Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 2

Chapter 23,574 wordsPublic domain

Han costoro per natura, Sempre far trista misura, Hanno pigliato certa maniera Quando adoprando la rasiera, Ci vorrian votar lo staro; E per questo noi vendiamo caro.

Se provasser come noi Tutto il giorno arar con buoi, E stentare tutto l'anno, E sudare con affanno, E lor dormir sopra al solaro! E per questo noi vendiamo caro[20].

L'anno al tempo della state, Dal patron siamo aspettati In su l'aia più d'una volta: E' ci toglion tutta la ricolta E ci votano il granaro, E per questo noi vendiamo caro.

Se vendiamo una cipolla, Tutti in piazza ci fan la folla E ci vogliono metter la mano. E ci bravan da can villano O pensate che duolo amaro! E per questo noi vendiamo caro. . . . . . . . . . . . . . . . L'anno al tempo de' meloni O cocomeri, et citriuoli Ci vorriano il sacco pieno, Ogni cosa per un quattrino, E la fune, con il somaro, E per questo noi vendiamo caro.

E se noi gimo a zappare L'anno ad opra, e a svangare, Ci danno a ber dell'acquarello, Mal trattato il poverello Con un fiero e puzzo amaro, E per questo noi vendiamo caro. . . . . . . . . . . . . . . . Contadini hor che faremo Poi che ognun ci ha posto il freno Cittadini et artigiani, Che ci trattan come cani, E ci fanno poi meschini, E dicon: «dagli, dagli a' Contadini!»

Abbiamo detto che questi contrasti, che riflettono l'eterna lotta tra il capitale e la mano d'opera[21] nelle relazioni tra il padrone ed il colono, continuano a vivere tra il popolo e vengono per lui stampati nella letteratura popolare. Così nel «Contrasto fra un Fiorentino ed un Contadino»[22] continuiamo a vedere espresso chiaramente l'odio del cittadino contro i villani che s'inurbano:

. . . . . . . . . . . . . . . . — Villan f..., contadino, bada, Se avrò d'accordo gli altri fiorentini, Mi metterò alla porta con la spada, E proibirò l'ingresso ai contadini. Segno che voglia e vada come vada, Sian di piano, di monti o di appennini, Sian di collina, della costa o valle, Gli destino i suoi campi, prati e stalle.

— Quando avrem pien barili, sacchi e balle D'ogni raccolta che tanto a noi preme, E quelle pesche colorite, gialle, D'ogni genere frutta ed ogni seme, Quei prosciutti, salami e quelle spalle, Tra noi villani mangeremo insieme Tacchi, piccioni, galletti e pollastre, E te in Firenze mangerai le lastre[23].

Malgrado la forma moderna a cui i cantastorie hanno avvicinato questi contrasti, non è difficile scorgervi un raffazzonamento di quelle poesie satiriche popolari contro i villani che abbiamo vedute originate dalle cause economiche che avevano inasprito, dopo l'abolizione della servitù della gleba, l'attrito tra la popolazione cittadina e quella della campagna. Accenni manifesti a questo conflitto d'interessi avremo spesso occasione di incontrare nella drammatica popolare senese dei Rozzi e nelle novelle «cittadine»; ma per ora ci basta di aver brevemente accennato alle cause che possono aver generato questo antagonismo, nel quale noi persistiamo a vedere l'origine principale della satira contro il villano nella letteratura popolare. Si è da alcuni tentato di dimostrare che si potrebbe trovare una causa di questa copiosa satira contro i villani, nella loro condizione florida che avrebbe spesso trasmodato in un orgoglio insolente e in un lusso non proporzionato al loro stato[24]. In quanto al lusso nel vestire da parte dei villani nel medio-evo, non è raro di trovare, specialmente in Francia[25], degli accenni a questa tendenza, e in Germania troviamo persino delle leggi suntuarie contro di essi; ma probabilmente ciò si deve all'esteso significato che la parola «villano»[26] aveva nel medio-evo, e d'altra parte abbiamo troppe testimonianze della triste condizione delle classi rurali in quell'epoca, per poter credere avveratosi uno stato tanto anormale di cose. Alle affermazioni di coloro che decantano il medio evo come l'epoca più felice per i lavoratori del suolo, noi potremmo opporre un numero grandissimo di documenti di quell'epoca, se non temessimo di uscire dal campo prefissoci in questo studio[27]. Abbiamo più addietro accennato alla condizione degli abitanti della campagna sotto la repubblica fiorentina, perchè ivi più specialmente si potevano rilevare, per lo sviluppo straordinario che erasi dato alle industrie della lana e della seta, le cause particolari che possono aver originato un conflitto d'interessi fra la popolazione della campagna e quella della città; e abbiamo detto anche come questa condizione poco florida abbia sempre più peggiorato sotto il governo Mediceo, il quale ebbe cura di conservare premurosamente tutte le misure prese dal governo popolare della repubblica per impedire l'inurbarsi dei contadini. Ma non solamente la condizione della classe rurale fiorentina era ben poco florida, ma anche quella dei contadini di tutte le altre parti d'Italia. Le frequenti guerre che le città intraprendevano per aumentare il proprio territorio o per combattere il minaccioso crescere di una potente vicina, avevano per risultato di guastare e di impedire la coltivazione dei campi[28], ed i poveri contadini, spingendo dolenti il bestiame verso la città per sottrarsi all'onda devastatrice degli invasori, cadevano spesso nelle mani dei nemici che li mandavano a morte[29]; e quando la città, stremata dall'assedio, non aveva più vettovaglie per nutrirsi, scacciava i contadini, rifugiatisi entro le mura al principiare delle ostilità, come bocche inutili[30], ed essi, uscendo dalla città, andavano soggetti alle rappresaglie degli assedianti[31]. Di una ben triste eloquenza sono poi i lamenti dei villani che incontriamo assai spesso nella poesia popolare del secolo decimoquinto e del decimosesto[32], che sono detti «cose ridiculose et bellissime»; persino nelle poesie satiriche contro i villani, molte volte lo scherno muore sulle labbra degli anonimi ed oscuri rimatori, che si sentono trascinati a compiangere la miseria dei poveri contadini, trattati peggio delle bestie dalla gente d'armi. Così nell'_Alphabeto delli Villani_[33] del secolo decimosesto, i contadini lamentano con triste rassegnazione la loro infelice condizione:

Martori sem con duogia e con gran pianto . . . . . . . . . . . . . . Non so come a possom me sofrir tanto Nassem tutti a sto mondo per stentare L'è sì desgratià sta nostra ragia Che d'ogni banda se sentom pelare. . . . . . . . . . . . . . . Sarem sempre de quigi che è al fondo Martori semo e martori sarom. A sem pruoprio la schiuma de sto mondo.

Anche in una Raccolta di poesie popolari milanesi della Biblioteca Ambrosiana[34] troviamo dei lamenti di contadini per le sevizie dei soldati verso gli oppressi; ricorderemo la: «_Lamentatione | che fanno | Beltram da Gasian | Et Bausion da Gorgonzola | sopra li presenti tempi calamitosi et Racconta | no le Allegrezze, che si fanno in Milano per la | felice nascita del presente Principe di | Spagna che Dio mantenga_» (nº 4 della Raccolta; dopo il titolo vi è una rozza silografia rappresentante un villano che vaglia, poi: _In Milano, 1630_). I due villani narrano gli orrori della guerra e i maltrattamenti che loro usano i soldati.

BAUSION. Se costor fussen pagan No poraven fa de pesij.

BALTRAM. Quant tosan àn pers l'onor Per i man desti soldà.

_Allegrezza | fatta da Beltramo da Gagiano | Sopra la Bondanza... Cosa piacevole et da ridere in lingua rustica_. Milano, Malatesta, senza data; poi una silografia rappresentante due villani che ballano (n. 7 nella Raccolta).

A nun alter pover vilan A la nog po' a i ne dan Sciavatà su per ol cò...

_Il Lamento | del | Contadino | sopra diverse Arti. | Molto ridiculoso et piacevole, novamente posto in luce_; poi una silografia rappresentante un villano che guarda le pecore. _In Milano per Pandolfo Malatesta_: da una nota manoscritta è creduto dell'anno 1625 (n. 8 della Raccolta). Questo Lamento appartiene a quel ciclo caratteristico di poesie popolari, di cui avremo più oltre occasione di parlare, che contengono una specie di rivista satirica delle varie classi sociali e delle varie professioni. Qui il Villano, dopo di aver fatta l'enumerazione dei difetti della classe dei contadini, lamenta lo stato compassionevole in cui i soldati li hanno ridotti:

«Guardè un po' che compassion «Quant em ven sta gent a cà, «Chai me fan sò di tremà «Fin intro i pè della lechiera . . . . . . . . . . . . . «Fam roba tutt'ol beschiam «E se vo' po' a lamentam, «Tas ignò vilan poltron!»[35]

Questi accenni alla misera condizione dei villani in queste poesie popolari di un'epoca relativamente recente, dimostrano che la loro sorte, poco invidiabile durante il medio evo, ha continuato a mantenersi tale anche nei secoli successivi, e, purtroppo, anche ai giorni nostri, e che ben poco fondamento ha l'ipotesi, a cui abbiamo più addietro accennato, che vorrebbe originata la satira contro il villano dal suo prospero stato. Nè molto più felici dovettero essere le condizioni dei villani nella Francia e nella Germania durante il medio-evo, e ce lo prova il numero grandissimo di strazianti lamenti, in parte serî e in parte satirici, nei quali ci fu conservato un ben triste quadro della miseria delle classi rurali in quell'epoca. Basterà che ricordiamo per la Francia il disperato lamento del contadino, di cui si fa eco Alain Chartier nel _Quadrilogue_[36], dove il terzo stato fa una straziante descrizione delle proprie afflizioni, ed accusa il clero e la nobiltà di aver rovinata ed immiserita la patria. Al medesimo autore è attribuita pure quella _Complainte du pauvre commun et de pauvres laboureurs de France_[37] che troviamo tanto spesso ricordata, e che è una non meno eloquente pittura del misero stato delle classi rurali in Francia nel secolo decimoquinto. Una fosca luce poi gettano sul medio-evo le frequenti e terribili rivolte dei villani[38], che, spinti dalla disperazione, rialzano ferocemente il volto macilento e si slanciano con furore selvaggio sui loro oppressori, vendicando in un sol giorno i soprusi sofferti in una lunga sequela d'anni; in Francia esse furono assai più sanguinose che altrove, perchè la reazione suole essere tanto più feroce, quanto più grande è stata l'oppressione. Ricorderemo tra tutte quella che ha superato le altre per violenza e per estensione, la famosa «Jacquerie» del secolo decimoquarto, così detta dal nome di _Jacques Bonhomme_ con cui per disprezzo era chiamato in Francia il villano dalla gente d'armi. Ma anche questa, come tutte le altre sollevazioni dei villani, fu soffocata tosto nel sangue dei ribelli, e di essa non rimase che il noto lamento:

Cessez, cessez, gens d'armes et piétons De piller et de manger le bonhomme Qui de longtemps Jacques Bonhomme Se nomme[39].

Per la Germania le condizioni delle popolazioni rurali durante il medio evo furono estesamente illustrate da una bella raccolta di poesie popolari tedesche, pubblicata recentemente dal Bolte[40], tra le quali particolarmente interessanti sono i lamenti dei villani e i loro contrasti coi soldati; da una copiosa bibliografia di canti che egli ha fatto seguire alla sua raccolta, appare evidentemente quanto il tipo del villano abbia fornito anche alla poesia popolare tedesca continua materia di riso e di commiserazione.

CAPITOLO II.

POESIE SATIRICHE CONTRO IL VILLANO.

Abbiamo visto come il Wright spieghi la copiosa satira contro i villani che ci fu tramandata dalle poesie dei _trouvères_, come un'adulazione allo sprezzo del signore verso il lavoratore del suolo; e abbiamo detto pure come questa opinione del Wright sia confermata dall'evidente adulazione da cui è dettata la nota poesia satirica contro i villani di Matazone da Calignano:

A voy, signor e cavaler Si lo conto volonter

così incomincia la sua «ragione» l'oscuro cantore popolare, che spinge l'adulazione fino ad attribuire ai signori un'origine molto diversa da quella vilissima che egli afferma esser toccata al villano:

La zoxo, in uno hostero Si era uno somero: De dre si fe un sono Si grande come un tono. Da quel malvasio vento Nasce el vilan puzolento[41].

mentre il cavaliere è sorto dal connubio del giglio colla rosa, e appena nato ebbe in dono il villano di cui può fare ciò che più gli talenta. Perciò, dice il Matazone, ricordando la sua origine avvilente, il villano non deve lamentarsi di essere trattato duramente:

El vilan di mala fede Queste parole no crede, Ma e' voyo che sapia Ch'eie son tute verità. Che nesun asino che sia May no va solo per via Che un vilan o doi No ge vada da poi, E valo confortando E seco rasonando Però che son parente E nati d'una zente[42].

E il poemetto termina con un'enumerazione delle prestazioni e dei lavori che in ogni mese dell'anno il signore può pretendere dal villano, e che, come osserva il Meyer, malgrado l'evidente esagerazione, può confermare la misera condizione in quel tempo dei villani dell'Italia settentrionale. Questo profondo disprezzo della nobiltà per i villani era condiviso cordialmente dal clero, e, in generale, da tutta la classe colta, e numerose poesie satiriche ci provano come lo scherno del clero contro i villani raggiungesse molte volte il più alto grado della violenza, e non fosse per nulla inferiore a quello da cui vedremo ispirate molte produzioni popolari della plebe cittadina. Uno dei componimenti più caratteristici che la satira contro il villano abbia prodotto in Francia nel secolo decimoterzo è certamente il poemetto intitolato Des vingtrois manières de vilains[43] e sul quale non sarà inutile che spendiamo alcune parole. L'anonimo autore di questa rara operetta, passa prima in rassegna umoristicamente il carattere ed i vizi della classe dei villani del suo tempo, e trova che si potrebbero dividere in ventitre categorie, di ciascuna delle quali espone il lato caratteristico; così, per esempio, il villano _Porchins_, il _Kienins_ e l'_Asnins_, sono quelli che hanno le qualità proprie degli animali nominati; il _Ferrè_ è quello che ha quattro file di chiodi sotto le scarpe; il _Cropére_ è quello che rimane a casa, invece di andare a lavorare il campo, per rubare i conigli al padrone; il _Moussous_ è quello che odia la società, il _Babuin_ è quello che si ferma ad ammirare i monumenti della città e non s'accorge del ladro che gli ruba la borsa. «Li _Vilains Purs_ si est cil ki onkes ne mist francisse en son cuer dés lors k'i vint des fons».

Poi segue una parodia delle Litanie[44] in cui si invoca da Dio ogni sorta di maledizioni e di infermità[45] perchè sia punita la malvagità dei villani; che l'autore appartenga al clero, appare evidentemente dai versi seguenti:

A tous chiax qui héent clergie Soit la male honte forgie! Por chou ke li cler me soustiennent Et me joiestent et me retienent Por chou hé-je tous le vilains Qui héent clers et capelains.

Seguono poi le Litanie, di cui ricorderemo il principio:

_Kyrieleyson_, biaux sire Diex, Envoiés-lor hontes et diex. _Christeleyson_, biax sire cris Metés-les hors de vos ecris. _Christe-audi-nos_, oés nos Qu'il aient brisié les genous! _Tu pie Pater de celis Ipsos confundere velis Tu, Deus sanctus, sancte_ Tu, lor oste toutes santé! Sainte-Marie — la Dieu mére Donnés lor grant honte amére, Sains Gabriel et sains Michiel Par vous leur soient (fermé) li chiel.

Anche da un fabliau pubblicato dal Wright[46] appare evidente l'odio dei chierici verso i villani, odio che molto spesso era originato dai tentativi di rivolta dei servi dei monasteri[47], perchè, come è noto, gli ecclesiastici non erano molto più umani dei signori feudatari nei loro rapporti coi lavoratori del suolo, e sono stati gli ultimi ad abolire nei propri domini la servitù della gleba. Nel fabliau sopradetto si pregano pure da Dio sopra i villani speciali maledizioni:

A toz les vilains doint Dex honte . . . . . . . . . . . . . Ne finent-il de traveillier Chascuns jor, por ce gaaigner Don clerc juvent, et autre gent[48]. e più oltre si accenna all'astio reciproco che divideva le due classi:

Se il voient iij. clers ensamble, O iiij., en une compagnie, Don n'i a vilain qui ne die, Esgardez de ces clers bolastres; Par ma foi, il est plus clerjastres Que berbiz ne que autres bestes». . . . . . . . . . . . Plaust à Deu lo roi puissant, Que je fusse roi des vilains Je feisse plus de mil ainz Et autretant de laz feisse: Dont je par les cos les preisse: A mal port fussent arivé!

e nel «Despit au vilain»:

Mès Dieu en poise et moi si fet, Quar trop sont li vilain forfet Qui menjuent ces crasses oes Et à ces clers si font les moes: Déussent-il mengier poissons! Il déussent mengier chardons, Roinsces, espines et estrain Au diemenche por du fain. . . . . . . . . . . . Déussent-il mangier viandes? Il déussent parmi les landes Pestre herbe avec bues cornus, A iiij piez aler toz nus[49].

e Rutebenf nel «Pet au Vilain»:

«Ce di je por la gent vilaine, «C'onques n'amerent clerc ne prestre».

Ma dove appare più evidente l'animosità che regnava tra queste due classi è nel «Contrasto tra i chierici ed i rustici» della seconda metà del secolo decimoquinto[50], e di cui crediamo utile, per la sua rarità bibliografica[51], dare qui un breve riassunto. La stampa di questo Contrasto che noi abbiamo avuto sott'occhio, ha per titolo: _Altricatio (sic)[52] rusticorum et clericorum mota per eos coram domino papa tanquam iudice assumpto_, e si compone di 156 versi che si possono dividere in 39 strofe monorime di quattro versi, ciascuno dei quali consta di due senarii accoppiati; dopo il titolo seguono undici versi in cui viene esposto il contenuto dell'operetta, quindi incomincia la:

Propositio rusticorum.

Sancte pater, clerici non cessant gravare Nos modis compluribus quos vobis monstrare Ad presens intendimus, nec non informare Quibus nos fallaciis nituntur tractare . . . . . . . . . . . . . . . Deum neque populum in nullo verentes More lupi rapidi nostra rapientes,

e continuano di questo passo accusando i chierici di essere inumani, simoniaci ed insidiatori dell'onore delle famiglie dei rustici.

Respondent clerici.

. . . . . . . . . . . . . . . Insensati rustici, quis demon movebat Vos talia dicere.....

e dimostrano ai rustici la necessità che essi hanno della protezione del clero, da cui ricevono tanti benefici:

Sicut animalia bruta viveretis Ni sensum a clericis vos addisceretis

e infine pregano il Papa[53] di giudicare la controversia; e il Papa così decide:

Dicimus quod rustici pessime fuere Moti quando clericis se opposuere, Quibus reverentiam semper exibere Deberent non iurgia contra hos movere. Semper vellent rustici peccata peccatis Addere cottidie spreta sanctitatis Vita nec non optima norma castitatis . . . . . . . . . . . . . . . . Idcirco de cetero dicimus immergentes Ut cleris in omnibus sint obedientes . . . . . . . . . . . . . . . . Talis est proprietas asini qui lirae Solet libentissime sonitum audire, Qui sonus in auribus eius sonat mire Hunc si posset frangeret tamen invenire, Rustici consimilem modum vos habetis Nam dei servitium a clero velletis Habere quos odio tanto vos habetis Quod si potueritis vita privaretis;

e dimostra ai rustici che i chierici, nello spogliarli, sono mossi unicamente dal desiderio di toglier loro le occasioni al peccato. In fine: _Disputatio rusticorum et clericorum explicit feliciter_. Questo Contrasto, oltrechè per la sua rarità e per la satira contro i villani che vi predomina, ci pare assai importante perchè vi si scorge con molta evidenza la forma drammatica, quantunque imperfetta[54], a cui andava accostandosi questo genere di componimenti, come la nota «Contenzione di Monna Costanza e di Biagio contadino» di Bernardo Giambullari; esso si accosta alla Farsa, anche per la forma burlesca con cui è dettata la risposta del Giudice. Vedremo poi, studiando il tipo del villano nella novella, come gli ecclesiastici continuino nella tradizione popolare ad essere considerati come i più fieri nemici del villano. Molto probabilmente, anche la poesia satirica _De Natura rusticorum_ pubblicata dal Novati è opera di un ecclesiastico, perchè tra le molte accuse che sono scagliate contro i villani[55], si insiste particolarmente sulla loro empietà e ostinazione nel peccato. Una prova evidente della grande diffusione della satira contro il villano e del favore con cui era accolta non solo dalla plebe cittadina per le cause a cui abbiamo accennato, ma anche dalle altre classi, si ha oltrechè nei Contrasti, in quelle «Riviste satiriche delle varie condizioni sociali», che incontriamo tanto frequentemente nel medio-evo[56], e nelle quali la più maltrattata è sempre la classe dei villani. Nella nota raccolta di poesie medioevali di Edélestand du Méril, in una di queste satire sulle diverse professioni, l'anonimo autore lamenta la generale depravazione dei costumi, e, parlando dei villani, rimprovera loro di essere orgogliosi:

Rusticos etiam quamvis sint humiles, dico cupidinis esse culpabiles quoniam inter se concupiscentiam et incredibilem habent jactantiam[57].

e in un'altra composizione del medesimo genere, è detto dei villani:

païzant de village scevent plus de renart que nulle gent qui vivent, trop sont de male part vilain seront preudomme quant chien venderont lart[58];

e nel _Dit des Mais_[59] si censura il loro poco amore al lavoro:

Laboureur sont gens assez benéurez Mesmement par cui terres sont labourées, Mais il font bien souvent de malvaises jornées Et tart viennent à œvre, et tost truevent vesprées[60]._

A questo genere di componimenti appartengono, nella letteratura popolare italiana del secolo decimosesto, le _Malitie delle Arti_[61] nelle quali si narrano le astuzie con cui i villani defraudano il padrone all'epoca del raccolto, accusa che vedremo ripetuta d'ora in poi in tutti i componimenti satirici contro i contadini:

De contadini mi convien tractare che poderi di ciptadini haranno; nanzi che fia tempo di vendemiare di nascoso assai fructe venderanno, lassa alcun di nocte le man menare et rade feste guarderan dell'anno: chi miete o sega o attende a vendegne chi va a mulino, mercato o fa legne.

Anche Pietro Nelli (Messer Andrea da Bergamo) in una sua satira dedicata all'Aretino, passando in rassegna le diverse classi sociali, fa voti perchè i villani, essendo intemperanti, non possano mai venire in auge:

Gli artefici, e i villani, a Dio non piaccia Che gl'habbiano mai ben, perchè sarebbe Proprio un fargli annegar nella vernaccia[62].

Sullo stesso argomento ricorderemo pure _Il Consiglio Villanesco — Mascherata sopra tutte le Arti_ del Desioso degli Insipidi[63], dove la rassegna satirica delle varie condizioni della società è fatta due villani che finiscono collo stabilire che la loro condizione è senza dubbio la più felice; e la _Frottola de uno Villan dal Bonden, che se voleva far Cittadino di Ferrara_[64], dove si narra che un villano, vedendo sempre più peggiorare la propria condizione, propone ai figli suoi di abbandonare la campagna e di recarsi in città ad esercitare qualche mestiere, ma ne è dissuaso dai figli che gli ricordano le male arti dei cittadini che vanno a gara nello scorticare i villani: