Romanticismo: dramma in 4 atti
Part 2
GIUDITTA.
Buon segno! Speriamo!
rientra: torna a sedersi come prima: con la stessa intonazione di prima.
Era lui? Era Tito?...
LAMBERTI.
Lo riconosco alla voce! «amici!...» rispondo «Lamberti!» L'altro rallenta la mano, mi lascia libero, ma il suo viso — la penombra a mano a mano diradava — rimaneva accigliato, inquieto. — «Non è la buona strada, signor conte! — Per di là! Per di là!» — E mi respinge a viva forza verso il muro di cinta, quando ad un tratto si ode nella boscaglia un frastuono, un precipitare di passi e dal dirupo erto, scosceso due giovani montanari piombano, d'un salto, in mezzo a noi, e buttati vari pacchi di libri e di carte ai nostri piedi, continuano sempre giù, a precipizio, e spariscono nella discesa!
SCENA IV.
Suona il campanello della farmacia: entrano DON CARLO MORELLI e MAURO STRASSÈR. Si fermano al banco a discorrere col signor Faustino. — Poi in fine entra in Farmacia il DOTTOR FRATTI.
GIUDITTA dopo aver guardato, rimanendo seduta, chi è entrato in bottega: a Lamberti in tono rassicurante.
Don Carlo e il libraio Strassèr!
LAMBERTI continuando.
Erano due contrabbandieri! E portavan libri del Guerrazzi, del Gioberti, la _Francesca da Rimini_ del Pellico! Erano giornali, l'_Italia del Popolo_, coi proclami di Mazzini, di Saffi, di Kossuth, stampati a Capolago dalla tipografia Elvetica.
cambiando, ridendo.
Ah! ah! La villa del Pizzo! La villa dell'arciduca Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto, è un buon posto, sicuro, per un simile contrabbando! — Tutto ciò io indovino, intuisco a quella rapida scena, il pallore minaccioso dell'Ansperti, e subito, gettandogli le braccia al collo e baciandolo, gli grido ma, a voce bassa, con tutto il calore del mio sangue: «Viva l'Italia!» — Viva l'italia — mi risponde l'Ansperti abbracciandomi a sua volta, sicuro che io non ero un giuda! — Una vecchia tana di volpe serve di nascondiglio, fino a sera, ai libri e ai proclami...
scampanellata forte: è il dottor Fratti che entra in farmacia.
GIUDITTA sottovoce.
Il dottor Fratti!
LAMBERTI.
E la sera ne abbiamo introdotti a Como, quanti ce ne stavano, sotto gli abiti, nelle tasche, nel carniere... Poi a Milano.
GIUDITTA con fede e con entusiasmo stringendogli la mano.
Adesso sì!
LAMBERTI interrompendola: allontanando la propria mano.
Adesso o credermi o denunziarmi!
GIUDITTA.
Andiamo su, dal babbo!
si stringono la mano. — Giuditta, chiamando sull'uscio a vetri.
Venite avanti!
DON CARLO.
Buona sera, signora Giuditta!
GIUDITTA.
Qui fa più caldo! — Demostene!
DEMOSTENE di dentro.
_Vengòòò!_
GIUDITTA.
Porta del carbone!
DOTTOR FRATTI sull'uscio della farmacia.
E il signor Giovanni?
GIUDITTA.
Vado a chiamarlo e torno subito. Anche lei, signor Faustino! Venga a preparare le carte e le puglie. Resterà Demostene in bottega! Addio signor Strassèr!
STRASSÈR.
Buona sera!
Giuditta e Lamberti entrano dall'uscio di fianco, a sinistra, che mette alla scala e quindi alle stanze superiori.
SCENA V.
DON CARLO MORELLI, il DOTTOR FRATTI e MAURO STRASSÈR entrano dalla farmacia nella retrobottega: poco dopo da un uscio di fianco entra DEMOSTENE, in maniche di camicia e con un lungo grembiule bianco, portando un cesto di carbone.
Tutti depongono i mantelli, i cappelli sulle seggiole; chi appoggia l'ombrello, chi il bastone alle seggiole; si levano i grossi guanti di lana.
Frattanto entra Demostene e vuota mezzo il cestello del carbone sul braciere, lascia il cesto per terra accanto al braciere e passa per l'uscio a vetri, nella farmacia.
Tutti gli altri si avvicinano al braciere.
FRATTI.
Il freddo, io lo soffro alle mani.
STRASSÈR.
Io, invece ai piedi.
DON CARLO sorridendo bonariamente e crollando leggermente il capo con un moto che gli è abituale.
Io alle mani, ai piedi e a tutto il resto!
ridono.
FRATTI scherzando.
Siete vecchio, Don Carlo, e i vecchi, si sa, amano il caldo!
DON CARLO.
No, no! Io no! Secondo le stagioni. D'inverno amo stare al caldo, ma d'estate... al fresco!
ridono.
SCENA VI.
Il signor FAUSTINO e detti; poi la signora GIUDITTA.
FAUSTINO entra, spazzola il tappeto che è già sul tavolo e prepara le carte e le pugliette per il giuoco.
DON CARLO aperta la scatola del tabacco, ne offre allo Strassèr.
È vostro compatriotta: rapè d'Ungheria!
STRASSÈR prendendo il tabacco e annusando.
A me, già, che volete?... L'idea di riprendere il nostro... sett'e mezzo, ancora qui, proprio qui, dopo l'arresto dell'Ansperti, mi pare...
DON CARLO crollando il capo e rimescolando la cenere con le molle.
Anche a me. Mi pare, forse un eccesso di astuzia!
FRATTI.
E l'abbandonare improvvisamente la farmacia, non sarebbe stato invece, un eccesso di... ingenuità? Qui ci tengono d'occhio, ma lo sappiamo e abbiamo preso le nostre precauzioni!
FAUSTINO.
E poi trovare un altro posto?... Quale?... Dove?
FRATTI.
Qui siamo vecchi amici: siamo sempre venuti e, finchè la polizia ce lo permette, continueremo a venire.
STRASSÈR voltandosi dà un'occhiata sospettosa all'uscio che mette alle stanze superiori.
Però, stasera, aspetteremo almeno, a giuocare, che quell'altro...
vuol dire: che il Lamberti se ne sia andato.
DON CARLO chiamando Faustino.
Pst!... Faustino!
Faustino si avvicina.
Il conte Vitaliano è andato su dal signor Ansperti!
FRATTI.
A che fare?
FAUSTINO.
Non so. È stato qui più di un'ora a discorrer colla signora Giuditta!
Tutti si fissano come interrogandosi a vicenda.
FRATTI.
Come... figlio di sua madre, non m'ispira molta fiducia!
DON CARLO scrollando il capo e sorridendo con bontà.
Con tutti i suoi milioni è un povero infelice!
FAUSTINO.
Per sua moglie?
DON CARLO.
Credo, molto di più... per sua madre!
STRASSÈR.
Voi andate spesso a villa Lamberta?
DON CARLO.
Sì, dalla contessa giovine.
a Fratti.
Voi pure, dottore?
FRATTI.
Mi fanno chiamare per le persone di servizio. Per i padroni, arriva il medico da Milano. Peccato! Curerei la vecchia tanto volentieri... con l'arsenico!
STRASSÈR.
Ma... anche la contessa giovine, pare, non è troppo molto buona con suo marito?
DON CARLO scrollando il capo, più forte.
Non saprei! — Io so... che è molto buona per i miei poveri!
GIUDITTA entrando.
Pronto, signor Faustino?
FAUSTINO.
Prontissimo!
GIUDITTA con solennità e fermezza.
Vi annunzio, a nome del signor Giovanni, che abbiamo acquistato, da stasera in poi un nuovo compagno di giuoco: il conte Vitaliano Lamberti.
Il Fratti, lo Strassèr e Faustino fissano Giuditta serî, accigliati. Don Carlo, sorridendo, continua a frugare con la paletta nel braciere.
GIUDITTA.
Mio marito doveva condurlo qui, in mezzo a noi, il giorno stesso in cui fu arrestato. Ha offerto le prove più sicure a me, al signor Giovanni.
prorompendo.
È risoluto, pronto a dare tutto il suo danaro e tutto il suo sangue alla causa italiana!
STRASSÈR esitando.
Nessun dubbio, ma...
FRATTI pronto.
Uno, uno solo. Era vostro marito che doveva presentarlo al comitato?
GIUDITTA.
Sì.
FRATTI.
Sono tre mesi che Tito Ansperti è stato arrestato. Perchè il signor Conte si è risolto proprio stasera?
GIUDITTA.
Perchè ha una grave rivelazione da fare alla fratellanza, nell'interesse della causa e nostro. — Vi ripeto: io e mio suocero siamo pronti ad accoglierlo: voi volete respingerlo? Differire?
FRATTI risoluto.
No.
GIUDITTA rivolgendosi a Strassèr e a Faustino.
E voi?
STRASSÈR e FAUSTINO insieme.
No.
GIUDITTA va all'uscio che mette nelle stanze superiori e chiama:
Signor Giovanni!
rivolgendosi agli altri
Eccolo. Il conte Vitaliano è qui, col babbo!
a Faustino.
Demostene è stato avvertito?
FAUSTINO.
Fa già la guardia. — Sente?
Si sente dalla farmacia il rumore che fa il mortaio nel quale viene pestato il caffè con un lungo bastone di ferro.
GIUDITTA va a chiudere l'uscio e le finestre che danno nella farmacia: dalle tendine non si distingueranno più le persone, ma si vedrà sempre la luce.
SCENA VII.
Il conte LAMBERTI. — Il signor GIOVANNI ANSPERTI e detti, poi, infine, DEMOSTENE.
FRATTI va incontro a Lamberti e fissandolo gli stende la mano in silenzio.
LAMBERTI stringe la mano al Fratti e allo Strassèr; poi a Don Carlo, vivamente.
Lei che conosce la mia vita e le mie amarezze, lei non è stupito di vedermi _qui_? Mi aspettava _qui_, non è vero?
DON CARLO commosso.
E la benedico. E a sua volta, signor conte, non si stupisca lei di trovar qui, un povero prete. — Qui si soffre e si spera, è dunque il nostro posto, il più degno!
GIOVANNI stringendo la mano a Don Carlo.
Voi siete la bontà e la giustizia.
LAMBERTI.
Un vero, un degno prete. Invece a Venezia... — Ecco ciò che preme, ciò di cui dovevo avvertirvi.
TUTTI lo circondano con ansia.
LAMBERTI.
A Venezia, al servizio dell'auditore militare, c'è un prete ben diverso e che compie un ben diverso ministero.
FRATTI.
L'abate Bianconi?
STRASSÈR.
Un fanatico austriacante?
GIUDITTA.
Bianconi? Un Italiano? Un altro rinnegato?
LAMBERTI.
Costui commettendo un sacrilegio...
si sente Demostene che batte più in fretta il mortaio.
GIOVANNI subito, correndo a sedersi attorno alla tavola seguito da tutti gli altri.
Al giuoco!
TUTTI meno Vitaliano e la Giuditta.
Giuochiamo!
GIOVANNI distribuisce una carta a ognuno, cominciando il giuoco del sette e mezzo.
GIUDITTA sottovoce al Lamberti.
La ronda o qualche figura sospetta. Demostene dà l'avviso pestando più forte nel mortaio.
FRATTI a Giovanni continuando il giuoco.
Carta; un'altra, un'altra... ancora una carta... Sto.
FAUSTINO.
Sto.
DON CARLO dopo aver guardata la sua carta.
Anch'io; sto.
DEMOSTENE torna a pestare lentamente col tono cadenzato di prima.
STRASSÈR.
Dieci _kraiser_: carte.
prendendo le carte che gli dà Giovanni Ansperti.
È stato un falso allarme. Quattro
vedendo l'ultima carta.
e quattro otto!
FAUSTINO sottovoce.
Vado io a vedere.
si alza, esce.
GIUDITTA macchinalmente, seguendo Faustino con lo sguardo.
Carta!
GIOVANNI le dà le carte pure macchinalmente. Demostene sospende di picchiare perchè parla con Faustino.
GIUDITTA.
Ancora... — Un'altra... — Sette e mezzo.
FAUSTINO ritornando, mentre tutti si voltano verso di lui.
Due gendarmi. Hanno cacciato il grugno in bottega, poi sono spariti.
tutti circondano ansiosi il Lamberti.
GIOVANNI.
Dunque?
GIUDITTA.
L'abate Bianconi?...
Lamberti.
Sapete che un mese fa, a Milano, all'osteria della «Mezzalingua», è stato arrestato il cappellaio Rossetti?
GIUDITTA spaventata.
Sì, ma il Rossetti è sicuro!
STRASSÈR.
Sicurissimo!
FRATTI.
Sono pronto io a giurare per lui!
GIOVANNI imponendo silenzio, con forza.
Sst!
FAUSTINO.
Lasciatelo parlare!
GIUDITTA angosciata.
Dio, Dio, mio Dio!
LAMBERTI continuando.
Orbene, quando il Rossetti dalle carceri di Milano fu trasferito a quelle di Venezia...
GIUDITTA.
Allo Stokhaus?
ANSPERTI.
Con mio figlio!
FRATTI con ira.
Anche voi! Ma lasciatelo parlare!
LAMBERTI continuando.
Fu subito assalito da una febbre fortissima, poi rimase prostrato, abbattuto, in preda a cupe malinconie, a scrupoli religiosi...
STRASSÈR.
Scrupoli religiosi?
FRATTI.
Il Rossetti?
FAUSTINO.
Un mangia-preti?
DON CARLO.
Ha però una sorella monaca, a Brescia, al Sacro Cuore...
LAMBERTI continuando.
Era turbato da visioni spaventevoli! gli appariva, credeva di vedere il demonio.
si torna a sentir lento, misurato, cadenzato, il pestar di Demostene nel mortaio.
Il commissario di polizia approfittò dell'occasione e gli pose accanto, in segreta, l'abate Bianconi, mentitore, traditore fin con l'aspetto venerando!... Costui s'insinuò nell'animo debole del convalescente, lo sbigottì con le minacce dell'inferno e lo consolò con le promesse del paradiso, purchè fosse disposto a mettere in pace la propria coscienza, con una confessione generale.
DON CARLO si nasconde la faccia con le mani, in atto di orrore.
LAMBERTI continuando.
Fra i peccati il più grave, la diffusione di certi libri proibiti dalla Chiesa, che turbano la mente dei giovani, che offendono il sentimento religioso, che diffondono il pervertimento e la corruzione, e il povero Rossetti, non dubitando che un vecchio ministro di Dio potesse commettere un sacrilegio...
DON CARLO.
Un tanto sacrilegio!
LAMBERTI continuando.
Confessò di essere stato lui stesso l'intermediario che all'osteria della «Mezzalingua» e a quella della «Noce» riceveva i libri e gli stampati introdotti nel Lombardo-Veneto da Tito Ansperti.
GIUDITTA si alza con un grido, poi si lascia ricadere sulla sedia.
GIOVANNI.
Mio figlio!... Il nome di mio figlio!
DON CARLO.
Un prete!
toccandosi gli abiti con orrore.
Un vecchio prete!
FAUSTINO.
Anche il Rossetti!
STRASSÈR.
Anche il Rossetti!
LAMBERTI.
Sst!.
impone silenzio guardando inquieto nella farmacia.
GIUDITTA continua a piangere. Per un istante non si sentono che i suoi singhiozzi, e il pestare che fa Demostene nel mortaio.
LAMBERTI dopo un momento.
Si tratta della vostra sicurezza! Della vostra vita! A Venezia...
esitando, guardando Giuditta, poi decidendosi.
Il Tribunale Militare è già stato radunato!
GIUDITTA alzandosi di colpo.
Condannato! Lo hanno condannato?...
LAMBERTI.
Più tardi lo saprò!
correndo vicino a Giuditta.
Al carcere! non potrà essere che al carcere! Ha sempre negato! Avrà continuato a negare!
GIUDITTA con impeto, a Faustino.
Gliel'ho detto! Anche stasera! Il mio Tito, no!... Ma un altro! Un altro che non abbia la sua forza!
Faustino, don Carlo, lo Strassèr, il Lamberti circondano Giuditta confortandola, facendola sedere, stringendole le mani con affetto. Giovanni Ansperti ed il Fratti restano un po' in disparte, l'Ansperti appoggiato al Fratti osserva Giuditta. Il Fratti fissa il Lamberti mostrandosi incredulo.
FAUSTINO.
Coraggio! Non si perda di coraggio!
DON CARLO.
Io ho tanta fede! Abbia la mia fede!
LAMBERTI come scusandosi.
Io non potevo tacere! Non avrei potuto tacere!
GIOVANNI mormorando.
Povera donna! Povera donna!
STRASSÈR.
Maledetto il traditore!
FAUSTINO.
Il vigliacco!
FRATTI avanzandosi con impeto.
Aspettate a maledire e a giudicare! Io ho visto il Rossetti nel quarantotto sulle barricate! L'ho visto l'anno scorso nella giornata del sei febbraio! È ammalato! Può essere ancora il delirio della febbre! Non si giudicano gli uomini, non si condanna un fratello con la paura!
Tutti meno Giuditta, il Lamberti e Don Carlo fanno atto di sdegno.
FAUSTINO.
Paura?...
STRASSÈR.
Chi paura?
GIOVANNI imponendosi.
Nessuno ha paura!
FRATTI al Lamberti.
Lei, intanto, signor conte, dica un po': come ha potuto avere tante notizie, i tanti particolari?
LAMBERTI risentito.
Ho rivelato all'Associazione quanto poteva esserle utile. Ora basta: io ho finito.
Prende il cappello e il mantello e fa per andarsene.
GIUDITTA con un grido trattenendolo.
No!
GIOVANNI con autorità.
Si fermi!
DON CARLO sottovoce al Fratti.
Vorreste costringerlo a fare il nome di sua madre o quello del conte di Rienz?
LAMBERTI fa di nuovo per andarsene.
GIOVANNI.
Ha chiesto a mio figlio e a me di appartenere alla _Giovine Italia_. Siamo tutti pronti ad accettare il suo giuramento, ad accoglierlo come fratello.
FRATTI al Lamberti.
Nelle mie parole non c'era altro che l'impeto, il desiderio di poter difendere un amico; ma non un'ombra di diffidenza verso di lei! Francamente, lealmente: mi creda e mi dia la mano. Mi dichiaro io stesso il suo iniziatore.
GIOVANNI al Lamberti.
E la formula della promessa?
LAMBERTI.
La so, da vostro figlio.
GIUDITTA con voce fioca.
Anche Demostene...
si avvicina all'uscio della farmacia, lo apre, e chiama Demostene con la mano. — Demostene entra, fa un passo verso il gruppo, rimanendo un po' discosto. — Giuditta resta in piedi, appoggiata alla credenza, vicino alla finestra.
LAMBERTI lento, solenne, come chi ripete parole imparate a mente.
«... Nel nome di Dio e dell'Italia. Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide straniera o domestica. Pei doveri che mi legano alla terra ove Dio m'ha posto, e ai fratelli che Dio m'ha dati... Per l'amore, innato in ogni uomo, ai luoghi ove nacque mio padre e dove vivranno i miei figli... Per l'odio innato in ogni uomo, al male, all'ingiustizia, all'usurpazione, all'arbitrio... Pel rossore che io sento in faccia ai cittadini dell'altre nazioni, del non aver nome, nè diritti di cittadino, nè bandiera di nazione, nè patria... Per fremito dell'anima mia creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all'attività nel bene e impotente a farlo nel silenzio e nell'isolamento della servitù... Per la memoria dell'antica potenza... Per la coscienza della presente abbiezione... Per le lacrime delle madri italiane, pei figli morti sul palco, nelle prigioni, in esilio, io, Vitaliano Lamberti conte di Agliate, credente nella forza commessa da Dio all'Italia e convinto che il popolo è Depositario di questa forza — che nel dirigerla pel popolo e col popolo, sta il secreto della vittoria... — Dò il mio nome alla _Giovine Italia_, associazione d'uomini credenti nella stessa fede, e giuro: di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in nazione _una, libera, indipendente_; — Giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio, l'abbominio degli uomini e l'infamia dello spergiuro, se io tradissi in tutto o in parte il mio giuramento.»
FRATTI.
Fratello!
si abbracciano.
LAMBERTI abbraccia Giovanni Ansperti e Don Carlo.
FAUSTINO fa cenno a Demostene di rientrare nella farmacia, e sorvegliare la porta di strada.
LAMBERTI chiamandoli tutti vicini, meno Giuditta che rimane sempre immobile.
Finora il solo compromesso è Tito Ansperti. Forte, coraggioso, saprà resistere alle insidie dell'interrogatorio e salvarsi. Ma l'abate Bianconi è ancora vicino al Rossetti. — Chi ha avuto rapporti con costui? In caso di pericolo, metto a vostra disposizione uomini fidati e danaro.
FRATTI.
Il Rossetti non apparteneva al nostro comitato.
GIOVANNI.
Era in quello di Milano.
DON CARLO.
Non lo vedo dall'anno scorso.
STRASSÈR.
Io torno adesso da Londra.
LAMBERTI vivamente.
Garibaldi?
STRASSÈR.
Si!... Si è riconciliato con Mazzini!
FRATTI.
«Fallito il moto del 6 Febbraio» sono parole del Maestro, «l'Italia è paurosa, svogliata, inerte; bisogna ridestarla all'azione.»
STRASSÈR.
Egli sta preparando un nuovo piano. — Medici incomincierà il moto nella Lunigiana; seguirà Garibaldi in Sicilia; Kossuth nella Valtellina!
LAMBERTI.
Ora non sarà più come l'anno scorso. Avremo le armi, perchè avremo il danaro.
GIOVANNI.
Sst! la ronda! Sono le dieci e mezzo, bisogna chiudere.
FAUSTINO a Demostene.
Si chiude!
DEMOSTENE dalla farmacia.
_Prontòòò!_
LAMBERTI al Fratti e a don Carlo.
Domani a casa mia. Voi due!
DEMOSTENE.
I gendarmi!
TUTTI.
I gendarmi?
corrono al tavolo da gioco.
GIUDITTA guardando dalla finestra della farmacia.
Il Baraffini!
spaventata buttandosi fra le braccia di Giovanni Ansperti, come per proteggerlo.
Per lei babbo! Questa volta è venuto per lei.
GIOVANNI.
Su! Su! Non ti veda tremare quel rinnegato! Mi sento sicuro come mio figlio.
SCENA VIII.
Il sergente BARAFFINI, i GENDARMI e detti.
I gendarmi restano dietro l'uscio a vetri e dietro la finestra che dà nella farmacia.
BARAFFINI parla un dialettaccio mezzo veneto.
Bona sera, parona. Bona sera alla compagnia.
GIOVANNI andandogli incontro.
Eccomi! Sono con voi! Presto, andiamo!
BARAFFINI.
In dove?
GIOVANNI.
Non siete qui per me? Per arrestarmi?
BARAFFINI ironico.
Me dispiase contradirla, ma no go ordini in proposito. Sarà per un'altra volta, no xe vero? Semo qua, invece, per la parona!
tutti: fanno l'atto di difenderla.
GIUDITTA avanzandosi risoluta.
Per me?... Eccomi pronta!
BARAFFINI.
Pian, pian! Troppa pressa de andar drento. Se tratta invece d'una bona notizia. — La ga domandà la grazia de veder so marìo? No xe vero?
GIUDITTA con un grido: ancora esitante tra speranza e timore.
Sì? Sì?
BARAFFINI.
Ecco qua!
porgendole una lettera.
A ela.
GIUDITTA strappandogli la lettera dalle mani giubilante, tremante, mentre cerca di spiegarla per leggerla.
La grazia!... Dio! Dio!... La grazia! La grazia!
BARAFFINI.
La grazia de vederlo un'ultima volta.
GIUDITTA si ferma di colpo: alza il capo fissando di nuovo il Baraffini con gli occhi sbarrati.
BARAFFINI.
E l'ordinanza impone de no perder tempo in ciacole. Bisogna partir sta note con nu altri perchè el ga da esser picà, doman l'altro matina, a Venezia.
GIUDITTA fissa ancora per un istante, immobile, muta, il Baraffini, poi dà un grido terribile e cade riversa sostenuta da Giovanni Ansperti, circondata da tutti gli altri. Il Fratti le slaccia il colletto, parla a Faustino, che corre in farmacia e ritorna subito, con un bicchierino d'acqua, e una boccettina d'aceto, per far rinvenire la Giuditta: tutto ciò mentre continua il dialogo.
GIOVANNI al Baraffini, a mezza voce.
Rinnegato!
Baraffini dà una occhiata ai gendarmi, poi si avvicina all'Ansperti minaccioso.
Cossa? Vecio inseminio?... Più forte!
ANSPERTI con forza.
Rinnegato!
BARAFFINI fa per slanciarsi ad afferrare l'Ansperti, seguito dai gendarmi.
LAMBERTI frapponendosi.
È suo padre! È il padre dell'Ansperti vivaddio!
BARAFFINI riconoscendolo meravigliato.
Ela?... Ela qua?...
mettendosi la mano al berretto.
Bona sera, sior conte!
fa per avvicinarsi a Giuditta.
Presto! No gavemo tempo da perder in convulsioni!...
LAMBERTI fermandolo.
Indietro, e abbassate la voce!
BARAFFINI con sfrontatezza e con minaccia.
La diga! Paron belo!... Mi qua fazzo el mio dover!
GIOVANNI con un grido disperato avvicinandosi alla Giuditta, che rimane immobile sulla sedia.
Giuditta! Giuditta!
LAMBERTI respingendo il Baraffini e indicandogli l'uscio della farmacia.
Fuori! Di là!... Aspettate di là! Lasciate almeno, alle nostre donne, la libertà di morir di dolore!