Part 11
Marchetti, De Rossi, Lunati sono uomini eminenti che farebbero onore a tutte le avvocature d’Europa; ma il volgo de’ legali è umilissimo, timidissimo ed assai oscuro. I dibattimenti giudiziarj non sono pubblici, e quindi non si sente la tentazione di far pompa d’eloquenza, quando si perora al deserto. Spesso l’avvocato scrive invece di parlare. Le sue memorie per tale o tale altro cliente sono tirate in certo numero di esemplari. Se anche avesse l’ingegno di Cicerone, la sua gloria non oltrepasserebbe quella meta. La sua fortuna procede lentamente: piccoli onorarj, assegni fissi pagati da tre o quattro famiglie ricche, che prendono al servizio un uomo di legge. Parecchi luminari del foro servono di secretari e di consiglieri agli auditori di rota: riassumono le liti e sviluppano le sentenze della corte suprema. Ma se l’auditore di rota viene promosso al cardinalato, il suo dottissimo segretario, il suo consigliere di gabinetto cade direttamente sul lastrico. L’avvocato Vannutelli ha lasciato una bella sostanza, ma perchè era l’uomo d’affari della famiglia Bonaparte. Quanto siamo lontani dall’onnipotenza della tribuna antica ed anche dalla nobile e brillante indipendenza del foro francese!
Ciò che mi fa sorpresa si è che in questo ceto modesto e subalterno vi siano degli uomini di scienza e di coscienza.
I medici sono anch’essi del pari dipendenti. In una città, dove le visite si pagano da venti a trenta soldi, un povero dottore morrebbe di fame, se non fosse il cliente di qualche casa signorile. Ei riceve quindi uno scudo al mese di qua, due di là, cinque o sei in altra famiglia. Per essere al corrente degli affari, ei passa tutte le sere dal farmacista all’ora dell’_Ave Maria_; poichè è appunto al farmacista che l’ammalato s’indirizza quando ha bisogno del dottore, mentre il domicilio del dottore è spesso sconosciuto. Quando passeggiate dinanzi un farmacista verso le sei della sera, in inverno, vedete una mezza dozzina di signori che si stringono intorno alla stufa, col cappello sulla testa: sono altrettanti medici che attendono la clientela! D’estate stanno sulla soglia, siccome i commissionarj a Parigi.
Sonvene molti che meriterebbero di vivere altrimenti, e potrei citare certo numero di medici romani, i quali hanno, siccome il celebre Baroni, onorato l’Italia ed illuminato l’Europa. Ma l’insegnamento è sì debole, sì imperfetto ed impacciato da pregiudizj cotanto ridicoli, che la massa de’ medici romani è rimasta in ritardo. Per dieci che tengon dietro passo passo ai progressi della scienza moderna, se ne contano trenta, i quali sono ancora alla terapeutica di Purgon. Quasi tutti gli ammalati sottomessi alle loro cure fanno colazione con una purga, e pranzano con un salasso. E di vero gli abitanti di Roma sono i meglio purgati e meglio salassati di tutti i cristiani. Si salassano quei poveretti che sono assaliti da febbre intermittente fino al giorno in cui, sfiniti in pari tempo dalla malattia e dal rimedio, scendono pallidi come larve nel sepolcro.
Alcuni medici di questo paese hanno ancora la jattanza chiassosa de’ ciarlatani. Spiegano al malato, ad alta voce, e con frasi inintelligibili, la causa de’ suoi patimenti. «Povera caduca creatura, è il verme che ti tormenta; tu sei letteralmente vittima dell’_acrastia vermi_. Per tua fortuna mi hai dimandato a tempo; il verme non è ancora penetrato nel gran tabernacolo della vita. Vado a fermarlo nel suo corso con un buon salasso, per tema che non profitti del movimento della circolazione per avanzarsi di più: procederemo in seguito ad espellerlo improvvisamente entro il torrente d’una purga detersiva». Dopo otto giorni di trattamento, l’ammalato, vuote le budella come un pollo sventrato, finisce per rendere un filamento bianco o rosso, ed il medico esclama: «Rallegrati d’avere trovato un degno allievo d’Ippocrate! La scienza ha fatto un miracolo di più; il verme è domato, tu sei guarito!»
Eppure ho trovato ne’ dintorni di Roma un medico assai più modesto. Era giovane, ed il farmacista l’aveva mandato in una casa, dove per avventura mi trovava io pure. L’ammalato gli disse: «Non mi sento bene, la mia testa è pesante, sono grosso, ho il collo passabilmente corto; non mi curo di morir d’_accidente_: salassatemi.
— Volentieri, rispose il giovine levandosi l’abito. Il salasso è una bella operazione, utilissima e facilissima; sì, facile davvero, sebbene tutti gli uomini non siano egualmente destri. Non avete timore? Oh! nemmen’io. Che è mai un salasso? Una puntura da farsi ad un braccio. Ciò che importa è di non tremare.» Tremava però alquanto, ma si fece coraggio in presenza del pericolo; trasse la sua lancetta, tagliò la vena, ed ecco ne sprizzò un bel getto di sangue nella tazza. Il dottore cadde a ginocchi esclamando: «Ringraziamo la Madonna! Questa volta sono riuscito».
Quand’egli si fu rimesso dalla sua commozione, gli dissi: «Per bacco, dottore, voi avete la mano franca, ed io stesso voglio confidarmi alle vostre cure. Cotesto maledetto vento di scirocco, che spira da due giorni, mi cagiona non so qual malessere, e provo molta fatica a lavorare.
— Volete che vi purghi?
— Grazie.
— Bramate che vi salassi?
— Oh! mille grazie. Non abusiamo della bontà della Madonna.»
Ei ripigliò con certa esitazione: «E che fareste voi stesso?
— Son d’avviso che prenderei de’ bagni ai piedi, e ben caldi.
— Avete ragione. Sì, fatevi un bagno ai piedi, ve l’ordino. Poi, se avete fede in me, andate a letto, e fate una preghiera a S. Andrea Avellino, il cui intervento in questi casi è onnipossente».
La distanza è breve tra questo medico dozzinale ed il bottegajo, sicchè posso osare il passaggio dall’uno all’altro. I mercanti ed i bottegaj hanno alquanto cambiato di fisonomia da cento anni in qua. Altre volte i magazzini del Corso rassomigliavano a bottegucce; ma ora sono alquanto simili ai magazzini delle nostre città di provincia. Il venditore ne’ tempi andati rispondeva con aria non curante: «Tengo ciò che volete, ma ritornate dimani; è troppo caro». Ora mostra maggior premura, ma la merce non vale di più. Roma non è il centro del commercio intero, e quasi tutte le città si proveggono direttamente in Francia od in Germania. La capitale basta a sè medesima con una fabbricazione ristretta ed una importazione limitata. Gli stranieri di passaggio vi trovano pressochè tutto, od almeno l’etichetta di tutti i prodotti del mondo sopra merci falsificate. Il prezzo di tutte le merci di lusso è esorbitante, la qualità detestabile. E ciò perchè il mercante paga diritti abbastanza forti, vende poco, e suddivide il suo guadagno con molte persone. I sensali, i servitori di piazza, gli officiosi d’ogni specie prelevano una piccola parte. Voi volete comprare un mobile, or bene il vostro domestico italiano sa dove se ne vende, onde sarete condotto siccome filo nella cruna dell’ago sino ad una bottega senza mostra, situata al primo piano d’una casa di magro aspetto, che da voi stesso non avreste potuto trovare. Dopo che voi sarete uscito, il mercante divide l’utile colla vostra guida, che dà qualche cosa al vostro domestico. Pari mistero ad un bel circa copre i negozianti di commestibili che vi danno da pranzo. A prima giunta voi credete che vendano de’ giocatoli di carta indorata; poi venite a sospettare che facciano in secreto il mestiere del confetturiere. Bisogna dire certe parole perchè vi si mostri un bifteck, che non è buono. La senseria ha tanta parte ne’ beneficj del commercio, sicchè la medesima quantità dello stesso olio si vende sei soldi all’ingrosso e quindici al minuto. Ora giudicate della parte che spetta agl’intermediarj!
Gli operai romani sono generalmente abili, lavorano adagio adagio, ma sanno fare certe cose a perfezione. Non vi sono al mondo case più solidamente costrutte di quelle di Roma. La leggerezza de’ palchi da costruzione è miracolosa; e non si ripara un edifizio se non all’estrema necessità, e la vigilia del giorno in cui dovrebbe cadere. Si toglie un mattone, se ne mette un altro, s’introduce una pietra in una screpolatura; insomma, dopo alcuni mesi la costruzione si trova rifatta a nuovo.
Non avete mai inteso la storia di quel calzolajo di Milano, che fu dimandato da un general francese sotto il primo Impero? «Mio giovinotto, disse il generale, ho bisogno d’un pajo di stivali fini; ma non si fanno che a Parigi!» Il calzolajo s’inchinò, prese la misura ed uscì. Otto giorni dopo ei provava al generale uno stivale senza difetti, così esatto, elastico e fino siccome guanto. «Corpo del diavolo! esclamò il vincitore, tu sei un demonio ben destro. Il tuo stivale mi va benissimo; vediamo l’altro! — L’altro, soggiunse l’operajo, lo farete fare a Parigi».
Se gli operai romani lavorano più lentamente che i nostri, egli è sopratutto perchè non hanno danaro. Avevo ordinato un abito ad un sartorello, la cui bottega prometteva certa agiatezza. Mi fece aspettare più d’un mese, ed i pretesti che addusse basterebbero a fornir materia per un atto da commedia. Da ultimo mi venne in mente di anticipargli qualche scudo, e fui subito servito. Quasi tutti i mastri muratori, i vetraj, ecc. che s’impiegano all’Accademia di Francia, lavorano per anticipazioni che loro si fanno.
La mancanza di capitali è appunto quella che fa languire il commercio e l’industria; ed è per la stessa causa che invano si cerca in Roma quella borghesia indipendente ed illuminata, che è il più saldo fondamento di tutte le grandi nazioni. È da credersi che il compimento delle strade di ferro, facendo convergere verso Roma tutti i frutti del paese, vi potrà creare un ceto medio degno di tal nome. Si citano alcuni salsamentari che si sono arricchiti; ma la sola impresa commerciale in cui siasi fatta una fortuna principesca è quella della fabbricazione del pane. Vi ho già detto che i Romani erano i più voraci mangiatori di pane dell’universo incivilito.
Gli operaj e mercanti, per miserabili che siano, non peccano mai per eccesso di modestia. La loro vanità e la loro imprevidenza pareggiano talora quella de’ plebei. Spendono tutte le loro economie due volte all’anno, dapprima in carnevale, poi nel mese d’agosto, durante la vendemmia. Amano la pompa, portano oro in catene, in anelli e pendenti d’orecchie. Il nostro falegname, che somiglia appuntino a Calibano, porta una turchese ad ogni orecchia, siccome i buffali hanno un anello di ferro nel naso.
Jeri sera, risalendo per la via Frattina, intesi la chiusa d’una conversazione tra un droghiere ed un legatore, che serravano le loro botteghe. «E con tutto ciò, diceva il legatore, noi siamo Romani, i primi del mondo».
L’affitto degli appartamenti mobigliati è stato per molto tempo la principale industria del ceto medio. Quando bisognava viaggiare per un mese o due per venire a Roma, gli stranieri non vi si fermavano otto giorni. Vi passavano l’inverno, ma non all’albergo, chè gli alberghi sono invenzione moderna. Di quei tempi adunque, una famiglia romana, che avesse avuto almeno alcuni scudi a disposizione, assumeva in affitto, di terza o quarta mano, tutto un piano sul Corso, prendeva a nolo de’ letti per mobigliarlo, e l’offriva poi ai nobili forestieri che arrivavano colle poste. Potevate avere, per mille scudi, un appartamento che non ne fruttava cinquanta al proprietario della casa. Il sopravanzo dividevasi fra il locatore principale, il sottaffittuario, il mercante di mobili, l’impresario delle stanze mobigliate, ed il servitore di piazza che vi aveva condotto fino alla porta. Quest’uso non è scomparso del tutto, poichè varie famiglie, di certa considerazione, non hanno altri mezzi per vivere. Abitano presso di voi, in un cantuccio, aprono la porta, ricevono le vostre visite, e si tengono compiacentemente al vostro servizio. Cotesto semi-grado di domesticità non ha nulla che gli umilii. Del resto sonvi pochi Romani del ceto medio che, a dritto od a rovescio, non siano un po’ domestici. Costui è avvocato ed intendente, colui è medico al servizio d’un principe; questi è droghiere e cameriere, quegli è tabaccaio e guardaportone d’un cardinale, e quell’altro è cuoco d’un marchese e trattore. Chi non ha sentito parlare del trattore Lepri? È la taverna più celebre di Roma, e dove si pranza peggio, ma a buon mercato. Ecco in qual modo venne fondata. Il marchese Lepri era quasi rovinato negli averi, quando il suo cuoco si offrì di nutrir lui e tutta la sua famiglia a cinque soldi a testa. Non dimandava null’altro in compenso che quello d’aprire una piccola trattoria presso la sua cucina, al pian terreno del palazzo. Conchiuso il contratto, quel piccolo commercio crebbe a segno, che il trattore traslocossi altrove, con sè portando il nome di Lepri, che gli è rimasto. Ma osservate come tutto si altera in questo mondo! ei s’intitola attualmente trattore della Lepre.
I soli borghesi veramente degni di tal nome, perchè raggiungono fortuna e indipendenza, sono i mercanti di campagna. La loro industria consiste nel prendere in affitto una vasta possessione, che coltivano con grande appoggio di braccia, di bestiame e di capitali.
Se l’industria ed il commercio non brillano in Roma se non per la loro assenza, l’agricoltura non trovasi nel medesimo caso: la città è come un gigantesco podere in mezzo alla pianura più fertile del mondo. Il suolo è si potentemente ferace che, malgrado l’insalubrità dell’aria, malgrado la consuetudine, lo sciopero, l’insufficienza delle leggi civili, l’indolenza de’ proprietarj, e la deplorabile distribuzione de’ possessi, malgrado il pessimo stato delle strade, la capitale del cattolicismo è attualmente la capitale del grano. Alcuni uomini intelligenti, sorti dagli strati più modesti della plebe campagnuola, hanno sparagnato alcuni scudi; i figli loro gli hanno fatti fruttificare in speculazioni rustiche, i loro nipoti comprano capi bovini, prendono un’affittanza, pagano cento cinquanta mila franchi all’anno al principe Borghese, ovvero ad un altro, e ne mettono in serbo altrettanti. Alla generazione seguente diventano conti, marchesi, duchi, principi! Comprano il patrimonio, il nome e gli antenati d’una grande famiglia decaduta, se loro piace discendere dagli eroi di Tito Livio e non dagli schiavi di Catone.
In attesa di questa metamorfosi, il mercante di campagna abita, in Roma od a Frascati, una vasta casa modesta e poco mobigliata, con camere dipinte in calce, dove offre un’ospitalità cordiale, un vino eccellente, e quattordici piatti di vivande succulenti. E voi mangiate di tutto, ve ne prego, sotto pena di spiacergli. La sua conversazione è solida e piena di cose, sopratutto se l’interrogate sui lavori de’ campi. Non è già ch’ei viva sempre nell’orizzonte della campagna romana; ei viaggia di tempo in tempo. Ha fatto una gita a Londra, ed una piccola sosta a Parigi; si propone d’andare a vedere suo fratello, che trovasi a Vienna, e forse spingerà la sua corsa fino a Costantinopoli. Non confondetelo coi Romani di professione, che non hanno mai veduto il mare, e che parlano d’Albano per averne inteso parlare. Il mercante di campagna è di tutti i paesi, siccome il grano, siccome il danaro. Suo solo difetto è quello di ripetere fino alla noja: «Siateci indulgenti, noi siamo gente di campagna.» Senza questa modestia esagerata, si proverebbe un piacere perfetto a conversare con esso. Ma scusatelo per un istante, bisogna assolutamente ch’egli vi lasci. Egli ha collocato questa mattina medesima mille e seicento mietitori in un campo di grano. Permettetegli di montare a cavallo, e d’andare a vedere co’ propri occhi, se la grandine d’jeri sera gli ha fatto perdere più di cento mila franchi. I suoi grani sono a due leghe lontani di qua; fra poco più di un’ora ei sarà di ritorno, e tutto per voi.
Ve lo mostrerò nell’esercizio delle sue funzioni, se mi fate l’onore di seguirmi un giorno nella campagna. Per ora, levatevi il cappello, ecco i signori impiegati.
Che moltitudine, sommi Dei! E chi dunque ci diceva che i laici non pervenivano agl’impieghi negli Stati del Papa? — Non datevi la briga di contarli: sono 8500, secondo l’ultimo censo ufficiale. Un uso inveterato vuole che ogni personaggio importante, cardinale, prelato o principe, si dia cura di alloggiare i propri clienti ed amici in qualche posto del governo. La moltiplicità degl’impieghi e la modicità degli onorarj procedono da ciò, e sono due veri flagelli. Si procura d’accontentare tutti, senza però dar fondo al tesoro. Tutti cotesti signori sì ben collocati ricevono assegni molto modesti, ad eccezione di cinque o sei. La gran maggioranza s’accontenta da venticinque a cento franchi al mese, e coloro che arrivano a cinquanta scudi sono personaggi di vaglia. Ecco de’ governatori e vicegovernatori di città, che amministrano e giudicano, che hanno il diritto di mandar un uomo alle galere per cinque anni, e percepiscono dall’erario 125, 100, ed anche 60 soli franchi al mese! Ecco de’ giudici di prima istanza a 100 franchi, de’ consiglieri della corte d’appello a 350. Sono pagati meno che gl’impiegati del lotto. Se siete curiosi di sapere come facciano a vivere, è un secreto che posso svelare senza scandalo. Il capo divisione del ministero delle finanze è in pari tempo incaricato della tenuta de’ libri d’un mercante di campagna. Non sono due ore che un domestico del fittajuolo è venuto a pungerlo al suo ufficio per certe scritture in ritardo. Questo impiegato del Senato discende dal Campidoglio una volta al giorno per ordinare delle cifre al Ghetto, nella retro-bottega d’un israelita. Costoro crescono clandestinamente la propria rendita con qualche _incerto_, che ottengono stendendo la mano a proposito. Coloro sono troppo altieri per stendere la mano; la introducono furtivamente nella cassa. Ecco un gruppo di persone oneste, che servono lo Stato con zelo assiduo, disinteressato, direi quasi eroico. Può darsi che taluno d’essi arrivi per caso a qualche impiego elevato; ma la plebe che non stima, se non le grandezze ereditarie od ecclesiastiche, difficilmente li tratterà con serio riguardo. Non perdonerà loro nè l’umiltà della sua nascita, nè le funzioni modeste sostenute. L’aristocrazia lo terrà rigorosamente a distanza e gli chiuderà le sue sale; il clero vedrà in lui un intruso, che ha raggiunto il suo scopo per vie tortuose. Alla prima occasione proverà la sorte del povero Campana. Del resto, debbo confessare, che queste fortune politiche sono assai rare. Non solamente i cittadini più onesti e più capaci sono allontanati dagli alti impieghi, ma essi medesimi se ne tengono lontani e prendono altra via.
L’esercito spetta alla plebe pei soldati, ed al ceto medio per gli ufficiali; non occupa un grado fra i corpi dello Stato, e non forma, siccome in Francia od in tutti i paesi militari, una classe distinta ed onorata. Le menti non sono ancora avvezze a considerare nel soldato qualche cosa più che un uomo del popolo, e gli spallini d’ufficiale non sono distintivo di nobiltà, ma sibbene quello d’un impiego come tutti gli altri. Questa specialità merita un capitolo completo; ed io la differisco per trattarla a fondo.
Ma non mi congederò dal ceto medio senza farvi osservare quella piccola schiera di bottegaj in uniforme. Vanno di questo passo al Vaticano ad occupare la seconda anticamera, fra gli Svizzeri e la guardia nobile. Si presteranno loro de’ fucili per la giornata, ed essi li restituiranno all’uscire. Questa guardia nazionale si chiama la _scelta_. Si veste a proprie spese, ma credo che ciascuno degli _scelti_ riceva nove scudi all’anno, ed una dote di 300 franchi quando marita una delle sue figlie.
VIII.
GLI ARTISTI.
Si trova ancora a Roma un certo numero d’artisti distintissimi. Io non ho la pretesa di far conoscere all’Europa i nomi de’ sig. Tenerani, Podesti, Calamatta, Mercuri. Ma mi sorprende che questi nomi abbiano potuto morire in una città, ove l’arte è un ramo d’industria coltivata da un certo numero di borghesi.
Gli artisti di tutti i paesi appartengono alla classe media, ma è in Italia solamente ove fanno parte integrante della borghesia. Gli studi dei pittori hanno nello stesso tempo della fabbrica e della bottega. I teatri sono magazzini in cui si danno a buon mercato delle derrate indigene di qualità mediocre e delle merci estere adulterate dai venditori.
I nostri borghesi di Parigi hanno tutti, secondo la loro età e la loro educazione, un pregiudizio favorevole o contrario agli artisti. Un commesso di negozio crede onorarsi bevendo l’acquavite con un buffone del Palazzo Reale; il padrone dello stesso negozio trova che il suo commesso si compromette in sì cattiva compagnia. I giovani borghesi che incontrano un lavapennelli nella contrada dei Martiri, lo considerano come un essere superiore all’umanità; gli uomini d’una certa età e d’una certa agiatezza non sono alieni dal vedere in lui una creatura degradata dall’abuso dei colori forti. Dal canto loro gli artisti affettano quasi tutti un profondo disprezzo per la casta borghese; che fa pagar care le pigioni e compra pochi quadri. I commedianti stessi, che sono mantenuti dalla borghesia, non fanno alcun caso dell’opinione dei borghesi. Non istimano che gli applausi d’una trentina di persone che hanno pagato i loro posti. Anche i nostri autori scrivono per essere ammirati da un piccol numero d’individui che non comprano molti libri; si fa loro un rimprovero sanguinoso allorchè si accusano di lavorare per i borghesi. Scrittori, pittori, scultori, compositori, cantanti e commedianti vivono da noi meglio o peggio, ma per certo in modo diverso dei fabbricatori di berrette.
Si suppone generalmente in Francia che i difetti e le doti de’ nostri artisti si ritrovino negli artisti italiani con quella dose d’esagerazione che il clima comporta. Del pari che le piante senz’odore dei paesi temperati prendono un olezzo violento all’avvicinarsi dell’Equatore; come i serpenti inoffensivi del Nord fanno delle ferite mortali nel Mezzodì, così taluni s’imaginano volentieri che i talenti ed il carattere dell’artista si scaldino e s’irritino ai raggi di un sole più ardente. Il teatro ed il romanzo francese vengono a cercare in Italia dei compositori nervosi, dei poeti arsi dalla febbre, dei pittori ebbri di gloria, delle cantanti di fantasia esaltata, che fabbricano castelli in aria. Oh! la buona gente che noi siamo!
Cominciamo dalla gente di teatro, e vedrete come rassomiglino poco ai ritratti che ci furono dati. Il direttore è un uomo che ha poco denaro da arrischiare. Egli domanda il permesso di rappresentare la commedia per tre mesi in uno de’ teatri della città; un protettore risponde della sua moralità, e la polizia consente: eccolo direttore. L’anno scorso era mercante di campagna; l’anno prossimo speculerà sulle somministrazioni dell’esercito; nello stesso momento se l’introito non va bene egli si rifarà sulla pesca delle acciughe di cui ha il monopolio.
La sala in cui stenderà le sue reti al pubblico è una sorta di pozzo con dei palchi tutto all’intorno e la platea in fondo. Contate sei file di palchi tutti uguali e disposti nello stesso ordine delle finestre di una casa. La platea e l’orchestra sono tutt’uno; vi sono delle panchette comode, e vi si gira comodamente. I palchi si affittano a stagione o seralmente a prezzi eccessivamente bassi; essi sono forniti di sedie di paglia; il locatario è libero di mettervi delle poltrone. L’illuminazione costa poco, perchè la sala è un po’ meno scura d’un forno. Le riparazioni consistono in uno strato di pittura a guazzo, che non si rinnova di sovente.
L’amministrazione si compone di due impiegati, di cui l’uno vende i biglietti in una bottega vicina, e l’altro li riceve all’entrare in platea. Non vi è alcuna controlleria, e non vi sono operaje; ognuno arriva col suo biglietto o colla sua chiave, secondochè va in platea od in palco. Il vestibolo serve di sala d’aspetto; si può anche passare il tempo fra un atto e l’altro, passeggiando in istrada.