Romanzo d'una signorina per bene

Part 1

Chapter 1 3,784 words Public domain Markdown

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[Copertina]

ANNA VERTUA GENTILE

IL ROMANZO D'UNA SIGNORINA PER BENE

MILANO LIBRERIA DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE DI PAOLO CARRARA EDITORE.

[Occhiello]

IL ROMANZO D'UNA SIGNORINA PER BENE

[Verso]

DELLA MEDESIMA AUTRICE

_broch_. _legato_

Il quaderno di Ghita e Giorgio L. 1,25 2,15 Letizia e Sandro » 1,25 2,15 Un'ora di ricreazione. Dialoghi, commediole e poesie (Operetta premiata per gli asili) » 1,25 2,15 Come dettava il cuore » 1,25 2,15 Roba alla buona per fanciulle » 1,25 2,15 Un po' di tutto. Libro di lettura » 1,25 2,15 Per la vigiglia di Natale. Un volume » --,60 1,-- Buon capo d'anno. Due racconti » --,60 1,-- Primo libro pei fanciulletti Vol. in-8 con inc. » 2,-- 3,50 Quadretti di Storia Naturale (Moderno Buffon). Un volume in-8 con incisioni » 2,-- 3,50 Oh bei! Oh bei! Balocchi e Fiabe pei bambini. Un vol. in-8 illustrato » 2,-- 3,50 Yetta Storia di una piccola creola. Un vol. in-8 illustrato » 2,50 4,-- Dopo il sillabario. Libro di lettura » --,60 1,20 Il Maestro di Valbruna. Letture educative » --,75 1,50 Quand'era scolaro. Memorie d'un giovinetto » 2,50 4,-- Teatro in salotto. Commedie e Monologhi » 1,25 2,50 Tip e Top. Racconti » --,50 1,-- Nel fitto del bosco » --,50 1,-- Il piccolo Robinson Crosuè. Viaggi ed avventure » 1,50 3,-- Il piccolo Robinson Svizzero. Viaggi ed avventure» 1,50 3,-- Per le vacanze, racconti » 1,25 2,15 Due cugine. Racconto educativo » 2,-- 3,-- Allegri! Allegri! Cento raccontini » 1,25 2,15 Al mare! Al mare! » 1,25 2,25 Comincio a leggere. Un vol. in-16 illustrato » --,50 1,20 So leggere. Un volume in-16 illustrato » --,50 1,20 Mi diverto a leggere. Un vol. in-16 illustrato » --,50 1,20 Ricreazioni e feste. Commedie, dialoghi e monologhi. Un vol. in-16 » 1,25 2,--

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Milano.--L'Editore Paolo Carrara spedisce contro vaglia.

[Frontespizio]

_ANNA VERTUA GENTILE_

ROMANZO D'UNA SIGNORINA PER BENE

MILANO LIBRERIA DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE DI PAOLO CARRARA EDITORE.

[Verso]

PROPRIETÀ LETTERARIA DELL'EDITORE

Tipografia Patronato--1897.

A MIA SORELLA

ANTONIETTA VERTUA

Seduta a la piccola, elegante scrivania, presso l'ampia finestra aperta, Lucia, con la penna sospesa su 'l foglio, guardava fuori i rami dell'ippocastano, che scossi dall'aria degli ultimi giorni di marzo, ondeggiavano nell'azzurro le grosse umide gemme, scintillanti al sole come bottoni di color roseo dorato.

I passeri, lieti della promessa del verde, del folto, volavano da un ramo a l'altro ciangottandosi a distanza, desideri, speranze, amorose impazienze.

Giù nel giardino, che cingeva intorno la villetta, Wise, il Terranova, con le zampe anteriori poggiate su lo sporto del muricciolo che sosteneva la cancellata, abbaiava a scatti, con il suo cupo vocione da forte, agli operai uscenti dalla fabbrica lì a pochi passi, per il pasto di mezzogiorno.

«_Cara, cara, cara!_

«Hai fatto male, malissimo, mille volte male a lasciarmi qui sola soletta, con papà che è fuori tutto il giorno e gran parte della notte, e con la zia della quale tu sai, s'io possa far conto. Oh quella tua fierezza! quel tuo orgogliaccio!»

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sopra il foglio erano scritte appena queste poche righe.

Invece di continuare la lettera, Lucia, sempre con la penna sospesa, guardava fuori.

Si sentivano i passi pesanti degli operai su l'acciottolato, le loro voci, qualche risata di fanciullo, l'abbaiare del cane, forse aizzato.

Tutto ad un tratto, a l'abbaiare successe il guaito pietoso del cane, che riconosce un amico e implora la solita carezza.

Lucia scattò da sedere e si fece a la finestra in tempo, per vedere uno dei giovani ingegneri della fabbrica, passare la mano attraverso le stecche del cancello e posarla su la testa di Wise, che scodinzolava festoso.

Alzando gli occhi, il giovine vide la signorina, si toccò il cappello ritirando la mano dall'inferriata e si incamminò in coda agli operai.

Lucia lo stette a vedere mentre egli si allontanava a passo svelto, diritto su l'alta, elegante persona.

Quando svoltò, ella tornò a la scrivania, riprese la penna e si diede a scrivere in fretta, con foga un po' convulsa.

.... «L'orgoglio, mia cara, per quanto ci sia chi lo porta a' sette cieli, e ne faccia quasi una virtù, per me è una passionaccia volgare, che scaturisce, ingrossata da altre passioncelle minori, da una sorgente tutt'altro che nobile; dall'egoismo. No, no, non mi fare gli occhiacci e nè pure non sorridere con compatimento. L'orgoglio, io sento, che è come l'ho definito; e non può essere altrimenti, poi che la definizione me l'ha fatta fare l'esperienza, che è quella maestra infallibile che tutti sanno. Sicuro; chi è orgoglioso è egoista. Perchè.... perchè, per esempio, rende uno capace di sacrificare l'affetto, l'amicizia, per fino la pace d'una persona, al dubbio immaginario di non essere utile, di non compensare chi è felice di averlo con sè; che anzi gliene è riconoscente come d'un favore.

E questa è una frecciata che se la pigli chi se la merita. Vorrei lanciarne un'altra agli orgogliosi che ci tengono tanto al loro _io_ coronato d'uno stemma di conte, che credono, per fermo, di recare un'offesa a sè stessi abbassando gli occhi fino a chi arriva fresco fresco dal volgo, sia costui coperto di diamanti e lui in abito sdruscito. La mia freccia in questo caso, dovrebbe essere ancora più acuta e pungente dell'altra, perchè questo genere d'orgoglio è peggiore e meno perdonabile del primo, che è però quello che mi fa soffrire, mentre dell'altro, non mi curo punto.

Avevo promesso a me stessa di non scriverti per un pezzo, magari di non più scriverti affatto. Ma.... promesse di gente che crede di poter agire senza consultare il sentimento; gente che ama e perdona; anzi, lecca la mano che lo ha colpito, ne più nè meno come Wise, il cane buono affezionato e fedele, che non è orgoglioso lui, e per questo agisce lealmente verso sè stesso, facendo quello che gli suggerisce il cuore, il quale è sempre il miglior consigliere.

Oh se tu ti fossi lasciata guidare dal cuore, ora non avresti il rimorso (poichè io penso che lo devi avere e ti deve anche tormentare) di avere abbandonata una povera ragazzona che ti voleva un gran bene e che aveva tanto, tanto bisogno del tuo affetto e del tuo senno!... Che cosa sarebbe importato a te, se in te avesse parlato forte il cuore, che in casa fosse piombata come un bolide inaspettato, la sorella di papà?... Non ti saresti certo sforzata di persuaderli, con ragionamenti pazzi, che ormai, poichè in casa c'era una signora capace di reggere la famiglia e di badare a me, il tuo ufficio di governante, anzi di amica, diventava inutile; che non era della tua dignità di rimanere a farsi _retribuire_ (brutta parola che non ho inghiottita nè inghiottirò mai) la parte di padrona e di maestra fino allora esercitata.

Ma il cuore non ha manco susurrato una parola tanto spadroneggiava l'orgoglio in quel momento. E così, in ossequio del tiranno, che ti andava cantando inni bugiardi in favore della famosa dignità, così, come se niente fosse, hai fatto una vittima. Sì, una vittima; e ti prego di non prendere la cosa in celia, poi che non ci fu mai vittima più vittima di me, che mi tocca di sentirmi isolata in casa mia, fra il babbo sempre fuori e la zia che non mi capisce e che io non capisco.

Le ricordi le chiacchierate che si facevano insieme?.. Le letture in comune? le belle ore di raccoglimento nel salottino, a ricamare, a far musica?... C'era proprio bisogno che tu mi educassi il gusto alle cose belle, che dessi alla mia intelligenza desideri non comuni, all'anima mia aspirazioni elevate, per poi piantarmi qui a rappresentare la parte della incompresa infastidita!

Meglio era tirarmi su senza tante delicature morali, come la zia per esempio, che si piace e si compiace dei gingilli, si interessa dei romanzi a grande intreccio, sta a balzello de' fatti altrui, giudica il prossimo, biasima, condanna e passa il tempo ozieggiando affannosamente.

Ma... le recriminazioni non giovano a nulla, pur troppo!... Tu mi hai lasciata; hai voluto, hai potuto lasciarmi, dopo otto anni che si viveva insieme, e si era come sorelle; mi hai lasciata e... pazienza!... Avessi almeno il conforto di sapere che ti trovi bene costì, in collegio; che le tue scolare li amano; che le maestre e la direttrice ti tengono in quel conto che meriti. Me lo scriverai?... Me la dirai la verità?... poi che per non affliggermi, saresti capace di farmi vedere lucciole per lanterne, tu!...

Qui le serate sono lunghe eterne. Il papà, subito dopo pranzo, va fuori, e non torna che tardissimo; mai prima delle due. La zia discorre con le sorelle Zolli, che sono venute ad abitare il villino vicino al nostro; e tu sai che sorta di conversazione esilarante sia quella!... Io leggo, vado in giardino, adesso che l'aria è tiepida, e mi intrattengo con Wise. Se no, faccio un po' di musica, per me sola. La maggiore parte delle volte però mi ritiro alle ore ventuna e finisco la serata in camera.

Di rado capita in casa qualche impiegato della fabbrica; di rarissimo l'ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo si degna di varcare la soglia del nostro salotto di _parvenus_. Ma si capisce lontano un miglio che lo fa per dovere; pare su le spine; dice cose insulse risguardanti il tempo, il caldo, il freddo e se ne va dopo una visita brevissima.

La zia dice che è un giovine simpatico; un perfetto gentiluomo! Io per me lo trovo orgoglioso; e ne' suoi atti e nelle sue parole mi par di vedere e di sentire un non so che di nobile che si degna. Ma si degni o no, a me che mi fa?..

Non ti ho detto, che fra una quindicina di giorni, papà dà una festa di ballo per celebrare le sue nozze d'argento con la fabbrica di stecche d'ombrelli e di chiavette per aprire le scatole di sardine, che hanno fatto la sua fortuna!...

Papà ha ordinato a Parigi la mia toeletta. Che idee ci hanno, in generale, questi nostri ricchi industriali, cominciando dal mio papà!.. Lavorano in Italia e per l'Italia, che vorrebbero grande nella industria nazionale, e quando si tratta del lusso della loro casa e delle toelette delle loro signore, ricorrono all'estero, diffidando del gusto del paese, quasi disdegnandolo.

Che peccato che tu non sia qui per il famoso festone, che deve essere di quelli di cui i giornali si interessano! Per certo avresti avuto anche tu una toeletta di _rango francese_, e così cammuffate, seguendo la moda della giornata, che esige vecchi balli risorti e rinnovati da un battesimo straniero, parole, biascicate in lingue d'oltre alpi e d'oltre mare, atti a l'americana e giù di lì, si avrebbe forse avuto tutte due il sommo piacere di essere giudicate signorine perfette e forse anche la gloria di leggere il nostro nome nei giornali con tanto di descrizione e di lode!

Ma basta per oggi. Ciao carissima; ciao egoistona, che per amore del tuo cattivo orgoglio, hai avuto il coraggio di abbandonare la povera

LUCIA.»

Finito di scrivere, Lucia, piegò il foglio in due, lo chiuse nella busta e fece l'indirizzo, quando il fischio acuto e prolungato della fabbrica, richiamò gli operai al lavoro.

«Già le tredici!--disse meravigliata.

E alzatasi, con la lettera in mano, che voleva fosse impostata subito, socchiuse le gelosie e stette a vedere gli operai tornare frettolosi a la fabbrica. Di questi, alcuni sdraiati bocconi lungo il marciapiede, si alzavano stiracchiandosi e sbadigliando; si davano una scrollatina e via; altri finivano d'ingollare la loro polenta o il pane con lo scarso companatico; un ragazzetto cantava a tutto spiano; due fanciulli si rincorrevano vociando.

In breve la fabbrica ebbe inghiottita tutta quella gente, e per la via deserta, di quella parte di città tuttora spopolata, tornò il silenzio.

Lucia, sempre dietro le gelosie socchiuse, voleva persuadersi che fosse interessante lo spettacolo della via polverosa battuta dal sole abbagliante e che i rari passeri che volavano dalle piante del giardino a beccuzzare le briciole sparse su l'acciottolato, fossero meritevoli di particolare attenzione.

Ma l'interesse e l'attenzione furono tosto assorbiti da una persona che si andava avvicinando; la persona dell'ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo, l'orgoglioso che quando favoriva in casa aveva l'aria di degnarsi.

Era un bel giovine il Conte Del Pozzo; alto, diritto, bruno pallido, con i capelli neri a spazzola, i baffi arricciati in punta.

Il babbo di Lucia lo stimava assai; gli operai dello stabilimento gli volevano bene e l'obbedivano come altrettanti agnelli. Tutti lo portavano ai sette cieli.

«Credo ch'egli sia dotato d'un certo fascino!--pensava Lucia--E il fascino ha da essere tutto ne' suoi occhi strani!

Certi occhi grandi, di un colore fra il grigio e il verdastro, d'uno sguardo profondo, dolce e melanconico ad un tempo; certi occhi che non si potevano dimenticare.

No; non si potevano dimenticare; di questo Lucia era convinta e persuasa. Il fascino egli lo doveva avere davvero negli occhi!...

Ma possedessero pure, quegli occhi, tutta la potenza affascinatrice che si volesse, a lei non avrebbero certo fatto nè caldo nè freddo.

Dovette convenire, arrossendo con un segreto inesplicabile rincrescimento, che il giovine ingegnere non l'aveva mai guardata in modo da far supporre in lui delle idee da affascinatore.

Si erano trovati così di rado insieme!... Ed anche quelle poche volte, egli, al di là del saluto rispettoso e di poche parole quasi d'obbligo, non aveva mai fatto nulla, manco con un'occhiata, per esprimere il benchè minimo desiderio di stare con lei.

Il suo fascino, se pure è vero che ce l'abbia, egli non pensa certo di usarlo con te!--le mormorò dentro una voce.--E--continuò la voce--faresti bene a non occuparti di lui, e lasciarlo in pace, poi che egli non si cura di te!

Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?... Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.

«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me!--pensò.

E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall'avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l'aria di farle la corte, perchè dentro l'anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott'anni in fin de' conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.

Non sposerò che uno che io senta di amare davvero e molto!--concluse.

«Che se quell'uno per me non ci sarà, ebbene! resterò nubile, nubile, nubile, come tante altre e come la Lena, che non ha voluto sposare il farmacista che le voleva bene e adesso ha trent'anni suonati!

A proposito di Lena si ricordò della lettera che aveva in mano e che le premeva d'impostare presto.

Uscì dalla cameretta, scese lo scalone e entrò come una folata di vento nel salottino di compagnia.

Sedute vicine l'una a l'altra, zia Marta e le sorelle Zolli, nel cantuccio favorito, presso l'uscio a vetri che dava in giardino, chiaccheravano animatamente.

Si spaurirono a l'entrata improvvisa della fanciulla e troncarono la conversazione.

«Zia--disse Lucia, dopo aver salutato e mettendosi il cappello in testa davanti a la specchiera:

«Esco un momento con Adele per impostare questa lettera!

«Con Adele?--fece la zia stringendo le labbra che sparirono nelle crespe sottili, e socchiudendo gli occhi.

Le sorelle Zolli guardarono Lucia in aria scandolezzata.

Un vivo rossore si diffuse su 'l volto della fanciulla, mentre si avanzò fin verso le tre signore, fissandole in atto di chi vuole e aspetta una spiegazione.

«Vai con chi vuoi, ma non con Adele!--fece la zia.

«Perchè?--chiese la fanciulla con voce un po' rauca.

«Adele è una scostumata!--spiegò zia Marta.

«Fa a l'amore!--saltò su la signora Aurora, la maggiore delle sorelle Zolli.

«Non è bene che una signorina a modo si faccia vedere intorno con lei!--soggiunse l'altra sorella Zolli; la signora Rosetta.

«Fa a l'amore con il cocchiere!--informò zia Marta.

«È tutto qui?--chiese freddamente Lucia.

«Converrà licenziarla!--mormorò la zia, seccata dal tono freddo della nipote.

Di rossa, Lucia si fece smorta. «Come?... licenziare Adele, la sua antica bambinaia, che aveva conosciuto e voluto bene a la povera mamma!... una brava e onesta ragazza?... Licenziarla perchè amava ed era riamata?

«Ma... zia--disse, balbettando un poco,--ti ho sentita ieri parlare dell'amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi come di cosa nobile e gentile!

Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è un altro par di maniche!

Un altro par di maniche?... E perché?... La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era disonesto l'amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l'onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento. Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava; nessuno mai le avrebbe fatto del male; se la prendeva sotto la sua protezione, se la prendeva!

Qui Lucia, che aveva parlato un po' vibratamente, nauseata da quella ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell'egoismo, s'inchinò con freddo rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando Adele ad alta voce.

Dopo un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del tendone che l'aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava spedita a la volta del centro della città, insieme con la cameriera.

«Ecco il frutto dell'educazione d'oggi!... lamentò la signora Marta.--Mio fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è piaciuta di svegliare nell'anima, della sua allieva il fatale spirito dell'indipendenza e la forza di volontà, che si ribella a tutto e a tutti, e di nutrirla di certe teorie strambe, da vero _fin de siècle_.

La signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole dell'amica.

E sua sorella gemette: «Il mondo s'è cambiato!... Dio sa che cosa ci si prepara!... Non c'è più sommissione, non c'è più rispetto, non c'è più differenza fra gente e gente!... Anche le persone per bene si danno al _socialismo_!

E susurrò a fior di labbra queste parole che la terrorizzavano!

* * *

Finito di desinare, il signor Pippo Ferretti, il ricco industriale, come di solito, fece la sua toeletta della sera, e prima di uscire salutò la sorella e baciò in fronte la figliuola, che lo accompagnò fino all'ingresso della portineria; un amore di casetta svizzera.

«Non ti annoi troppo a restar qui con la zia?--le chiese il babbo.

Era la domanda che egli le faceva ogni sera, quasi a sgravio della propria coscienza, certo di sentirsi rispondere di no, certissimo della bugia generosa che era in quel no. Ma tranquillava la propria coscienza e scusava sè stesso, dicendosi, che dopo una giornata di lavoro, un uomo ha pur diritto a qualche ora di svago, a un po' di libertà, al soddisfacimento di qualche desiderio; e poi riposava nella convinzione, che sua figlia sarebbe stata incapace di imporre a lui un sacrificio; che anzi un sacrificio suo non l'avrebbe voluto a nessun costo, che le avrebbe guastato ogni piacere solo il supporto. Del resto, qualche volta, egli la conduceva a teatro insieme con la zia, la sua figliuola; in casa si ricevevano spesso gli amici la sera, e non di rado si davano serate e trattenimenti.

«Non ti annoi troppo a restar sola con la zia?--ripetè ancora quella sera il signor Pippo.

Lucia gli rispose come di solito, sorridendo e aggiustandogli nell'occhiello del soprabito chiaro, la cardenia profumata.

«Sei un papà ancora giovine e bello!.. bada!--gli disse minacciandolo con la manina.

Egli rise ringalluzzito, e arrossendo lievemente; baciò un'altra volta la figliuola e uscì.

Il signor Pippo Ferretti era davvero un bell'uomo; di media statura, ben piantato, con i baffi tutt'ora biondi e i capelli appena brizzolati su le tempia, portava su 'l volto dai lineamenti regolari, l'espressione dell'uomo soddisfatto di sè.

Lucia amava e stimava il suo papà; l'uomo che aveva voluto ed era riuscito; il povero figliuolo d'un barcaiuolo del lago di Como, che, a forza di stenti, era riuscito a studiare, a metter su fabbrica, a farsi brillante strada nella vita!... Una cosa però la urtava in lui; ed era la smania dello sfoggio, della pompa, che la povera mamma, figlia d'un avvocato con pochi mezzi, gli aveva parecchie volte rimproverato; lei, che amava la vita semplice, intima; che riponeva ogni felicità nell'affetto, nella famiglia. Oh come Lucia la ricordava la sua povera mamma, che le era morta quando ella non era ancora entrata ne' dieci anni... Una signora piuttosto piccola, bruna, dal soave sorriso; Adele, diceva di lei che era una santa; e Bortolo il vecchio servitore, che l'aveva vista nascere e l'aveva seguita sposa nella nuova casa, non ne poteva parlare senza che le lagrime gli inumidissero gli occhi.

La sua povera mamma era contraria a l'idea di quel villino civettuolo e costoso; ella abborriva da tutto ciò che potesse attirare l'attenzione; era una aristocratica del sentimento.

E in quel villino ove era venuta a malincuore, era poi morta dopo soli due anni, povera cara!.. E ora giaceva seppellita nel cimitero del villaggio ove era nata e cresciuta, lungo la spiaggia Ligure. Era morta in piena coscienza di sè, rassegnata, tranquilla, dopo che Lena, la figliuola d'una sua amica d'infanzia, era accorsa al suo appello promettendole che avrebbe fatto da madre a la sua piccola Lucia.

«Ah Lena!... hai mancato a la tua promessa, per orgoglio!--mormorò a l'aria fosca della sera la fanciulla, che dopo la partenza del padre, si era fermata in giardino, ritta contro il muriciuolo, le dita intrecciate nell'inferriata del cancello, lo sguardo vagante.