Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 13

Chapter 133,508 wordsPublic domain

Stu compri dal villan una bigoncia di mele, o pere, o qual frutte si sieno, 665 credi che l'ha di sotto in modo acconcia con paglia, strame, felce, frasche o fieno, che non ritornerà la libbra un'oncia benchè per buon mercato te la dieno; di sopra fien parecchie belle e grosse, 670 poi, mescolate, piccole e percosse.

LXXXV*.

Stu comperi in mercato delle frutte susine, o fichi, mandorle o baccelli, usano un'arte nel contarle tutte che il conto non ti torna mai da quelli, 675 sien che frutte si vuole, o belle o brutte, mostronne quattro e tre te ne dà egli; stu paghi prima che tu l'abbi tolte, lo niega e ti convien pagar due volte.

LXXXVI*.

Se tu dai a balia, come tu l'hai dato, 680 in capo d'otto dì torna il villano, e dice che il bambino è raddoppiato, ma vien per trarti un ducato di mano; ma non vien mai a dir che il latte sia mancato, o che la balia è pregna, o sia mal sano 685 il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti, appunto allor tel dicon questi gatti.

LXXXVII.

Nota, lettore, una tristizia atroce, che ti parrà che a l'altre porti el maio; un villan tolse un sacco pien di noce 690 all'oste, e si le misse nel pagliaio verso levante, che da quella foce era molto percosso dal rovaio, e quivi tanto le tenne nascose, che i topi tutte quante l'ebbon rose. 695

LXXXVIII.

Odi quest'altra d'un ch'aveva un pero carico ben di pere carovelle; l'oste d'averle tutte fe' pensiero e d'accordo pagò il villan di quelle, el gatto ch'era pratico al mestiero 700 prese il danaio e colse le più belle, vendelle ad un treccon qui di mercato, l'oste lo giunse e via l'ebbe cacciato.

LXXXIX*.

Odi quest'altra, se colgon le dotte a far tutte lor' opere cattive: 705 intesi d'un che già s'ebbe condotte sotto il suo letto un'anfranta d'ulive, ed avendo il fattoio, le fe' di notte quando dormiva ognun per quelle rive, l'oste non seppe mai nulla di questo, 710 forse che un dì gli sarà manifesto.

XC*.

Un bel fico sampiero era in un orto, carco di fichi come citriuoli; l'oste a guardarlo molto stava accorto dal villan, dalla moglie, e da figliuoli, 715 ma il perfido villan gli fe' gran torto, al furto destro più che i capriuoli, scaricò il fico, e poi quando ne scese, in prova e' più bei rami egli scosese.

XCI*.

E poi se ne vantò pel vicinato, 720 pur con suoi pari come i tristi fanno, che fanno il male, e nol tengon celato tra loro anche si ridon dell'inganno; gli ebbe quel fico in modo fracassato che si seccò prima che fusse l'anno 725 così fosser a lui secchi le braccia, anco la lingua, e gli occhi nella faccia.

XCII*.

Deh! odi questa d'un villano ingrato, qual era preso in forza di comune et era già a morte sentenziato, 730 e trito come un pollo dalla fune, l'oste fe' tanto che l'ebbe scampato; così ne fusser sue voglie digiune! odi se quel villan gli fe' gran vezzi, rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi. 735

XCIII*.

Odi quest'altra, se l'è pur di quelli che ti voglion rubare a tutti i patti: un villan quattro, o cinque, o sei agnelli rubava ogni anno a l'oste de' più fatti; dico più grassi, naturali e belli, 740 e si gli nascondevan tra lor gatti, poi si scusava, e mentia per la strozza, che gl'eran tutti morti d'una indozza.

XCIV.

Quando egli avvien, siccome i fatti danno, che fortuna ti ponga d'alto in basso, 745 guardati da' Villan, che ti porranno per darti il tuffo in su le spalle un masso, e primi sono e' tua che a saccomanno metton il tuo e ingrassan del tuo grasso; se vuoi che in un verso il ver conchiuda, 750 in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.

XCV.

Perchè tu intenda, discreto auditore, la chiosa della Sferza dei villani, cioè della perfidia del lor core, e' furon quei che di lor proprie mani 755 presono, e flagellorno il tuo Signore, e crocifissol, que' perfidi cani; se furo a lui tanto ingrati e crudeli come vuo' tu che sieno a te fedeli.

XCVI.

E però fa con tutto il tuo potere 760 che tu schifi la lor conversazione, stu gli fai lavorar, fagli il dovere ma che non entri in tua abitazione, e non fare a nessun mai un piacere, sia qual si vuol di tal generazione; fa ch'io non abbi, auditor detto a sordo[332] e tienti questo per un buon ricordo.

5.

SATIRA CONTRO I VILLANI[333]

La satira che noi pubblichiamo si trova in un codice Marciano [It. IX, 453], ed è la prima di parecchie satire anonime che si leggono nel fascicolo terzo, che noi faremmo risalire non oltre la fine del secolo XVI; appartiene a quel genere di Capitoli satirici che ebbero tanta voga in quel secolo per parte degli imitatori del Berni. Abbiamo riferito del Capitolo soltanto la parte caratteristica ed importante per il nostro studio, degna di nota specialmente per l'odio atroce da cui è informata, che contrasta sensibilmente colla forma di esercizio accademico con cui la satira incomincia.

Ora e con...[334] questo caldo insano, Signor Antonio mio Pruzzacarino, Vogliovi ragionar dello villano. Non voglio già chiamarlo contadino Perchè sarebbe troppo alto cognome, Come a uno sgherro il dire paladino. Io vo dall'opre registrando il nome, Perchè villano ogni difetto include[335] . . . . . . . . . . . . . . . . Fur ben le sorti nostre et aspre et crude Quando a Natura, empia matrigna, piacque Al mondo dar bestie di pietà ignude. . . . . . . . . . . . . . . . . Tra l'altre bestie diede a noi mortali Questa villana bestia assai più ria Dell'altre vieppiù crude e micidiali, Di carità, di amor priva che, Arpia Ingorda sendo ognora al ben rubella, Da ogni costume buon sempre travia. Come nasce col puro ognor l'Agnella, Il Lupo col vorace e con l'inganno, La Tigre col crudel, con l'alma fella, Così nasce il villan con l'odio, a danno Nostro pronto, et ognor si vede in fatti Quant'egli possa porne in doglia e affanno. . . . . . . . . . . . . . . . . Sempre con rabbia, sdegno, e con rancore Vede, ode il Cittadino, e mali pensa Fargli, e quando non può sente dolore. Se in casa l'hai con caritade immensa, Ciò che ti può rubar ti ruba e brava Et have a rubar sempre l'alma accensa. Se t'è lavorator ti tol la fava, Il miglio, il vino, e quel che puoti tutto, E quanto che più può del tuo ne cava. . . . . . . . . . . . . . . . . D'ogni delitto rio, d'ogni empia colpa Il villan fassi reo, vedi che sorte, Dove e se può 'l ladron ne snerva e spolpa. . . . . . . . . . . . . . . . . Tu puoi ben dir ch'adopri egli la schiena In cavar fossi, in terrazzar, che astuto Dice: farò, nè al fin suo detto mena. . . . . . . . . . . . . . . . . Se ti bisogna a qualche tempo, et ora Un'opra dal villan, carezze e preghi Voglionvi sì che il cor rabbia divora. Onde convien che il Cittadin rinneghi Talvolta la sua fede, o incrudelisca Contro sta schiatta ria e lasci ch'anneghi. . . . . . . . . . . . . . . . . Sbasisca il traditor villano e cada Che non face pietade ad alcun mai Che abbia veduto a che rio gioco vada. Pregando tu 'l villan nulla farai Perchè più s'inasprisce, empio diventa, Ti serve meglio se al villano dai. . . . . . . . . . . . . . . . . Questa deve esser sempre l'orazione Che al villan si dee far, che altro piacere Non sa il villan che il gusto del bastone. . . . . . . . . . . . . . . . . Presta al villan danari in ginocchione Mentre piangendo te ne fa richiesta Che al render poi farà, tristo, il buffone. . . . . . . . . . . . . . . . . Se tu offendi il villan, per caso poi Se un dì può più di te, mai non si lassa Se non t'uccide o squarcia come i buoi Ma se non può, non di legger la passa, Ma la serba nel cor, fin che gli viensi Occasione di porti in una cassa. . . . . . . . . . . . . . . . . Se in casa il villan lasci praticare, Cerca torti l'onor, sta sull'avviso Di farti mal, pur che lo possa fare. . . . . . . . . . . . . . . . . Ha poi nel core il rio villan radice Di virtù, che non cura e non tien conto Se è becco e alcun sul viso glielo dice. Tutti i peccati ancor che grandi e gravi Ha in sè il villan, nè trovo in lui ragione Che una lagrima mandi onde quei lavi. Non crede nello Credo, e confessione Fa il villan tutta alla rovescia, e i passi Non sa di fede, o di convinzione. Non sa che creder debba, e in dubbio stassi, Il battesimo nega il villan empio . . . . . . . . . . . . . . . . Rubaria con conscientia e Cristo e il Tempio. Chi chiedesse al villan, certo udiria Mille crudel' consigli; al parer mio Sarebbe uccider quei gran cortesia. Se vuoi merito avere appresso a Dio Scortica tu 'l villan, bastonal sempre, Struscia 'l villan, sì ch'egli paghi il fio. Martoreggia 'l villan, pungil, tai tempre Non mutar mai, perchè fia a Cristo grato Ch'una natura tal fiera si stempre. Tieni pure il villan crudel stentato, Tormentalo tu pure in ogni guisa Che il cielo avrai, dove sarai beato Se serbi fino a morte sta divisa.

6.

ALFABETO CONTRO I VILLANI

È tratto dal codice I, 3, 32 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza, fol. 15 e seg., sec. XVII[336]. Di _Alfabeti contro i Villani_ abbiamo già più volte avuto occasione di ricordare quello del secolo XVI contenuto nella Misc. Marc. 2213, 5 che sarà ripubblicato dal Novati; un altro, del nostro secolo, fu pubblicato dal Meyer[337], ed esiste pure, con varianti poco notevoli, in un codice del Museo Correr[338].

Alfabeto sopra li Villani.

=a= A lavorar è sempre destinato Il perfido villan, malvagio, ingrato, =b= Bontà non regna in lui, nè cortesia Sol rabbia, invidia, odio, e rubbaria. =c= Cattivi sono, e pieni d'ogni vitio Come si puol veder per ogni inditio. =d= Da Cain derivò questa natione Che da Dio ebbe la maleditione. =e= Esorto ognun fuggir dalle sue mani, Che non se puol dir peggio, di Villani. =f= Fali pur tu del ben quanto sai fare Alfin per Dio, chè ti vuol ingannare. =g= Giotti, e maligni sono a tutta botta Ma guardati da lor co' sono in frotta. =i= Ingrati sono a chi li fa servitio, Questo è [sol] causa che vanno in precipitio. =l= Ladri sono, golosi, e marioli, Insieme con la moglie e' lor figlioli. =m= Ma ve' per caso tu ne trovi un bon Di' che è bastardo o fiolo del paron. =n= Non vi fidate mai di questa gente, Che resterete coglionati sempre. =o= Oh! chi vedesse del Villano il core, Che per patron non vorrebbe il Signore! =p= Poltroni sono, e pieni di fetore Colmi di terra e pieni di sudore. =q= Quando per seminar non trova grano Allora vien con il capel in mano. =r= Ramega come il Bue il Villan poltrone Quando mangia la robba del patrone. =s= Se vuoi tener il Villan con timore Dalli pur poca robba e manco onore. =t= Tutta la festa salta, balla, e giocca Che a cena poi si segnano la bocca. =v= Volgarmente si dice che il Villano, A spese d'altri vive tutto l'anno. =x= Cristo non darà mai di gloria il Regno Al Villan che dell'opre sue è indegno. =z= Zello al culto divin niente non hanno Vada dunque tal setta col malanno.

Questo Alfabeto satirico contro i Villani della Bertoliana di Vicenza non è che un raffazzonamento, con varianti di poco conto, di quell'_Alfabeto contro i Villani_ che si legge nel cod. H, XI, 5, fog. 202-t-203 della Comunale di Siena, ricordato dal Mazzi[339], e di cui il gentile Bibliotecario di quella città, Dr F. Donati, ci mandò una copia diligente. Questo _Alfabeto_, opera di un anonimo della Congrega dei Rozzi della seconda metà del secolo XVII, ci prova come le composizioni di quella Congrega si diffondessero in tutta Italia; probabilmente esso deve considerarsi come fonte non solo dell'_Alfabeto_ vicentino, ma anche di quello esistente nel Museo Correr e di quello pubblicato dal Meyer. Crediamo opportuno riferirlo qui per intero:

Alfabeto contro i Villani.

=A= A lavorare sempre è destinato Il Villano maligno et ostinato. =B= Bontà non regna in lor, nè cortesia Ma sol malignità, invidia e gelosia. =C= Cattivi sono e pieni d'ogni vitio, E questo il può veder chi ha giuditio. =D= Deriva da Cain questa natione, Et hebben dal ciel la maladitione. =E= E se [tu] vuoi veder ben la profesia, Dal Villan deriva la scortesia. =F= Falli pur bene, assai se li sai fare, Che loro al fin ti vogliono ingannare. =G= Giotti, maligni sono, a tutta botta, Guardati dai Villan se son in frotta. =H= A lor non si vuol haver [altra] compassione, Se non come hanno loro [alla robba] del Padrone, =I= Ingrati [sono] a quelli che li fan servitio E questo puol veder chi ha giuditio. =K= Karità fra Villan mai non si trova, Ma la superbia in lor sempre rinnova. =L= La robba del Villan forza è [sforza] che cada, Perchè come la vien, convien che vada. =M= Mille volte il dì fanno giuramento, Sol per haver un solo suo contento. =N= Non si vuole haver altra ragione, Se non la penna, l'inchiostro, e il bastone. =O= Oh chi veder potesse il suo secreto! Volentieri tirar faria [a noi] il giogetto. =P= Però come hanno bisogno [d'un sacco] di grano, Vengon da Voi con il cappello in mano. =Q= Quando poi viene il tempo di pagare, Ne van fuggendo per non [voler] sodisfare. =R= Rare volte il Villan paga il Padrone, Se non gli manda [a casa] la real segutione. =S= Se tu vuoi ch'il Villano stia in timore, Lassal pover di robba, e men d'onore. =T= Tutte le [sante] feste passano a giocare, E poi al fin si vanno ad imbriacare, =V= Volendo [poi] far rumor con tutto il mondo E questo è causa che van nel profondo. =X= Christiani sono che non hanno fede, Mal va per quel che nulla gli concede. =Y= Fisa si trova nella vecchia scrittura, Che sempre sian bugiardi di natura. =Z= Zeta si trova alli notar del malefitio, Che li fanno purgar tutto l'inditio. =&= Et se per sorte ne trovaste un buono, Cercha la fin, ch'è figliol del Padrone. [simbolo:con] Come vuoi tu conoscer un Villan deluscato, Miralo nella schena che glie scuadrato. [simbolo:rum] Rimanete con Dio et l'autore, [Che] Dio vi guardi di man di traditore.

Abbiamo riprodotto questo _Alfabeto_ nella sua integrità, cercando di correggere, fin dove ci fu possibile, i versi ipermetri che vi si incontrano; essi costituiscono l'impronta più evidente del carattere popolare di queste produzioni. Per le tre lettere: _Et, Con, Rum_ che seguivano alla Z negli antichi _Alfabeti_, si veda quanto dice il Novati nello studio più volte citato[340]. Per quanto riguarda la chiusa dell'_Alfabeto_ ricorderemo un raro opuscolo[341] del secolo XVI, in cui i villani sono annoverati tra i pericoli da cui un galantuomo deve guardarsi:

Seren de inverno nembo de instà archimista povero e medico amalà. . . . . . . . . . Vecchio lussurioso e signoria de vilan . . . . . . . . . Furia de cani e furia de villani . . . . . . . . . Trotto de asino e promesse de vilan . . . . . . . . . Da carezze de cani e zanze de villani.

Il Piovano Arlotto[342], ad un tale che gli domandava quale fosse la migliore orazione da dirsi appena levato, rispondeva: «Quando tu ti rizzi su segnati e divotamente recita un _paternostro_ e un'_avemaria_, e poi aggiungi queste parole: Signor mio Gesù Cristo, guardami da furia e da mani di villani, coscienza di preti, guazzabuglio di medici, eccetere di notai, da chi ode due messe per mattina e da chi giura sulla coscienza propria.»

Errata-corrige.

Pag. 3 lin. 30 nota 1 invece di della si legga delle » 24 » 35 » 2 » abbecedario » orazione » 69 » 10 » _pardis_ » _Paradis_ » 102 » 5 » Baldarno » Valdarno » 121 » 4 » danmantur » damnantur » 125 » 12 » assassinati » assassinato. » 175 » 18 » conoscenza » notizia » 183 » 3 » budelo, » budelo. » 191 » 8 » un » il » 192 » 14 » _Biblioteca_ » _Bibliotheca_ » 206 » 33 » esser » essere

INDICE

CAPITOLO I. Cause che determinarono questa Satira. — La condizione economica dei Villani nel medio evo _pag_. 1 CAPITOLO II. Poesie satiriche contro il Villano » 30 CAPITOLO III. La satira contro il Villano nella Novella » 61 CAPITOLO IV. La satira contro il Villano nella Poesia popolareggiante. — L'origine dello Zanni della Commedia dell'Arte » 106 CAPITOLO V. La satira contro il Villano nella Commedia » 149

APPENDICE

1. La vita de li infedeli, pessimi e rustici Vilani » 175 2. Capitolo satirico » 179 3. Contro il Villano » 187 4. La Sferza dei Villani » 189 5. Satira contro i Villani » 221 6. Alfabeto contro i Villani » 225

NOTE:

[1] STOPPATO, _La Commedia popolare in Italia_, Padova, Draghi, 1887, pag. 151.

[2] NOVATI, _Carmina medii aevi_. Alla Libreria Dante in Firenze, 1883, pag. 25.

[3] Ne esiste una copia anche nel cod. 1393 della comunale di Verona a c. 112-114.

[4] La corrente satirica medioevale contro i villani che godeva tanto favore nella letteratura popolare, per quei frequenti e reciproci influssi che sogliono manifestarsi tra questa e la letteratura classica, ebbe dei caldi propugnatori anche tra gli scrittori classici, ed è curioso anzi il vedere come essi ricordino le lodi fatte dagli antichi all'innocenza dei rustici, per dimostrarle molto male attribuite. Così il PETRARCA dopo di aver ricordato il noto passo di VIRGILIO (_Georg._, II, 473) afferma recisamente che ora la giustizia si comporterebbe in maniera ben diversa coi villani.

«De Villico malo et superbo». — «D. Villicum insolentem patior. R. Insolentem tantum, et non furem bene tecum agitur. D. Villicus malus est mihi. R. Malum fer aequanimis, villicus nisi pessimus, bonus est. D. Villicum durum aegre fero. R. Mollem delicatumque ferres aegrius, durities rusticorum epitheton est... D. Dixi dum rure gloriareris, excultos rusticos, ultimos hominum terris abeuntem iustitiam reliquisse; si unquam genus humanum revivisceret, eosdem illos puto ultimos reperturam... D. Asperrimus villicus est mihi. R. Ubi veritas dixit quod terra homini spinas et tribulos germinaret, subintelligendum fuit, et rusticos tribulis cunctis asperiores...» (_Francisci Petrarchae Florentini opera omnia_, Basileae, 1581. _De Remediis utriusque fortunae._ Liber II, Dial. LIX, pag. 153). — E lo stesso, come vedremo, fa il MAFFEO VEGIO.

[5] Oltre che nella ventiduesima strofa dell'«_Alphabeto delli Villani_» contenuto nella _Miscell. marciana_, 2213, 5 e che sarà ripubblicato dal NOVATI nella continuazione al suo studio sulle _Serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella letteratura italiana dei primi tre secoli_ (V. _Giorn. storico della lett. it._, vol. XV, pag. 337), troviamo ripetuta l'accusa contro i villani in un sonetto satirico della seconda metà del sec. XV estratto dal MAZZONI dal cod. 243 della bibl. Universitaria di Padova, e pubblicato dal medesimo in _Spigolature da manoscritti_, Padova, 1893 (estr. dagli _Atti e memorie dell'Accad. di Padova_), pag. 6.

Ladri crudeli, porci e Farisei, che de la sèta vi trovasti alhora che occiser Cristo, cum li altri zudei.

e nell'ottava 72ª delle «Malitie de' villani» (V. Appendice III)

e furon quei che di lor proprie mani, presono, et flagellorno il tuo signore et crocifissol que perfidi cani...

Questa accusa, come molte altre, la vediamo nel m. e. diretta anche alle donne:

Donne crude falce rey Per cui dio fu crocifisso.

V. MARIO MANDALARI, _Rimatori napoletani del quattrocento_, Caserta, Jaselli, 1885, pag. 4.

[6] THOMAS WRIGHT, _Anecdota literaria, a collection of short poems english, latin and french_, London, Russel Smith, 1844, pag. 52, «Poems on the different classes of society», e nell'_Histoire de la Caricature et du Grotesque_, del medesimo, Paris, 1875, pag. 106.

[7] _Histoire littéraire de la France_, t. XXIII, pag. 194.

[8] _Romania_, XII, 1883, pag. 14. P. MEYER, _Dit sur les vilains_ par Matazone di Calignano.

[9] Anche nella letteratura tedesca la maggior parte delle poesie satiriche contro i rustici è ispirata dal disprezzo della classe colta verso il servo della gleba.

«Adlige und Städter gewöhnten sich, wie Freytag sagt, im Gefühle einer höheren Bildung und kunstvolleren Sitte den Landmam zu verhöhen. 'Seine ungeschlacte Esslust, plumpe Einfalt und betrügerische Pfiffigkeit werden mit endlosem Spott übergossen in Liedern, Erzählungen, Schwänken, Fastnachtsspielen.' Und auf diesem Gebiet vermochten die Angegriffenen nicht Gleiches mit Gleichem zu erwidern. Während die Preislieder der Handwerker, der Soldaten, der Studenten, der Jäger von Angehörigen dieser Stände ausgehen, haben die älteren Lobpreisungen des Bauernstandes offenbar Nichtbauern zu Verfassern». JOHANNES BOLTE, _Der Bauer im deutschen Liede_, Berlin, Mayer und Müller, 1890, pag. 6.

[10] NOVATI, _Op. cit._, pag. 26.

[11] CIPOLLA, _Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria del sec. XV_. Memoria letta nell'Accad. di Agricolt., Arti e Commercio di Verona il 28 giugno 1891. Per lo studio delle fonti vedi F. SCHUPFER, _Manuale di storia del Diritto romano_, Città di Castello, Lapi, 1892, pag. 339. Per la Francia ricorderemo il bel lavoro di L. DELISLE, _Études sur la condition de la classe agricole et de l'agricolture en Normandie au m. â._, di cui fece una lunga recensione il Biot nel _Journal des Savants_, 1851, ripubblicata poi nei _Mélanges scientifiques et littéraires_, Paris, 1858, t. III, pag. 163.

[12] ENRICO POGGI, _Cenni storici delle leggi sull'agricoltura dai tempi romani fino ai nostri_, Firenze, Le Monnier, 1845, t. II, periodo IV, pag. 141 e seg.

[13] CIBRARIO, _Della economia politica nel m. e._, Torino, Fontana, 1841, t. I, pag. 261.

[14] _Statuta populi et communis Florentiae_, etc., collecta anno MCCCCXV, t. I, pag. 254. Vedi anche gli _Statuti del comune di Ravenna_ editi dal Can. A. TARLAZZI (Serie 1ª dei monumenti istorici pertinenti alla provincia di Romagna), Ravenna, Calderini, 1886, pag. 110 e 116. Sulle condizioni che nell'Italia superiore s'imponevano ai villani nel secolo XIV per divenire cittadini, vedi A. GLORIA, _Della agricoltura nel Padovano_, Padova, 1851-55. Vol. II, parte I, cap. XXVII e XXXVI.

[15] POGGI, _Op. cit._, pag. 141-210.