Romanzo d'una signorina per bene
Part 3
Baciò ancora le mani di Lucia, accompagnandola fino in fondo al corridoio, a capo della scala.
«Tenetemi informata e ricorrete a me per qualunque cosa!--le ripetè Lucia, salutandola.
E scese le scale con una grande commozione in cuore e nell'anima un vivo senso di gratitudine verso Dio.
«Oh sì! sì!... a monaca! in un convento!... meglio, meglio, poverina!--andava dicendo fra sé.--A curare gli infermi, a servire il Signore nella pietà, dopo tante amarezze, tanto dolore, tanto avvilimento!
Passando dinanzi la chiesuola delle Fate-bene-sorelle, vi entrò.
Davanti a l'immagine della Madonna era acceso un cero; su 'l gradino dell'altare maggiore, un vecchio pregava intensamente, con la testa canuta nelle mani.
Lucia si inginocchiò in un banco, e invocò il Signore per la sorella del povero Cecchino, per i disgraziati, tutti, spinti dalla povertà, dall'abbandono, a azioni indegne; per i molti fortunati in continua ribellione contro le leggi di natura e il volere di Dio, che impongono interessamento per gli infelici, pietà, generosità.
«Ah Signore! fate che la ricchezza non mi offuschi il sentimento, che non mi stacchi da voi e da chi soffre!
Si alzò e uscì preceduta da Adele, lasciando il vecchio immobile nella stessa posizione.
«Quel pover uomo deve avere qualche persona malata in questo ospedale!--osservò Adele.--Forse la vecchia moglie! forse una figliuola!... Quante miserie, Madonna!
Nel cuore della buona Adele era entrata la tristezza che accascia e fa pensare a disgrazie possibili per sè stessi.
La vista della sventura, staccava, per così dire, lo spirito di Lucia da sè medesima, per innalzarlo al di sopra delle cose terrene, nobilitato dal dolore!
* * *
«_Cara Lena_,
Papà può essere contento della festa data in onore delle sue nozze d'argento con la fabbrica.
Fu un vero festone; uno sfoggio di bellezza, di sfarzo, di uomini eminenti; sopra tutto, un godimento generale e completo.
Il giardino, illuminato da lampadine elettriche nascoste fra i rami delle piante, era pittoresco, bellissimo. Le sale addobbate con gusto squisito; il buffet sceltissimo, scintillante di cristalli preziosi e argenteria all'ultima moda.
Zia Marta e le sorelle Zolli, tutte tre in velluto nero, con ornamenti argentei per essere d'accordo con la circostanza, facevano gli onori di casa. E facevano bene; quello è il loro posto. Ricevere, sorridere a tempo, parlare a tempo, inchinarsi, porgere la mano in quel dato modo; sputare complimenti, sentirsene dire, far mostra di pensare quello che si dice, di credere a quanto si ascolta.
Io, nel mio vestito parigino di un color rosa pallido, la scollatura quadrata, un dito di manica, una vera meraviglia di semplicità e di eleganza, sembravo un vero e stupido figurino della moda.
Arrossii vedendomi riflessa nella specchiera prima di scendere in salotto. Quasi non mi riconoscevo in quella giovine donna dai capelli scuri e la carnagione bianca, così elegante nell'artistica semplicità!
Mi pareva d'essermi mascherata; non ritrovava più me stessa; e un vago senso di malcontento mi scendeva nell'anima. Fui sgarbata con Adele, che mi girava intorno ammirata.
Bisogna però dire che Adele avesse qualche ragione di ammirarmi.
In salotto tutti mi guardavano; feci furore; come dice zia Marta.
Furore o no, a dirti il vero, io mi sono divertita pochino; e tutte le volte che potevo senza dare nell'occhio, guizzare dai salotti in giardino, lo facevo volentieri, per gustare un momento di solitudine, per ritrovarmi con me stessa.
Oh! gran sfortuna, mia cara, avere l'anima fatta in maniera, che i complimenti vi scivolano sopra senza lasciarvi traccia, anzi recandovi una spiacevole sensazione di freddo!... Gran sfortuna non credere alle paroline melate, alle occhiate, come si dice, _assassine_; e vedere, là, nettamente, come bersaglio a vivaci colori, la mira cui tendono i molti vagheggini, complimentosi fino a l'insolenza, corteggiatori fino a l'offesa, che hanno l'aria di averti in conto di bambola senza intelligenza nè sentimento, e così sciocca da essere lusingata dalle loro litanie di menzogne, colpita e tocca da svenevolezze ridicole e oltraggianti!
Non mi dare dell'esagerata nè della pessimista; non mi allungare il broncio, non prepararmi un predicozzo; che, tanto queste mie idee, che si elevano al di sopra delle meschinerie, tu sai bene, da chi le ho sorbite a poco a poco, quasi senza avvedermene.
Bada però, per onore del vero, che non tutti i giovinotti della festa mostrarono d'avermi in così poco conto da farmi la ruota intorno come altrettanti tacchini. Ce n'erano parecchi che mi trattavano con la riguardosa cortesia del vero gentiluomo, che non vuol compromettere la propria dignità vagheggiando troppo apertamente l'unica figliuola d'un uomo ricco; una ereditiera. Ci fu anzi anche un gentiluomo, che mi stette addirittura, a la larga, non invitandomi manco una volta al ballo, non scambiando con me mai una parola. Cosa un po' eccessiva, per uno che con me aveva assistito negli ultimi momenti un fanciullo moribondo e che si era interessato per darmi l'indirizzo della sorella del poverino. Ci sono circostanze nella vita, che, io penso, dovrebbero, per così dire, avvicinare gli animi, e che fanno correre un fremito di simpatia innocente e nobile nei cuori. Non lo credi anche tu?... Ma queste circostanze non riescono a liquefare nemmeno la prima superficie di certe nature di ghiaccio!...
Tu hai capito che voglio dire dell'ingegnere Del Pozzo; il conte Anton Mario Del Pozzo; il quale, per certo, è venuto a la festa per un riguardo verso papà; forse è venuto a malincuore, facendo un sacrificio!
Ballò pochissimo e sempre con signore; con signorine mai. Elegante nel vestito di ballo, con quell'aria signorile che lo distingue, egli passò la maggior parte della notte solo, a guardarsi in tondo, ritto nello sguancio di qualche finestra.
Di là io sorpresi spesse volte i suoi occhi chiari e strani, fissi su me con qualche insistenza. Una volta non ritolse lo sguardo mentre io lo guardava; e mi sentii subitamente arrossire. Così serrata nel vestito di gala, ammirata, corteggiata, gli devo aver data una ben meschina idea di me. Questo era il pensiero che mi faceva montare le vampe a la fronte. Non avrei voluto parere vana e fatua a lui, che ha l'aria di essere un uomo superiore, di degnarsi quando deve comportarsi come gli altri!...
Una volta mi sembrò che fosse diretto a invitarmi per un waltzer. Ma il signor Aldo Svarzi fu più pronto di lui ed egli si inchinò dinanzi a una signora che mi sedeva presso. Quel signor Svarzi, mi ha fatto una stizza!... Ero desiderosa di fare almeno qualche giro con lui, per sentire che cosa avrebbe detto; se ricordava il momento passato al letto del povero Cecchino, se voleva sapere della sorella di lui.
Mentre si ballava un minuetto, accaldata e inuggita, io trovai modo di guizzare in giardino e di sedere su una panchina presso la cancellata. La soave musica di Boccherini arrivava a me attenuata dalla distanza. Il giardino rischiarato dalle lampadine elettriche, pareva avvolto nel chiarore dalla luna. Ero lì da alcuni minuti, quando udii un bisbiglio, un brusío sommosso, al di là del cancello. Mi alzai incuriosita.
Con la faccia appiccicata al cancello, erano al di là del giardino, parecchie persone, che guardavano dentro ammirate e si bisbigliavano le loro meraviglie. Povera gente, che si faceva un godimento del piacere, del lusso degli altri!...
Risentii l'impressione che ho sempre provata vedendo alle vetrate dei caffè, i fanciulli poveri guardare dentro i fortunati, seduti davanti ai tavolini imbanditi, rimpinzarsi di leccornie.
Mi vergognai del mio vestito elegante e costoso, del lusso sfacciato della casa, quella sera aperta a la curiosità di tutti.
Volli rientrare.
A pochi passi da me, con il dorso poggiato al tronco d'una pianta, il signor Del Pozzo, con le braccia incrociate sul petto, guardava al di là dell'inferriata. Al fruscio de' miei passi su la sabbia, si rivolse, mi salutò con un leggero cenno del capo e restò là senza muoversi. Forse risentiva gli stessi sentimenti che commuovevano me stessa!
Papà durante tutta la festa, credo non si sia mai ricordato di me.
La bellezza fulgida della vedova signora Rabbi, sai!... la superba bionda altezzosa che tu non potevi soffrire, deve avergli fatto girare il capo. Fatt'è che egli era tutto per lei e lei tutta per lui solo. Gongolante, orgoglioso, egli la faceva ballare, custodiva il suo ventaglio, era il segretario del suo carnet. Non aveva occhi e attenzioni che per lei, che si lasciava corteggiare con grazia altera, da regina usa agli omaggi, da dea che impone adorazione.
Nel vestito di raso color turchino smorto, scollata fino all'indecenza, le magnifiche braccia nude, scintillante di pietre preziose, con uno strascico da sovrana, la signora Rabbi era bella davvero; per certo la più bella di tutte; la regina della festa, come si suol dire.
Ti ho scritto una letterona che non finisce più. E bada che ho dormito poco. Dalle cinque alle dieci. Ci ho ancora gli occhi imbambolati. Papà e la zia dormono ancora e chi sa quando si alzeranno. Scommetto che il signor Del Pozzo è già levato e fuori; forse a la fabbrica come di solito. Ciao, ciao, carissima; non dimenticarmi.
LUCIA.»
* * *
Nel salottino d'angolo, con due porte a vetri aperte su 'l giardino, nella penombra dei tendoni abbassati, Lucia leggeva Fogazzaro nel Piccolo Mondo Antico; lo leggeva per la quarta volta e adesso le piaceva ancora più di prima come accade delle cose per davvero belle e care che più si conoscono e più si amano.
Era al punto in cui la povera Ombretta, tratta dall'acqua, giaceva morente; punto sublime di naturalezza, che bisogna piangere leggendo.
E Lucia commossa, si sentiva inumidire gli occhi, quando su l'uscio del salottino comparve Adele ad annunciare una visita.
«È la sorella del povero Cecchino!--disse, introducendo una giovine donna piccoletta, aggraziata tutta in nero, con un fitto velo su 'l cappello. Lucia scattò dalla poltroncina e strinse le mani a la giovine facendosela sedere presso.
«Sono venuta a ringraziarla prima di entrare in convento!--disse la giovine con accento commosso.--Ci vado domani, e sono così contenta!... È Cecchino che ha pregato per me!... E lei è l'angelo del Signore mandato in mio soccorso!
Le afferrò la mano e se l'accostò a le labbra, baciandola.
Presa a l'imprevista, Lucia, già un po' eccitata dalla lettura, non potè frenare un singhiozzo.
Sorpresa, la giovine alzò il velo scoprendo un viso bianco, soave, e commossa, con gli occhi velati, uscì a parlare a frasi tronche, l'accento concitato. Oh ell'era davvero un angelo!... Ella capiva; ella non sentiva disprezzo ma pietà!... sì, sì; bisognava essere passati per molti guai; bisognava aver percorsa una via ben penosa, ben irta di spine, per giungere a non desiderare altro che il convento, a vent'anni!... E lei lo desiderava tanto!... Sentiva proprio nell'anima la voce di Dio che la chiamava!
«Dio--disse con certa solennità--è grande e buono; accoglie e conforta chi ha errato per necessità, per abbandono di tutti!
«Sa, signorina?--soggiunse cambiando tono, con una nota amara nella voce.--Prima di cedere..... di cadere..... le ho tentate tutte. Mi sono offerta come bambinaia, come cameriera, come operaia!... Nessuno mi ha accettata! E il povero Cecchino aveva fame e io non potevo più frequentare la sartoria perchè non avevo scarpe nè vestito!... C'è più indulgenza, c'è maggiore generosità nei conventi!... E la vita dell'infermiera è la via della abnegazione e della pietà!... È la via del Paradiso ove è Cecchino e dove io lo raggiungerò... Che il Signore la benedica, signorina!
In così dire, si era alzata per congedarsi.
Lucia frugò in fretta in un tiretto del tavolino e ne tolse una crocetta d'oro appesa a una minuta catenella pure d'oro.
La passò al collo della giovine, e baciandola, le disse: «In ricordo di me; e quando ci sarà la vestizione, fatemi avvertita!
La giovine baciò la crocetta prima di nasconderla in seno, abbassò il velo su 'l volto, salutò intenerita, e uscì.
«È più felice di me!--esclamò Lucia sedendo al piano e suonando la musica aperta su 'l leggio; una marcia funebre di Chopin, che era tutta un singhiozzo.
Più felice di lei?... Perché?... Che cosa le mancava a lei?... Aveva ella forse sofferto la fame, l'ingiustizia, l'abbandono?.. Nel suo cuore era forse lo schianto per la morte di un unico fratello, travolto da una cinghia brutale?.. Perchè le usciva quell'esclamazione a lei, ricca, amata, ricercata?
Il perchè lo dicevano a l'anima sua le note di Chopin. Nessun altro al mondo doveva, poteva saperlo!... Fatto è ch'ella non si sentiva punto, punto felice; tutt'altro!.. e che nel fondo del cuore invidiava melanconicamente a la sorte della sorella di Cecchino.
Zia Marta venne in quel punto a cercarla. Che cosa faceva lì rinchiusa per delle ore che ella era costretta a inuggirsi nella solitudine?... Che gusto era il suo di suonare roba da mortorio e di suonare per suo conto, quando nessuno la poteva sentire nè applaudire?
Lucia stentò a non rispondere con qualche vivacità. O non poteva suonare quello che meglio le piaceva?... E poi, che cosa le importava a lei, di essere sentita? applaudita? suonava per proprio conto, lei, per sentire il linguaggio dell'anima sua che si traduceva nella interpretazione dei suoni.
Ma..... tanto la zia, certe cose non le poteva capire; e non metteva conto contrariarla.
Chiuse il piano e seguì di là la zia, che si rimise al telaio: ricamava, da mesi, un cuscino da divano, a tinte scialbe, autunnali, stanche; tinte che sopprimono la primavera e la giovinezza; gusti da gente che più non sente la serena poesia dei colori smaglianti; che più non ha occhi, nè desideri, nè aspirazioni che per le cose e i sentimenti sbiaditi, nati vecchi.
Lucia si buttò in una poltroncina a sdraio e prese dal tavolino lì presso un libro nuovo, uno degli ultimi usciti e mandato a casa giusto quello stesso giorno dall'editore.
Ella leggeva tutto adesso che Lena non era più lì a sceglierle i libri convenienti. E siccome a casa ne venivano a pacchi, ella aveva da sbizzarrirsi a sua voglia.
Buono però, che in quel ginepraio di letture svariatissime e non sempre morali, Lucia non smarriva mai il suo retto buon senso.
Natura positiva più tosto che immaginosa, ella rilevava subito la falsità dei caratteri, l'esagerazione delle passioni, e non ne rimaneva turbata. Leggendo, aveva imparato a farsi questa domanda: «Nella vita che io conosco succede davvero così?»
E siccome nella vita che ella conosceva, non succedeva così, ella tirava via a leggere come di panzane, di cose a fatto fantasiose. Così che le letture, per quanto disordinate, non toccavano nè alteravano per nulla la tranquillità della sua anima.
«Se tu leggi, è come se non fossi qui!--uscì a dire zia Marta, dopo un poco.
Lucia chiuse il libro e prese in mano il lavoro, mettendosi di fronte a la zia, che la vedesse, che conversasse a sua voglia.
Oh la zia aveva sempre voglia di chiacchierare!.. Quel giorno poi sentiva un vero bisogno, quasi il dovere di conversare intimamente con la nipote, la quale pareva non si accorgesse di nulla, non sospettasse manco per ombra la sorpresa che le si andava preparando. Oh una sgradevole sorpresa, prima di tutto per lei, povera signora che ormai aveva preso le redini della casa e le piaceva di reggerle; poi per quella fanciulla, che... che... Dio sa se si sarebbe adattata, se avrebbe sopportato in santa pace, l'avvenimento ormai da tutti previsto!.. Era strano, come mai Lucia, con la sua intelligenza, con la sua finezza, non si fosse fino allora accorta di nulla!.. E proprio, non si era accorta di nulla; tanto che, toccava a lei a illuminarla. Ciò ch'ella aveva pensato di fare già parecchie volte senza riuscir mai.
Per non entrare in campo lì per lì, come una bomba, zia Marta prese l'aire di lontano, cominciando con chiedere notizie della signora Lena, informandosi del tempo che aveva lasciata la casa per entrare in collegio.
«È andata via che sarà giusto un anno!--rispose Lucia con un sospiro di rincrescimento.
«Ed è andata via perchè sono venuta io; come, probabilmente, a me toccherà di andarmene per lasciare il posto a un'altra.
Lucia levò gli occhi dal lavoro e li fisò in volto a la zia con sorpresa e interrogazione.
«Il tuo papà è ancora giovine, lo sai!
«Ha cinquant'anni!--rispose Lucia pronunciando quel numero con serietà rispettosa, come se avesse detto ottant'anni.
«Cinquant'anni non sono molti per un uomo; non sono moltissimi nè pure per una donna; e...
«E... che cosa?
Lucia cominciava a risentire una vaga inquietudine.
«E... insomma: a quell'età, un uomo ben conservato e in ottima posizione, può avere ancora qualche capriccio, e qualcuna anche lo può risentire per lui!
«Ah!.. La signora Rabbi!--saltò su Lucia, comprendendo lì per lì.
Era scattata ritta, e tutta pallida, mormorò: «Papà è innamorato della signora Rabbi e la vuole sposare!
Zia Marta volle persuaderla, che nulla era ancora definitivamente deciso; che fino allora non si trattava che di induzioni, di dicerie.
Papà non aveva ancora manifestate a lei le sue intenzioni; e l'avrebbe fatto, se avesse davvero preso una decisione; se non altro per un riguardo a la sorella maggiore. Per riguardo ed anche per lasciarle il tempo necessario di affittare un piccolo appartamento ove vivere sola, poichè per certo, ella non avrebbe voluto vivere con la cognata. E lei, Lucia, la figliuola fino allora unicamente amata, pensava forse di star lì una volta che suo padre si fosse riammogliato?
«Non potrei lasciare la casa di mio padre per la ragione ch'egli facesse ciò che è in suo diritto di fare!--rispose un po' seccamente la fanciulla.
Ma soggiunse tosto, riaddolcendo l'accento: «In ogni modo, ti ringrazio zia, d'avermi aperti gli occhi. Mi abituerò poco a poco a l'idea di non avere più il babbo unicamente per me e di vivere con una matrigna.
L'idea della matrigna, rievocò nel suo cuore l'immagine della mamma che vi stava scolpita; si sentì bollire dentro la commozione e per non farsi vedere a piangere, uscì per riparare nella solitudine e nella libertà della sua camera.
Wise, cui la signora Marta, proibiva di entrare in salotto, da l'anticamera, ove era accucciato, seguì la padroncina, e come la vide buttarsi su 'l piccolo divano e quivi dare nello schianto, con un guaito espressivo, sedette su le zampe di dietro e le pose in grembo il bel testone fissandola con gli occhi mesti.
Oh l'amico delle ore di sconforto!... l'unico amico ormai, poichè Lena più non era lì.
Lo accarezzò dicendogli in un bisbiglio, fra il docciare dei lagrimoni, l'amarezza, la pena della sua anima. Papà, il suo papà, la lasciava!... Oh sì, sì, la lasciava!.. La signora Rabbi era troppo, troppo bella e attraente per non staccare il suo babbo da qualunque altro affetto, da qualunque altra cura!... Già, era da qualche tempo, ch'egli più non aveva per lei, la sua unica figliuola, l'affezione esclusiva, le premure di prima!...
La vera causa del cambiamento, adesso la conosceva. Fra lei e il suo papà era sorta l'alta, altera figura d'una donna ancora giovine e bellissima. La rivide, con il pensiero, come l'aveva veduta la sera del ballo; superba nel vestito di raso di colore turchino pallido, con la scollatura ardita, le braccia completamente nude, scintillante di pietre preziose che le adornavano il collo candido e i capelli d'un biondo caldo, a riflessi metallici.
Il suo papà non l'aveva lasciata un momento durante tutta la festa. Come mai ella non aveva indovinato nulla?... Ora li rivedeva insieme, ballare le quadriglie, recare confusione nella _grande chaine_ nei movimenti a _gauche_ e a _droite_.
Li rivedeva passeggiare per le sale fra un ballo e l'altro, andare insieme al buffet, sedere sempre vicini.
«Che stupida sono stata a non accorgermi di nulla!--disse a mezza voce.
E al cane, che guaì al suono di quelle parole, soggiunse, non smettendo di accarezzarlo: «Non è vero, Wise, che sono stata una stupida?
Il cane gemette fregando il muso contro le sue ginocchia: «No, non stupida!--pareva volesse dire--ma troppo ingenua, troppo fidente, troppo.... occupata d'altro!
Occupata d'altro!... Anche dall'anima sua sorgeva questa voce come un'accusa. In fatti, la notte del ballo, ell'era stata occupata ben d'altro che di suo padre!... Si sentì arrossire; un'onda di sconforto le sconvolse il cuore.
Pensò con un sentimento di biasimo a Lena che l'aveva lasciata proprio quando ella avrebbe avuto tanto bisogno d'averla vicina; alzò gli occhi al ritratto della mamma, che pendeva dalla parete. Oh se ci fosse stata la sua mamma!... Ella le avrebbe letto in cuore; con la simpatia dell'affetto vero e profondo, l'avrebbe aiutata a veder chiaro nei propri sentimenti, l'avrebbe almeno confortata.
In vece non aveva nessuno; nessuno che si occupasse seriamente, amorosamente di lei. Si sentiva sola in mezzo al lusso di quella casa che era la sua; le mancavano d'intorno l'affetto, la confidenza.
Dopo la mamma, nessuno l'aveva amata con la tenerezza che rende capaci di qualche sacrificio. Lena l'aveva abbandonata piuttosto di infliggere un'immaginaria offesa al suo orgoglio. In quanto al suo papà, sarebbe stato una pazzia crederlo capace di sacrificare la passione per quella signora, a l'unica figlia che più non aveva che lui!
«Wise! povero Wise! tu solo mi vuoi bene davvero!--sospirò, chinandosi su la testa del cane, che finì per posarle in grembo anche le zampe anteriori.
Pensò con un sorriso ironico, alle dichiarazioni amorose dei vagheggini che le stavano intorno; ricordò con una spallucciata che voleva dire incredulità e indifferenza, i loro sguardi espressivi, le strette di mano, le paroline buttate là in un susurro. E sorrise fra le lagrime a la bestia fedele: «Tu solo mi vuoi bene davvero, povero Wise!
Ma questa persuasione di non essere amata che dal cane fedele, le fece correre nel sangue un fremito di rivolta, come quando uno si sente vittima d'un'ingiustizia.
«Che cosa importa essere o non essere amati?--mormorò con un tristo bagliore negli occhi.--Tutto sta nell'adattarsi al proprio destino!... Il mio è forse quello di stordirmi nei divertimenti; di godere; di destare invidia e gelosia. Voglio fare anch'io come molte altre!... Guazzare nel lusso, nello sfarzo, nei piaceri!...
Si era alzata e si teneva ritta dinanzi al ritratto della mamma. Era la luce del crepuscolo, erano i suoi occhi, che le facevano trovare su 'l volto dolcissimo della madre, una espressione di dolore e di rimprovero insieme?... Quei begli occhi neri, grandi, vellutati, la fissavano con uno sguardo che le scendeva in cuore, commovendola, scacciandone ogni proposito folle, riempiendola di un desiderio puro e santo.
«Perchè non pensi a Dio?... perchè non innalzi il tuo sentimento a lui, come fece la sorella del povero Cecchino?
Questo dicevano gli occhi belli; questo pareva mormorare quella bocca mesta, da creatura pensosa.
Lucia si buttò in ginocchio dinanzi al ritratto, e giungendo le mani, promise a la mamma sua, che non si sarebbe smarrita nell'isolamento doloroso in cui tutti la lasciavano, che non avrebbe cercato conforto in cose indegne di lei che era figlia di una santa; che avrebbe innalzati cuore e mente là ove ella era e guardava e benediva a la sua figliuola!...
«Te lo prometto, mamma! te lo prometto!--mormorò a mani giunte.
Uscì di camera con l'animo alleggerito, e al cane che le scodinzolava intorno festoso, fece segno che la precedesse per lo scalone.
Passò dinanzi a la camera del babbo, aperta. Vi entrò come faceva spesso, per vedere se tutto era in ordine.