Roma contemporanea

Part 17

Chapter 173,748 wordsPublic domain

Un buon uomo di curato, in una parrocchia delle vicinanze di Roma, s’era lasciato prendere al laccio, e aveva sposato due giovani suo malgrado. Il suo vescovo lo accusò di essersi lasciato corrompere, e lo punì con un mese di ritiro. L’anno seguente, i suoi parrocchiani gli tesero lo stesso laccio, ma non si lasciò più cogliere. Lo si sveglia di notte per portare il Sacramento a un ammalato _in extremis_. Si veste in fretta, accende la sua lucerna, e corre in una casa isolata; era là che gl’innamorati lo aspettavano. Ma si rimise ben tosto in guardia, e quando vide con che sorta di ammalati aveva a fare, si turò le orecchie, cantò, ballò, fece delle giravolte, e finalmente infilzò la porta, e se ne fuggì a gambe senz’aver udito le due frasi sacramentali.

Vi è in questo momento a Roma una giovine contadina del regno di Napoli, che tutti gli artisti conoscono sotto il nome di Stella. Il pubblico di Parigi, senz’averla mai vista, conosce bene la sua figura ed il suo costume, avendo essa servito di modello a più d’un pittore francese. Stella è bellissima e savissima; essa gira impunemente in tutti gli studj senz’altra custodia che quella di sua sorella minore Gaetana. Queste due ragazze (la maggiore ha diciott’anni, la minore nove o dieci) guadagnano insieme una dozzina di franchi al giorno, a fare il mestiere di modello. Esse servono di modello per la testa ed il costume. È una fatica penosissima, specialmente le prime volte. L’immobilità assoluta del corpo in un’attitudine prescritta diventa gravosa in capo ad una mezz’ora; ed io ho visto dei modelli inesperti cadere come una massa inerte a metà della seduta.

Stella, ve l’ho detto, è d’una saviezza irriprovevole. Questa giovine, che non sa leggere, che non ha ricevuto alcuna educazione morale, che vive tutto il giorno in mezzo ai giovinotti, e che sente le conversazioni più svariate, non ha giammai dato appiglio alla critica. Ella fa il suo mestiere con coscienza, accumulando scudo sopra scudo, fino al giorno in cui sarà bastantemente ricca per comperare nel suo villaggio una casa, e procurarsi un marito.

Sgraziatamente il villaggio di Stella è sotto il potere del curato. Il curato ha paura che Stella non si corrompa a Roma; egli ne scrive al vescovo della provincia, che scrive al prelato incaricato della polizia pontificia, il quale ordina a Stella di andarsene o di maritarsi. I pittori gridano altamente e fanno agire delle alte influenze; si ottiene un mese d’indugio; ma il curato, il vescovo, e la polizia ritornano alla carica. Si trova un marito per Stella. È un tanghero delle stesse montagne, brutto, stupido e fannullone. Ei s’incrocicchia le gambe da un sarto, ma s’incrocicchierà le braccia quando sarà padrone d’una moglie che guadagna del denaro. L’affare però è ancora in sospeso; Stella piange, e la Gaetanina promette d’uccidere quell’uomo.

Voi mi chiederete perchè questi onesti ecclesiastici si fanno un dovere di maritare una povera fanciulla, che non dà fastidio a nessuno. È per amore della virtù? No, è per l’orrore dello scandalo. La virtù non è più comune a Roma che nelle altre capitali d’Europa, ma lo scandalo vi è meglio soffocato. La polizia non permette che una fanciulla abbia un amante; vi sarebbe scandalo, ma una donna maritata può far traffico della sua persona; la bandiera copre la merce.

E i mariti, che cosa dicono? Secondo le circostanze. Io incontrai da un mio amico pittore una giovine donna che non andava da lui certamente per farsi dipingere. Mi metto a parlare con lei, e mi dice ch’è maritata ad un calzolaio della via F....; ella si loda di suo marito, di sua suocera, de’ suoi figli. Ma, gli diss’io, che cosa penserebbe vostro marito se sapesse ciò che venite a far qui? Egli non troverebbe mal fatto che io vada a guadagnare un po’ di denaro dalle persone di garbo. «Ah! se io mi dessi con delle persone della nostra sfera mi ucciderebbe.» Capite? da una parte la miseria; dall’altra la vanità. Il senso morale?... manca.

Ecco un tratto più originale. Un giovine di Lione rappresentante di una casa di commercio, si ferma a Roma e prende un’alloggio vicino alla Posta, ove riceve la visita d’un mezzano. Questi signori abbondano nella città, e quando si dà loro cinque franchi vi baciano la mano. Il mio Lionese, coll’ajuto del mezzano, trova un amante. Essa era maritata ad un postiglione, uomo onestissimo e molto più geloso del calzolaio della via F.... Se essa faceva qualche cosa di contrabbando, era all’insaputa di suo marito. Egli non andava mai dalla sua bella, se non quando aveva visto il marito uscire a cavallo dalla corte della posta. Sapeva allora che la lunghezza delle stazioni postali e la necessità del servizio gli assicuravano cinque o sei ore di perfetta sicurezza. Un giorno però fu colto. Il marito s’era ben messo in viaggio facendo scoppiettare la sua frusta, ma a mezza strada s’era sentito male. Un camerata, che ritornava a Roma, aveva cambiato i cavalli con lui. Insomma tornò a casa inaspettatamente, e il suo primo moto fu di tirar fuori il coltello.

Il Lionese si spiegò, pregò, ragionò, fece valere la sua qualità di Francese, offerse in compenso i cinque o sei scudi che aveva addosso. Si finì per accettare le sue ragioni ed il suo denaro. «Vestitevi, disse colui, ma se mai voi raccontate ciò ch’è accaduto qui oggi, se m’esponete agli scherni della gente del mio mestiere, vi giuro di uccidervi foste pure in Francia, e appiè degli altari. Buon viaggio!.... o piuttosto, no; aspettatemi. Vengo con voi.» Ripose in tasca il suo coltello, rinchiuse sua moglie a doppio giro ed uscì col Francese più morto che vivo. Il povero giovane raccomandava la sua anima a Dio, ben convinto che non aveva dieci minuti da vivere. Tutte le volte che entrava in una strada mal illuminata, diceva fra sè. È qui. Giunse nullameno senza accidenti alla sua porta, e la sua terribile guida prese cortesemente congedo da lui. «Or bene, disse il giovane meravigliato di vivere, perchè vi siete preso l’incomodo di ricondurmi a casa? Il Romano rispose con una sublime bonarietà; La città non è sicura, e temevo che vi accadesse qualche disgrazia».

L’eroe di quest’avventura (è il Francese che intendo) è al presente ammogliato, padre di famiglia e capo d’una delle primarie case di Lione. Non ha più nulla a temere dal coltello del postiglione romano, e tuttavia, quando racconta la sua storia, abbassa la voce d’un tuono, e guarda macchinalmente se la porta è chiusa.

Io ho conosciuto un ufficiale francese, bellissimo giovinotto in fede mia, ch’era alloggiato in camere mobigliate presso una bella donna di Roma. Il marito domestico di un cardinale guadagnava una cinquantina di franchi al mese; la moglie faceva il resto. Cosa strana! questa creatura aveva concepito una vera passione per il suo amante. Ella gli faceva talvolta delle scene di gelosia, e l’arrivo del marito non le chiudeva la bocca. Per Dio, diceva il pover uomo; lasciatemi dunque cenare in pace! Se non potete vivere senza quistionare, non avete tutta la giornata in libertà? Questa donna aveva un figlio, dell’età di dieci anni. Essa non si curava di nascondersi da lui. Però, il fanciullo le baciava la mano tutte le sere, ed ella gli dava la sua benedizione.

Il popolo di Roma ha delle delicatezze di linguaggio inaudite, e delle brutalità incredibili. Ei non dirà un _porco_ ma un _animale nero_, per eufemismo. Al contrario tratta arditamente di _porco_ qualunque essere umano che gli dispiaccia. Un muratore che entra in una osteria, chiama il mercante di vino _il signor padrone_, sua moglie _la signora sposa_, il suo cameriere, il signor primo, il signor principale. Ma se voi provocate una ragazzina di quattro anni, ella vi dirà delle ingiurie che lorderebbero la bocca di una donna della feccia del popolo.

Io mi sono trovato in una vettura con un borghese di cinquant’anni ed una bellissima giovane che era sua figlia. Al primo cambio di cavalli, il padre disse alla signorina: «Vuoi discendere? — No, papà. — Se hai da soddisfare a qualche piccolo bisogno, faresti ben male a prenderti soggezione. Questi signori te lo diranno al pari di me; faresti male. — Grazie, papà. Ci ho pensato prima di partire.» — Oh, natura! Io ho addolcito le parole traducendo.

Questo stesso borghese, scrivendo al suo compare, non mancherà di mettere sull’indirizzo: all’illustrissimo, al pregiatissimo signor Bortolo.

Nel circondario di Roma i vignaiuoli ci chiamano Eccellenza, e ci danno del _tu_.

Il signor di Levis fu oltremodo scandalizzato, salendo le scale del Vaticano, d’incontrare un domestico che porgeva la sua tabacchiera ad un cardinale, ed un cardinale che vi prendeva una presa di tabacco. Queste domestichezze si vedono tutti i giorni, in una città ove le condizioni sociali sono separate da abissi. Visitando gli scavi della Via Latina io ho visto il cardinale Barberini circondato da prelati, da preti, da domestici in livrea; i domestici si frammischiavano alla conversazione, e si fece un cerchio intorno a lui. Il cardinale che era molto piccolo girava intorno al gruppo, e non vedeva che la schiena de’ suoi domestici.

Monsignor Muti, prelato romano, discende in linea retta da Muzio Scevola. Taluno gli domandava: «Che cosa fate voi alla sera? non vi si trova più nel mondo. — Io vivo in casa mia. — Ma dovete annoiarvi? — No, noi giuochiamo una piccola partita; faccio salire il cuoco, e gli vinco due o tre scudi».

Quest’aneddoto mi è stato raccontato a Frascati dall’ambasciatore d’una grande potenza, il sig. De Martino ministro di Napoli a Roma, ed i tre quarti del corpo diplomatico l’hanno intesa pure al pari di me.

In un piccolo viaggio che ho fatto intorno a Roma in compagnia del nostro ottimo sig. Schnetz, ho osservato che gli albergatori mettevano solitamente quattro posate per il nostro pranzo. Noi non eravamo che due, ma il sig. Schnetz aveva il suo cocchiere ed il suo cameriere, e si trovava naturalissimo che li facesse sedere a mensa con noi.

XIII.

LA MORTE.

I Romani d’oggidì, come quelli d’una volta, sanno morire. È una giustizia che bisogna render loro. Essi accettano con indifferenza filosofica tutte le necessità della vita, compresa quella di morire. Muojono come mangiano, come bevono, come dormono, come amano; naturalmente, semplicemente, famigliarmente.

Si è colpiti d’ammirazione, leggendo in Tacito come i grandi cittadini dell’impero facessero poche cerimonie in presenza della morte. La rassegnazione degli antichi si spiegava colla speranza logica e ragionata d’un sonno eterno; forse anche collo spettacolo quotidiano delle uccisioni nel circo. La rassegnazione dei moderni si spiega colla speranza d’una vita beata nel mondo ideale, e cogli avvertimenti reiterati di una religione che dice «bisogna morire».

Tutti i sermoni che ho sentito per lo spazio di cinque mesi contenevano almeno uno sviluppo sull’imminenza della morte. Tutte le chiese dinanzi alle quali sono passato, avevano affisso di quelli avvisi sinistri, sui quali si vede da una parte lo stemma di qualche defunto, e dall’altra uno scheletro orribile con questa epigrafe: _Hodie mihi, cras tibi_. La tua volta verrà!

«Apro le porte del cielo e dell’inferno: Per il giusto sono la vita, per il peccatore la morte».

Ho visto perfino a Velletri dinanzi la bottega di un maniscalco lo scheletro di un cavallo dipinto sull’insegna, per far conoscere agli animali che devono morire.

E perchè no? Anche gli animali hanno un dovere da adempiere in questo singolare paese. Vanno tutti gli anni a prendere l’acqua santa nel giorno di sant’Antonio.

Torniamo alla razza umana. Al domani del giorno di tutti i Santi, in tutte le chiese si rappresenta qualche scena della Scrittura, come la morte di Giacobbe o i funerali di Davide. I personaggi sono di cera, da alcuni anni; non è ancora molto che si adoperavano dei veri cadaveri, scelti negli ospedali. In quest’occasione, le monache mandano in tutti i palazzi dei dolci, chiamati ossa di morti, in cui il midollo è fatto di confettura. Strano espediente per nutrire i Romani del pensiero della morte!

Chi non ha visto sulla piazza Barberini quell’appartamento dei Cappuccini dove è tutto morto, anche il mobigliare? È un pian terreno di otto o dieci stanze che danno sulla corte. Mi sono fermato ad osservare l’interno, un giorno che tutte le finestre erano aperte per dar aria al locale. I mobili sono uniformi e gl’inquilini sono uniformemente vestiti; la tappezzeria è uno strato di scheletri, e scheletri di cappuccini stanno adagiati su letti di riposo incassati nel muro. I cappuccini sono coperti della loro tunica, questi ha ancora la pelle, l’altro la barba. Ghirlande di vertebri abbelliscono la nudità de’ muri. L’imaginazione capricciosa de’ frati si è sfogata in mille fantasie funebri: gomiti intralciati, fasci d’ossami d’ogni foggia, e gambe e cranii acconciati in forme bizzarre.

Il pavimento d’ogni stanza contiene una quindicina di cappuccini, coricati in due file in bell’ordine. La terra che direttamente li copre senza avello, è una terra miracolosa, recata dalle crociate. E di vero è una specie di pozzalana mista d’arsenico, che possiede la virtù di divorare le carni in pochi giorni, onde in certo modo farebbe l’effetto del rogo antico.

Noi abbiamo una caserma nello stesso convento; onde i nostri soldati fumano tranquillamente la loro pipa nella corte davanti a quelle finestre aperte.

La chiesa della _Buona Morte_ ha la sua sepoltura ornata nello stile funebre come il convento de’ Cappuccini. Vi si conservano, colla possibile eleganza, le ossa degli annegati e d’altre vittime accidentali. La confraternita della _Buona Morte_ va a cercare i cadaveri; un sacristano, abbastanza ingegnoso, ne dissecca i cadaveri, e li dispone a forma d’ornamenti. Ho conversato qualche tempo con cotesto artista: «Signore, mi disse, io non sono felice che qui, in mezzo al mio lavoro. Non è già pei pochi scudi che guadagno tutti i giorni mostrando la cappella agli stranieri, no certamente; ma questo monumento che io conservo, che abbellisco, che adorno col mio talento, è diventato l’orgoglio e la gioja della mia vita». Mi fece vedere i suoi materiali, vale a dire alcuni mucchietti d’ossa in un cantuccio, fece l’elogio della pozzolana, e mostrò il suo disprezzo per la calce.

«La calce strugge le ossa e le riduce in polve. Non si può far nulla di buono colle ossa che sono state nella calce: sono robaccia».

I funerali in Roma sono veri spettacoli. Al cader del sole, nell’ora del passeggio, trovate il corso invaso da un esercito di cappuccini. Due o tre confraternite procedono in lunga fila verso un palazzo aperto. Entrate arditamente colla folla. La bara, circondata da alcune torcie, attende il cadavere, portato a braccia: viene posto sopra una barella, viene coperto d’una strato d’oro o d’argento, e quattro facchini, travestiti da membri della confraternita, lo prendono sulle spalle, e procedono innanzi! La processione de’ cappuccini si mette in marcia, si accendono le torcie, che rischiarano tutta la strada; poi vengono le confraternite, poscia i preti e il cadavere, poi due casse piene di cerei, poi le carrozze del defunto tutte vuote.

Che andate cercando cogli occhi? I parenti? Gli amici? Non vi sono. I parenti pagano le spese dello spettacolo; gli amici vi prendono parte come voi. Sono là, tra la folla, col sigaro in bocca, ad osservare la processione de’ cappuccini.

Lungo il corteggio, trottano cinquanta o sessanta monelli, armati di cornetti di carta, per raccogliere la cera che sgocciola dalle torcie, ed anche per distaccarne, quando possano, qualche pezzo. Giunti dinanzi alla chiesa, essi rotolano la cera in pallottole, e giuocano tra loro quel bottino della serata. Intanto che costoro s’abbaruffano e s’accapigliano, il cadavere viene deposto in un angolo senza cerimonie, e ciascuno ritorna a casa.

Si procura sempre di far passare i più splendidi funerali pel Corso, benchè il defunto avesse abitato all’altra estremità di Roma. Ecco la smania di figurare!

Se qualche famiglia ebbe la sventura di perdere una figlia leggiadra, e che dalla morte non sia stata troppo scomposta, si domanda e si compra il permesso di seppellirla a viso scoperto. La s’imbelletta, la si mostra, si fa parlare di lei e di sè per ventiquattr’ore. È un bell’onore.

I nobili vestono a bruno, un lutto di comparsa che li distingue dal popolo. Il ceto medio ed il popolo minuto non fanno nessun cangiamento nei loro abiti. Un borghese si vestì da lutto per la morte di sua madre, ed io intesi su questo proposito la riflessione seguente: «Altre volte il lutto non era che pei principi; ma ecco ora i vassalli che vi aspirano. Dove andremo noi a finire?» Notate bene il nome di vassalli.

Nell’aristocrazia un cadetto è tenuto a portare il lutto del primogenito. Il primogenito poi, se gli aggrada, porterà il lutto pel cadetto.

Le lettere di partenza sono un uso nuovo, che avrà pena a stabilirsi. Perchè? Perchè il giorno appresso ai funerali il morto è dimenticato. È in paradiso, Dio ha ricevuto l’anima sua, e non se ne parla più. Le visite di condoglianza sono di cattivo gusto, essendo poca creanza il ricordare alle persone la perdita che hanno fatto.

Un Francese ha danzato qualche volta in una casa di Roma, sente la morte del padre e crede dover fare una visita alla figlia. Gli si parla della pioggia e del bel tempo; ma egli affronta di assalto il tristo soggetto che l’ha quivi condotto. «Madama, diss’egli, ho preso gran parte al dolore che avete provato. Voi ben sapete se io amava quel povero conte!

— Finalmente, disse l’orfanella, con un dolce sospiro, egli era ben vecchio.

— Sì, o signora, ma siccome egli aveva conservato in quella grave età l’esercizio delle facoltà sue, lo spirito giovane, il carattere intero!

— Oh! sì, tanto intero, ch’ei ci rendeva talora la vita ben dura!

— Ah! com’è così, ripigliò il Francese sopra un tuono affatto nuovo, io non parlava che per gentilezza e per farvi piacere. Ma in fondo al cuore me ne rido, e non vedo ragione per cui la morte di vostro padre debba recare a me maggior dispiacere che non a voi. S’egli è partito, buon viaggio!»

Le persone illustri vengono sepolte nelle chiese. Usanza malsana; Voltaire l’ha tanto detto e proclamato, che la legge francese venne poi a mettervi riparo. La legge romana anch’essa non vuol più che si alimenti sotto ogni chiesa un fomite di pestilenza. Ma quivi gli abusi hanno più autorità che non le leggi.

È proibito di seppellire le persone prima che siano trascorse ventiquattr’ore dopo la loro morte, eppure ho veduto seppellir due persone morte nella giornata. È proibito seppellire nelle chiese, ma io posso certificare che nella piccola città di Forlì, tra il 1830 ed il 1858, questa legge è stata violata ben 1,435 volte. Io stesso ho computato la cifra sopra i registri ufficiali.

Il clero romano è interessato a fare un carniere di tutte le chiese: fa pagare una soprattassa per violazione della legge.

Forlì è una piccola città di 17,000 abitanti; Roma ne conta più di 170,000. Ora calcolate la quantità di carne umana che si deve accumulare sotto le chiese di Roma!

Eppure noi abbiamo costrutto pei Romani il cimitero di San Lorenzo fuori delle mura. È un edifizio del 1811, fatto alla romana, per uniformarci alle costumanze del paese. Figuratevi una cinta quadrata, con pavimento e riparo di muraglie. Quattrocento larghe pietre, disposte in triangoli equilateri, formano 400 tombe di 4 metri cubici cadauna. Ogni sera si leva una pietra, mentre un omnibus reca i cadaveri della giornata, e vi si rinchiudono dentro l’uno dopo l’altro. La calce ed i topi divorano ogni cosa in meno d’un anno, e così non si manca mai di spazio.

Il sig. Tournon ci narra che, a’ suoi tempi, i Romani seppellivano i morti in un semplice lenzuolo, e con ciò si economizzavano quattro pezzi di legno di abete.

Ignoro se quest’usanza siasi conservata in Roma. Le tombe di San Lorenzo e l’uso della calce viva mal s’accorderebbero coll’uso del feretro.

Ciò che posso affermare si è che a Bologna i poveri vengono sepolti senza bara, in una fossa che il giardiniere scava colla zappa, siccome per seminare patate. È lo stesso giardiniere, o sepoltore, di quell’ammirabile campo santo che me lo ha detto.

Si vede a Roma, nelle vicinanze della piramide di Cestio ed a due passi della polveriera, un campo di riposo ombreggiato da alcuni alberi ed ornato di fiori. È desso il cimitero degli _accattolici_, ossia degli stranieri eretici o scismatici, che la chiesa condanna, ma che il governo non ardisce espellere da Roma. Sono detti accattolici dai Romani, per uno sforzo di tolleranza. I Russi, gl’Inglesi, i Tedeschi della Germania pensante riposano daccanto in quel dolce e melanconico romitaggio. Sono colà non pochi artisti, che erano venuti a Roma a cercare il talento e la gloria, e non vi trovarono che la febbre. Quasi tutte le iscrizioni ripetono quella formola piena di mestizia: _Qui riposa lungi dalla sua patria_.... Quasi tutti coloro che dormono colà poterono dire morendo, siccome Sigifredo dei Nibelongi: «Mia madre e i miei fratelli chi sa fin quando m’attenderanno!»

Un capriccio della fortuna riuniva in un medesimo angolo il figlio di Goethe ed il figlio di Carlotta, Augusto Kestner, ministro di Annover, nato nel 1778, morto il 5 marzo del 1853.

Vi troverete le ceneri di Percy Bysshe Shelly, amico di Byron, cuore de’ cuori, _cor cordium_, dice l’iscrizione; e Keath, quel giovane poeta disperato, che fece scolpire sulla propria tomba quest’epigrafe sì straziante:

THIS GRAVE CONTAINS ALL THAT WAS MORTAL OF A YOUNG ENGLISH POET WHO OH HIS DEATH BED IN THE BITTERNESS OF HIS HEART AT THE MALICIOUS POWER OF HIS ENEMIES DESIRED THESE WORDS TO BE ENGRAVED ON HIS TOMB STONE HERE LIES ONE WHOSE NAME WAS WRITTEN IN WATER. THE FEB. 24, 1821.

E non è qui concentrata, in queste ultime parole, tutta l’amarezza d’un orgoglio offeso! «_Qui giace un uomo che ha scritto il suo nome sull’onde!_»

Sull’ingresso di questo cimitero si trova un piccolo padiglione, ben acconcio, dove emerge la regolarità meticolosa dell’Inghilterra. Vi lessi:

1.º La tariffa delle spese di sepoltura;

2.º Il catalogo degli oggetti preziosi confidati alla custodia del guardiano;

3.º I nomi dei morti, incorniciati siccome quelli degl’inquilini alla porta d’un albergo.

Il medico della comune di Frosinone, villaggio di 3,000 anime, mi ha fornito i seguenti particolari, che non intendo assumere sotto la mia responsabilità:

«L’autorità pontificia vuole che noi prescriviamo i sacramenti all’ammalato, alla seconda visita che gli facciamo; ma io conosco troppo bene i selvaggi di queste montagne per uniformarmi alla legge. Dacchè uno d’essi ha ricevuto i sacramenti, più non si pensa a seppellirlo al più presto. Cessano ogni regime, chiudono le pozioni negli armadj, strappano via i cataplasmi ed i vescicanti. Se il paziente chiedesse un bicchier d’acqua, sono gente da rispondergli: «Berrai in paradiso.»

Per compenso poi vanno a comprar torcie pei funerali, e dimandano all’infermo se gli pare che si facciano bene le cose.