Roma antica, Vol. 3/3

Part 4

Chapter 43,485 wordsPublic domain

L’Italia è invasa dalle famiglie arricchite e romanizzate delle province, che vogliono servire l’impero ed essere assunte nella nobiltà che lo governa. Traiano rinnova il disposto di Tiberio, che ogni provinciale, il quale concorreva alle magistrature di Roma, dovesse investire un terzo del suo avere nella penisola ed in beni immobili: chiara intimazione dello imperatore spagnuolo a tutti i provinciali, che a chi voleva prender parte al governo dell’impero l’Italia doveva essere, non un albergo passeggero, ma la patria definitiva. Come Augusto, Traiano non vuole che la popolazione italica diminuisca; s’industria di frenare l’emigrazione; e dà incremento alle _istituzioni alimentari_, a cui Nerva aveva appena avuto il tempo di dar forma[20]. Si assegnavano per conto del fisco determinate somme ai municipî, i quali le prestavano a modico interesse e sulla garanzia dei fondi ai privati; gli interessi dovevano servire ad allevare ed educare fanciulli poveri, legittimi o naturali, e, in piccola parte, anche fanciulle, purchè aventi la cittadinanza romana, fino ad una certa età. L’istituzione mirava a un doppio scopo: accrescere la popolazione minuta, che forniva i soldati alle legioni; e giovare all’agricoltura italica, con prestiti di favore a modico interesse. Ed era — o parve — così benefica, che molte famiglie della nobiltà si affrettarono a imitarla, ciascuna nella misura delle sue forze. L’aristocrazia intendeva di nuovo che i suoi privilegi erano bilanciati da molti doveri verso le classi povere e lo Stato; che, come Plinio diceva, «l’uomo veramente liberale deve donare alla sua patria, ai suoi vicini, ai suoi amici poveri.... Egli deve andare in cerca di coloro che conosce in bisogno; soccorrerli, sorreggerli e farsi di loro come una seconda famiglia»[21].

La restaurazione della repubblica, l’aspra ed in gran parte vana fatica di Augusto e di Tiberio, pareva dunque finalmente compiuta, per merito di uno spagnolo. Roma aveva finalmente un imperatore, che vigilava tutta la pubblica amministrazione, come Cicerone aveva voluto, rispettando i diritti del senato e dei magistrati; un senato che, senza gelosie e senza invidie, riconosceva per necessario questo unico magistrato supremo, lo secondava e lo obbediva lealmente. Senonchè, se Traiano poteva considerarsi sotto ogni aspetto come un restauratore dell’antica Roma, in una cosa invece si staccava dal passato come innovatore con i tempi nuovi: nella finanza. Gli storici antichi lo lodano di aver provveduto alle spese pubbliche senza aggravare le imposte, avendone, anzi, alleviato alcune. Ma se questo è vero, è anche vero che egli non amministrò le finanze all’antica e al modo di Augusto e di Tiberio, con parsimonia avversa alle nuove spese; ma al modo di Vespasiano, reclamato dai nuovi tempi, largo cioè nello spendere. Il governo di Traiano spese senza contare per la guerra, per le opere e per l’assistenza pubblica, per la colonizzazione e la cultura intellettuale. Che egli abbia potuto spendere così largamente, senza accrescere i balzelli, si può spiegare ammettendo che il bottino delle guerre, le terre e le miniere della Dacia, e l’incremento spontaneo dei redditi, frutto della popolazione e della ricchezza accresciute, gli abbiano fornito tutti i mezzi di cui aveva bisogno. Se questa supposizione è vera, il nuovo sistema fiscale di Vespasiano avrebbe dato il suo maggior rendimento, grazie al favore dei tempi, sotto Traiano. Sembra poi che per la parte a cui i redditi accresciuti dell’impero non bastavano, Traiano abbia provvisto con l’espediente pericoloso di coniar monete d’argento d’egual peso di quelle di Nerone, ma con lega peggiore. In altre parole Traiano, invece di misurare le spese alla ricchezza vera, fece godere i contemporanei di una prosperità fittizia, consumando non solo la ricchezza presente, ma impegnando l’avvenire e dilapidando in parte le sue riserve. Senonchè queste spese, se prepararono dal suo principio la rovina che dovremo narrare, procurarono a Traiano e al suo governo la immensa ammirazione di cui godè. Spendendo largamente senza scarnificare con le imposte l’impero, Traiano potè apparire come la provvidenza universale, essere chiamato, come una iscrizione ci dice, _locupletator civium_[22]. L’impero da un pezzo chiedeva un governo che desse molto pigliando poco. Non aveva ammirato la moderazione di Augusto e di Tiberio nell’esigere le imposte, per il rancore della loro avarizia nello spendere; non aveva ammirato neppure la generosità di Nerone e di Domiziano, per le violenze ed estorsioni con cui costoro avevano dovuto alla fine procurarsi il prodigato denaro. Traiano potè, per la felicità e prosperità dei tempi, spendere come Nerone e Domiziano, risparmiando i sudditi come Augusto e Tiberio: onde parve a tutti far dello Stato la fontana della prosperità universale; e di questa spensierata finanza ebbe la gloria, mentre ad altri toccherà più tardi di pagarne il fio. Ingiustizia frequente nella storia!

21. =Traiano e il Cristianesimo.= — Traiano fu il primo imperatore che, a quanto sappiamo, ebbe ad occuparsi ufficialmente del Cristianesimo. Il fatto è di troppa importanza, perchè non si debba almeno accennarlo.

Il Cristianesimo s’era molto diffuso, massime in Oriente e nelle moltitudini: onde un perturbamento profondo. Il Cristianesimo non veniva per imbrancarsi con le altre numerose religioni già venerate in Oriente; ma per soppiantarle tutte. Plinio il giovane, governatore della Bitinia, scrive in questo tempo a Traiano, che, propagandosi il Cristianesimo, i templi incominciavano a diventar deserti[23]. Immaginarsi la collera di questi culti rivali, dei fedeli che ad essi credevano, dei sacerdoti, dei mercanti, degli artigiani che ne vivevano! Là dove i cristiani incominciavano a diventare numerosi, i governatori erano di continuo sollecitati ad infierire contro di loro da denunziatori che li accusavano di ogni sorta di delitti immaginarî. Plinio sapeva che queste accuse erano fantastiche; e che, se i Cristiani professavano quella che a lui pareva una _superstitio prava et immodica_, non facevan nulla di male nelle loro adunanze. Ma c’era un punto sul quale i Cristiani erano alla mercè dei loro nemici. Il culto dell’imperatore si era ormai diffuso in tutte le province, sovrapponendosi alla molteplicità dei culti nazionali e locali come un vincolo politico e religioso di tutto l’impero. In ogni città c’era un’ara dell’imperatore, innanzi alla quale si facevano sacrifici nelle occasioni solenni. Quando qualcuno accusava i Cristiani di non sacrificare all’imperatore, il governatore doveva pure verificare l’accusa; e allora ai Cristiani era necessario scegliere tra il sacrilegio e il crimenlese. Che pur rifiutando di adorarne le imagini i Cristiani fossero fedeli e obbedienti all’imperatore, era cosa che l’autorità romana non poteva nè capire nè ammettere, lo spirito greco-latino non riuscendo neppure a immaginare una religione esclusiva. Ma insomma il caso dei Cristiani era ancora molto confuso ed incerto, in politica ed in diritto: onde un bel giorno dal fondo della sua provincia, Plinio chiese istruzioni a Traiano. E Traiano rispose dando una regola, un po’ grossolana ma abbastanza mite per i tempi: i Cristiani non doversi ricercare, nè doversi ammettere a loro danno le denunzie anonime; ma se denunciati rifiutassero di venerare le imagini imperiali e con ciò si confessassero cristiani, doversi punire[24].

Tale fu la cosiddetta persecuzione di Traiano. In verità Traiano si restrinse a dare ai nemici dei cristiani, che reclamavano spietati rigori, una piccola soddisfazione, che era nel tempo stesso una persecuzione e una difesa dei cristiani, se si paragona quel che l’imperatore concede con quel che i nemici dei cristiani chiedevano. Processandoli e perseguitandoli blandamente, l’autorità imperiale salvava i cristiani dallo sterminio a cui i loro nemici li avrebbero condannati, se l’autorità imperiale non li avesse frenati.

22. =Le guerre d’Oriente (114-116).= — Sulla fine del 113 o sui primi del 114, il senato fregiava il principe del solenne titolo, con cui il paganesimo onorava Giove: il titolo di _Optimus_[25]. Senonchè quei nove anni di pace non erano stati fine a se stessi, ma preparazione ad una grande impresa di guerra in Oriente, simile alla conquista della Dacia in Occidente. Traiano voleva ripigliare e ingrandire ancora il disegno di Cesare e di Antonio; muovere, come Alessandro Magno, alla conquista di tutto l’Oriente, dall’Eufrate alle sponde del Golfo Persico. Le cose di Oriente, sempre in bilico, sollecitavano di nuovo, intorno al 114, un intervento romano, perchè il re dei Parti, Cosroe, aveva insediato in Armenia un suo nipote, Partomasiri. In quel momento però la Parzia era lacerata da una grossa guerra civile; Cosroe era uno dei tre re che si contendevano il trono; era dunque facile, in quelle circostanze, combattere i Parti coi Parti stessi, adoperando le arti politiche di un Augusto e di un Tiberio. Ma Traiano era un soldato, un grande soldato e voleva anche, come la nuova aristocrazia che ammirava in lui il suo eroe, far rilucere di nuovo prestigio le armi romane a tutte le frontiere dell’impero. Egli pensò quindi essere giunto il tempo di tagliar con la spada il nodo della questione orientale, invece che ingarbugliarlo ancora più con nuove trattative e combinazioni. Il disordine in cui giaceva l’impero partico parve offrire un’occasione propizia. Perciò nella primavera del 114, Traiano mosse da Antiochia alla testa di grandi forze alla conquista dell’Armenia. Invano Partomasiri si presentò inerme al campo romano, chiedendo l’investitura del regno. L’Armenia fu dichiarata provincia romana (114); la Mesopotamia invasa l’anno seguente e, nella sua porzione superiore, dichiarata provincia romana (115). Ma il vero assalto all’impero Partico fu cominciato solo nella primavera del 116. In questo anno, valicato il Tigri, Traiano occupava l’Adiabene e l’Assiria, che riduceva anch’esse a province: indi, ripassato il fiume, si impadroniva di Babilonia; poi marciando di nuovo sul Tigri, entrava in Ctesifonte; donde proseguiva la sua marcia trionfale sino alle sponde del Golfo Persico (116). Così almeno sembra risultare dai confusi racconti degli antichi scrittori.

Traiano era veramente giunto al sommo della gloria. Par proprio che a questo punto egli si sia illuso di esser riuscito nell’impresa fallita a Cesare e ad Antonio, e di aver fatto di Roma un immenso impero, mezzo asiatico e mezzo europeo. A credere, anzi, agli storici antichi egli già sognava una spedizione in India e una gloria maggiore di quella di Alessandro. Ma se l’ebbe, l’illusione fu di corta durata. Alle sue spalle, mentre egli avanzava nell’Asia, il fanatismo nazionale dei paesi da lui conquistati di sorpresa si risvegliava. Nel 117 la Mesopotamia e l’Assiria insorgevano; e la repressione fu così difficile e sanguinosa, che Traiano dovè risolversi a dare, in Ctesifonte, la corona partica a uno dei pretendenti in conflitto, un Partamaspate, sperando così di impedire che i Parti si unissero alla rivolta. Ma la rivolta dilagò invece al di qua dell’Eufrate. Implacabili nel loro odio, i Giudei coglievano l’occasione ed insorgevano in Palestina, a Cipro, in Egitto, in Cirenaica. Intanto i Mauri ripigliavano le loro scorrerie contro la provincia di Africa; i Bretoni si agitavano; i Sarmati minacciavano di rompere di nuovo la linea del Danubio. L’impero aveva bisogno di tutta l’intelligenza di Traiano. Quando, ad un tratto, ammalatosi, Traiano spirava a Selinunte, lasciando, tragica fine di un impero luminoso, mezzo l’impero in fiamme (agosto 117).

NOTE AL CAPITOLO TERZO.

[18] Cfr. TAC. _Ann._ 3, 55: Questo capitolo dà in iscorscio una storia del lusso in Roma, ed è un documento di importanza capitale. Che la aristocrazia introdotta da Vespasiano in senato portasse dei costumi più semplici, è detto con grande precisione: _novi homines e municipiis et coloniis, atque etiam provinciis, in senatum crebro adsumpti, domesticam parcimoniam intulerunt: et quamquam fortuna, vel industria, plerique pecuniosam ad senectam pervenirent, mansit tamen prior animus. Sed praecipuus adstricti moris auctor Vespasianus fuit, antiquo ipse cultu victuque_.

[19] PLIN. _Paneg._ 69.

[20] PLIN. _Paneg._ 27-28. Cfr. _C. I. L._ IX, 1455; XI, 1127.

[21] PLIN. _Epist._ IX, 30. Il miglior commento a queste parole di Plinio è dato dalle numerose fondazioni alimentari di origine privata, che si spargono su tutto l’impero. Cfr. _C. I. L._ II, 174; V, 5262; VIII, 1641; X, 6328; XI, 1602; XIV, 350.

[22] _C. I. L._ VI, 958.

[23] PLIN. _Epist._ X, 96 [97], 10. La autenticità di questa lettera è stata lungamente e oziosamente discussa, perchè non c’è alcuna seria ragione di metterla in dubbio. Cfr. G. BOISSIER, _La lettre de Pline au sujet des premiers Chrétiens_, in _Revue d’archeologie_, 1876; RAMSAY, _The Church in the Roman Empire before a. 170_, London, 1893, p. 196 sgg.; V. ALLARD, _Histoire des persecutions pendant les deux premiers siècles_, p. 145 sgg.; A. MANARESI, _L’impero romano e il Cristianesimo_. Torino, 1914, p. 105 sgg.

[24] PLIN. _Epist._ X, 97 [98].

[25] _C. I. L._ III, 7086, _l._ 33 e annotazioni relative.

CAPITOLO QUARTO

ADRIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DELL’ELLENISMO

(117-138)

23. =L’adozione di Adriano: ragioni e significato.= — Sotto Traiano — e dopo la prova fatta con lui — la nobiltà senatoria — o almeno la sua parte più savia — aveva riconosciuto come principio legittimo di successione nel potere imperiale l’adozione, quale Nerva l’aveva praticata: l’adozione, fatta dall’imperatore, con il consenso del senato e al di fuori di ogni considerazione di parentela, di un collega che sembrasse degno e che diventerebbe poi il successore. Plinio il giovane ce lo dice in un passo importantissimo del suo _Panegirico_[26]. Questo procedimento, pur escludendo l’aborrito principio dell’eredità, sembrava salvare la elezione dell’imperatore dai due pericoli che tante elezioni avevano viziato: la violenza dei soldati, le incertezze e le discordie del senato. Senonchè Traiano, attivo, intelligente com’era, non aveva mai sentito il bisogno di scegliersi un collega. Solo quando all’improvviso capì che la morte era vicina, si ricordò che egli aveva ancora questo dovere da compiere verso il senato e l’impero. Ma il tempo e il modo di mettersi d’accordo con il senato, non c’erano. Egli perciò diede senz’altro esecuzione ad un suo antico disegno, e sul letto di morte adottò un suo ufficiale: un suo cugino e nipote per matrimonio, P. Elio Adriano.

24. =La rinuncia alle conquiste orientali di Traiano.= — P. Elio Adriano era, come Traiano, di origine spagnola; apparteneva dunque alla nobiltà provinciale; e non era meno di Traiano imbevuto di romanesimo. Generale valente, il suo merito era stato riconosciuto da Traiano, che gli aveva affidato incarichi importanti in tutte le guerre, e poco prima di morire, al momento di tornare in Italia, il comando di tutto l’esercito d’Oriente. Ed era, come Traiano, un seguace zelante della grande tradizione aristocratica e repubblicana. Il suo primo pensiero, appena ricevuta, a distanza di pochi giorni, in Antiochia, la notizia dell’adozione e della morte di Traiano, fu di riconoscere senza riserve i diritti del senato. Ai soldati che subito l’acclamarono, ricordò che solo al senato spettava di eleggere gli imperatori; indi si affrettò a scrivere all’assemblea chiedendo la conferma dell’autorità imperiale, e scusandosi di aver frattanto esercitato il potere, per la necessità di non lasciare in quei gravi frangenti l’impero senza capo. E di lì a poco egli ripeteva la promessa già fatta da Traiano, di non condannare nessun senatore, nè mai tralasciò occasione di affermare che lo Stato non era cosa sua, ma del popolo[27]. Ciò non ostante egli iniziò il suo governo, abbandonando tutte le conquiste orientali fatte da Traiano, fuori che l’Arabia Petrea, e riconducendo il confine dell’impero all’Eufrate. Restituì l’Assiria e la Mesopotamia ai Parti; riconobbe Cosroe; ridonò all’Armenia l’antica indipendenza.

Adriano giustificò questo ripiegamento con le tradizioni della politica repubblicana, citando Catone e gli altri grandi politici della vecchia Roma, che non avevano mai voluto allargare troppo l’impero[28]. Nè si potrebbe oggi contestare che la deliberazione fosse savia. Ma non è dubbio che essa spiacque molto alle classi alte di Roma, inebriate dalle imprese di Traiano. Ciò è così vero che, approfittando del malcontento pubblico, alcuni vecchi generali di Traiano, tra i quali Cornelio Palma, il conquistatore dell’Arabia, tentarono una congiura per rovesciare il nuovo imperatore; congiura che, scoperta e punita dal senato durante l’assenza di Adriano, macchiò di sangue il principio del suo governo. Ma i malcontenti avevano in una certa misura ragione di considerare questo atto del nuovo imperatore come il segno di un indirizzo nuovo, diverso e in parte anche opposto a quello di Traiano. Adriano non era solo un generale valente e un senatore romano, imbevuto dall’antico spirito aristocratico: era anche un appassionato cultore della letteratura, della filosofia, delle arti belle, di tutte le scienze allora conosciute; e un ellenista così ardente, da parlare il greco meglio del latino. Perciò molti nemici gli avevano appiccicato il nomignolo di «greculo», prima che diventasse imperatore. Egli voleva imitare Augusto e Tiberio e mettersi sulla difesa, non solo perchè l’impero vivesse più sicuro entro confini più ristretti, ma perchè potesse spendere una parte del denaro, prodigato da Traiano in guerre e conquiste, ad abbellire le città, ad accrescere la istruzione, a far più efficace, più regolare e più giusta l’amministrazione, più dolci ed umane le leggi, più razionale ed agile il diritto; in una parola a conciliare l’ellenismo, maestro di ogni arte e scienza, e il romanesimo, maestro della guerra e del governo, in un impero mezzo orientale e mezzo occidentale, forte per armi, savio nelle leggi, splendido nelle arti della pace. Questa conciliazione è lo scopo a cui mira questo spagnuolo romanizzato nel suo lungo governo, di cui siamo costretti a riassumere i principali atti per gruppi, la loro successione cronologica essendo incertissima.

25. =Le riforme amministrative di Adriano.= — Adriano fu detto il fondatore della monarchia assoluta. Più esatto sarebbe dire che fu il creatore della burocrazia civile, la quale doveva poi diventare uno strumento della monarchia assoluta. Un uomo di guerra, come Traiano, non aveva ragione di mutare nelle sue linee essenziali l’amministrazione, perchè nelle cose militari Roma era maestra. Non così un imperatore che voleva sviluppare quelli che oggi si chiamano i servizi civili, rudimentali nella costituzione repubblicana, che aveva in vista la guerra. Difatti fino ad allora gli imperatori, per supplire alla meglio alle manchevolezze di molti tra questi servizi, si erano serviti spesso, da Claudio in poi, di liberti, i quali non avevano veste di funzionari pubblici, dipendevano dal padrone e quindi rispondevano dei loro atti a lui solo: il che troppo spesso li faceva irresponsabili. Adriano fece di tutti questi collaboratori dell’imperatore altrettanti pubblici funzionari, scegliendoli soltanto tra i membri dell’ordine equestre, assegnando loro uno stipendio ed un curricolo. Cavalieri furono dunque gli impiegati più importanti; quelli a _libellis_, che si potrebbero definire il segretariato generale dell’imperatore; quelli _ab epistulis_[29], ossia l’ufficio della corrispondenza imperiale; quelli _a rationibus_, i più importanti di tutti, la amministrazione delle finanze[30]. Nè si limitò a rinforzare in questo modo l’azione degli agenti che dipendevano dall’imperatore: per supplire alle deficienze dell’amministrazione repubblicana, creò nuove cariche, non più elettive e gratuite, ma di nomina imperiale e remunerate. Ad Adriano pare sia da attribuire anche la nomina dei _curatores rerum publicarum_, incaricati di assestare l’amministrazione delle città dell’Italia, che le autorità locali avessero mal governate. E certamente Adriano, perchè la giustizia fosse amministrata meglio in Italia, sovrappose ai molti tribunali locali quattro _juridici_ o giudici supremi, ciascuno per una parte distinta del territorio: e tutti scelti tra i consolari[31]. Già i suoi predecessori erano stati assistiti da un _consilium_ composto di amici, consultato quando l’imperatore lo credeva opportuno, e senza autorità o competenza ufficiale. Sotto Adriano il _consilium_ si muta in un corpo pubblico, con funzioni ufficiali. I suoi componenti sono scelti dall’imperatore, ma con il consenso del senato; ricevono uno stipendio e sono tenuti a possedere certi requisiti: la scienza giuridica, tra gli altri[32]. Infine pare che sotto Adriano i _prefetti del pretorio_ incominciassero ad assumere uffici giudiziari, giudicando i processi civili in appello dalle sentenze dei proconsoli delle province.

26. =Le riforme giuridiche.= — Adriano cerca dunque di innestare uffici retribuiti, permanenti e dipendenti dall’imperatore sul principio aristocratico della repubblica, che solo i senatori e i cavalieri avevano diritto di partecipare al governo dell’impero: crea una burocrazia che dipende da lui e da lui è pagata, ma riserbandone i posti ai due ordini privilegiati dello Stato. La riforma, in sostanza, limitava più che non allargasse i poteri dell’imperatore. Difatti tutti gli storici ammettono che, regnando Adriano, la potenza occulta dei favoriti, dei liberti, delle donne fu cosa ignota. Nè questo è tutto: massime nel nuovo _consilium principis_ si vede far capolino il principio della capacità, sotto forma di scienza giuridica. Adriano è un imperatore giurista: con lui incomincia nell’impero l’êra dei giuristi, e il grande sforzo per sostituire al diritto casualistico e tradizionale, il diritto razionale e sistematico. Molte sono le novità che Adriano introdusse nel duro diritto vigente[33]. Ma l’opera di maggiore importanza da lui compiuta in questo campo è l’_edictum perpetuum_. Adriano fu il primo imperatore che tentò di codificare il diritto romano con l’_Edictum perpetuum_. Sino ad allora le fonti di quello che noi chiamiamo il diritto civile erano a Roma diverse: le leggi del popolo, i _senatus-consulta_, gli editti dei magistrati, che potevano supplire alle deficienze della legge valendo come legge per tutto il tempo in cui il magistrato restava in carica. Tra questi, gli editti dei pretori avevano integrato le leggi e i _senatus-consulta_ massime nel diritto civile. Molti dei principî e delle regole enunciate dai singoli pretori perchè valessero durante l’anno della loro magistratura, erano state accettate anche dai pretori successivi e avevano acquistato forza di leggi: ma crescendone con i secoli il numero, spesso era difficile ritrovare e applicare questi editti. Adriano incaricò uno dei migliori giuristi del tempo, un africano, Salvio Giuliano, di raccogliere e di ordinare tutti gli editti che potessero ancora servire come regola di legge, nell’_Edictum perpetuum_; e nel 131 il senato fu invitato a dare a questa raccolta sanzione e valore di legge.