Romanzo d'una signorina per bene

Part 7

Chapter 7 3,823 words Public domain Markdown

«No, mamma!... fra te e me non è spezzato il vincolo d'amore!... non può essere!... Dio non lo permetterebbe!... stammi vicina, mamma! proteggimi, mamma!

Una tenerezza di pianto le strappava le lagrime mentre l'anima accoglieva un soave senso di fiducia e si chetava nella sicurezza dell'amore, della protezione materna.

Quando uscì dal cimitero, il sole s'era ritirato nel brusco tramonto, segnando una riga di fuoco giù, in lontananza, nel punto che il cielo pare si abbassi a congiungersi con il mare.

Quella sera a cena, non prese cibo; le ripugnava; sentiva la testa pesa; un gran desiderio di riposo.

Andò a letto che la sera non era ancora calata.

Si tirò su a sedere, lasciò andare la testa sui guanciali.

Gli ultimi bagliori staccavano spiccati i paesaggi, le scene, le figurette della vecchia, bizzarra tappezzeria.

Ogni paesaggio, ogni scena, ogni figuretta le ridestava nell'animo un ricordo; la tuffava nel passato. Quante volte, nella sua infanzia, ella non si era ritrovata ad animare con la fantasia le figure dai colori vivaci e dalle linee inverosimili e spesso ridicole che adornavano le pareti di quella cameretta! C'era una nevicata su la costa della montagna con una capannuccia quasi sepolta nella neve e due fanciulli a poca distanza, che le ricordava tutta una storia di miseria, di sventura, di eroismo; storia di poveri montanari sopraffatti da valanghe, lottanti con frane e gelo. C'era una nave nel mare burrascoso con passeggieri e marinai in atteggiamenti disperati, che le risvegliavano in cuore l'antica pietà per i naufraghi immaginari; c'erano antri con bestie favolose, villaggi abbattuti da terremoto, graziosi angoli verdi con gente tranquillamente raccolta. Poveri sgorbi che per lei si animavano interessandole il sentimento e la fantasia. Era stata la mamma, che durante i lunghi giorni di piova o le brevi malattie della sua infanzia, l'aveva le tante e tante volte intrattenuta illustrando con semplici racconti e descrizioni le figure della vecchia tappezzeria. Il ricordo dell'affetto materno, caldo, previdente, ingegnoso, le faceva sentire più amaro il suo presente di fanciulla quasi abbandonata a sè stessa. Si commosse nella pietà di sè, fu presa d'inquietitudine, sentì che non poteva dormire, sgusciò dal letto e si fece a la finestra così com'era, avvolta nella lunga camicia da notte.

La notte era chiara, che ci si vedeva come di pieno giorno; le alte scogliere che stavano ai lati della casetta, fantastiche nel bagliore, si sarebbero dette immani mostri accucciati nell'onda. Il mare appena agitato dalle onde morte, pareva dormisse sotto le stelle. Nell'aria della notte limpida, si spandevano acutamente gli odori forti delle alghe, i soavi profumi delle gaggie, dei gelsomini, e magnolie e reseda.

Lucia si abbandonò al piacere di respirare liberamente l'aria profumata. Il riposo dello spettacolo che le si spiegava dinanzi, la calmò come un bagno fresco. L'agitazione silenziosa delle bestie che si svegliano durante la notte nascondendo al sole la loro oscura esistenza, le accarezzava l'orecchio di rumori indistinti.

Nel molle bagliore della notte, Lucia sentì corrersi nel sangue fremiti di speranza e di fiducia come se una affinità misteriosa l'unisse a quella poesia vivente.

Rimase a fantasticare senza saperlo, finchè l'aria si fece frizzante e fu costretta a chiudere i vetri ed a cacciarsi sotto le coltri.

Dormì poco. Verso oriente, l'orizzonte impallidiva nella luce smorta del mattino, quando ella si svegliò.

Un gallo buttò il suo canto nell'aria; un altro gli rispose a distanza; fu in breve un concerto di voci rauche e acute e nell'immensa vôlta del cielo, che andava insensibilmente biancheggiando, le stelle illanguidivano e sparivano.

Gli uccelli cominciarono a pipillare, poi a chiamarsi con pigolii, in fine a volare fra le piante e gli scogli con garriti e trilli e gorgheggi.

Dalla finestra di fianco al suo letto, Lucia stette a vedere le nuvole rosee che gettavano su 'l mare una luce fantastica, finchè, lentamente, il sole, sfolgorante, grandioso, illuminò maestosamente il mare, i monti, in distanza; ogni cosa.

Lucia si alzò; si vestì e pensò che l'Autore di tanto cose sublimi, non avrebbe potuto permettere che nel suo cuore fosse spenta ogni luce di speranza.

* * *

Zia Marta, nelle sue lettere piagnucolava. Aveva dovuto abbandonare il villino; s'era ridotta a vivere in tre stanzucce fuori porta; la pensione le bastava a pena per non morire di fame; era una vita misera.

Invidiava la nipote. Ella poteva vivere tranquilla o in qualche agiatezza. Peccato che la sua casa fosse perduta in quel villaggio ove durante l'inverno non si vedeva anima viva; se fosse stata in città l'avrebbe pregata di ospitarla; avrebbero fatto vita insieme. Di lasciare Milano, le sue abitudini cittadine, le sue amiche, ella non si sentiva il coraggio. E stava lì sola soletta, stancando il cervello per studiare il modo di fare economia, imponendosi privazioni, sacrifici d'ogni maniera.

Erano lettere gemebonde che infastidivano perchè inspirate dall'egoismo.

Lucia si proponeva di soccorrere la zia; si sarebbe ristretta. Per lei e Bortolo ci voleva così poco!

Pippo Ferretti, impiegato in una casa commerciale di Londra, scrisse una sola lettera a la figliuola, dopo il fallimento. Poche parole senza un'allusione a la disgrazia; si felicitava con la figlia, che, se non altro, non aveva bisogno di nessuno. La felicitazione mal celava una punta d'invidia, quasi un rimprovero.

«Se io morissi--pensava qualche volta la fanciulla--il poco che possiedo passerebbe a papà, e verrebbe, forse a stabilirsi qui con la moglie.

Si figurò la signora Rabbi nella modesta casetta e un senso amaro le sconvolse il cuore,

«Sarebbe spostata come una regina in un capanno!--disse:--Lo spirito della povera mamma, ne soffrirebbe. Se quella donna entrasse qui, i ricordi ne sarebbero offesi e si involerebbero. Ma... papà non avrebbe forse bisogno di lavorare a la dipendenza degli altri!

Poco a poco, il pensiero della sua agiatezza, per quanto modestissima, la turbò come una colpa, le riuscì incresciosa come un rimorso.

Si esagerò la condizione del padre, il suo avvilimento da persona usa a comandare, ora dipendente; misurò con il proprio sentimento il suo dolore d'uomo ruinato; ne rimase accasciata. «Se morissi--si trovò ancora a pensare--quel poco che possiedo passerebbe a lui e potrebbe vivere, se non altro, indipendente!

«Si duole di morire chi è circondato da affezioni!--continuò fra di sè.--Quando si è soli e non si è amati, a che cosa serve vivere?.. A che cosa serve?

La giornata ora smagliante di sereno; non una nuvola in cielo; il mare a pena increspato, l'aria biancastra, troppo piena di luce.

Nel suo costume di bagno, Lucia, seduta fra gli scogli, in una insenatura, a l'ombra, con i piedi nell'acqua, pensava.

«Papà non mi vuol più bene!.. Se, morissi non gli importerebbe nulla!

Le si gonfiò il cuore ricordando il tempo in cui suo padre l'adorava, non aveva occhi e cure che per lei, la sua unica figliuola; il tempo in cui la gente diceva che egli la viziava!

Come era felice allora!.... per certo avrebbe riso su la faccia a chi le avesse predetto che quella tenerezza esclusiva dovesse un giorno mutarsi in indifferenza.

«Quella donna gli ha cambiato il cuore!--mormorò--lo ha affascinato!

C'era dunque il fascino?... una potenza individuale, che attrae e incatena spogliando d'ogni volontà!... C'era dunque davvero il fascino?

Rivide con la fantasia, gli occhi chiari dell'ingegnere Del Pozzo; occhi che frugavano nell'anima commuovendo, destando sensazioni non mai provate.

Come erano dolci, affettuosi quegli occhi, là, a Milano, la sera prima della sua partenza per la spiaggia!

Come erano torbidi e severi il dì ch'egli era venuto a darle la notizia del fallimento!

E quella sera, al letto del povero Cecchino morente?

Nel cuore le si agitò la smania di rivederli quegli occhi chiari e luminosi; di sentirsene guardata, fosse anche torbidamente, severamente come l'ultima volta. Ed era una smania che le faceva martellare il cuore in petto, premendole le lagrime.

Su 'l mare in calma, nelle barchette, che si staccavano dalla riva dello stabilimento, spiccavano nella luce dorata, signore e signorine nei loro capricciosi costumi, con in testa gli ampi cappelloni bianchi, e i giovinetti, che lo accompagnavano, quale a cavalcione della prua, quale ritto in poppa, altri con il remo vogando.

Ed era un vociare festoso, uno scoppiettio di risatine squillanti, ogni tanto uno strillo di affettata paura.

Lucia ritirò i piedi dall'acqua; si rizzò. L'aveva scossa il timore di essere sorpresa dalle sorelle Marri e da esse obbligata a passare la scogliera, a recarsi allo stabilimento.

Al pensiero di ritrovarsi con la gente, specialmente con lo Svarzi, le saliva la nausea a la gola. Voleva essere sola; perchè non la lasciavano sola?....

Quel giorno poi non si sentiva punto bene. Aveva la testa greve; le correvano i gricciori per la vita, e nello stesso tempo, le scottavano le mani, il capo, tutto il resto del corpo. Era da un pezzo che provava un malessere strano; una debolezza a le gambe che le si piegavano sotto, frequenti capogiri, ripugnanza al cibo e un gran bisogno di starsene sdraiata o seduta senza far nulla.

Ora sentiva il desiderio di tuffarsi in acqua; un bagno l'avrebbe rinfrescata, le avrebbe ridata un po' d'energia.

Si arrampicò su lo scoglio estremo, che sporgeva innanzi e dal quale si poteva saltare con sicurezza come da un trampolino.

Con i capelli raccolti in grosso nodo su la nuca, la testa scoperta, bella nel costume che ne delineava la persona snella e elegante, le braccia stese e le mani serrate palma a palma, stava per spiccare il salto, quando si sentì afferrata a la vita e si trovò fra le braccia dello Svarzi.

Un urlo di terrore e di ribrezzo insieme le sfuggì dal petto. Si divincolò con una stratta violenta e nel parossismo si lasciò andare nel vuoto.

All'urlo era accorso Bortolo; erano venuti nuotando vari bagnanti.

Dopo un istante la fanciulla precipitata in mare, riapparve, agitò una mano; sarebbe ripiombata a fondo se un nuotatore non l'avesse prontamente sostenuta e tratta a riva.

Bortolo e Adele se la presero fra le braccia, la portarono in casa di peso, come morta.

Lo Svarzi stesso recò la notizia allo stabilimento. Egli l'aveva veduta precipitare; non era stato in tempo di impedire la caduta.

La volgare menzogna lo salvava da rimproveri e disprezzo, lo rendeva interessante con i particolari del fatto.

La signora Marri e le figliuole corsero alla casetta; si informarono. Bortolo era stato per il medico. Nella camera della malata non erano che questi e Adele. Nessuno doveva entrare; era indispensabile la quiete.

Quel giorno a la spiaggia dello stabilimento, si fece un gran parlare di Lucia, di suo padre, della signora Rabbi, della passione dello industriale per lei, delle sue pazzie, della ruina.

L'invidia, covata a lungo, si disfogava in esagerazioni, in maldicenze. Non si risparmiava nè pure la fanciulla innocente, la vittima, che adesso là nel suo lettuccio, giaceva nell'incoscienza della febbre.

Lo Svarzi era sparito subito dopo il racconto del fatto. Forse una punta di rimorso l'aveva obbligato a fuggire quei luoghi, ad allontanarsi dalla fanciulla che gli aveva inspirato una passione trista ma così forte da resistere non solo a l'indifferenza, ma al disdegno.

* * *

Il mare era sconvolto dalla tempesta. Non si facevano bagni quel pomeriggio; impossibile. Manco i più arrischiati avrebbero osato affrontare l'ira dei cavalloni, minacciosi sotto il cielo corrucciato e le ventate rabbiose.

I bagnanti, seccati, inuggiti, si erano raccolti nel salotto dello stabilimento, portati là dall'abitudine, dall'ozio, forse anche dalla smania delle emozioni.

Nel salotto erano crocchi, erano tavolini da giuoco, era musica.

Il pianoforte gemeva sotto le dita d'una signorina che strimpellava musica classica.

Degli uomini, chi fumava, chi sfogliava giornali, chi faceva dello spirito. Varie signore, con il ricamo in mano, facevano mostra di lavorare per il gusto di spettegolare parendo occupate; alcune leggevano; altre ancora passeggiavano.

Entrò ad un tratto, come un razzo, un giovanotto. Veniva da Genova ove si era recato il mattino. Aveva fatto il viaggio con una suora; una monachella giovanissima e bella, che aveva sempre snocciolato il rosario, senza mai badare a gli altri viaggiatori, rispondendo a monasillabi alle loro domande.

Era scesa lì, con lui. Egli aveva voluto vedere dove andasse e l'aveva seguita. Era andata nella casetta della signorina Ferretti.

«Oh!

«Ah!

«Che stia male davvero?

«Che si tratti proprio di cosa seria?

«Povera signorina!... così giovine e bella!

«Povera Lucia!

«E suo padre che non si lascia vedere?

«E sua zia?

«Conviene dire che l'abbiano abbandonata tutti se hanno avuto bisogno d'una suora che l'assista!

«L'ha abbandonata per fino lo Svarzi che pareva innamorato morto!

«Oh! in quanto a quello, era lei che lo teneva a la larga!

«Una signorina strana quella!

«Un po' troppo altiera per la sua condizione presente!

«Quante non avrebbero accolti gli omaggi dello Svarzi!--osservò con un sorrisetto malizioso una signora attempata.

«Sfido io!... un giovine come lui, ricco e sciocco per di più!... figlio unico e un banchiere per padre. Una fortuna a questi lumi di luna, che pochi sono i giovani che si ammogliano!--disse un signore parlando con lo sigaro in bocca, fra una boccata e l'altra.

La signora Marri e le figliuole si mostrarono afflitte, lagnandosi però del medico e specialmente di Bortolo, che davano risposte evasive e non lasciavano passare nessuno, nemmeno esse, che erano intime di casa Ferretti e amiche della malata.

La signora che sedeva al piano, cessò di strimpellare e cedette il posto a un giovinotto che prese a suonare un walzer.

Fu come un invito al ballo. Si tirò in disparte la tavola di mezzo e le coppie cominciarono a danzare scacciando l'uggia del cattivo tempo, dimenticando la malata, che languiva lì, a pochi passi.

Languiva davvero poveretta! abbandonata su 'l lettuccio bianco, i capelli sparsi su 'l guanciale, il volto, dagli occhi chiusi, vampante di febbre. Era in quello stato pietoso da parecchi giorni, e già il medico, il vecchio medico di casa, che aveva conosciuti e visti morire i nonni materni della malata, cominciava a impensierirsi, a scuotere il capo.

Adele, che non sapeva più a qual santo votarsi, aveva scritto, di suo impulso, a la sorella del povero Cecchino, a la suora novizia, che già era pratica della cura dagli infermi, e che era subito accorsa.

Non a pena entrata, a la vista della Signorina così ridotta, che non pareva più lei e ansimava tanto penosamente che il petto le si sollevava di sotto le lenzuola, Teresa s'era buttata ginocchioni presso il letto, piangendo tacitamente. Abituata a la vista degli infermi, aveva subito capito che si trattava di male grave, gravissimo, e non era stata capace di vincere la commozione.

Ma si era subito fatta forza. Non era certo venuta lì per piangere, ben sì per prestare le sue cure a la buona, a la generosa fanciulla che aveva a lei facilitata la via della salvezza, che l'aveva compatita e confortata con le cortesi parole, con le prove di interessamento; che l'aveva intenerita baciandola, lei, la povera creatura che era stata spinta al male dall'abbandono e dal bisogno!..

Alzatasi, si diede subito in torno a provvedere, a ordinare, con quella tacita e tranquilla attività previdente, propria delle suore.

Quel giorno la malata stava peggio del solito; forse in causa della tempesta che infieriva. Certe ondate grosse, immense, che si rinfrangevano contro i muri della casa in uno scroscio pauroso; certe ventate rabbiose, che fischiavano minacce su tutti i toni e pareva volessero portar via la villetta!

Calò la sera prima del solito. Si dovette accendere la lucerna, che di sotto al paralume d'un verde cupo, spandeva per la camera una luce smorta.

Il medico se ne andò promettendo che sarebbe tornato il mattino dopo. Ora che c'era la suora poteva stare più tranquillo. Se ci fosse stato peggioramento, lo chiamassero.

A una cert'ora anche Adele, che moriva di stanchezza e di sonno, si ritirò a riposare nella stanzetta attigua.

Il vecchio Bortolo non volle a nessun costo lasciare la camera. Si adagiò nella poltrona; e vinto anche lui dalla fatica e dalle emozioni, in poco andare si addormentò.

Rimase sola con la malata, suor Teresa.

Nel silenzio della camera, giungeva il fragore della furia marina; certi ululati, e gemiti e urli; voci sovrumane di minaccia, scoppi di collera.

La luce della lampada illividiva la malata, a farla sembrare morta.

Suor Teresa tolse il rosario dalla cintola e prese a snocciolarlo, stando seduta al capezzale dell'inferma.

Pregava movendo a pena le labbra che mormoravano i _Pater noster_ e le _Ave Marie_; mentre il cuore in lagrime, invocava Dio, la Madonna, i Santi tutti per il miglioramento, per la guarigione della malata.

Era la preghiera della riconoscenza schietta e affettuosa.

A una terribile raffica che scosse i vetri delle finestre e fece tremolare la fiammella della lucerna, Lucia si mosse e le uscì un lieve gemito dalle labbra semiaperte.

La suora si alzò, le fu subito vicina e le prese una mano, che, bruciava; poi cercò di addattarle su 'l capo la vescica di ghiaccio. Ma la malata la respinse; con atto repentino, si tirò a sedere su 'l letto, e ad occhi sbarrati, stendendo le braccia quasi a difesa, mormorò con voce alterata: «Via! via! via!... Ah vigliacco!... ah come l'odio!

Bortolo, svegliato di soprassalto, accorse al fianco, del letto; Adele fu lì in un salto.

«Via! via! via!--continuava l'inferma, agitandosi, con gli occhi smarriti nel vuoto.

A stento, la suora e Adele riuscirono a riadagiarla, a farle posare il capo su i guanciali sovrapposti.

Si calmò, rinchiuse gli occhi. Ma dopo un momento di silenzio, tornò a parlare, a frasi tronche, con voce gemebonda, come un lamento.

«Mi disprezza!... mi crede volgare!...

Parve esaurita; respirava con affanno; pareva assopita.

Una nuova ventata impetuosa la scosse ancora.

«Come sono severi quegli occhi chiari!... come sono pieni di rimprovero!--susurrava in un soffio.

Si portò lentamente la mano destra alle labbra.

«Gli ho steso la mano e l'ha toccata a pena!... non l'ha stretta!.. povera mano!

La baciò e la lasciò andare inerte.

Passò la notte nell'assopimento, rotto da delirio.

Una volta invocò il suo papà; un'altra volta chiamò Lena. Si agitò ancora cercando di tener lontano qualcuno e ripetendo la parola «vigliacco!» Ma l'idea fissa era quella degli occhi chiari, severi e pieni di rimprovero.

«Mi disprezza!--sospirava ogni tanto.

«Mamma!... tu sai che lo amo!--piagnuculò mentre suor Teresa le bagnava la fronte.

Quando il medico capitò, a l'alba, parve svegliarsi. Aperse gli occhi, lo guardò; forse lo riconobbe e disse con un filo di voce, che si sentiva a pena: «Se muoio, papà avrà il poco che ho!...

Al sorgere del sole, che mandava per le gelosie chiuse, la sua luce a strisce su 'l pavimento, illuminando la camera mitamente, la povera fanciulla girò in torno gli occhi con coscienza di sè. Riconobbe Teresa e fece un atto di meraviglia. Si rivolse al medico, e additandola bisbigliò: «Sto male assai?

Il vecchio dottore le piegò sopra la testa canuta guardandola con pietà senza rispondere.

«Male?... proprio male?--ripetè la malata tentando di alzare il capo che subito ricadde su i guanciali.

«Vuol vedere sua zia?--le chiese il medico in risposta.

Lucia accennò di no con la testa.

«Il suo papà?

Una contrazione delle labbra che voleva essere un sorriso amaro, accompagnò il cenno negativo del capo.

«Non desidera vedere nessuno?--insistette il medico.

Con uno sforzo penoso la poveretta fissando intensamente il dottore, gli chiese: «Sto proprio, proprio male?... devo morire?

Il vecchio amico di casa chinò la testa senza rispondere.

«Se devo morire... proprio.. vorrei.. vorrei vedere... il signor Del Pozzo!--disse. E svenne.

* * *

La notte era splendida; non ci mancava nulla; nè pure la luna che batteva la sua mite luce bianca su 'l mare tranquillo.

La festa vagheggiata dai bagnanti non poteva a meno di riuscire splendida.

In fatti su l'acqua, a poca distanza dalla riva, perchè lo spettacolo fosse veduto e goduto da tutti, i vaporetti, le barche illuminate, spiccavano pittorescamente.

Si trattava d'una serenata in mare. Sopra un vapore era tutta un'orchestra formata dagli stessi bagnanti. Una signora suonava il piano, un'altra il mandolino, una terza la chitarra; completavano il resto dell'orchestra parecchi giovinotti dilettanti.

Lungo la spiaggia, e su per gli scogli, a gruppi, a capannelli, erano le persone accorse al fantastico spettacolo. Pochi i curiosi poveri, già a letto a riposare delle fatiche della giornata; moltissimi i signori e le signore in gran sfarzo.

E la musica si diffondeva per l'aria, soave come una carezza, eccitando gli animi a manifestazioni di simpatia, dando agli sguardi languide espressioni, alle mani desideri di strette amorose.

Le signorine Marri, in una barchetta illuminata da palloncini colorati, disposti a festoni, tutto intorno, godevano dello spettacolo, godevano della musica, e si lasciavano corteggiare con poetico abbandono.

Mai non avevano rivolti gli occhi a un punto conosciuto della spiaggia, a la casetta della scogliera, al tremolante fievole lume, che veniva da una di quelle finestre. Mai, in quella sera, il pensiero della povera amica malata, forse morente, era venuto a turbare il loro piacere.

Da tutta quella gente, che avevano ammirato, corteggiato e invidiata la bella signorina Ferretti, nella gioia di quell'ora, nell'estasi di quella musica, fra il mare luccicante al chiaro di luna e il cielo fitto di stelle, non si staccava un sentimento di mesta tenerezza per l'assente inferma. Nessuno pensava che i suoni soavi, dovessero in quel momento giungere là ove si celebrava una mesta, dolorosa funzione, ove si svolgeva una scena pietosa.

Lucia aveva voluto il prete, presto, subito, in tanto che si sentiva in sè.

E il prete aveva avuto tempo di confessarla e comunicarla, prima che si assopisse di nuovo.

«Ora posso andare dalla mamma!--aveva bisbigliato la poverina oppressa dalla lieve fatica, chiudendo gli occhi, ricadendo nell'assopimento.

E nell'assopimento sorrideva. Vedeva la mamma scendere dall'alto in mezzo a una luce d'oro; si sentiva chiamare a nome; un coro d'angeli la circondava facendole in torno una musica dolcissima, paradisiale. Oh come scendeva al cuore quella musica! quale calma metteva ne' suoi poveri nervi eccitati!

«Lucia! Lucia!

Era una voce sommessa e piangente che la chiamava.

«Lucia! cara, povera fanciulla!

Chi le diceva cara?... chi la chiamava povera fanciulla?

Era la mamma? erano gli angeli in coro?

Che dolcezza in quella voce, che soavità in quel nome!

«Lucia! Lucia!

Una mano fresca e leggiera le si era posata su la fronte. Come le faceva bene il contatto di quella mano!

Ad un tratto, la musica cessò. Scoppiarono gli applausi dai vaporetti, dalle barche, dalla spiaggia; un battere di mani fragoroso, un gridar «bravi» a tutto spiano.

La malata si rabbruscò in volto, stendendo le braccia a la cara visione che le sfuggiva e che avrebbe voluto trattenere.

«No! No!--supplicò in un susurro.

E dopo un istante di abbattimento, tornò al delirio doloroso.

«Via! Via!... vigliacco!

Si agitava facendo l'atto di disvincolarsi, di fuggire.

Un braccio le passò delicatamente dietro il capo che si abbandonò sopra un petto palpitante. Parve tranquillarsi in quella posizione. Mormorò in un soffio: «Come sono severi quagli occhi chiari!.. come sono pieni di rimprovero!... Mi disprezza e io lo amo! lo amo!

«Lucia!