Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 16

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[99] _El Dyalogo di Salomon e Marcolpho_ a cura di ERNESTO LAMMA, Bologna, Romagnoli, 1885 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CCIX). Quella stessa tendenza verso il meraviglioso che nella coscienza medioevale aveva fatto credere che i saggi dell'antichità fossero iniziati nei segreti dell'arte magica e dotati di poteri soprannaturali, andava pure rivestendo i sapienti dei caratteri particolari che la tradizione attribuiva all'indovino delle tradizioni popolari. Nel _Fiore di Filosofi e di molti savi_, Bologna, Romagnoli, 1865 (Scelta di Cur. Lett., dispensa LXIII) edito dal CAPPELLI, Socrate è così descritto: «Socrate fu grandissimo filosofo in quel tempo e fu molto laidissimo a vedere, ch'egli era piccolo malamente, ed avea il volto piloso, le nari ampie e rincagnate, la testa calva e cavata, piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e ravvolte».

[100] _El Dyalogo_, ecc., pag. XXXII.

[101] ANGELO DE GUBERNATIS, _Storia della Satira e Florilegio di satire ed epigrammi_, Firenze, 1884.

[102] F. L. PULLÉ, _Un progenitore indiano del Bertoldo, _ negli _Studi editi dall'Università di Padova a commemorare l'ottavo centenario della origine della Università di Bologna_, Padova, 1888, vol. III.

[103] Il WESSELOFSKY (_Giorn. storico della lett. ital_., volume VIII, pag. 275) osserva che nel ciclo delle leggende salomoniche negative che dimostrano il saggio re confuso dal suo rustico interlocutore si possono far rientrare «la leggenda abruzzese testè recata in luce dal Pitrè (_Archivio_, IV, 514, 515) non che il fabliau francese, avvertito dal Mussafia, di un giovane il quale profittando dei savi consigli di suo padre, cui egli salvò la vita, riesce a sciogliere le bizzarre quistioni propostegli dal re». A questo ciclo dell'indovino del volgo, del villano astuto che scioglie gli enigmi propostigli dal suo signore si ricollega pure la novella quarta del SACCHETTI: «Messer Bernabò, signore di Milano, comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnaio, vestitosi de' panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate, e l'abate rimane mugnaio»; questa novella è ripetuta nel _Grand Paragon des Nouvelles_ di NICOLAS DE TROYS, Paris, Franck, 1879, nov. 40ª. «D'un seigneur qui par force vouloit avoir la terre d'ung abbè, s'il ne luy donnoit responce de trois choses qu'il demandoit, laquelle il fit par le moyen de son mounier». Così pure la troviamo tra le novelline dell'Hebel in Germania, e nei _Contes populaires de la Gascogne_, raccolti dal BLADÉ, Parigi, 1886, tomo III, pag. 297. Nelle novelline popolari vediamo il villano vincere persino il diavolo nell'abilità di sciogliere enigmi; basterà che ricordiamo la novella XXVI dei CRYPTADIA, _Contes secrets traduits du russe, Recueil de documents pour servir à l'étude des traditions populaires,_ Darmstadt, 1883-86, vol. I, pag. 59. Nell'_Orlandino_ di LIMERMO PITOCCO, _Le opere Maccheroniche di Merlin Cocai_, ed. cit., vol. III, parte I, cap. VIII, Marcolfo scioglie gli enigmi proposti all'abate Griffarosto; il Folengo ha trasformato l'astuto villano in cuoco dell'abate. Per altri riscontri vedi: DE CASTRO, _Op. cit._, pag. 183, e V. IMBRIANI, _La Novellaia fiorentina_, Livorno, Vigo, 1877, pag. 621.

[104] GUERRINI, _Op. cit._, pag. 185.

[105] Il carattere religioso della figura di Salomone, il re saggio per grazia divina, concorse a conservarne la grandiosità leggendaria: nella _Rappresentazione di Salomone_ il Signore apparendogli in sogno, gli dice:

Io t'ho donata molta sapienza più che mai fusse in persona raccolta, et ancor voglio per la mia clemenza che più degli altri abbi ricchezza molta, onore, gloria e fama ancor ti dono.

Non potendo, per questo carattere religioso, essere intaccata la maestà della figura del re saggio per grazia divina, la tradizione popolare cercò di spiegarne la sconfitta per opera dell'indovino del volgo, accordando all'astuzia del villano un'origine comune, quantunque molto più modesta, con quella della sapienza salomonica. Vedi _El Dyalogo di Salomon e Marcolfo_ per ERNESTO LAMMA, ecc., pag. 37.

[106] LAMMA, _Op, cit._, pag. XLV.

[107] NOVATI, in _Giorn. St._, V, pag. 258.

[108] Tra i molti rifacimenti a cui andò soggetta l'opera del Croce, ricorderemo i _Trastulli della Villa_ di CAMILLO SCALIGGERI, Venetia, 1627, in cui è narrato il viaggio della famiglia di Bertoldo alla corte del re Attabalippa, e lo _Specchio ideale della Prudenza tra le pazzie, ovvero Riflessi morali sopra le ridicolose azzioni, e semplicità di Bertoldino_, Firenze, 1707, del MONETI, curiosa satira del bizzarro Cortonese contro i dotti commenti degli Umanisti. CARLO GOLDONI, compose un dramma giocoso per musica intitolato: _Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno_. Il re Alboino fa venire alla sua corte la famiglia di Bertoldo, e si innamora di Menghina, moglie di Bertoldino; questi è geloso al massimo grado, e dopo alcuni avvenimenti non molto spiritosi, la famiglia dei villani ritorna ai suoi monti e ai suoi cibi prediletti. L'unica scena che ricorda il racconto del Croce, è l'incontro di Alboino con Bertoldo, il quale parla al re con molta ruvida franchezza; qui non abbiamo più le astuzie tradizionali con cui Bertoldo inganna la regina, e il villano è persino ingannato dalla nuora.

[109] V. ZENATTI, _Op. cit._; G. RUA, _Intorno alle piacevoli notti dello Straparola_, in _Giorn. storico della Lett. It._, vol. XVI; PITRÈ, _Archivio per le tradizioni popolari_, vol. I, pag. 200.

[110] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t. IV, nº XCVI.

[111] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit_., t. III, nº LXXX.

[112] BARBAZAN, _Fabliaux et Contes_, Paris, 1808, t. II, pag. 127.

[113] Questa storiella esiste anche in un codice Vaticano da cui la trasse l'HAURÉAU (_Notices et Extraits des Mss. de la Bibl. Nat._, t. XXIX, pag. 322), _De clericis et rustico_. Il villano dice tra sè sul conto dei compagni: «Sed sint urbani cum semper in urbe dolosi...». È noto poi come questa astuzia sia stata più tardi attribuita a Pulcinella. Per altri riscontri vedi VITTORIO IMBRIANI, _Dante e il Delli Fabrizi_ in _Atti della R. Acc. di Scienze di Napoli_, vol. XX, pag, 10, e la _Novellaia fiorentina_, pag. 616.

[114] HERVIEUX, _Les fabulistes latins_, Paris, Firmin Didot, 1894, t. II, pag. 420, _Romuleae fabulae Gualteri Anglici_, Favola IV dell'Appendice. Questa favola, che ci dimostra quanto grande fosse lo scherno di cui era fatta oggetto nel medio-evo la disgraziata classe dei villani, deve aver goduto di una grande diffusione, perchè la ritroviamo spesso ripetuta. Essa, come è noto, forma l'argomento del fabliau di RUTEBEUF, _Le pet au vilain_ (MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t. III, nº LXVIII):

. . . . . . . . . . . . . . Onques à Ihesu Crist ne place Que vilainz ait herbergerie Avec le Fil Sainte Marie; Car il n'est raison ne droiture, Ce trovons nous en Escriture; Paradis ne pueent avoir, Por deniers ne por autre avoir; Et à Enfer ront il failli, Dont li maufè sont maubailli. . . . . . . . . . . . . . . Ainsi s'acorderent jadis Qu'en Enfer, ne en Paradis, Ne puet vilains entrer sans doute.

Il poeta destina i villani alla _Terre de Cocusse_. La troviamo anche nel _Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo_ (edito da G. Ghivizzani, Bologna, Romagnoli, 1866, _Scelta di curiosità letterarie_, dispense LXXV-LXXVI, fav. LXV) ed è seguita dalla seguente _Moralità temporale_: «Per il villano s'intende l'uomo cattivo, la compagnia del quale non solo dalli buoni è rifiutata, ma anche dalli cattivi». Già nel poemetto, _De Paulino et Polla_, abbiamo visto come fosse rimproverato alla classe dei rustici di corrompere la purezza dell'aria:

Aera cum flatu, corpore fœdat humum.

CENE DELLA CHITARRA parodiando i dodici sonetti dei mesi di Folgore da S. Gemignano, contrappone alle gaie feste ed ai baci di belle fanciulle promessi da Folgore ai suoi concittadini, la compagnia dei villani:

Intorno questo sianovi gran bagli Di villan scapigliati e gridatori Dai quai risolvan sì fatti sudori Che turben l'aire, sì che mai non cagli. Poi altri villan facendo in mancie Di cipolle, porrate e di marroni Usando in queste gran gravezze e ciancie.

A questo ciclo di satire contro il fetore dei villani, possiamo aggiungere anche il racconto del villano asinaio che passando in una via dove era la bottega di un profumiere fu tanto colpito dall'odore degli aromi «essendo stato nutrito en lo fango et in lo fetore de la stalla» che cadde a terra privo di sensi e non ritornò in sè fino a quando non gli fu posto sotto il naso un poco di letame. (Vedi F. ULRICH, _Recueil d'exemples en encien italien_, in _Romania_, Romania, XIII, 1884, nº 49, pag. 55 e NOVATI, in _Giorn. Storico_, III, 322 e V, 321; vedi anche il nº 54 degli _Exempli_ dell'ULRICH, _De un sengnore et uno vilan_). È noto come l'autore del corrispondente fabliau, _De vilain asnier_, faccia seguire la storiella da questa morale:

Ne se doit nus desnaturer.

che ci fa ricordare la favola dell'_Escarbot et sa Femme_, di cui parla il WRIGHT, _Histoire de la Caricature_, ecc. cap. V, pag. 71, e la risposta che il lupo dava ai monaci che volevano insegnargli a leggere. Vedi anche la novella XXI dei CRYPTADIA, vol. I, pag. 49.

[115] Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i villani l'accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era diretta dal volgare indovino contro le donne.

[116] Vedi le favole LIII, LXXXIII.

[117] Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest'ultima è ripetuta dal SERCAMBI (_Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII_ per cura di R. Renier, Torino, Loescher, 1889) nella nov. LXXX.

[118] MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t. IV, nº CIX; sarebbe troppo lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono l'infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, _Du preste ki abevete_, che ha qualche analogia col _Vilain de Bailleul_, così pure il _Fabliau d'Aloul_, il _Meunier d'Arleux_, la _Sorisete des estopes_, _Le quatre souhais Saint Martin_, ecc.

[119] Questo fabliau che, come è noto, fornì l'argomento alla nov. VIII della giornata III del Decamerone, appartiene al ciclo leggendario delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del SERCAMBI (ediz. cit.), _De Semplicitate_, la facezia LXVII del POGGIO; in una novella del FORTINI, il villano Santi del Grande recatosi in città a vendere due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi e non capretti, come i ladri avevano fatto col prete Scarpacifico (STRAPAROLA, Notte 1, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133, cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali, e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello è richiamato alla realtà della vita. Anche nella _Trinuzia_ del FIRENZUOLA i servi persuadono il dottor Rovina ch'egli non è più lui stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere a M. Niccolò nello _Stufaiolo_ del DONI, a Calandro nella commedia del DOVIZI, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la II delle _Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte sulle stampe migliori_ con introduzione di G. RUA, nel vol. XII delle _Curiosità popolari tradizionali_ pubblicate per cura di G. PITRÈ, Palermo, Clausen, 1893, e la novella _Mustafà_ del BATACCHI). La storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato cadere in terra dai portatori perchè l'intendono parlare, è ripetuta dal POGGIO, facezia CCLXVII; dal MORLINI (_Novellae, Fabulae, Comedia_, Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal LASCA (_La prima e la seconda Cena_ di A. GRAZZINI, Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia (PITRÈ, _Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani_, Palermo, Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. MANGO, _La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre_, in _Archiv. per le trad. pop._, vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la «Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au marché pour vendre ses œufz et sa cresme, et ne les veult donner si non au pris du marché» (VIOLET LE DUC, _Ancien Théâtre François_, Paris, Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di BONAVENTURE DES PERIERS.

[120] _Histoire litt. de la France_, XXIII, p. 204. Oltre l'analisi minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal LEDIEU nell'_Op. cit._, dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione dei villani nel medio-evo.

[121] È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi WRIGHT, _Histoire de la caricature_, ecc., pag. 212). Secondo un'altra storiella, il villano, avendo perduto l'asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (POGGIO, facezia LXXXVI; BONAVENTURE DES PERRIERS, novella XCIV).

[122] Poggio, facezia XII. Il DELLI FABRIZI, come vedremo, l'attribuisce ai Bergamaschi.

[123] POGGIO, facezia XI; MALESPINI, _Duecentonovelle_, parte II, nov. LXIV; G. FINAMORE, in _Archivio per le tradizioni popolari_, vol. IX, pag. 157.

[124] Vedi il fabliau _Brifaut_, MONTAIGLON et RAYNAUD, _Op. cit._, t. IV, nº CII. Questa fa parte del ciclo delle numerose scempiaggini che nel folklore continuano ad essere attribuite al tipo leggendario dello sciocco.

[125] MORLINI, nov. XIII; STRAPAROLA, notte XIII, fav. II, e si trova inoltre nella _Raccolta di burle, facezie_, ecc., poste insieme da ALESSANDRO DI GIROLAMO SOZZINI, gentiluomo sanese, Siena, 1865, nella _Cortigiana_ dell'ARETINO (Atto I, scene XI-XVIII), nelle facezie di M. PONCINO DELLA TORRE, del PIOVANO ARLOTTO, di C. DATI, nel _Cortigiano_ del CASTIGLIONE, Firenze, Sansoni, 1894, libro II, cap. LXXXIX. Per altri riscontri vedi RUA, _Intorno alle piacevoli notti dello Straparola_, in _Giornale storico della Lett. Ital_., XVI, pag. 278.

[126] Agli accenni ricordati dal GUERRINI (_Op. cit._, pag. 259-260) sull'imperizia dei Veneziani nel cavalcare, aggiungiamo i seguenti: la scena III dell'atto I della _Talanta_ dell'ARETINO dove si narrano le comicissime paure del veneziano Vergolo che deve essere aiutato da tre o quattro persone per montare a cavallo. CARLO DATI narra di un Veneziano, che andato a una posta, chiese un cavallo lungo per sei persone. Molti altri sono ricordati da V. CIAN nel commento al _Cortegiano_, ed. cit., libro I, cap. XXVII, lib. II, cap. LII.

[127] MONTAIGLON, ecc., I, nº X. Vedi anche SACCHETTI, novella CXXXIV, e KRYPTADIA, vol. I, pag. 158, nov. XLIX.

[128] MONTAIGLON, ecc., t. I, nº XI; LEDIEU, _Op. cit._, pag. 111.

[129] A questo ciclo si riconnette anche il noto fabliau _De Berangier au lonc c..._ (MONTAIGLON, ecc., t. III, pag. 252, n. LXXXVI), nel quale si narra come una figlia di un castellano povero, costretta a sposare un ricco villano smargiasso, faccia al marito una certa burla sulla quale è bene non insistere, smascherandone la codardia e costringendolo a sopportare in pace che essa conceda il suo amore ad un nobile cavaliere. Il villano invece confonde e svergogna la moglie nel fabliau: _De la C... noire_, MONTAIGLON, ecc., VI, nº CXLVIII.

[130] Il Matazone così incomincia:

A voy, segnor e cavaler . . . . . . . . . . Intenditi questa raxone La qual fe Matazone E fo da Caligano E naque d'un vilano E d'un vilan fo nato Ma non per lo so grato Però che in vilania No vose aver compagnia Se no da gli cortexi Da chi bontà imprexi.

[131] BÉDIER, _Op. cit._, pag. 292.

[132] _Ibid._, pag. 290.

[133] GUERRINI, _Op. cit._, cap. I.

[134] BARTOLI, _I precursori del Boccaccio_, Firenze, Sansoni, 1876, pag. 22.

[135] Abbiamo già accennato alla corrispondenza delle parole di Filostrato in questa novella con quelle di Geburon nella XXIX nov. dell'_Heptaméron di Margherita d'Angoulême_; in quella raccolta è l'unica novella in cui il nobile consesso si compiace di narrare le avventure di un villano; e Normefide, interrompe bruscamente Parlamente con queste parole: «Je vous pris, laissons là ce païsant avecq sa païsante...».

[136] _Novelle_ di F. SACCHETTI, Torino, Pomba, 1853, nov. LXXXVIII, CLXV, ecc.

[137] Vedi la nov. XVIII della raccolta del D'ANCONA, la VII dell'ediz. lucchese, e la II, XI, LXIX, LXXX della raccolta tratta dal Renier dal codice trivulziano.

[138] Il MÜNTZ, _L'Arte italiana nel Quattrocento_, Milano, 1894, trad. it. di A. LUZIO, osserva: «Scorrendo gli scritti del sec. XV, o esaminando le opere d'arte della stessa epoca, si è colpiti dal vedere qual esigua parte vi abbia il contadino. Nel secolo precedente esso era stato uno degli attori favoriti dei novellieri, Sacchetti, ser Giovanni (!) non meno del Boccaccio. Ma d'ora in poi, diventa un mito, un'astrazione: quando per caso straordinario, un artista fa ad uno di questi diseredati l'onore di introdurlo in una sua composizione, egli lo imbacucca d'un costume bizzarro che si avvicina al costume antico assai più che non è quello del Rinascimento. Non si direbbe quasi che l'artista non ha mai messo i piedi ne' campi, non ha mai veduto un colono od un pastore se non attraverso un prisma?».

[139] _Le Novelle_ di G. SERMINI _da Siena_, Livorno, Vigo, 1874.

[140] Sull'ingratitudine dei villani è da ricordarsi _Le Dit de Merlin Mellot_ (in JUBINAL, _Op. cit_., pag. 128), in cui è narrato di un villano «ânier» che si mostra sconoscente verso il suo sovranaturale benefattore, il quale castiga l'ingrato togliendogli tutti i beni e gli onori che gli aveva concessi, e riducendolo di nuovo «ânier»; il racconto termina con questa considerazione:

Je puis bien tele gent au chien comparagier, Quant le chien a charoigne plus qu'il n'en puet mengier I. autre ne lairoit par-devant li rungier, Ainz l'abaie et rechine com déust esragier.

[141] Novel. XXV. Nella nov. XII narra il Sermini la sua fuga dalla campagna, dove si era rifugiato per fuggire la moria nel 1492, deciso ad affrontare il pericolo di essere attaccato dal morbo, pur di togliersi dalla compagnia dei villani, contro cui si scaglia con somma violenza, deridendone il linguaggio ed enumerandone i vizi.

[142] Nella _Raccolta di Novellieri_ della _Collezione dei Classici italiani_, vol. II, pag. 29, è narrata, in una novella d'anonimo, una burla simile fatta a Bianco Alfani a cui è fatto credere che è stato eletto Podestà di Norcia; egli spende quanto possiede per il necessario arredamento, ma poi ritorna al suo paese beffato e impoverito.

[143] È un opuscoletto di poche pagine, che porta la segnatura 48, 4, del sec. XV, e nella prima pagina si legge: _Dialogo de dui Villani | che se scontrano, et uno dimanda | a l'altro ciò che ha visto a Venetia, et li narra il tutto, cosa piace | vole, da ridere. Per Rocho de gli Arimenesi | Paduano Poeta Laureato sul Monte de Venda di Caroli | e Panocchie Laureato e Poetato de man | de la signora Mathia Cartolora | ditta refugio de' Matti || Con una novella de uno Villano che credea essere inspiritato, et venne per rimedio alla speciaria della Borsa. In fine: In Venetia, per Francesco de Tomaso di Salò e compagni in Frezaria al segno de la Fede._ Il nome di questo stampatore non si trova in alcuno degli elenchi dei primi editori di Venezia.

[144] Confronta il ritratto del villano nel _Vilain mire_ e nel _Fabliau d'Aloul_.

[145] Allo speziale accade quello che toccò pure ad un prete, come si racconta nella seguente novella: «Novella de uno prete il qual per voler far le corna a un contadino si ritrovò in la m... lui e il chierico: cosa piacevole da ridere di Eustachio Celebrino da Udine. Venetia, 1535». È ricordata dal Passano, dal Brunet e nella _Bibliographie des ouvrages relatifs à l'amour_; noi non abbiamo potuto averla sott'occhio.

[146] P. A. TOSI, _Maccheronee di cinque Poeti italiani del sec. XV_, Milano, Daelli, 1864.

[147] _Duecentonovelle_, parte II, nov. LXIV.

[148] _Novelle ed. ed ined. di ser_ G. FORTEGUERRi, nov. VIII.

[149] _Scelta di curiosità lett_., nº CXXXVIII, Bologna, Romagnoli, 1874.

[150] Il Verri (_Storia di Milano_, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce, riportandola dalla _Cronaca dell'Ozario_, una scena consimile tra un Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal governatore di Lodi, e dell'estrema miseria in cui era ridotto.

[151] Nella _Farce de Maistre Pierre Pathelin_, _avec son testament à quatre personnages_, di PIERRE BLANCHET, come è noto, Thibault Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere dall'astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa di Hans Sachs, nell'_Arzigogolo_ del LASCA, nella _Scelta di facezie_, _tratti_, _buffonerie_, _motti e burle cauate da diversi autori_, Firenze, 1594, pag. 161 e nei _Diporti di M. Girolamo Parabosco_, Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.

[152] Passano, _I novellieri italiani in prosa_, _indicati e descritti_, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.

[153] Il villano, in una novella che troviamo riportata dal LA FONTAINE (_Op. cit._, pag. 254: _Le Diable de Papefiguière_) e dai KRYPTADIA, t. I, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell'avversario. Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il villano, RUA, in _Giorn. Storico_, XVI, pag. 250. Anche Belfagor, nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il villano Matteo del Bricco dell'abuso che costui faceva della facoltà concessagli di guarire le ossesse, perchè è messo in fuga dalla falsa notizia, datagli dall'astuto villano, che stava per essere raggiunto da Monna Onesta. Il D'ANCONA (_Poemetti pop. it._, Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 131) come Appendice al _Trattato della Superbia_, ecc. ha pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un'edizione recente è intitolato: _Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto che guarisce ogni malattia colle Erbe._ La Morte incontra un villano e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di coglierlo all'improvviso.

[154] Il CARDUCCI, _Cantilene e Ballate_, Strambotti e Madrigali nei sec. XIII e XIV, Pisa, Nistri, 1871, pag. 74, ha pubblicato uno dei più antichi esempi di poesia rusticale, anteriore alla Nencia; ripubblicato da SEVERINO FERRARI, _Bibl. della Lett. pop. it._, Firenze, 1882, anno I, vol. I, pag. 65.

[155] D'ANCONA, _La poesia popolare italiana_, Livorno, Vigo, 1878.

[156] E. RUBIERI, _Storia della poesia popolare italiana,_ Firenze, Barbera, 1877, parte II, cap. XIV.