Part 13
— Voi avete ragione, ed io non dissi mai il contrario. Se la pittura è un mestiere, i migliori pittori del mondo nascono a Roma, siccome i migliori fumisti in Piemonte. I ragazzi romani, cui si cacci in mano un pennello, imparano, in meno che non si dica, la pratica della pittura. Un’esercizio di tre o quattro anni li pone in grado di camparsi la vita; per disavventura, essi non vanno più in là. È colpa loro? No. Io non accuso che la società in cui sono nati; forse se fossero a Parigi produrrebbero de’ capi d’opera. Date loro de’ maestri, de’ concorsi, delle esposizioni, l’appoggio d’un governo, gl’incoraggiamenti d’un pubblico, i consigli d’una critica intelligente. Tutte queste buone cose, che abbondano da noi, mancano loro assolutamente; e non le conoscono se non per fama. Il loro solo incoraggiamento, la loro unica molla è la fame che gli spinge, e lo straniero che passa. Fanno a chi fa più presto, vi gettano là una copia in otto giorni, e, quando è venduta, ne ricominciano un’altra. Se qualche ambizioso intraprende un’opera originale, a chi dimanderà egli se è bene o mal fatta? La classe media non se ne intende, ed i principi anch’essi non ne hanno intelligenza. Il possessore della più bella galleria di Roma, il principe Borghese, diceva l’altro giorno, nel salone d’un’ambasciata: «Io non ammiro che il _chic_.» Il principe di Piombino ha comandato una soffitta al signor Gagliardi; voleva assolutamente pagarlo a giornata. Il governo ha ben altre cure che l’incoraggiamento delle arti. I pochi giornaletti che circolano si divertono talora a citare il nome de’ loro amici, ma ciò è per scioccamente piaggiarli. Gli stranieri che vanno e vengono sono talora uomini di buon gusto, ma non compongono un pubblico. A Parigi, a Monaco, a Dusseldorf, a Londra, il pubblico è un vero individuo, un uomo dalle mille teste. Quando un giovane di talento ha colpito la sua attenzione, lo segue cogli occhi, l’incoraggisce, lo biasima, lo spinge innanzi, lo riconduce indietro; s’innamora di questo, si sdegna con quello. S’inganna talora, ha delle parzialità ridicole e de’ cambiamenti ingiusti, ma vive e dà vita; e si può per esso lavorare. Se Roma possiede qualche persona di talento nelle arti secondarie, lo deve al pubblico di Parigi. Mercuri e Calamatta sono allievi della scuola di San Michele a Roma; ma li vedreste ancora incidere imagini per l’esportazione, se Parigi non gli avesse adottati.
— Ora, mi disse l’Americano, vorrei comprare dei piccoli ricordi in marmo per mettere ne’ miei scaffali insieme alle conchiglie ed agli uccelli impagliati.»
Il servo fedele, che non ci abbandonò mai, ci condusse dai mosaisti, marmorai, incisori di camei, tornitori in pietre dure. Il mio compagno fece ampia raccolta di monumenti antichi, ridotti a proporzioni borghesi. Comprò due Colossei, un arco di Tito, una colonna Trajana, quattro obelischi ed una tomba degli Scipioni. «Gli architetti romani sono assai felici, dicevami egli, d’avere senza posa di sì bei modelli sotto gli occhi.
— Ed è vero, gli risposi; ma non ne profittano. L’architettura, è un’arte perduta già da cento anni. Gli edifizj degli ultimi due secoli, in quello stile rococò che porta il nome dei gesuiti, non erano sempre di buonissimo gusto, ma non mancavano nè di grandezza, nè di ricchezza, nè di decoro. Vedrete a San Pietro al Gesù, a Sant’Ignazio, alla Vittoria, delle cappelle un po’ troppo cariche d’ornamenti, ma che si è costretti d’ammirare, poichè fanno stupore. Nè mai forse l’impiego de’ colori vivaci e delle forme ardite non fu meglio inteso. La scoltura del Bernino vive, palpita e si agita in mezzo a quell’orgia di bronzo e di porfido. Ma i nuovi fabbricati sono degni di ricettare quelle scolture piane, di cui seco voi portate i campioni. La basilica di San Paolo è assai deforme all’esterno e pulita nell’interno. La cappella Torlonia, a San Giovanni di Laterano, è decorata a modo d’un caffè. La colonna che si è innalzata sulla piazza di Spagna somiglia ad un candelabro di chiesa, o ad un tubo di stufa, se alcuno si ricorda ancora dell’architettura romana, è certamente l’ingegnere che gettò un ponte sulla valle dell’Ariccia; ma voi non avete tempo di venire sì lontano.»
L’Americano intanto non mi ascoltava, tutto inteso com’era a comprar mosaici. Io m’accinsi a dimostrargli che, se il mosaico è ammirabile allorchè adorna l’emiciclo delle vecchie basiliche, ovvero copia i quadri de’ maestri ingrandendoli, per le cappelle di San Pietro; esso è davvero ridicolo in aghi da cravatta ed in bottoni da gilet. — Ma quegli riempiva le sue tasche di medagliuzze minute, dove, a forza d’attenzione, ravvisavansi de’ mazzolini di fiori, delle figure d’animali e de’ monumenti antichi. Fece poscia una buona provvista di camei, di sigilli incisi, di coralli cesellati e di malachiti intorniate a foggia di perle. Così fa ogni forastiero che conosce i suoi doveri.
Quand’ebbe compiuta la sua provvista, gli dissi: «Avreste mille scudi ancora da gettar fuori della finestra?»
Mi rispose col sorriso raggiante de’ milionarj:
«Ebbene, seguitemi dal più grande artista che io m’abbia mai scoperto costì.»
Lo condussi quindi presso la posta francese, dall’uomo che fece risorgere la giojellerìa romana. La scala, incrostata d’inscrizioni e di basso-rilievi antichi, gli fece credere che noi entrassimo in un museo. Ei non s’ingannava di molto, chè un giovane mercante, erudito al pari degli archeologi, gli fece vedere una collezione d’antichi giojelli di tutte l’epoche, dalle origini della Etruria fino al secolo di Costantino. È la fonte da cui Castellani trae gli elementi d’un’arte nuova, che prima che trascorrano dieci anni detronizzerà il fardelletto del Palazzo Reale. I nostri piccoli giojelli d’oro arricciati sono una cosa ben meschina di fronte a quegli ornamenti semplici, larghi, ingenui e sempre improntati dell’immancabil gusto dell’antichità. Il mio Americano, ghiotto di pezzi grossi, gettò quanto richiedevasi per uno scrigno che racchiudeva la toeletta di una dama romana; collana da bolle d’oro, braccialetti di scarabei, spille da pungere il seno delle schiave, pettini d’avorio coronati d’oro, agrafi marchiate d’un’iscrizione di buon augurio, anelli assortiti per tutti i giorni della settimana, mille civetterie, mille ricchezze, la cui descrizione riempirebbe un capitolo, se mi lasciassi ridurre a mostrarvele. Gettò sul tavolo il valore del riscatto di dieci schiavi, e fuggissene, siccome il ladro di Plauto, col suo tesoro sotto il braccio.
«Eccellenza, gli disse il servitore di piazza, poichè le forti spese non vi fanno paura, siete forse voi che comprerete il tondo d’Apelle. Vale cinquanta milioni.»
Io non credeva che i Greci avessero mai dipinto su majolica; tuttavia la cifra di cinquanta milioni mosse la mia curiosità. Quell’uomo ci condusse in una botteguccia malconcia, o piuttosto in una trabacca, il cui padrone era in un canto rannicchiato in tal foggia, che, trovatolo per via, gli avreste fatto l’elemosina. Ei ci squadrò con tale cera, che pareva volesse dire: «Se non avete il Toson d’oro in tasca, la mia merce non è per voi.» Tuttavia degnossi d’aprire una scatola di legno prezioso, ed io scorsi fra due cuscini di seta bianca un tondo di Faenza, dipinto da Raffaello, e che a Parigi potrebbe forse valere 4000 franchi. «Eccovi, diss’egli, il prezzo è di 50 milioni. Non mi occorre dirvi esser questo l’unico capolavoro di Apelle.
— Mio brav’uomo, gli chiesi, sapete voi bene che cosa siano 50 milioni?
— Sì, signore; è poco meno di dieci milioni di scudi romani: voi vi guadagnate. Dieci milioni di scudi romani farebbero 53,500,000 franchi a rigor di tariffa.
— Non vi è stato mai detto che il vostro tondo, che è bellissimo, potrebb’essere semplicemente di Raffaello?
— Di Raffaello! Eccone là di tondi di Raffaello.» Ci fece vedere una dozzina di tondi consimili, ma opera del secolo passato. «Raffaello non era un minchione, e vi sarebbero molte cose a dire in sua lode; ma il solo Apelle, fra tutti gli uomini, ha potuto fare un capolavoro come questo.
— Supponendo ancora ch’ei fosse d’Apelle, non sarei persuaso che potesse valere 50 milioni.
— Eppure, nol darò mai a meno.
— Or via, siate ragionevole. Questo signore è uno de’ più ricchi d’America; ma non credo che possa spendere più d’una trentina di milioni in un capriccio di fantasia.» Quegli alzò sdegnosamente le spalle, e borbottò: «Ho fissato quel prezzo e morrò senza diffalcarne uno scudo.»
E di vero, ei morrà ricco e povero, felice e miserabile, ingolfato siccome un tacchino nella speranza dell’incerto.
IX.
LA NOBILTÀ ROMANA.
«Nel mezzo del secolo XVII, disse Ranke, si noveravano in Roma circa 50 famiglie nobili, che contavano 300 anni d’esistenza, 35 che ne avevano 200, e 16 che datavano da 100 anni soltanto. Non si voleva riconoscere quelle che rimontavano più in là, e si attribuiva loro una bassa origine.» In totale, 101 famiglie patrizie.
Attualmente l’Almanacco romano conta 111 famiglie patrizie, di cui 20 principesche, e 11 ducali. L’effettivo della nobiltà non è dunque sensibilmente cambiato da due secoli in qua.
La nobiltà romana si può dividere in tre categorie, se queste si considerano soltanto dalle loro origini.
I. Origine feudale. II. » nipotica. III. » finanziaria.
Ad ogni signore il proprio onore. Cominceremo, se vi piace, dalla nobiltà feudale.
I primi successori di S. Pietro, che non esercitavano alcun potere temporale, non contavano nè nobili nè villani nella loro diocesi.
Fu nel medio evo che il vescovo di Roma si fece accettare siccome sovrano d’un piccolo impero. Ei dovette uniformarsi alle usanze del tempo, e riconoscere de’ fatti politici, che non erano conformi nè alla lettera nè allo spirito de’ libri santi.
In buona logica, era necessario che tutti i sudditi del papa fossero eguali al cospetto del loro Sovrano, siccome tutti gli uomini lo sono dinanzi a Dio.
Il blasone non è scienza evangelica, e se gli apostoli hanno convertito una parte del mondo antico, non è già predicando l’ineguaglianza delle caste.
Ma il poter temporale, fino dalla sua origine, dovette venir a patti coll’elemento feudale. Eranvi de’ signori in Roma e vicinanze, siccome in tutta Europa. Gli uni appoggiarono le pretensioni monarchiche della Santa Sede; gli altri con ogni mezzo vi si opposero, finanche colle armi, siccome i Colonna. Nè fu se non dopo lotte interminabili, che i papi poterono domare l’ultima resistenza ed imporre la loro signoria alla nobiltà indigena.
Non solamente si fece la pace, ma l’aristocrazia locale finì col rendere il papato solidale delle sue pretensioni e de’ suoi privilegi.
L’avvenimento successivo di quasi tutte le grandi famiglie al papato collocò sul trono le idee aristocratiche, e formò tra esso e la nobiltà de’ vincoli stretti. I Savelli, i Conti, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani portarono la tiara, e regnarono sui Romani prima della fine del medio evo. I Piccolomini, i Borgia, i Medici, i Della Rovere, i Farnese, i Boncompagni, gli Aldobrandini hanno poscia inaugurato la storia moderna.
Fra le antiche famiglie feudali che al papato diedero più di quanto ne ricevessero, alcune si vantano di risalire ai primi tempi della storia romana. I Muti discendono da Muzio Scevola, i Santa Croce da Valerio Publicola, i Massimo da Fabio Massimo, almeno a quanto dicono. In ogni caso la loro nobiltà è molto antica.
Napoleone interpellò un Massimo con quella ruvidezza che intimidiva tante persone: È egli vero, gli chiese, che voi discendete da Fabio Massimo?
— Non potrei chiarirvelo, rispose il nobile romano, ma è fama che corre già da ben mille anni nella nostra famiglia.
Gli stemmi dei Massimo rappresentano delle tracce di passi incrocicchiati in tutti i sensi. È un’allusione alle marce e contromarce del temporeggiatore. Il motto della casa è: _Cunctando restituit_.
I Gaetani, meno antichi, procedono da un tribuno romano detto Anatolo, che fu creato conte di Gaeta nel 730 da papa Gregorio II.
Si parla d’un Pietro Colonna, spogliato di tutti i suoi beni nel 1100, da papa Pasquale II. È chiaro che la famiglia doveva essere già passabilmente antica, poichè le grandi sostanze non si formano in un giorno.
Gli Orsini, di cui più non rimane che il ramo Orsini-Gravina, discendono da un senatore dell’anno 1200.
La famiglia Orsini, originaria di Firenze, esisteva prima dell’anno 1300. Ma la ricchezza, lo splendore ed il titolo di principi procedono da Clemente XII.
I Doria romani sono un ramo staccato della grande famiglia genovese. I Lante Della Rovere erano consoli a Pisa nel 1190. Un Altieri fu maggiordomo di Ottone II verso la fine del secolo X.
Si legge nell’inimitabile _Viaggio del consigliere De Brosses_:
«Sonvi quattro grandi case a Roma: Orsini, Colonna, Conti, Savelli. Ma i Crescenzi, gli Altieri, i Giustiniani, ed altre famiglie, che non credono esser minori di quelle quattro, non ammetterebbero volentieri questa distinzione.»
Ebbi la curiosità di rintracciare ciò che rimaneva di queste grandi famiglie, un secolo dopo il nostro gentil viaggiatore. Non vi sono più nè Conti, nè Savelli. Gli Orsini hanno cento mila lire di rendita, i Colonna duecento mila, gli Altieri trentamila. I Crescenzi ed i Giustiniani sono estinti, come i Savelli ed i Conti, che avevano dato tanti pontefici alla Chiesa. Sonvene almeno dieci del nome di Conti.
Nel secolo XVII i Savelli esercitavano ancora una giurisdizione feudale, ed il loro tribunale, regolarmente costituito, chiamavasi _Corte Savella_. Avevano essi il diritto di liberare da morte un reo all’anno, diritto di grazia, diritto regale riconosciuto dalla monarchia assoluta dei papi. Le donne di questa illustre famiglia non uscivano punto dai loro palazzi, se non in carrozza ben chiusa.
«Gli Orsini ed i Colonna si vantavano che, per de’ secoli, nessun trattato di pace fosse stato conchiuso fra principi cristiani, in cui essi non fossero stati nominativamente compresi.» Ranke, _Storia del Papato_, sfigurata dall’oltremontano Saint-Cheron.
Ma già Roma vedeva prosperare e crescere una nobiltà novella, sorta dal nipotismo.
Tutti i papi, per umili natali che avessero sortito, si facevano quasi un dovere di fondare una famiglia. Non contenti di creare un Cardinal nipote, che usufruisse per sè tutte le prerogative della Santa Sede, regalavano il titolo di principe ad altro nipote, lo dotavano riccamente a spese di tutta Italia e dell’universo cattolico, lo sposavano a qualche erede di ceppo feudale, e costruivano per esso alcuno di que’ palazzi, di cui ammiriamo ancora l’insolente splendore.
Quest’uso era sì bene stabilito, che il casuista Oliva, gesuita, dichiarò che Alessandro VII commetteva un peccato lasciando i suoi nipoti a Siena, invece d’invitarli alla sua Corte. È noto con quale docilità l’onesto Chigi si sottomise all’obbligo di far germogliare la sua famiglia.
Questo dilapidamento delle pubbliche entrate a profitto d’alcuni privati s’appoggiava, non solamente sui consigli di alcuni cortigiani, ma sugli esempi più augusti.
A non parlare di Alessandro VI, che non trascurò nulla per arricchire ed accrescere la sua famiglia, erasi veduto l’antico pastore Sisto V dare ad uno de’ suoi nipoti un reddito ecclesiastico di 300,000 franchi, assicurare all’altro un principato e fondare sopra solide basi la casa dei Peretti. Clemente VIII non aveva fatto di meno pei suoi: Gian-Francesco Aldobrandini s’arricchì abbastanza rapidamente per dare due milioni di dote alla propria figlia. La fortuna dei Borghese era cresciuta ancor più rapidamente sotto il regno di Paolo V. Essi ricevettero cinque milioni di franchi, acquistarono i più bei possessi dello Stato Romano, ed ottennero de’ privilegi signorili d’un valore incalcolabile. Gregorio XV aveva permesso a suo nipote Ludovisi di ritirare dall’entrate ecclesiastiche un milione all’anno. Questo papa, che regnò due anni e cinque mesi, diede alla sua famiglia quattro milioni di franchi in _luoghi di monte_, che valevano denaro sonante. Urbano VIII aveva fatto più ancora pei Barberini, i cui tre fratelli acquistarono tanti beneficj e proprietà, che la loro entrata annua ascese a 2,500,000 franchi. Se è impossibile il supporre che i Barberini abbiano accumulato 525 milioni sotto il pontificato del loro zio, è già molto che gli scrittori o contemporanei abbiano potuto arrischiare una cifra sì mostruosa.
Sulle traccia di questo esempio, Innocenzo X, fratello di Donna Olimpia, fu costretto, direbbesi quasi, di fondare la casa Panfili. I casuisti ed i giureconsulti lo sollevarono dagli scrupoli, provandogli che il papa era in diritto di economizzare sui redditi della Santa Sede, per consolidare l’avvenire di sua famiglia. Fissarono, con una moderazione che fa ribrezzo, la cifra delle liberalità permesse ad un papa. Secondo essi, il sovrano pontefice poteva, senz’abusare, fondare un maggiorasco di 400,000 franchi di rendita netta, fondare una secondo-genitura in favore di qualche parente meno favorito dalla fortuna, e dare 900,000 franchi di dote a ciascuna delle sue nipoti. Il P. Vitelleschi, generale de’ gesuiti, approvò questa decisione, onde Innocente X s’accinse a formare la fortuna della casa Panfili, a costruire il palazzo Panfili, a creare la villa Panfili, ed a panfilizzare, finchè potè, le finanze della Chiesa e dello Stato.
Clemente IX, che distribuì tre milioni nei primi mesi del suo regno, fu accusato di trascurare la sua famiglia: eppure fondò la sorte dei Rospigliosi. Clemente X non fu già inutile alla grandezza di casa Altieri. L’austero Innocente XI non impedì i progressi della famiglia Odescalchi; Clemente XII ajutò i Corsini a formare quella fortuna, che attualmente è una delle più imponenti di Roma, ed il nipotismo non iscomparve dalle costumanze pontificie se non dopo il regno di Pio VI e de’ Braschi.
I papi del periodo del nipotismo non trascuravano verun mezzo per alleare i loro nipoti alle famiglie più antiche. Ed è perciò che noi vediamo una casa Doria-Panfili, una Borghese-Aldobrandini, una Barberini-Colonna, una Pallavicini-Rospigliosi, una Boncompagni-Ludovisi-Ottoboni.
Il fondatore d’una nuova famiglia procurava d’instituire un maggiorasco, vale a dire un capitale inalienabile, trasmissibile in linea maschile, e destinato a perpetuare indefinitamente lo splendore del suo nome.
Da ciò procede che vedesi qualche casa, ricca in terre, palazzi, ville e gallerie, ma gravata di debiti, portare stentatamente un nome illustre privo di sostanza, ed un enorme capitale privo di rendita. Affinchè tal casa possa liquidare la propria sostanza e soddisfaccia i suoi creditori colla vendita d’alcuni quadri o di qualche immobile, occorre un atto speciale dell’onnipotente volontà del pontefice.
È pure il capriccio de’ sovrani pontefici che intruse nell’aristocrazia romana qualche famiglia plebea dalla sorte arricchita.
Un fornajo di nome Grazioli accumula ricchezze, ed il papa ordina ch’ei venga inscritto sulla lista del patriziato romano. Compra una baronia, ed il papa lo crea barone; poi una ducèa, ed eccolo duca Grazioli. Suo figlio sposa poscia una Lante Della Rovere.
Un antico servitore di piazza, diventato speculatore e banchiere, compra un marchesato, poscia un principato; crea un maggiorasco per suo figlio maggiore, ed una secondo genitura in favore dell’altro. L’uno sposa una Sforza Cesarini, e congiunge i suoi due figli, l’uno ad una Chigi, poi ad un Ruspoli, e l’altro ad una Colonna Doria. Ed è per tal maniera che la famiglia Torlonia, per la potenza del denaro ed il favore del santo padre, si è innalzata quasi d’improvviso all’altezza delle più grandi case nipotiche e feudali.
Un impiegato alla fabbrica de’ tabacchi fa fortuna, e diventa marchese Ferrajuoli; un direttore del Monte di pietà s’arricchisce, ed è creato marchese Campana; così parimenti un mercante di campagna, che viene creato marchese Calabrini. I Macchi di Viterbo erano mugnai prima d’essere gentiluomini. Il padre dei conti Antonelli era contadino, intendente, contabile e monopolista prima d’essere rivestito delle lettere di nobiltà.
I parenti d’un papa sono tutti nobili di pieno diritto. I cardinali ed i semplici prelati si sforzano pure d’elevare i loro parenti alla nobiltà.
Benedetto XIV e Pio IX presero cura di consolidare le barriere che separano la casta nobile dal _mezzo ceto_. «Considerando, dicon essi, che la distinzione delle classi è il più bell’ornamento degli Stati.....»
Sessanta famiglie nobili sono inscritte in Campidoglio. Una congregazione Araldica, instituita da Pio IX, venne applicata alla verificazione de’ titoli.
Se il governo pontificio fosse più solidamente stabilito in Italia, darei un buon consiglio a tutti i nostri favoriti dalla fortuna, sia al commercio, sia alla borsa.
Invece di usurpare de’ titoli e semititoli, che i tribunali francesi hanno talora l’impertinenza di toglier loro, non avrebbero che a trasferirsi negli Stati del papa. In quel piccolo regno sonvi molti castelli da vendere, senza annoverare i dominii più importanti.
La compra d’una torre cadente può sollevare il contadino al titolo di principe, se il santo padre non vi si oppone.
Si legge nell’Almanacco romano:
«La famiglia Montholon de Semonville è una delle più illustri di Francia. Il principe D. Luigi Desiderato, rampollo di questa casa, comprando il castello del Precetto nell’Ombria, è diventato principe romano.»
Sento dire intorno a me che, per ottenere il medesimo onore, non si avrebbe bisogno di discendere da una delle più illustri famiglie di Francia. Basterebbe di recarsi a Roma con alcuni milioni.
La nobiltà indigena, dopo d’essere stata immensamente ricca, è caduta in una sorta di mediocrità fastosa. Si posseggono beni immensi, un magnifico palazzo a Roma, una splendida villa nelle vicinanze, alcuni castelli nelle provincie, una o due gallerie che formano l’ammirazione degli stranieri; ma tutti questi averi formano un maggiorasco inalienabile, cui si è obbligati a mantenere ed anche averne cura. I redditi, che basterebbero a tutto, sono aggravati da molte ipoteche. Nè solamente si deve ai creditori, ma benanche agli antenati, per fondazioni di canonicati, di collegi, di cappelle. Ora la cappella, il collegio, il capitolo sono altrettanti pesi opprimenti che aggravano il povero erede. Onde avviene, che l’entrata disponibile delle più illustri famiglie non è in proporzione coi bisogni del loro grado sociale.
I Corsini hanno 500,000 franchi di rendita netta. I Borghese, 450,000. I Ludovisi, 350,000. I Grazioli, 350,000. I Doria, 325,000. 1 Rospigliosi, 250,000. I Colonna, 200,000. Gli Odescalchi, 200,000. I Massimo, 200,000. I Patrizi, 150,000. Gli Orsini, 100,000. Gli Strozzi, 100,000.
Non vi sono che due famiglie, la cui rendita, per così dire, sia illimitata: la famiglia Torlonia e la famiglia Antonelli. Gli Antonelli sono i più ricchi, se credesi al principe Torlonia, ma non vogliono convenirne, ed anzi se ne schermiscono siccome d’un delitto. Non ho mai potuto conoscerne la causa.