Saggio di ricerche sulla satira contro il villano
Part 10
Siam delle Masse i vostri contadini E la più parte stati mezzaiuoli. Che a dolerci di voi, mesti e tapini, Venuti siam con pene, affanni e duoli, Sol perchè troppo i Zanni e gli Ambrogini Norcin, Pantalon come figliuoli Voi gli apprezzate et a lor date spasso E noi havete laggat'ire in chiasso.
Stanza VI, Villano II.
Io non son però vecchio e m'arricordo Ch'un certo Milanino, et un Masetto Et ho sentito dir, ch'io non so' sordo Che un Basilio et un ser Angioletto, Prima che fusse il Mondo fatto lordo Da costor, che ciascun sia maladetto, Eran da voi quasi tenuti in collo Tenendo in feste ognor la lengua in mollo.
Stanza VII, Villano III.
Ma poi che varcò qua questa canaglia Cascamo della cima in piana terra, E non siamo apprezzati un fil di paglia Tanto ci fanno chesti Zanni guerra; Laghate Donne star chesta germaglia A far le baie quando si fa serra, E pigliate noi altri del paese Che haviam pur lengue che saranno intese.
Stanza VIII, Villano IV.
E che siel ver che son gattivi e tristi, Che son dipenti per ogni ostaria, E mi ricordo anchor d'haverne visti Dipenti fin ne la furfanteria; Potete con lor farvi pochi acquisti, Laghate dunque sì fatta genia E apprezzate noi che siam moschani Et haviam più di lor meglior 'taliani.
Stanza X, Villano II.
El peggio è poi che con tanto apprezzargli Se cavate da lor molti visacci, Che sian contenti di voler mostrargli, Acciò laghate chesti animalacci, E quando parlan non state a scoltargli, Chesti ch'an lengue di Pappagallacci, E laghate apprezzargli in Bombardia, Dove quasi da lor sempre è moria.
Particolarmente interessante per la storia delle maschere della Commedia dell'arte è l'accenno in quest'ultima stanza al luogo d'origine di questi tipi, cioè alla Lombardia, che qui però, come abbiamo già osservato, va intesa nel senso più largo di Alta Italia. Non è qui il luogo di parlare a lungo delle origini della Commedia a soggetto, tema assai importante e che ha interessato in questi ultimi tempi molti studiosi; a noi basta di accennare soltanto ad un fatto di capitale importanza per il nostro argomento. Abbiamo già avuto occasione nel capitolo precedente di rintracciare le origini di una delle maschere più caratteristiche della Commedia dell'arte, quella dello Zanni, che noi abbiamo ricollegato alla corrente satirica che dominava, in Venezia più specialmente, contro i facchini bergamaschi. Respinto ogni legame di parentela dello Zanni col Sannio della Commedia popolare latina, ne viene per conseguenza che anche le altre maschere non hanno alcun legame atavico coi tipi corrispondenti delle Atellane, e che queste maschere sono un prodotto locale delle varie regioni d'Italia, una creazione di quello spirito mordace e sarcastico del secolo XVI che ci ha dato tanta copia di componimenti satirici. «La Commedia improvvisata, dice il Gaspary, pare sia nata dalla farsa popolare sotto l'influsso della Commedia letteraria. Alcuni dei suoi tratti caratteristici osserviamo già nel Ruzzante e nel Calmo, l'uso dei dialetti... i servi burloni, l'unione in una sola persona dell'autore e del recitante, il ritorno in diverse produzioni della medesima figura rappresentata dallo stesso autore... Se si considerano i tipi principali, si potrebbe credere che la Commedia dell'arte sia venuta dall'alta Italia, di dove furono anche alcuni de' suoi più antichi comici, come Alberto Ganassa da Bergamo»[248].
Lo Zanni è nato dalla corrente satirica contro i villani, di cui abbiamo visto l'ultima forma di esplicazione nell'introduzione della lingua rustica; l'antagonismo contro gli industriosi bergamaschi trovava nel loro dialetto valligiano pieno di aspirazioni l'elemento principale per la caricatura. La farsa popolare offriva poi nel tipo tradizionale del servo sciocco[249] un ottimo materiale per lo sviluppo della maschera dello Zanni; il carattere del servo sciocco che era, come è noto, anche nelle farse francesi uno dei principali personaggi, non poteva trovare un migliore continuatore dello Zanni, caricatura dei facchini bergamaschi, i quali venivano pure introducendosi nella commedia sostenuta[250].
Il popolo delle città trovava nel tipo dell'Arlecchino un continuatore di quel rozzo e sciocco villano che aveva formato per tanto tempo la sua delizia nelle farse popolari e nella commedia rusticale; più tardi, perdendosi a poco a poco la coscienza dell'intento satirico che aveva originato questa maschera, sorse accanto allo sciocco Arlecchino il furbo Brighella, nel quale il popolo vedeva riflesso sè stesso, e un rappresentante, come il villano del fabliau e della saga marcolfiana, del debole che vince coll'astuzia il forte e il prepotente, raffigurato nel capitano spagnuolo. A Venezia si unì presto allo Zanni, nelle prime forme rudimentali della Commedia improvvisata, Pantalone, rappresentante del popolo veneziano, e mano mano che questo nuovo genere di produzione veniva diffondendosi in Italia, si venivano aggiungendo altri tipi e caricature; così a Bologna il Dottor Graziano, in cui si può veder riprodotto il tipo del pedante tanto frequente nella Commedia popolare scritta e nella erudita, e via dicendo. Lo Zanni, pur cambiando nome e sdoppiandosi, in queste peregrinazioni, in mille figure secondarie, conserva però sempre i tratti principali suoi caratteristici, ed anche Pulcinella, lo Zanni napoletano, è pure la caricatura dei villani dell'Italia meridionale[251]. Del favore accordato a Bologna alla maschera dello Zanni, ci fanno fede le opere del Croce e del Bocchini già ricordate; e dappertutto lo Zanni formava lo spasso e la delizia del popolo italiano. Il Lasca, nel Capitolo _In lode di Zanni_, ci dice[252]:
. . . . . io credo che Zanni sia nato per passatempo, burla, giuoco e festa e fare il mondo star lieto e beato. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Lo scalo. . . . . . . . . . . . . . mi dice ch'uno spasso a Zanni uguale mai non vide il Latino o 'l popol Greco. . . . . . . . . . . . . . . . . . . e tra la più pregiata e nobil gente, a Napoli ed a Roma altro che Zanni così quaggiù, ricordar non si sente. Zanni ognun chiede, ognun chiama e vuol Zanni, Zanni ognun brama, e quello è più stimato, che parla meglio, e meglio scrive in Zanni.
Carlo Dati racconta che «il Duca di Mantova si dilettava di praticar commedianti, e anche di far da Zanni. Onde egli con essi ed essi con lui parlavano famigliarmente e mangiava con essi»[253]. Ma non ci dilungheremo oltre a parlare della popolarità della maschera dello Zanni; a noi basta di aver dimostrato i non dubbi legami di parentela che esistono tra questo tipo e quello del villano e che spiegano come la satira contro quest'ultimo, tanto popolare nella prima metà del secolo decimosesto, venga tutto a un tratto, al primo apparire della commedia improvvisata sul nostro teatro, perdendo quel favore con cui era stata accolta per tanto tempo da ogni classe di persone.
* * *
Ben poco ci resta ancora a dire sull'argomento che forma l'oggetto del nostro studio. Dopo di aver ricercato le cause principali che possono aver generato questa satira copiosa contro il villano, cause che abbiamo visto potersi determinare nell'odio di casta e nell'antagonismo tra la popolazione rurale e la cittadina, e dopo di avere seguito nei vari generi letterari lo sviluppo progressivo di questo tipo caratteristico, ci rimarrebbe ancora di ricercare nella tradizione popolare gli ultimi e scarsi accenni del perpetuarsi di questa corrente satirica. Ma tale ricerca non sarebbe coronata da un risultato soddisfacente, perchè nel folklore la divergenza tra le due correnti satiriche, la positiva e la negativa, per quella infantile esagerazione che la fantasia del popolo suole usare nelle trasformazioni a cui assoggetta la tradizione, si fa assai maggiore; tanto che nella prima il villano viene fatto l'autore di una quantità di burle e di astuzie che in altri tempi erano attribuite ai più noti buffoni, e nella seconda diventa il tipo caratteristico della sciocchezza, e si confonde col personaggio leggendario che, in tutti i tempi e in tutti i paesi, commette presso a poco le medesime scempiaggini. Nei proverbi, più ancora che nelle novelline popolari, è più facile trovare riprodotti alcuni dei concetti fondamentali della satira negativa; ne ricorderemo qui alcuni dei più curiosi:
Allo sprone i cavalli, al fischio i cani Ed al bastone intendono i villani[254].
Il villano punge chi l'unge e unge chi lo punge[255].
Quando il villano è alla città Gli par d'essere il Podestà.
Quando il villano mangia una gallina O il villano è ammalato, o è ammalata la gallina.
I contadini sono come le corna, duri e storti.
L'astuzia dei contadini, e la misericordia di Dio sono infinite.
Chi vuol castigar un villano, lo dia a castigare ad un altro villano.
Quando il villan tratta ben, La pioggia secca il fien.
Guardati dal villano quando ha la camicia bianca.
Non usar il villano alla mostarda, l'orso al miele e i matti alle pesche.
La baronada dei contadini xe più granda de la misericordia de Dio.
Ricchezza de contadini dura tanto come l'acqua nel cavin[256].
Quando el vilan se incitadina, el ricerca fin el late de galina.
A far servizio a 'n vilan, se fa dispeto a Domenedio[257].
Da questi pochi proverbi che abbiamo citato, si può scorgere facilmente quanto vivo sia nella tradizione il ricordo dei concetti fondamentali che informavano i numerosi componimenti satirici contro i villani da noi ricordati, e delle accuse che per tanto tempo furono lanciate contro questa classe infelice; concetti ed accuse che vedremo ripetute nei componimenti satirici da noi riprodotti in Appendice.
APPENDICE
1.
LA VITA DE LI INFIDELI, PESSIMI E RUSTICI VILANI
[Museo Civico e Raccolta Correr di Venezia. Catal. Cicogna, n. 1248. Cod. cart. del sec. XV contenente un trattato di medicina; a f. 89-t si legge questa satira contro i villani, di cui noi diamo qui la parte più importante per il nostro studio[258]].
Rustici vilani, Che in tanti affani Semper estis, Et uestra vestis De marzo bixello, 5 Dentro del uostro bursello Non habetis nu[=m]os, Inter dumos Cum li piedi discalçi, E cum li falzi 10 Inciditis herbas Inter merdas De le uostre uache Cum chali e rache In corpore toto. 15 E di choto Mille volte al sole Ayo e cepole Cum l'aqua pura. Ex mestura 20 Mangiati el pane[259]. In le capane Fumo refertis; Parum differtis De li uostri animali, 25 In boschi e ualle Semper statis, Et a soldatis I primi robati. Vui siti pelati 30 Ex omni parte; Ogni arte Ognuomo vi refuda, O zente cruda, Peior hebreis, 35 Et in deis Nulla fede. . . . . . . . A la roxata El dì e la note; E sono remote 40 De uui le piume. . . . . . . . Rare uolte Vuy pagate le colte. . . . . . . . El vj conuiene mangiare Radices et herbas 45 Multas acerbas, Cum aqua de pessina; E la mattina Ad laborandum Et stentandum 50 Semper per altruy. Chi fa bene a vuy Stulti putant Non arbitrant, Che dio habia per male, 55 Zente bestiale Vbicumque sitis; Et quando venitis A la citade, Per le strade 60 Pueri clamant[260] . . . . . . . Et quando intratis In la barbaria, El maestro ve pia Cum blandiciis 65 Et cum deliciis, Vi mette a sedere, E cum più sapere Facies lauat; Et prima cauat 70 L'aqua de la ramina, E cum l'orina Eam dissoluit, Et uos inuoluit In qualche pexa rota, 75 E la ballota Ex merda pura Aspra e dura Come uno muro; E cum uno rasoro 80 Dentato e grosso Che ve rompe la faza Ognomo solaza. Homines rident Quando vident 85 Li uostri dañi. Pezo dei cani Vos infestant, Et molestant Ogni uostro bene. 90 E spesso vi uene In carceribus Cum pedibus In fe[=r]is Similes feris, 95 Ben ferati E poi ligati Toxi raxi e neti Sine pane. Le uostre lane 100 Sono molto grosse, Hauete dure le osse Per tanto stentare. . . . . . . . Perchè in vuy regna Ogni malizia 105 E ogni tristitia E siti ignoranti Tuti quanti, Mendatori Robatori, 110 Li uostri errori Si purgano cusì Como vedeti Che siti tractati, Perchè non vi leuati 115 Troppo in alteça. La uostra aspreça Ve fa stentare El dì e la nocte . . . . . . . Non haueti mai bene: 120 Nati in pene Serui seruorum Asini asinorum Maledicat uos deus, In secula seculorum 125 Amen. Ab insidiis diaboli et signoria de villano et a furore rusticorum libera nos domine.
Questa Satira contro i Villani si può far rientrare, specialmente per la chiusa parodica, in quel gruppo di componimenti parte in volgare e parte in latino, chiamati «farsiti» in Francia, e in Italia «disposti,» di cui ha parlato il Novati[261] studiando la _Parodia sacra nelle Letterature moderne_. In quanto alla lingua possiamo ricordare quanto fu detto dal Mussafia intorno ai _Monumenti antichi di dialetti italiani_[262], dal Raina sulla _Storia di Stefano_[263], e da altri; e per quanto riguarda la prosodia, come osservava il Biondelli[264], questi componimenti poetici informi dei primi secoli sono da ritenersi come prose rimate, quantunque molte volte non si abbiano nemmeno delle rime, ma delle semplici assonanze.
2.
CAPITOLO SATIRICO
Il seguente Capitolo satirico contro i Villani è contenuto in un volumetto miscellaneo della Trivulziana, segnato [47, 1] in-4º, car. got. mm. 160 × 110, fol. 11, s. l. n. d. probabilmente della fine del secolo XV o del principio del XVI[265]; nel titolo stampato sulla custodia moderna, il Capitolo che si legge nel fol. 9 r. e t. e quello che noi ripublichiamo, che occupa i fogli 10 e 11, sono attribuiti a Cecco d'Ascoli. Il primo Capitolo è una delle solite serie di proverbi tanto frequenti nella fine del sec. XV, ed è per noi importante soltanto per l'attribuzione che vi leggiamo negli ultimi versi:
e quisti versi sono provati cecho d'asculi fo l'autore Finita la frotola al vostro honore.
Ci limiteremo a parlare del secondo. Tutti i poemetti popolari italiani della preziosa collezione trivulziana hanno nel primo foglio una nota manoscritta dell'abate Carlo (1715-1780) che aveva l'abitudine di fare delle annotazioni sopra ogni opera che acquistava, e di riportare, per le opere anonime, le supposizioni che correvano in quel tempo tra i bibliografi. Non abbiamo alcun dato, eccetto quello fornitoci dagli ultimi versi del primo Capitolo, per poter accertare la verità di questa attribuzione del secondo Capitolo satirico allo Stabili. Il Novati, pubblicando alcune lettere giocose attribuite all'Ascoli[266], nelle quali è fatta con molto umorismo l'apologia della potenza sovrumana del denaro, osservava che, a meno di non voler ammettere che nel secolo XV esistesse un oscuro poeta collo stesso nome dell'autore dell'_Acerba_, esse andavano certo in quel tempo sotto il nome dello Stabili, ma il Castelli le ritiene apocrife[267]; molto probabilmente anche questo Capitolo, in cui, prima della _Sferza_, erano raccolte tutte le accuse che si scagliavano in quel tempo contro i villani, se non uscì dalla penna dell'infelice astrologo di Carlo duca di Calabria, era attribuito certamente a quello spirito bizzarro. Possiamo vedere qualche accenno, per quanto vago, di satira contro i villani, anche nelle lettere giocose attribuite dal Novati allo Stabili; così nella prima, l. 5: «_Villani, rustici,_ et vani vos (denarii et floreni) habentes, sapientes et nobiles reputantur, tenentur et amantur......» e nella seconda, l. 13: «Ubi nos sumus (denarii) ibi superbia invenitur, facimus _natos de stercore_ nobiles nuncupari.......» Nella seconda specialmente, come è facile vedere, l'anonimo autore raccoglie la nota storiella della vilissima origine del villano che abbiamo incontrato per la prima volta nella satira del Matazone, e colpisce l'alterigia dei villani arricchiti a cui già aveva accennato nella prima, e che doveva essere in quel tempo uno dei temi prediletti di satira[268].
Nel riprodurre dalla rara stampa della Trivulziana questo Capitolo attribuito allo Stabili[269], non abbiamo aggiunto che la punteggiatura e fatte poche correzioni, essendo persuasi che in questi documenti che hanno scarsissimo valore letterario e sono importanti soltanto per lo studio dei rapporti fra le diverse classi sociali di quel tempo, sia inutile fatica il cercare di correggere i versi ipermetri o mancanti di qualche piede. Molto probabilmente questa satira contro i villani, come quella che abbiamo riprodotto nel Capitolo primo, doveva formar parte del repertorio dei Cantastorie, e in questo caso nel canto si compensavano le differenze prosodiche. Notiamo l'accenno ai versi 53-54 del favore accordato dai villani ai giullari che cantavano sulle piazze le avventure dei Paladini; il pubblico che stava a sentirli era certamente composto per la maggior parte da gente di campagna che accorreva alla città nei giorni di mercato.