Saggio di ricerche sulla satira contro il villano

Part 11

Chapter 113,795 wordsPublic domain

O malvaso rio villano da un rabioso cano tu fusti ingenerato; inimico de l'alto dio tu sei maluasio e rio, 5 in corpo a la tua madre comenciasti a biastemare il sancto paradiso. Tu porti in dosso il biso[270] dentro la magagna, 10 per tore una castagna destrugeresti il mondo. E gategia a tondo a tondo e impie la sua testa, ma non ama festa, 15 inimico al degiunare. El villano è traditore le giudeze e doctore, in ogni catiuanza[271] balla e mena (a) danza[272]. 20 L'eretico in la fede Da i cuppi in su non crede. In prima chel uada a mesa, la boca sua s'apresta l'impe il suo botazo,[273] 25 dopo tole il suo botazo el mena e batte l'ale chel par un ocastrello, el fumo i ua al ceruello. E comencia a cingliatare, 30 delle correge il sa ben trare. Dopo tol la chiauarina[274] e quale la stambechina[275] e tira via corrando chel par che l'habia bando. 35 E non po stare poco in chiesa, la panza sua gli pesa el se la frega con le man e poi dixe col piouan: El serìa hora hauer beuto; 40 el mal villan cornuto giamai no po aspetare chel prete se parta da l'altare e che torni in sagrestia. El villan non sa l'aue maria 45 nè alcuna oratione; per sua diuotione el fa gl'incantamenti. El di di san Zoanne vano a trovar la festa, 50 e dicen che moria non po esser di questo anno. Se glie chi canta d'Orlando stan diuotamente: De dio nè di sancti 55 non vol udire niente. El nascere o il morire fano a guisa d'un porcello: mai non s'empe el suo budelo. Son malvagi e mal nasciuti 60 l'uno e l'altro si fan cornuti. Robanse le moglie in villa fra le foglie, e le mandragole fano, e fuori per li piani 65 s'amaciano como cani[276]. Fanno la recolta ogni cosa menan in volta, e consumano el paese; le forche del paese, 70 non li pono castigare. S'el to terren vo' far arare, volen la prestanza. Sempre inganar ti vole, le dopio di parole. 75 El gode a le tue spese. A casa tua è cortese ven con raxon fatta, (h)a sempre qualche natta; ven per traparte 80 e ben sa tutta l'arte. Le gran catiuo e tristo, dopo chel tarà visto venne a casa toa tirato e sempre accompagnato, 85 e castagna apresso al foco e netta le soe ciauate. Dice cha formazo e late e chel ge par un bel piacere. Quando ven po al partire 90 el te dà di cinque luno e mal dice di ciascuno. El mal villan ingrato el to bosco ta tagliato e se lo porta a casa sua. 95 De la gallina che coua non te dà mai pullixino, la le man fatte a uncino. El non teme una frulla[277], perchè la testa i brulla; 100 e se gli uolta il ceruello, a lato porta el cortello, sempre il te menaza cum una malvagie faza, e non uole odire rason, 105 le becho e de monton e come non se vede dauer fioli si crede[278]. El vilan mai pensa ben el tuo bestiame ten, 110 mangiasi il capret(t)o la piegora e l'agneletto e dice chel lupo è stato. El tuo bo ta scortegato, e dice che le morto; 115 per darte alcun conforto, el te porta a cha la pelle, e con sue stracia gonelle par che sia malenconioxo. El mal vilan doloroso 120 dapo' il se na ride, dice al compagno: vide che gli la ho calata[279], e poi de brigata deuentano soldati, 125 e con sue falsitade le dano scaco mato, da poi van difato a casa de suoi villani e si dano sagramenti. 130 A tutti caua gli denti ogni cosa mena a fasso, se questo non mel credi domandane a Pietro Tasso. Se dal vilan dei hauere, 135 mai non te vol pagare se pur tu el fai grauare; rompe la testa al messo, poi gli dà un capon lesso nel suo carniero 140 e poi gli mostra il sentiero. E senza alcun dinaro, el vilan si sta al pagliero. Se ben hauesse desinato el mangia un altra volta, 145 e via fa la ricolta chel par un tamburino; e goza d'acqua in lo vino el mal vilan non vole. Il se adormenta in su le tole 150 el comenzia a sornacchiare[280]; adagio tul poi chiamare, el te responde a bombardele[281], el caga il sangue e le budele, cum l'asino il se alenato, 155 quel porco auinato. Il comenza a sperzurare, biastema dio e la matre, e tole in man la spada, e qui convien che vada, 160 al pezo che po andare; el vilan non sa fare alcun atto honesto, non sa lege ne testo ne alcun comandamento 165 pur che l'habia l'argento, sempre del tuo restella. Sel te mena castela ovasela sei passa per lo canale el comenzia a misurare, 170 e tole via l'usolo e se l'impe con lo parolo el te fa bona misura; senza prete la bateza. Non sia niuno chi creza 175 ch'el vilan dica mai vero, de ogni ben le ligiero. Se tu havessi mille carte il te le mette in bisquizo, per ch'el trota con lo mizo 180 el suo visin l'accusa; el vilan mena la musa e dice che non è uero; ancor non si contenta la tua vigna ha uendemiato 185 e poi dice le tempestato, il ti chiama po a uedere ma el ver non poi sapere. Il vilan vene in citade con le legne sul mercato; 190 in megio gli ha piantato legne di salese o di noxe. Dice chen seche e stasonate, e che di marzo son tagliate; e stassi così apogiato 195 che loyca ha studiato, ch'el par un bel castrone. Lo re d'ogni giottone, le mal bategiato el ta segato il prato, 200 e po acusa el tuo vicino. L'ingrossa di mal fare; el spirito suo crudele a Cristo de del ferro siando in croce posto[282]. 205 A caxa toa vien tosto, e sempre si lamenta e dice: la somenta non credo sia questo anno. El par che sia d'afanno 210 triste e tribulato, ch'el par madonna Honesta[283] ch'el se mente per la gola, el to ricolto inuola et impe il suo granaro, 215 e po cerca comperare, e così rico douenta, perchè le della somenta del traditor Cain. El ceso con lo lin, 220 faxoli cum le roveglie, e tutte l'altre maraveglie il suo terren sa fare. El vilan ta domandato che uol esser tuo compare, 225 e giura su l'altare che non farà mai bene del ben del tuo vicino; la nocte col matino el te roba e va in striazo 230 se in villa tu voi stare per darte alcun piacere, el vilan non te vol vedere. De quel del tuo misere l'ingana ogni daciere 235 e fa d'ogni car doi, e pur a li amisi soi; e questo bon pato fano, s'el vilan te vol salutare el te giura la moria, ceruellari e pomonceli 240 e si dissen vilania . . . . . . . . . . . Chal profondo sian andati A ciò che la somente 245 Del vilan mai non si trovi.

3.

CONTRO IL VILLANO

In un cod. miscell. della Biblioteca Comunale di Udine[284], contenente rime dei sec. XIII, XIV e XV e finito di scrivere nell'anno 1469, a fol. 173 si legge, dopo la satira del Pucci contro i villani già più volte da noi ricordata, un sonetto satirico, adespoto, inedito, che noi riproduciamo integralmente[285]. Il sonetto non deve risalire oltre il sec. XV; fu scritto certo ad imitazione del sonetto pucciano, che nel cod. è intitolato: _Contro la perfidia del villano_.

Contro il villano.

Empio, crudele, di umiltà nemico, Villan, ragano[286], pien d'ogni magagna, Nato d'un qualche sterpo di castagna Di tuo padre figliol, più non ti dico.

Ritroso fuor d'umanità, rustico Privato d'ogni ben, figliol di cagna Cuor fuora di pietà, che mai non stagna Povro di senno e di virtù mendico.

Che zentileza, che costume è il tuo Che pregandoti altrui per tempo o tardo Non fai risposta alcuna al parlar suo?

Ben par a me veder quando ti guardo Proprio il vero nemico di Ragione, Et a cui ben ti fa non li sai grado.

E già non fu bugiardo Colui che disse: chi serve a villano Meglio seria che si c....... in mano.

4.

LA SFERZA DEI VILLANI

Tra le numerose satire che nella seconda metà del secolo decimoquinto furono composte contro i villani, spetta indubbiamente il primo posto alla _Sferza contro i Villani_; essa deve aver goduto di una grande popolarità, perchè sintetizza tutte le accuse che abbiamo visto lanciate fino a questo tempo contro i contadini, e tra il numero grandissimo di poemetti popolari che uscirono verso la fine di quel secolo e il primo quarto del susseguente deve essere stato certamente uno tra i più diffusi. Il Doni la ricorda nella _Libreria_[287], e nei _Marmi_[288] fa dire a Tofano di Razzolina: «Io mi ricordo haver letto anch'io nella _Sferza de' Villani_, o nel _Sonaglio delle donne_, se ben ho memoria, che i Romani quando volevan dir villania a uno, che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: Colui starebbe bene in Achaia.» La stampa più antica che noi conosciamo di questo poemetto, posseduta dalla Biblioteca Casanatense di Roma[289], differisce notevolmente dalle ristampe che di esso furono fatte nella seconda metà del secolo decimosesto. In primo luogo porta un titolo diverso, cioè _Malitie de' villani_; questo titolo probabilmente gli venne per analogia dagli altri poemetti popolari satirici di quel tempo da noi più addietro ricordati, cioè _Le Malitie delle Arti_, _Le Malitie delle Donne_[290] ecc. che formarono la delizia e il repertorio del popolino in quel tempo, e che, barbaramente raffazzonati, continuano ad essere stampati anche ai giorni nostri. Inoltre si differenzia dalle edizioni posteriori anche per il numero delle ottave e per le silografie; crediamo opportuno descrivere le edizioni della _Sferza_ che abbiamo avuto sottocchio, e quelle ricordate in Cataloghi bibliografici.

I. — L'opuscolo della Casanatense che contiene le sopradette _Malitie de' villani_ della fine del secolo XV si può ritenere, tra le edizioni della _Sferza_ che ci sono pervenute, la più vicina all'originale, se pure non è la prima. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una bella silografia che appartiene al periodo classico fiorentino[291] rappresentante un pastore nudo, o per meglio dire, mal coperto da una veste svolazzante, che sta seduto ai piedi di un albero, e suona il violino, mentre dinanzi a lui scherzano nell'erba un cane e due pecore; poi le tre prime ottave. Inc. _Per far una leggiadra mia vendetta_, etc., fogli 4, doppia colonna, ottave 73, in-4º, car. got., senza segnatura nè numero di pagina, s. l. e a., mm. 213 × 139; _tienti quest'opra per un buon ricordo_ || _finisce la Malitia dei villani_.

II. — Biblioteca Trivulziana. Miscellanea storica, volume III, nº 13, Scaffale 48.

_La Sferza dei Villani._ Poi una silografia rappresentante cinque villani, uno dei quali viene frustato; indi le tre prime ottave. Inc. _Per far una leggiadra mia vendetta_, ecc.; _e tienti questo per un buon ricordo_ || _Il Fine_ | In-4º, car. rom., fogli 6, con segn., A, A₁, A₂, A₃, senza numero di pag., s. l. e a., 96 ottave, doppia colonna, mm. 200 × 150.

III. — Biblioteca Trivulziana. Scaffale VI, 3.

_La Sferza de | Villani_. — Poi una silografia come nel nº II, indi le tre prime ottave. In-4º, car. rom., senza segn. nè numero di pagina, s. l., e a., mm. 210 × 150, doppia colonna, 96 ottave; in fine un'altra silografia rappresentante tre pastori con pecore. Questa edizione ha tre postille di Rosso Martini, Accademico della Crusca.

Queste sono le edizioni che noi abbiamo avuto sotto occhio; della _Sferza_ sono menzionate le altre seguenti:

IV. — _La Sferza de' villani_, (in ottava rima). Firenze, 1553, in-4º de 6 ff. à 2 colon., fig. en bois, mar. r. tr. d. Vedi: Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paris, 1847, pag. 217, nº 1360.

V. — Il dott. G. Milchsack nella _Descrizione ragionata del Volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, con aggiunte di A. D'Ancona_[292], pag. 233, nº LVIII, dà la descrizione bibliografica di un'edizione della _Sferza_, stampata in Firenze nel 1568, in-4º, car. rom., 6 fogli, 96 ottave, colle due silografie da noi ricordate al nº III.

VI. — Nella _Bibliotheca Manzoniana, Catalogue des livres composant la Bibliothèque de feu M. Le Comte Jacques Manzoni_, Città di Castello, Lapi, 1892, Iere partie, pag. 403, nº 2997, è ricordata la seguente edizione della _Sferza_: Firenze, G. Baleni, 1588, in-4º, di 6 ff., con due silografie; la prima di queste, cioè quella rappresentante i cinque villani, uno dei quali viene frustato, è riprodotta in questo Catalogo.

VII. — _La Sferza de' Villani_. — Vicenza, per gli Eredi di Perin Libraro, 1602. È ricordata dal Guerrini, op. cit., pag. 395, nº 105 del Saggio bibliografico delle opere del Croce.

VIII. — Nel _Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri_, nº 1361, è fatta menzione di un'altra edizione della _Sferza_, stampata in Firenze nel secolo decimosettimo.

Nulla sappiamo dell'autore di questo poemetto satirico; sulla custodia dell'edizione trivulziana da noi descritta al nº II si legge un'annotazione manoscritta, forse di mano dell'abate Carlo, che, come abbiamo detto più addietro, era solito annotare i libri che veniva acquistando: «ottave molto belle e di ottima Lingua. Si vogliono del Giambullari, ma, dice l'abate Tiraboschi, dell'Autore nulla si sa fuori di quello che nella _Storia de' Poeti Italiani_ piacque allo Zilioli di porre senza alcuna prova.» Confessiamo di non aver trovato questo passo nel Tiraboschi, e il conte Soranzo, alla cui ben nota cortesia noi ci eravamo rivolti per sapere se nelle due copie manoscritte della _Storia de' Poeti Italiani_ dello Zilioli che esistono nella Marciana fosse fatta menzione dell'autore della _Sferza_, rispondeva che le sue diligenti ricerche erano rimaste infruttuose. Bernardo Giambullari, padre dello storico Pier Francesco, visse nella seconda metà del secolo XV e nel primo quarto del XVI; Giulio Negri[293] dice di lui: «Viveva dopo Luca Pulci: scrisse la storia di S. Zanobi Vescovo con due Laudi nel fine in ottava rima, e terminò il _Ciriffo Calvaneo_ di Luca Pulci: scrisse inoltre molti Canti Carnascialeschi ed altre poesie amenissime tutte stampate;» ricorda quindi alcuni scrittori che parlano di lui con lode. Il Giambullari occupa certo un posto distinto in quella accolta di ingegni colti e geniali di cui amava circondarsi Lorenzo il Magnifico, ad imitazione del quale compose i più svariati componimenti, dalla Lauda al Canto Carnascialesco, dalla Novella ai Poemetti satirici. In questi ultimi anni si sono pubblicati parecchi componimenti di questo scrittore, e probabilmente molti altri giaceranno inediti nelle Biblioteche in qualche raccolta di poesia popolareggiante. Ignorato quasi dagli storici della nostra letteratura, siamo certi che l'importanza e il valore del Giambullari andranno sempre più aumentando, quanto più sarà fatta oggetto di studio quella mirabile fioritura poetica popolareggiante della seconda metà del secolo XV che ebbe in Toscana tanti geniali cultori. Sotto il nome di «Biagio del Capperone» fu per lungo tempo creduto appartenente alla Congrega dei Rozzi di Siena, come autore di Sonetti «in stile rusticale;» ma fu dimostrato dal Mazzi che questi appartengono al Giambullari, come si legge in una rarissima stampa del Museo Britannico. A pag. 2 di detta stampa, di cui il Mazzi potè avere copia, si legge: «Sonetti Rusticani Composti per Bernardo Giambullari. Mandati al mio carissimo Giannozzo di Bernardo Salviati Ciptadino Fiorentino. L'anno 1515» a pag. 3: «Sonecti di Biagio del Chapperone rusticani, fatti a Roma a Papa Leone X et altri», dalle quali parole apprendiamo che il Giambullari fu scrittore di poesie rusticali, (il che può rendere più ammissibile la nostra attribuzione della _Sferza_), che fu a Roma chiamatovi, come i Rozzi, da Leone X, figlio di quel Lorenzo di cui il Giambullari fu uno dei più geniali e imitatori. Se egli non appartenne ai Rozzi, ad essi però è strettamente collegato, perchè può considerarsi come il _trait-d'union_ tra la poesia rusticale del Magnifico e la drammatica dei Rozzi. Al Giambullari appartengono pure: Il _Sonaglio delle Donne_[294], il _Tractato del Diavolo co' Monaci_[295], una novella intitolata _Una resia che un Demonio volle mettere in un monastero di Monaci_, la _Contentione di Mona Costanza e di Biagio_[296], il _Trattato della Superbia e della Morte di Senso_, pubblicato ultimamente dal D'Ancona[297], una raccolta di Canti Carnascialeschi[298], molte Canzoni ed è pure ricordato come autore di Laudi dal Gaspary. Se noi confrontiamo la _Sferza dei Villani_ con questi poemetti satirici, troviamo grande affinità sia nello stile, come nella vena satirica e nel fine umorismo; vedremo inoltre come vi siano tra questi e quella delle frasi comuni. Questo complesso di analogie, come pure la forma spigliata e la vivacità festevole della _Sferza_ militano in favore di questa attribuzione della satira all'autore dei sopradetti componimenti. La _Sferza_ incomincia parafrasando il primo verso del secondo sonetto del Petrarca:

Per far una leggiadra _mia_ vendetta.

Anche l'ottava IX delle _Malitie delle Donne_ che potrebbero forse essere dello stesso autore della _Sferza_, incomincia col noto verso dantesco:

È di natura sì malvagia et ria.

Questi ricordi classici attestano la coltura dello scrittore di questi poemetti popolari. Anche il fatto di vedere nel passo citato dei _Marmi_ del DONI ricordati insieme la _Sferza_ ed il _Sonaglio delle Donne_ può servire ad avvalorare la nostra supposizione, che, cioè, i due poemetti siano dovuti allo stesso scrittore. Diremo ora del metodo da noi seguito nel curare la ristampa della _Sferza dei Villani_. Abbiamo tenuto per base l'esemplare Casanatense, valendoci delle due ristampe trivulziane per le correzioni più ovvie, ed aggiungendo l'interpunzione e le altre particolarità grafiche dove ci parve opportuno. Così pure abbiamo aggiunte alla _Sferza_ Casanatense le ottave che si leggono nelle edizioni posteriori, perchè dall'esame di esse ci parve indubitato che appartengono al medesimo autore; segneremo tuttavia con un asterisco le ottave in più delle ultime edizioni. In quanto al titolo, abbiamo adottato quello di _Sferza de' Villani_ sotto il cui nome, come abbiamo visto, è sempre ricordata, essendo evidente che il titolo primitivo di _Malitie de' Villani_ fu nelle ristampe posteriori, che erano state sensibilmente aumentate, cambiato in quello di _Sferza_, forse anche in questo caso per analogia con altri poemetti satirici di quel tempo dello stesso nome.[299]

La Sferza dei Villani.

I.

Per fare una leggiadra mia vendetta, disposto son di cavarmi lo stecco, di compilare in versi un'operetta,[300] che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301] perchè sono una razza maladetta; 5 e per invocation vo' chiamar Ecco habitator delle selve, e de' boschi, dove stanno i crudel' rustichi foschi.

II.

E come d'Ecco la voce rimbomba in ville in valle, dov'altri lo chiama, 10 Eco faccia i miei versi eguali a tromba, che risuoni per tutto la lor fama,[302] de' rustichi crudeli in ogni tomba, e mettagli in disgratia di chi gli ama: perchè ogni piacere e cortesia 15 che si fa lor tutto è gittato via.

III.

Non fe' natura un animal più strano, nè più vitiato, nè manco virile sopra alla terra, quanto fu il villano, e quel che non diventa mai umile, 20 se non quando ti porge un po' la mano che necistà lo caccia del suo ovile,[303] se non ti può rubar mercè ti chiede poi dice mal di te se non ti vede.

IV.

Io ho veduto tanta esperienza 25 già tante e tante volte in vari modi di questa rusticana e ria semenza, che par proprio che un verme il cor mi rodi[304] sì ch'io non posso avere più patienza, et una Sferza fo' con aspri nodi, 30 che sonerà la rusticana setta: la Sferza lor sarà quest'operetta.

V.

La qual darà manifesta notizia, generalmente dei villan cattivi, benchè interamente lor tristizia 35 non si può dir di quei superlativi, de' quali è da schifar loro amicizia, nè da voler che in casa tua n'arrivi; chè son come il carbon che cuoce o tinge[305], quel villan che par buon, par perchè finge. 40

VI.

La prima volta che il villan ti parla, ne viene a te con sì benigna vista, che tu non puoi nella mente assettarla, se non d'avere udito un Vangelista:[306] guardati da quel che sì dolce ciarla, 45 che la sua intenzion drento è pur trista,[307] e viene a te con sì dolce maniera per porti il colpo suo nella visiera.

VII.

Se ti parlasse superbo et altiero, sa ben che non avrebbe teco accordo: 50 ma egli ha fatto prima suo pensiero, d'esser lui la civetta e tu sia il tordo, le sue parole il vischio a tal mestiero, e simulare il semplice e il balordo; e mentre che ti parla, spesso ghigna, 55 e così ti conduce nella vigna.[308]

VIII.

E quando t'ha dove volea condotto, e' comincia a scoprire un canestruccio che t'ha recato; tenevalo sotto perchè tu non andassi a santo alluccio[309] 60 credendo che tu sia come lui ghiotto ed aspetti al presente dare il succio;[310] sarà poi un canestro come un nicchio e fiavi drento un quattrin di radicchio.

IX.

Io ho già visto a' villani comperare 65 più e più volte un quattrin d'insalata o dua, e portar quella a presentare all'oste, ol balio, e sono una brigata;[311] non per amore, ma voglionsi sfamare alle sua spese con quella derrata; 70 se le son donne, tre o quattro rocche porteranno e faran cinque o sei bocche.

X.

E viene sempre col disegno fatto il rustico fellon di far lo scotto alle tua spese: stu lo inviti un tratto 75 terrà lo invito tuo con questo motto, che per farti piacere ad ogni patto vorrà ber teco, e comincia di botto; e fa lo scotto suo da vetturale, a tuo dispetto se tu l'hai per male. 80

XI.

Par che il diavol gli sia nella mascella, et è da ogni man ritto e mancino, e bada a maciullare e non favella, e poco o rare volte annacqua il vino; stu gli ponessi innanzi una camella,[312] 85 non ne fare' rilievo il paterino, mentre che v'è del pan l'altre vivande le schifa come fa il porco le ghiande.[313]

XII.

Non fia sì tosto poi uscito fuori, che dirà mal di te con chi che sia: 90 e che tu scanni e' tua lavoratori e ognor fai loro qualche villania, e ponti mille falsi e mille errori, e giura per far creder la bugia; se lui ti avrà giuntato se ne vanta, 95 chè gli pare aver fatto un'opra santa.

XIII.

Quell'altro ch'è cattivo al par di questo, commenda la tristizia che gli ha fatta, e pargli darsi un vanto molto onesto d'un furto fatto, e contalo per natta, 100 dicendo: guarda s'io colsi l'agresto[314] avale al balio, ella mi venne adatta; in mentre che beevo, o la fu bella, gli tolsi una forchetta e poi vendella.

XIV.

Guarda se questa è di quelle del sacco, 105 e se son gente da far loro onore, aspetta ch'io ho messo più d'un bracco, che mi daran de' lor vizi sentore; parratti che io sia Ercole che Cacco faccia della sua tana sbucar fore, 110 comincio appunto adesso a tor la penna la qual so che non fia di vizi menna.[315]

XV.