Part 1
[Illustrazione: CAROLINA D’AUSTRIA (Da un quadro della Pinacoteca di Capodimonte a Napoli).]
NICOLA MISASI
S. M. La Regina
ROMANZO
1911 DOTT. RICCARDO QUINTIERI — EDITORE MILANO — Corso Vittorio Emanuele, 26
PROPRIETÀ LETTERARIA
A garanzia dell’Autore e dell’Editore ogni copia deve qui portare la numerazione progressiva e il «timbro a secco» della _Società degli Autori_ di Milano.
SOC. AN. PER LE ARTI GRAFICHE «LA GUTENBERG» — MILANO, Corso Romana, 113 STAB. «LA COMPOSITRICE» — MILANO, Via Carlo Maria Maggi, 6.
_L’editore ai lettori_,
_Inizio questa serie di romanzi, dal titolo un po’ strano, ma che esprime bene il mio desiderio di dare alla generalità dei lettori affidamento di ore deliziose, con le ultime opere di Nicola Misasi; uno scrittore che non avendo bisogno di presentazione, coprirà in gran parte la responsabilità della mia audace iniziativa._
_Audace per questo: perchè io voglio tentare di diffondere in Italia a migliaia di copie, in bella veste ed a buon mercato, quei romanzi d’ignoti o d’illustri, che pur avendo la qualità precipua di tal genere di composizione, il continuato interessamento per chi legge, non trovano che un pubblico esiguo: esiguo, per i prezzi elevati che gli editori sono costretti a mettere data la tiratura limitata delle copie; esiguo per la diffidenza, in gran parte giustificata, verso i nuovi romanzi che non sempre sono di piacevole lettura; esiguo per la poca pubblicità che si deve fare ad un libro, di cui si siano stampate mille o duemila copie._
_Pubblicando romanzi del Misasi, che ha un gran pubblico di lettori, potrò più facilmente giustificare e far conoscere questa mia iniziativa: non vorrei però che si credesse la mia scelta limitarsi a simil genere narrativo. — Qualunque romanzo che alla buona lingua unisca il diletto continuato, sia sul tipo dei_ Tre Moschettieri _del Dumas o su quello di_ Delitto e Castigo _del Dostojewskj, per citare due capolavori diametralmente opposti, io potrò sceglierlo per la mia collezione dei «Romanzi che si leggono d’un fiato» o più brevemente dei_ =Romanzi d’un fiato=.
_Milano, Febbraio 1911._
RICCARDO QUINTIERI.
I.
Ecco quanto era accaduto.
Condotto a termine il trattato di Presburgo, Napoleone aveva fatto radunare un esercito a Bologna per scacciare i Borboni dal Reame di Napoli, e aveva lanciato un proclama ai Napoletani firmato dal generale Saint-Cyr, nel quale diceva: «La vostra Corte dopo aver conchiuso un trattato di neutralità ha aperti i suoi Stati ai Russi ed agli Inglesi: l’Imperatore Napoleone, la giustizia del quale è pari alla possanza, vuol dare un grande esempio, voluto dall’onore della Corona, dall’interesse dei suoi popoli dalla necessità di ristabilire in Europa il rispetto che si deve alla fede pubblica. L’esercito che io comando viene per punire questa perfidia, ma voi non avete di che temere: i soldati francesi saranno vostri fratelli».
Il proclama portava la data del 25 di ottobre 1806 ed era giunto a Napoli il 2 gennaio 1806 insieme colla notizia che l’esercito invasore comandato dal Saint-Cyr e diviso in cinque corpi, cui si era aggiunto quello di Massena, in tutto quarantacinquemila uomini, si era mosso da Bologna, e che con lui veniva il fratello dell’Imperatore Giuseppe Buonaparte, principe dell’impero e luogotenente generale. Era stato un colpo di fulmine per la Corte di Napoli, un fulmine di quella tempesta scoppiata addosso ai Russi ed agli Austriaci, che aveva avuto per epici episodi la battaglia di Austerliz e la presa di Vienna e che si era in parte sedata colla pace di Presburgo. Napoli ne rimase atterrita: troppo recenti e sanguinanti ancora erano le piaghe della lunga guerra civile degli ultimi anni del trascorso secolo cui avean tenuto dietro le ferocie delle rappresaglie borboniche: non bene ristabilita, specialmente nelle più lontane provincie, l’autorità regia: le campagne corse dagli avanzi di quelle bande sanfediste che se avevano riconquistato il trono al re legittimo, avevano anche apportato rovina ovunque eran passate come lave devastatrici: le città divise in fazioni l’una trionfante e prepotente, quella dei legittimisti, l’altra dei repubblicani costretta a rodere il freno, ma anelante alla vendetta e in trepida attesa di nuovi rivolgimenti. Ed ecco che una nuova tempesta minacciava di scoppiare quando ancora sordamente rumoreggiava l’altra non del tutto sedata!
Al primo annunzio di quella marcia, Inglesi, Russi ed Austriaci, per favorire i quali i Borboni avevano rotto la neutralità promessa all’imperatore Napoleone e che avevano occupato Teano, Venafro, Mignano, ebbero ordine dai loro governi di ritirarsi! Il Lascy, generale russo, fece sapere al generale napoletano che era impossibile di difendere tutta la frontiera del Reame; e poichè gli eserciti del suo Signore erano sbarcati nelle Due Sicilie come ausiliarî dell’Austria, or che questa aveva cessato dalle ostilità, dovevano rimbarcarsi, perciò la Russia tornava ad essere neutrale! Tale era la ricompensa della mala fede, lo scherno aggiunto alla ruina! Re Ferdinando si vide perduto: spedì non pertanto il cardinale Ruffo al Massena per tentare un armistizio ed aver tempo d’indurre a più miti consigli lo Imperatore, ma quando seppe che il Ruffo era stato imprigionato a Ginevra, quando vide incerti i ministri convocati a consiglio, concordi i generali nel ritenere inutile ogni difesa contro l’invasore, elesse a Vicario generale il figlio Francesco e fuggì in Sicilia.
Ma il Vicario non potè o non seppe fare altro che ripetere i tentativi già falliti, onde disperò anche lui, e col fratello Leopoldo prese la via delle Calabrie per poi ricoverarsi in Sicilia. Così il nembo che si appressava, rumoreggiante ancor lontano, cacciava innanzi a sè coloro cui incombeva di opporglisi: il Reame che a gran pena si era ricomposto pochi anni innanzi, si sfasciava di nuovo per inettitudine dei suoi reggitori.
Pure, mentre gli uomini disperavano, mentre il re fuggiva, mentre i generali spezzavano la loro spada, una donna restava fiera, tenace, impavida, deliberata ad inabissarsi col regno se tale era il decreto dal fato... S. M. la Regina.
Era rimasta sola nella Reggia, ma bastava il saperla là vigile, istancabile, risoluta a lottare, bastava perchè il popolo s’illudesse che il pericolo potesse ancora scongiurarsi. Anche i più timidi, che poco innanzi avevano consigliato il Re a fuggire, incominciavano quasi a rincorarsi, a propendere per le risoluzioni ardite, a credere che si potesse resistere, sia pure per salvar l’onore, ai Francesi che sempre più si avanzavano. Per le scale della Reggia era un salire, un discendere di gentiluomini e di popolani, tra i quali alcuni ceffi che pochi anni innanzi si erano segnalati a capo dei lazzaroni; era uno scalpitar di cavalli nell’ampia corte, montati da corrieri che partivano curvi sugli arcioni o ne scendevano gettando le redini agli accorsi palafrenieri.
Il popolo commentava la notizia per le vie formando dei capannelli che presto si scioglievano, essendo pur sempre un pericolo l’occuparsi degli affari dello Stato, e ben si ricordavano i giorni di terrore che eran seguiti al ritorno della Corte e gli altri nei quali la città era rimasta in balia delle orde capitanate dal Cardinale. Però se coloro che aspettavano con impazienza l’esercito straniero per poter insorgere, pur non osando far voti palesi, eran tenuti incerti dal saper la Regina tuttora nella reggia; i più timidi, quelli che nei trascorsi rivolgimenti non avevano parteggiato nè per la repubblica nè per la monarchia, ma che avevano subito i danni della sanguinosa lotta tra le due nazioni, eran disposti a credere esagerate le notizie che correvano, e fidavano nella indomita energia dell’Austriaca che era rimasta per tener fronte all’uragano. Essa l’unica forza, essa l’unica volontà, essa infine l’unico uomo, come ebbe a dire Napoleone che col suo esempio rendeva arditi i più timidi e con le parole sue e col lenocinio della bellezza sapeva infondere fede nel trionfo anche ai più esitanti. E l’effetto era questo, che la città si serbava tranquilla in apparenza; e poichè già si era in Carnevale, gli spettacoli non erano stati sospesi, anzi correva voce che la Regina sarebbe intervenuta al veglione del S. Carlo e con essa sarebbero intervenute tutte le più belle dame della Corte, quelle che eran famose non solo per la bellezza, ma anche per gli amori e le avventure che loro si attribuivano. Coloro però che temevano per sè i danni di una invasione avevano ben altro pel capo che di divertirsi; ma le famiglie della grassa borghesia si sarebbero guardate bene dal mancare quella sera per non far credere che fossero ostili o avesser paura. Quarantacinque mila francesi già quasi ai confini del regno non le rassicuravano, tanto era il terrore che incuteva quella donna, l’unica che avesse accettato con saldo animo la sfida dell’onnipotente Napoleone.
Chi dunque verso le prime ore della notte di quel giorno di gennaio avesse visto la folla gaia e spensierata in apparenza che faceva ressa innanzi alla porta del S. Carlo; chi alla luce delle torce che i valletti sorreggevano mentre dai cocchi scendevano le dame avvolte negli scialli fra le cui pieghe scintillavano le gemme che ne ornavano il seno, i capelli, avesse visto le brigatelle di maschere rumoreggianti su per le scale, e la folla variopinta salire interminabilmente come se tutta la città fosse accorsa anelante, non avrebbe punto creduto che il nemico si avanzasse apportatore di rovina. Si sapeva che l’Austria aveva quasi imposto che quella sera la città si divertisse, e la città pareva ben lieta di ubbidire, a giudicare dal brio e dalla folla.
La vasta sala che non aveva ancora in Europa altra a sè simile, fiammeggiava rumoreggiante di una folla di maschere che però ancora si contenevano compostamente. I palchetti eran tutti gremiti: nella luce degli specchi si centuplicavano gli smaglianti colori delle vesti, e nello scintillìo delle gemme si delineavano le leggiadre figure delle dame, alcune delle quali, anche esse in maschera di seta o di velluto.
Solo il palchetto reale era ancora vuoto, e tutti gli occhi vi si fissavano impazienti, mentre l’ampia sala continuava a riempirsi di maschere dai costumi bizzarri, taluni grotteschi, altri di una ricchezza che faceva correre un mormorio di meraviglia. Nel rumore confuso delle porte che sbatacchiavano, del fruscìo delle sete o del velluto, del vocìo di quella gente quasi tutta mascherata sentivansi gli accordi dei violini dell’orchestra in fondo al palcoscenico. All’aprirsi di ogni palchetto, e al comparire in essi delle signore col seno e con le spalle denudate, e delle maschere elegantissime che si sporgevano per guardar nella sala, si mormoravano i nomi più cospicui dell’Olimpo napolitano e della colonia forastiera.
Ma il vocio tacque quando si videro due valletti della Corte avanzarsi nel palco reale e sciorinare un tappeto di broccato sul davanzale. Ciò voleva dire che Sua Maestà la Regina si sarebbe degnata di intervenire al veglione in segno di benevolenza pei suoi fedelissimi sudditi: ciò voleva dire anche che il pericolo era ancora lontano se non del tutto scongiurato, e che S. M. dava per la prima l’esempio d’animo sereno e fidente. Ci era dunque dell’esagerazione in quel che si diceva? Del resto poichè la Regina mostrava di non essere punto preoccupata, non sarebbe stato meglio godersela quella notte di piacere? Parve che di questo avviso fosse tutta quella folla rincorata dall’apparizione dei due valletti che si ritrassero dopo aver spiegato il gran tappeto di broccato che portava nel mezzo trapunto in oro lo stemma dei Borboni.
In fondo alla sala col gomito appoggiato alle pareti, la testa in alto si teneva immobile un brigante calabrese che aveva di una maschera nera coperto il viso, ma i cui occhi scintillavano attraverso i fori. Il costume di velluto nero coi bottoni di argento giustificava il lungo pugnale la cui elsa arabescata scintillava anche essa sopra la larga fascia rossa che cingeva i fianchi dell’uomo mascherato, il cui cappello a cono infettucciato posava un po’ a sghembo sulla lunga nera capellatura, che, come era nell’uso del tempo, cadeva a riccioli sul largo collare della bianca camicia ripiegata sulle spalle. Molte maschere, la cui muliebre leggiadria era tradita dalle linee del corpo nelle vesti bizzarre, e lo spirito ardente dal lampo dello sguardo attraverso le mascherine, gli si erano fatte intorno guardandolo con ammirativa curiosità che sarebbe stata più indiscreta e più rumorosa se l’attesa dalla Regina non l’avesse tenuta a freno. Ma il giovane, che tale era di sicuro a giudicare dalla gagliardia delle membra e dalla sveltezza della figura, non pareva accorgersi della ammirazione che destava, pur non potendo suporre che si parlasse d’altri che di lui.
— Un capobanda del cardinale Ruffo — disse una delle maschere che si era fermata a contemplarlo.
— Il povero Ruffo è prigioniero a Ginevra — rispose una voce — almeno così si dice.
— Non si parli di politica: l’ordine è di divertirsi. Abbiamo avuto le forche, chi sa se avremo la farina, è certo che stasera abbiamo una festa...
— Ma è proprio in maschera cotesto brigante? O che non abbia della maschera solo quella del viso?
Ma colui del quale si parlava non prestava ascolto a tali voci: si teneva tuttora immobile non distogliendo gli occhi dal palco reale. Sol quando alcune mascherine a braccetto fingendo non vederlo l’investirono così da farlo rimuover da quello atteggiamento, ebbe come un lampo nello sguardo.
— Donnette mie, non è ancor l’ora. Venite più tardi a gittarvi fra le mie braccia che sono abbastanza robuste per portarvi via tutte e quattro.
Non aveva punto mutato tono di voce: le mascherine a quelle brutali parole rimasero perplesse, poi soffocando uno scoppio di riso passarono oltre.
— Capperi, è un brigante sul serio! — disse una di esse.
— Portarci via tutte e quattro? Sì, e poi?
— Oh, eccone un altro — esclamò una delle maschere.
In fatto avevan dato di petto in un altro brigante calabrese mascherato anche esso, ma nella persona differiva dall’altro. Era tozzo, massiccio, assai negletto nelle vesti che potevano dirsi povere. Alcune ciocche grige gli cadevano sulle guance coperte dalla maschera, e l’incedere un po’ incerto, l’evidente imbarazzo dei suoi atti facevano supporre che ei fosse affatto nuovo a quel bailamme. Invero, urtato dalle quattro mascherine non si fece da parte, ma alla sua volta diede una spinta e con una spallata fece cader due del gruppo che si diedero a gridare come gazze ferite.
— Mascalzone, villanaccio! — urlavano non più con le vocine in falsetto le due mascherine che erano andate giù a gambe in aria.
Ad una di esse si era sciolta la maschera e coloro che le avevan fatto cerchio intorno riconobbero nella caduta la più vezzosa delle ballerine che aveva un nome molto noto fra i gaudenti, onde molti si affrettarono a porgerle la mano per aiutarla a rimettersi in piedi.
— Che è accaduto, che è accaduto? — le si chiedeva premurosamente. — Vi siete fatta male?
— No, no, nulla — rispose la ballerina accesa in volto per lo scorno e cercando di ricomporre le vesti del suo costume di fioraia. — Gli è che a certi facchinacci non si dovrebbe dar l’accesso ai luoghi in cui va la gente come noi.
— Ha ragione, ha ragione — urlarono alcune voci. — Tutta una invasione di sanfedisti stasera al S. Carlo! Ne ho contato almeno una dozzina.
— È una indecenza.
— Uno scandalo.
— Zitto — disse una voce — son gli amici della Regina.
— Son dunque briganti sul serio?
— Ma no, ma no, saran magari dei gentiluomini che per far la corte a Sua Maestà...
— Quel villanaccio non è certo un gentiluomo! — disse uno dei più ardenti corteggiatori della bella Coralia la ballerina.
E si diede a gridare:
— Alla porta il brigante, alla porta.
— Alla porta — gridarono alcuni altri che si erano fatti intorno alla bella fioraia e col pretesto di ricomporle le vesti ne carezzavano le spalle bianche e grassocce — alla porta.
A quelle grida la folla non sapendo l’accaduto si era riversata tutta intorno al gruppo delle quattro mascherine, impedendo così a colui che era stato causa del fermento di rompere il cerchio che si era fatto intorno a lui. Se ne stava immobile sotto la maschera, volgendo qua e là due occhietti grigi quasi incerto se proprio a lui si rivolgessero quelle voci, ma non potè dubitarne quando un pulcinella alto e robusto con un gran naso di cartapesta, con voce chiocciante gli gridò all’orecchio:
— Hai inteso, hai inteso? Alla porta, facchinaccio.
— Ah, santo diavolo! — urlò l’ometto — dite proprio a me?
— A te, sì — risposero alcuni mostrando le pugna.
— A me per aver risposto all’urto di quella sguaiatella infarinata come un pesce da friggere?
— Te lo do io in faccia il pesce da friggere — urlò il pulcinella che fidava forse un po’ troppo sulla sua forza muscolare.
Ed alzò il braccio, ma di un tratto si intese sollevato di peso: l’omiciattolo lo aveva abbrancato per le gambe e incurante dei pugni, che l’altro gli faceva piovere sulla testa, lo sollevò sulle braccia gridando alle maschere:
— Largo, largo, altrimenti ve lo scaravento addosso!
E senza visibile sforzo si aprì il passo tra la folla, che mutabile come è sempre d’impressione, si diede a ridere e ad urlare dietro al nano, che imperturbato portava sulle braccia quel gigante cui accrescevano comicità le vesti di pulcinella. La musoneria per l’attesa della Regina si era rotta di un tratto. La folla dei palchetti si sporgeva per veder meglio, e le risate, le voci, i battimani si confondevamo in un rumore assordante.
Ma la marcia trionfale dell’ometto fu arrestata di botto. Fendendo la folla l’altro mascherato da sanfedista, che fin allora, forse perchè assorto nell’attesa della Regina, non si era accorto di quel che era avvenuto, giunto innanzi all’ometto gli mise una mano sulla spalla dicendogli:
— Non fare il fanciullo, via, lascia andare cotesto pulcinella.
— Lo voglio mettere alla porta come voleva far di me lui.
— Lascialo andare, te lo impongo.
L’ometto rispose con una scrollata di spalle, esitò un istante, poi aprì le braccia e il pulcinella cadde tra la folla che si diede di nuovo a ridere e ad urlare.
— Ho fatto il piacer tuo — disse l’ometto al nuovo sopraggiunto — ora andiamo via, andiamo via, perchè... tu mi conosci, se mi sale il sangue agli occhi te ne scanno una dozzina. Io non son fatto per...
— Va ad aspettarmi fuori, dove sai — rispose l’altro sottovoce. — Verrò presto a raggiungerti. Resti soltanto qui il Ghiro ed il Magaro che san più contenersi...
— Contenersi, contenersi! — borbottò l’ometto seguendo l’altro che si era diretto verso la porta sottostante al palco reale.
Ivi giunto sostò: volse lo sguardo per la folla e vide qua e là alcuni mascherati nella sua foggia istessa i quali parevano guardassero verso di lui. Egli fece un segno, e poco dopo li vide ad uno ad uno venire alla sua volta. Nel passar loro d’accanto mormorò pur facendo sembiante di non badare ad essi:
— Seguite Pietro il Toro... qui siamo in troppi.
Fece un segno ai due ultimi che si arrestarono.
— Voi restate, ma non mi perdete di vista.
Intanto per l’ampia sala era corso un mormorio che si era propagato pei palchi: le teste si levavano in alto, e tutti gli sguardi convergevano nel palco reale la cui porta in fondo si era aperta e lasciava vedere una doppia fila di valletti che sostenevano dei candelabri d’argento i: cui ceri accesi mandavano una vivissima luce. Di un tratto in quella luce apparve la Regina. Quantunque nell’età in cui ogni altra donna mostra in volto l’ingiuria del tempo, Carolina d’Austria era ancor fiorente di bellezza alla quale cresceva fascino la naturale maestà della persona. Si avanzò lasciando cadere il ricco mantello di bianca pelliccia e agli sguardi ammirati tutta si offerse la stupenda persona vestita di broccato trapunto d’oro che lasciava scoperto parte del seno e delle spalle sulla cui lattea bianchezza spandevan vivide scintille le gemme di una collana. Su la folta massa dei capelli incipriati leggermente, sicchè ne traspariva l’aureo colore, fiammeggiava al lume dei ceri la reale corona, ma vieppiù fiammeggiavano gli occhi grandi e azzurri il cui sguardo superbamente sorridente scorreva per la folla. Le labbra umide e accese mettevano come una macchia di sangue nel viso di un ovale perfetto, il cui naso profilato e dritto, il mento accentuato eran segno di volontà e di tenacità inflessibile.
La folla rimase per un istante in silenzio, come sopraffatta dal fascino di quella regale bellezza che il tempo non aveva punto alterato. Nè le tante sconcie dicerie che correvano intorno alle sregolatezze di quella figlia di una imperatrice, nè il suo sanguinoso passato, nè i lamenti delle tante vittime che per odio di lei avevano asceso il patibolo, nè le crudeltà, nè i tradimenti che le si attribuivano valevano ad attenuare l’ammirazione che ella destava con la sua prepotente bellezza. Si sapeva che ella era fra le più colte, se non la più colta donna d’Europa: che parlava e scriveva ben quattro lingue; che era raffinata nello spirito cui non era estranea nessuna delle più astruse discipline; che nei consigli della Corona aveva portata la sua volontà adamantina la quale era stata costretta a piegare innanzi alla molle inettitudine dei ministri e del Re; che era stata lei, col suo fascino a decidere e coi suoi consigli a sorreggere il cardinale Ruffo nella conquista del Regno; lei a tener schiavo lord Nelson; lei a depurare della setta liberalesca le provincie; lei a voler soffocata nel sangue la Repubblica Partenopea. E a tante immagini di morte, di eccidii, di rovine fumanti su cui si ergeva tragicamente superba quella donna, degna di lottar coi giganti, ma costretta a vivere fra i pigmei, si univano, si confondevano con uno strano contrasto, con una ben cruda antitesi, i suoi amanti più noti. Gualengo, il duca di Regina, Caramanico, Rameski, Acton, Saint Cler; le sue amiche, fra le quali quella Lady Hamilton, il cui nome era tutto un miraggio di lascivie; e le debolezze, i capricci, le avventure vere o false, le orge di una notte, gli amori di un istante. Di un tal complesso di ombra e di luce, di oro e di fango, di maestà e di abbiettezza, di capriccio e di volontà ferrea, di epiche imprese e di intrighi volgari, di arditi progetti a cui poco mancò non assentisse Napoleone e di dimestichezza, come attestano le sue lettere, coi più feroci capibanda, era fatta quella donna, quella Regina, che al par di sua madre che disse: Io sono il re Maria Teresa, avrebbe potuto dire: Io sono il re Maria Carolina.
E tutto un tal complesso soggiogava la folla, stupita altresì di quella bellezza giovanile e sfolgorante in una donna già sul declivio, che quasi a sfida del destino, mentre un esercito marciava per scacciarla dal trono, mentre il marito, i figli, i ministri, i grandi dignitari del regno vinti dal terrore, eran fuggiti in Sicilia, sola, imperturbabile si presentava in una notte di piacere alla folla, nelle vesti regali, con la corona regale, fiera, imperiosa e pur sorridente come assoluta signora e sovrana al cui cenno eran cadute tante teste, al cui corrugar del ciglio aveva tenuta dietro tanta rovina.
E come vinta da tanta audacia, come vinta da tanto sfolgorar di bellezza, un grido formidabile si elevò dalla folla che gremiva la sala e i palchetti:
— Viva Sua Maestà la Regina!