Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 12

Chapter 124,025 wordsPublic domain

Dico di questa rusticana gregge che non si può fidar di lor col pegno, senza timor di Dio, fede, nè legge,[316] 115 non prezzan nulla e cerca in ogni regno, non so come la terra se gli regge; ma il ciel dimostra ben d'averli a sdegno, che le tante tempeste e gran furori, di venti e d'acque, son per loro errori. 120

XVI.

Nessun si può lamentar del Signore, lui ci apparecchia le ricolte grande, Cerere e Bacco ogni anno viene in fiore copiosamente, e molte altre vivande; ma il seme rustican tanto fetore 125 ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande, grandine, e pioggie, e pessime influenze che Bacco affligge e le buone semenze.

XVII.

Questo è proprio l'origine del danno, e il giusto pate la pena del reo 130 per le ingiurie che al ciel fan tutto l'anno, quest'asin battezzato Tonio e Meo, che credo certo che all'inferno vanno di lor per ogniun cento del Giudeo, perchè non hanno nè timor nè fede 135 esperienza ognora se ne vede.

XVIII.

Quanti villan si trova per migliaio che i precetti di Dio s'abbino a mente, certo non credo che ne sia un paio, e non fu mai la più astuta gente; 140 sa ben quanti covon è in un pagliaio, come lo vede o giugnevi rasente, ma non sa già che cosa si sia fede, et a fatica crede quel che vede.

XIX.

Credo che pochi tra molti ne sia, 145 che abbino della fede cognizione, nè sappin pur ben dir l'Avemaria, nè il Paternostro, o altra orazione, e il Credo parre' loro una pazzia, perchè non hanno niuna divozione; 150 odon la messa poche volte l'anno e quelle per pappar quando vi vanno.[317]

XX.

Come ch'è la mattina d'Ognisanti, vi vanno perchè il prete dà lor bere, e del pane impepato a tutti quanti, 155 e per la Pasqua come dei sapere,[318] che dà dell'erbolato a donne e a fanti; e i ghiotti, più che l'orso delle pere vannovi tutti, insino a' pecorai, piccoli e grandi che non mancan mai. 160

XXI.

Non che vi vadin già per devozione, nè per rimorso d'esserne obbligati, ancor vi vanno con intenzione d'essersi l'un con l'altro ritrovati, chi per chiarire una contenzione, 165 chi per concluder qualche lor mercati, di porci, o buoi, o pecore, o castroni; queste alla chiesa son loro orazioni.

XXII.

E fanno in chiesa cerchi e capannelle, come fanno a' mercati e in su la piazza; 170 mentre che dicon quelle lor novelle, chi picchia in terra il piede, e chi la mazza, e il prete non può dir messa cavelle, pel cicalio di quella gente pazza, se gli riprende e' ne pigliano il broncio, 175 poi non ti dico come il prete è concio.

XXIII.

E fanno peggio ancor que' di più anni che que' lor fanciullacci, e quei garzoni; questi paiono in chiesa barbagianni, ovvero allocchi, sempre per cantoni 180 a vagheggiare, e vagheggiano i panni di quelle lor mattote, e' bighelloni,[319] ch'elle son sì di biacca imbrodolate che paion proprio tinche infarinate[320].

XXIV.

Quest'è la divozion, questo el timore, 185 quest'è la fede de nostri villani, ignoti e ingrati verso il Creatore,[321] tua perfidi nimici, crudi e strani; e tanta è la stoltizia e il loro errore, ne' domestici luoghi e ne' silvani, 190 che non conoscon mai grazia, nè dono, che ricevin da Dio, sì ingrati sono.

XXV.

Quanti ne son che faccin conscienza di torre e di voler restituire, ma con tutta l'industria e lor potenza 195 s'ingegnan sempre di poter rapire perchè non temon alla gran sentenza in _die iudicij_ dover comparire, ma quel che ruban più chiaro lo veggio che ne vanno ogni dì di male in peggio. 200

XXVI.

Se tu vuoi stare a veder la ricolta in villa, al tempo della battitura tu perdi il tempo, sia o poca o molta, qui giuoca solo aver buona ventura, che se te la vuol fare egli avrà colta 205 la rosa a tempo, che non val tua cura; se el gran battuto el dì resta nell'aia, la notte scemerà parecchie staia.

XXVII.

Il villan finge di starlo a guardare la notte sotto il monte della paglia, 210 e manda l'oste in casa a riposare, coglie l'agresto e insacca e non lo vaglia, ma del fondo del monte usa cavare perchè vi è poca pula, e poi ragguaglia il monte in modo tal che non si paia, 215 el cane al suo padron mai non abbaia.

XXVIII.

Ed ogni notte lui coglie l'agresto, et in più vari modi pur che voglia, e mai non pensa di farla pel resto questa tristizia ancora se la moglia, 220 e non ti torrà mai il quinto ol sesto per poco che del tuo dover ti toglia, ma trattandoti bene al suo parere, ti darà la metà del tuo dovere.

XXIX.

Deh, odi come un rustico toglieva 225 ogni anno el gran sull'aia d'ogni bica, fatte le biche il padron le vedeva e poi non se ne dava altra fatica, el rustico di poi le disfaceva e rifaceva: odi tristizia antica, 230 nel disfarle e rifarle tanto ammacca il gran, che ne trarrà parecchie sacca.

XXX.

Se il tuo podere è di frutte copioso, non creder che a te tocchin le più belle che te le ruba e vende di nascoso 235 poi dice che gli furon tolte quelle, e mostrasene a te molto cruccioso con dir che non vi può campar cavelle e simulando cuopre sue magagne poi drieto ti farà sette castagne.[322] 240

XXXI.

Alla vendemmia quel che egli usan fare non è da dire dell'uva e del mosto, se v'è niun buon vignazzo da mangiare[323] innanzi al tempo l'ha colto, e riposto, dico per sè, e stu ne vuoi serbare 245 e' dice che è al tuo voler disposto, e che ne basta a lui una bigoncia, che è quella che la sua tristizia acconcia.

XXXII.

E ti si mostra piacevole e largo e che te ne vuol dar per una dua, 250 ma nota ben lettor, quel che qui spargo, auzza se tu sai la mente tua, chè non ti basterebbon gli occhi d'Argo, a veder l'arte e la tristizia sua; quella bigoncia che ripon palese 255 ne vende più di quattro alle tue spese.

XXXIII.

E se fa il vino e che tu non vi stia, quante mezzine e bigoncie n'attigne mentre che bolle, e' ne bee tuttavia, e poi, allo svinare e' te la cigne; 260 il primo sempre mai vuol che il suo sia poi ti ragguaglia con quel che gli strigne, ma come l'altre cose te lo ammezza, e nel canale o nel tin te 'l battezza.

XXXIV.

Vientene poi al Dicembre o al Gennaio, 265 al far dell'olio e' ti vuol ristorare, e del grano e del vino il buon massaio che fa sì bene il tuo usufruttare; sempre dell'olio si toglie il primaio che olio vergine si usa di chiamare, 270 che è più dolce e più chiaro che il secondo e non fa mai posatura nel fondo.

XXXV.

E dice poi: cotanto ve n'è stato; ma non ti dice il rustico fellone che s'ha tolto il miglior et ha lasciato 275 a te l'olio ristretto del sansone, et hallo tutto insieme mescolato, e se egli è sapiente e' dà cagione, che l'ulive eran troppo state in caldo: forse che manca mai scusa al ribaldo? 280

XXXVI.

Vientene al tempo della potatura d'ulivi, e viti, e così d'altri frutti, per te fa col pennato, e con la scura taglia per sè i rami grossi tutti, et arde tutto il verno alla sicura 285 alle tue spese, e stan caldi et asciutti; le legne che gli avanzan le divide e fa le parte, e piglia, e poi ne ride.

XXXVII.

Prima al seccar de' fichi, chi gli coglie al fico, sempre scelgono e' più passi, 290 sia qual si vuole, el marito o la moglie, non creder quelli all'oste si portassi; poi quando alla fornace gli raccoglie, con diligenza un'altra cerca fassi; e finalmente e' più grassi e più belli 295 non creda l'oste aver nessun di quelli.

XXXVIII.

Chè il rustico quei bei vuol davantaggio, che delle dotte sue si vuol pagare, e serba quelli alle rose di Maggio et a quel tempo gli vuol maritare, 300 e dice: se d'un fico a terra caggio un tratto, chi me n'ha a ristorare? s'io tolgo questi, e' son ben guadagnati, e non gli pare avertegli rubbati.

XXXIX.

Se tu gli dai a far qualche lavoro 305 di velti o fosse a cotanto la canna, o vuoi insomma strazi il tuo tesoro, come tu non vi se' il villan t'inganna, che massi non trarrà del luogo loro, nè aprirà la fossa a una spanna, 310 nè affonda un braccio che te la riempie senza fognare, e pelati le tempie.

XL.

Se tu darai alcun bosco a tagliare, in somma, o a cotanto la catasta, in ogni modo e' ti vuole ingannare, 315 guarda pur di non metter mano in pasta; la toglie in somma e la vuole spacciare per l'util suo, e il tuo disegno guasta, e guasta le ceppaie, e in modo taglia lungo, nè poi con la scura ragguaglia. 320

XLI*.

Non creder tu che molte ne rifenda, nè ritondi le teste con la scura, perchè in queste due cose è la faccenda, e falle giuste di buona misura, la qual cosa non fa per chi le venda, 325 ma di questo il villan poco si cura fatte le legne adesso, e noi e' frasconi, et empie le fastella di bronconi,

XLII*.

che sarebbono a schegge sufficienti e lui l'addossa per vicine presto; 330 ma se facessi le legne altrimenti, non farebbe per lui di farti questo, che e' taglierebbe infin ceppi rasenti, poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto, e d'ogni stecco ne farebbe due, 335 per far più somma alle cataste tue.

XLIII*.

Se a cataste gl'ha a essere pagato, e' te la cigne nell'accatastare; mette pezzi bistorti in più d'un lato, e fagli come ponti ritti stare, 340 e le scheggio rifesse avrà voltato, la scorza con scorza, che fa stare e' pezzi sollevati, e poi ritura con fruscoli le buche e ponvi cura.

XLIV*.

Et ha tutte le teste capovolte 345 da ogni lato, e mostran bella faccia alle cataste, e più serrate e folte paion le scheggie, e così te la schiaccia; le poche legne fan cataste molte per questo modo, ma questa bonaccia 350 torna in tristizia del comperatore, et inganna te e lui quel traditore.

XLV*.

Se a tanto la soma fa e' frasconi, farà e' fastelli come covoncini, et empiele di sterpi, di bronconi 355 per farne più, e toccar più quattrini, et non gli serra troppo per cagioni, che non ti pain come son piccini, e se fa in somma quel rustico fello vorria metter il bosco in un fastello. 360

XLVI.

Se tu da' un podere ad un villano che lavori altre terre che la tua, poi dir d'avergli dato il sacco in mano perchè ti rubi a tutta voglia sua, di frutte, vino, e olio, e legne, e grano 365 nè vorrà più di te per ogniun dua; se tu ti duoli che ti tolga il tuo, dice che quello ha ricolto nel suo.

XLVII*.

Se tu dai terre a fitto a niun villano, non far pensiero d'aver mai l'intero 370 dal patto della scritta di sua mano, che ti dimostrerà per bianco nero, dirà che il temporal sia strano per lui, e mai non ti dirà un vero, quando gli fia nociuto il secco, o 'l molle, 375 e così t'avrà giunto dov'ei volle.

XLVIII*.

Così con la bugia ti fa un resto con buon pensier d'averti strapagato; se tu gli hai dato vigna intendi questo, che 'l tempo non t'avrà mai osservato, 380 quando avrà colto a suo modo l'agresto tirandogli gli orecchi col pennato,[324] o non ti paga, o qualche scusa ha dare che ti convien la vigna ripigliare.

XLIX.

Se tu gli hai dato sodi da pastura 385 in piano o in piaggia, o prati da far fieno, sempre ti conterà qualche sciaura, o che le bestie altrui state vi sieno, ovver che per la sua disavventura che tutto il giorno le nebbie vi stieno, 390 o veramente che il vento rovaio gli abbia abbruciati che par di gennaio.

L*.

E sempre mai ti conta qualche indozza[325] per non ti dar l'intero del tuo fitto ch'egli abbi auto, e mente per la strozza 395 il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto, ma e' si vorrebbe aver la lingua rozza a mille il giorno senza alcun risquitto, perchè e' son pur come dà lor natura, tutti d'un pelo, e d'una cornatura. 400

LI*.

Se tu dai al villan bestiame a soccio, credi che a te tocca a dargli le spese; quando dirà che si sia morto un boccio, quando che il lupo un bel temporal prese, o ch'è in peculio indozzato, e sta chioccio, 405 per la mala vernata sì l'offese che le son piene di rogna e di scabbia, e crede poca lana e trista s'abbia,

LII*.

per poter coglier ben l'agresto a quella, e d'un toson ne saperà far dua, 410 e sceglier la più fine e la più bella per vestir sè e la brigata sua; almeno un capperone, o la gonnella ti torrà spesso della parte tua, la qual fia piena di croste di lappole, 415 e per rubarti lui fa mille trappole.

LIII.

Al divider del cacio fa pensiero d'averne men che mezza la tua parte, chè vende le ricotte, il latte, il siero, e poi nel far del cacio egli usa un'arte, 420 che farà il tuo in un certo bicchiero minor che il suo e tien questo in disparte, e farà il tuo come una spugna vano e il suo serrato, e incolpane la mano.

LIV*.

Se la tua donna dà qualche gallina 425 a mezzo a la tua lavoratore, fa tuo pensier che poi la Mecherina gli chiede da beccare a tutte l'ore, e qualche volta pur quattr'uovolina, gli recherà pur sempre le minore, 430 che ragguagliando l'uova col beccare tu vien la coppia un grosso a comperare.

LV*.

Se la gli dà galletti a far capponi, ovvero una chiocciata di pulcini, credo n'assaggerai pochi bocconi, 435 che nibio, o volpe, o lor mani a uncini te gli aran tolti, dicono i felloni; se tu nol credi sappil da' vicini, ch'ognor senton gridar: ai, ai, e troia, ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia! 440

LVI.

Se t'ha dar l'anno due paia di capponi, o qualche serqua d'uova ch'è ne' patti, daratti almen che sia tre gallioni et un cappone infermo che dà i tratti; l'uova piccine serbano i felloni 445 per l'oste, e l'altre vendon questi gatti, che quelle grosse ti farebbon male, e logoran più cacio, legne e sale.

LVII*.

E' polli e l'uova, fatto berlingaccio, s'indugiano a portarli tutti quanti, 450 che se te gli recassino più avaccio, conosceresti que' galli a' lor canti, ma comunque son giunti tu gli spacci perchè sien triti, a tutti il collo schianti, così dell'uova non vi si pon cura, 455 che se ne rompe una intriditura.

LVIII*.

Se tu hai aver lin pon qui l'orecchio; di patto fatto quando il poder tolle, daratti qualche lin fradicio e vecchio, di fuor lisciato, e dentro fia capecchio 460 et anco molto ben umido e molle, a te lo dà nel tempo autunnale, e poi le pioggie incolpa e il temporale.

LIX.

Se la tua donna di state, o il Gennaio dà a far bucato alla Nencia o la Checca, 465 le pare a lei non le costi danaio, ma tanto la crudel ne pappa e lecca, che sare' meglio dargli al curandino, e non ti sare' fatto la cilecca di qualche zaccarella che vi manca, 470 sempre quando il villan panni t'imbianca.

LX.

Come sarebbe una o dua camiciuole, qualche tovagliolino o tovagliola che la Bartola ha tolte, e se le vuole in casa sua per la sua famigliuola; 475 se la tua donna del danno si duole il rustico mentendo per la gola si scusa e finge averne grande affanno, stringesi nelle spalle e tu t'ha il danno.

LXI.

Se tu lo servi o prestigli danari 480 senza testimonianza o senza pegno, al far del conto poi perchè tu impari li niega, stu non dai buon contrassegno, sicchè chi ha a imparar è buon che impari alle spese d'altrui in ogni regno; 485 ma prima impareresti ogni scienza, che del villan la vera conoscenza.

LXII.

Stu gli fidi le chiavi di tua casa, per la cantina, o per la colombaia, si faria più per te, sendo rimasa 490 sola, a mandarvi il fante o la massaia, che l'olio e il vin ti ruba, e poi le vasa riempie d'acqua perchè non si paia; e in colombaia da sera e mattina l'agresto coglie e incolpa la faina. 495

LXIII.

E caverà della coltrice tua qualche sacco di penna il rustichetto, che sia sì piena che gli par la sua rispetto a quella vota nel suo letto; e così fa d'una coltrice dua, 500 e poi per ricoprir questo difetto, ha in più d'un luogo la tua cincischiata, poi dice: e' topi l'hanno rosicchiata.

LXIV*.

E se tu lasci vendere al villano, sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto, 505 legumi, frutte, biade, vino o grano od olio, non potrai mai darti il vanto che il vero prezzo ti rassegni in mano, se fusse bene il dì di Vener Santo, sempre ti ruba con mille bugie, 510 e se nulla t'ha compro l'attessie.[326]

LXV.

E per non esser tristo poi tenuto dal prete per le sue operazione, se si confessa mai il villano astuto, cerca d'un che non ha sua cognizione 515 e quanto può di non esser veduto, da chi potesse darne relazione; e qui d'ogni sua ladroncelleria, è assoluto per la simonia.

LXVI.

Poi se ne va quel rustico fellone 520 al popol suo, et risciacqua il bucato, e fassi coscienza d'un mellone che nell'orto dell'oste avrà imbolato; e finge aver nel cuore uno steccone cioè lo stimol di questo peccato, 525 ma che vuol pel mellon dargli una zucca, così inganna il prete, e te pilucca.

LXVII.

Questo crudel con sua simulazione, inganna il prete, ed è tenuto buono; così gli venga per sua punizione 530 la folgore di Giove col gran tuono, benchè egli avran l'eterna dannazione poi che fien desti all'angelico suono, della città di Dite e' contadini faransi allora eterni cittadini. 535

LXVIII.

Per la lor trista et insaziabil sete che gli hanno di rubare al cittadino, andranno tutti a bere all'onde Lete come promette il giudizio divino, che di quel che si semina si miete 540 ne' Campi Elisi il frutto per destino celeste, e fia renduto giusto merito a ciaschedun del suo tempo preterito.

LXIX.

E se egli avvien che il rustico fellone abbia a uscire del tuo contra sua voglia 545 o di sua volontà, egli è sì strano e tristo che convien che lui ti toglia, se vi avrà posto nulla di sua mano, qualche bel nesto o cosa che ti doglia, e vende al tempo, e vorrebbe potere 550 portarne seco la casa e il podere.

LXX.

E se nessun servigio t'ha mai fatto o preso qualche po' di scioperio, te gli ricorda e vuolne esser rifatto, e non pensa il crudel, malvagio e rio 555 alle cose che t'ha di casa tratto, in soddisfarlo: e per l'amor di Dio senza le zaccherelle che t'ha tolte, che s'è pagato a doppio cento volte.

LXXI.

Et oltre a quelle cose che ti toglie, 560 quel che vi lascia cerca di guastare giusta a sua possa il marito e la moglie tutto quel verno a rompere e tagliare; e quando vien che l'ulive ricoglie guasta gli ulivi e finge di potare, 565 quelle belle vermene che ne fanno le taglia o fiacca per farti più danno.

LXXII.

Se vuoi saper lor ladroncellerie, di' che tu voglia il podere allogare: qualche crudele a te viene ognidie 570 a chiederlo: e comincia a biasimare[327] quel che v'è drento, e mostrati le vie le quali ha usate a poterti rubare, che sono tante e tali che t'attoscano; gli artefici l'un l'altro si conoscano. 575

LXXIII.

E dice mal di quel perchè tu il cacci se fusse bene un suo carnal fratello, e mostra di saper perchè tu facci la voglia sua, e fassi il buono e il bello, e quanto è più cattivo par più tracci 580 d'entrarvi: poi ti fa peggio che quello, che ti farà tutte quelle magagne, che pose all'altro e delle più taccagne.

LXXIV.

E così tutti quanti han per natura di biasimar l'un l'altro, e fansi scorgere 585 viziati e tristi ad ogni creatura, e noi non ci possiam del tutto accorgere perchè e' non ruban mai con la misura, ma sempre a vista, e fannosela porgere la cosa tolta, e son tutti d'accordo 590 a questo, e sanno fare il cieco e il sordo.

LXXV.

Se tu metti dell'opere e tu stia appresso a loro a veder lavorare, odi sempre dir mal di chicchessia, dell'oste, o di vicini, o di comare; 595 ognun di qualche ladroncelleria si vanta d'aver fatto, e sannol fare, di furti, d'adulteri, o false pruove e senti tutto il dì tristizie nuove.

LXXVI.

Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328] 600 in casa di villan non la mandare, che le fanno cattive tutte quante, massime della gola, e del rubare; se v'è niun pollastron si fa suo amante e le promette volerla sposare, 605 ella sel crede, e poi mena il rastrello a ciò ch'ella può in casa e porge a quello.

LXXVII.

Non ti fidar d'alcun, che ogniun t'inganna giusta sua possa; e poi ti dà la berta, e par lor che dal ciel venga la manna 610 quando e' ti tolgon la cosa coperta; quando e' ti viene intorno e che si affanna in tuo aiuto vuolsi stare all'erta, che le carezze che i villan ti fanno son tutte per loro utile e tuo danno. 615

LXXVIII.

Se pure alcun discreto e costumato ne trovi, benchè pochi ce ne sia, non creder che di rustico sia nato, ma che di seme mescolato sia di qualche gentilotto che avrà dato 620 la pace di Marcon per qualche via[329] alla madre di quello in giovanezza; però tien quel villan di gentilezza.

LXXIX.

Non può la vera linea rusticana partecipar d'alcuna gentilezza, 625 ma perfida, crudele, iniqua e strana, nè onore, nè virtù ama, nè prezza, ma tutti son d'una sardesca lana[330] che mai si può ammorbidar sua asprezza, ma la divina giustizia gli doma, 630 come bestie che son portan la soma,

LXXX*.

di schegge, di steccon, colonne e brace e così doma il ciel la lor superbia, e sol del vitto in tanta contumace che si pascon com'asini dell'erba; 635 la crusca loro par manna verace, a chi ne può avere, o vita acerba che fanno universal, pe' lor peccati oggi questi crudel' villan sfacciati!

LXXXI.

Se io volessi in tutto satisfare 640 a molti degni, e nobil cittadini, che m'han pregato ch'io debbi narrare le gran tristizie d'assai contadini, se fosse inchiostro tutto quanto il mare, la terra carta, e tutti gli uccellini[331] 645 avessin tutti lor penne da scrivere, i' non potrei avendo sempre a vivere.

LXXXII.

È tanto natural la lor tristizia, ch'ognor si fanno tra lor mille inganni, e benchè gli abbin le cose a dovizia 650 si fanno l'uno all'altro di gran danni, vicino, o parentado, o amicizia non riguardan, nè più Nencio che Nanni; sia qual si voglia, o amico, o parente ogni tristizia tra lor si consente. 655

LXXXIII.

Quanti ne sono che hanno già venduto, una soma di legna, o paglia, o brace, tu l'hai pagata, e sì t'avrai creduto, che te la porti a casa, e ti stai in pace, e la vende ad un altro il gatto astuto 660 e pur se ve la porta è sì fallace che si farà pagare un'altra volta alla tua donna se la può aver colta.

LXXXIV.