell'abbondanza che si gode nel paradiso terrestre[90] dove è volata l'anima sua:
Ceens sont les gaaigneries, Les bois, les plains, les praieries; Ceens a riche pecunaille, Ceens puez veoir mainte aumaille Et mainte oille et mainte chievre, Ceens puez tu veoir maint lievre, Et bues et vaches et montons, Espreviers, ostors et fàucons . . . . . . . . . . . . . .[91]