Part 11
L’Egitto non fu ridotto in provincia romana. Entrato in Alessandria, il vincitore dovè riconoscere che la politica orientale di Antonio non era soltanto il capriccio d’un ambizioso, ma, in parte almeno, una necessità politica. L’orgoglio nazionale e le tradizioni dinastiche della terra dei Faraoni e dei Tolomei non avrebbero tollerato che quel paese subisse la sorte della Gallia o del regno di Pergamo. Ottaviano credette opportuno di fingere di essere egli stesso, come aveva fatto Antonio, il nuovo re d’Egitto, il continuatore dell’estinta dinastia dei Tolomei; e a governare il paese destinò non già un proconsole, ma un _praefectus_, un suo personale rappresentante. Primo a quell’ufficio fu il poeta latino, Caio Cornelio Gallo, grande amico di Virgilio, che a lui aveva dedicato una delle sue egloghe più belle. Ma tutti gli Egiziani dovettero pagare un’imposta eguale al sesto dei loro beni; altre somme furono estorte ai più ricchi; l’immenso tesoro dei Tolomei, collezione meravigliosa di oggetti d’oro e d’argento finemente lavorati, fu tutto brutalmente fuso per trasformarlo in moneta sonante. Con questo tesoro furono finalmente pagati gli ufficiali e i soldati insoddisfatti, che avevano combattuto nelle campagne precedenti; con questo tesoro Ottaviano rifece di nuovo la sua perduta fortuna, e i suoi amici gli immensi patrimoni, che scandalizzeranno Roma per due o tre generazioni.
Tutto il resto dell’anno 30 e i primi del successivo, Ottaviano passò in Oriente. Nella primavera del 29 — finalmente! — egli tornò in Italia e il 13, 14 e il 15 agosto furono celebrate in Roma le feste solenni del suo ingresso trionfale.
NOTE AL CAPITOLO SETTIMO.
[32] Cfr. APP. _B. C._, 5, 3.
[33] Cfr. su questa guerra, lo studio pubblicato da KROMAYER, in _Hermes_, 31, p. 70 sg. Cfr. anche BOUCHÉ-LECLERCQ, _Histoire des Lagides_, Paris, 1904, vol. II, p 258 sg.
[34] Cfr. PORPHYRIUS TYRIUS, in MÜLLER, _F. H. Gr._, 3, p. 724; e LETRONNE, _Recueil des inscriptions grecques et latines de l’Egypte_, Paris, 1842-48, vol. II, p. 90 sg. Su tutta la leggenda di Antonio e Cleopatra, cfr. G. FERRERO, _Grandeur et decadence de Rome_, Paris, 1908, vol. IV, Appendice (che manca nell’edizione italiana).
[35] SVET., _Aug._, 17; MON. ANC., 5, 3-4: _juravit in mea verba tota Italia sponte sua et me bello quo vici ad Actium ducem depoposcit_. — Su tutta la questione della _conjuratio_, cfr. G. FERRERO, _Grandeur et decadence de Rome_, IV, p. 84.
[36] Sulla battaglia d’Azio e le ragioni per cui ne è stata ricostruita a questo modo la storia, cfr. G. FERRERO, _Grandeur et decadence de Rome_, IV, Appendice (che manca nell’edizione italiana).
CAPITOLO OTTAVO
LA REPUBBLICA DI AUGUSTO
44. =La restaurazione della repubblica (27 a. C.).= — Ultimo superstite di tanti emuli che avevano gareggiato in tante guerre per il potere, Ottaviano restava finalmente signore ed arbitro della Repubblica. Tutte le legioni lo riconoscevano capo; il senato era concorde nell’ammirarlo e nel porre in suo potere lo Stato; Roma e l’Italia lo acclamavano salvatore dell’impero; le province gli ubbidivano. Nessun uomo aveva in Roma goduto di un’autorità maggiore e più sicura. Quale uso ne farebbe egli?
È dottrina comune a tutte le scuole del secolo XIX che Augusto si valse di tanta fortuna per fondare in Roma una monarchia, usando però l’accortezza di vestirla in vecchi panni repubblicani. Ma questa dottrina non ha fondamento nè nelle fonti nè nella ragione storica. Bisogna giungere a Dione Cassio, ossia ad uno scrittore orientale e al terzo secolo dell’impero, per trovare un antico che parli di Augusto come di un monarca. Degli scrittori più vicini a lui, nessuno sospettò mai Augusto di aver nascosto una monarchia nelle forme della vecchia repubblica. Nè è difficile dimostrare che Ottaviano non poteva fondare una monarchia nè a viso aperto, nè sotto la maschera repubblicana. Che voleva dire fondare una monarchia? Sostituire l’autorità propria e della propria famiglia a quella del senato e di quel piccolo gruppo di grandi famiglie che avevano creato e governato sino ad allora l’impero; sostituire a queste famiglie e alle magistrature repubblicane una burocrazia, scelta dal sovrano in tutti gli ordini sociali e in tutte le parti dell’impero, la quale avrebbe riconosciuto lui solo come fonte dell’autorità propria. Augusto avrebbe potuto fare questo rivolgimento soltanto se l’opinione pubblica dell’Italia avesse acconsentito; perchè il suo potere posava sulla fedeltà delle legioni, e le legioni erano composte di Italiani. La rovina di Antonio non aveva forse dimostrato quanto fosse pericoloso far violenza ai sentimenti e alle idee più tenacemente radicate nel ceto medio e nella plebe dell’Italia? Ma uno dei sentimenti più forti nell’Italia romanizzata era appunto la venerazione per il senato, per le secolari istituzioni della repubblica, per l’aristocrazia di Roma. Per quanto feroci fossero state le lotte delle fazioni a Roma, esse non avevano fatto progredire molto quelle che a noi sembrano le vere idee democratiche, in mezzo alla moltitudine. Il partito popolare era stato capeggiato da nobili di vecchia famiglia come il partito senatorio; il mezzo ceto e i poveri avevano cercato con quelle lotte di ottenere pane, terre, denaro, pensioni, leggi meno aspre e severe, non di conquistare le alte cariche dello Stato. L’uno e l’altro non ammettevano neppure che il comando in guerra e le magistrature della repubblica fossero attribuite ad altri che ai membri della nobiltà senatoria; tanto è vero che tutte le persone di origine oscura, cui era riuscito di entrare nel senato in mezzo al disordine delle guerre civili, erano assai mal viste, quando non avessero i meriti insigni di un Agrippa. Proprio nell’anno 28, mentre gli storici moderni gli attribuiscono l’intenzione di fondare una monarchia, Augusto era obbligato, per dare soddisfazione alla opinione pubblica, a rivedere la lista del senato, e ad invitare a dimettersi 200 tra i suoi membri più oscuri, proprio quelli che sarebbero stati gli strumenti più docili della monarchia. Se la condizione media e la plebe non acconsentivano neppure ad esser governate dalla propria gente, figurarsi se avrebbero obbedito a funzionari orientali, o di qualche altra provincia! Ci vorranno più di tre secoli, perchè l’Italia pieghi il collo al comando dei suoi antichi sudditi.
In quegli anni invece tutta l’Italia era agitata da una specie di fervore tradizionalista, di cui sono rimasti i documenti più solenni nella letteratura. Le guerre civili avevano fatto rinsavire gli uomini, e risospinto gli animi spaventati verso il passato. È questo il tempo in cui Tito Livio, che doveva diventare un grande amico di Ottaviano, incomincia a scrivere la sua storia di Roma, per glorificare l’antico governo repubblicano e gli uomini, che, come Pompeo, erano stati vinti nella guerra civile, per rimpicciolire i capi del partito vittorioso, Cesare non escluso[37]. È il tempo in cui, agli scrittori più illustri dell’età precedente, si preferiscono quelli antichi: Livio Andronico, Pacuvio, Ennio, Plauto, Terenzio. Il tempo in cui l’epicureismo, così in favore nella generazione precedente, perde terreno, scacciato dal pitagorismo e dallo stoicismo. Il tempo, in cui Virgilio si accinge a vergare il maggior poema morale e religioso della romanità, e già si è formato, e diventerà numeroso e minaccioso, un partito che vuole bandire da Roma a furia di leggi ciò ch’esso definisce la «corruzione», i vizi, portati dalla conquista, dall’orientalismo, dalla ricchezza: l’impudicizia delle donne, la compiacenza dei mariti, il lusso, l’amore dei piaceri.
In tempi simili nemmeno un nuovo Cesare sarebbe riuscito a fondare una monarchia. Immaginarsi se ci poteva neppure pensare un uomo come Ottaviano, che non era nè un gran generale nè un grande ambizioso, ma un amministratore probo ed accorto, un politico abile e prudente, e che aveva sposato da poco Livia, la madre del futuro imperatore Tiberio e la consorte divorziata del fuggiasco Claudio Tiberio Nerone: una donna di alto ingegno, di grande abilità, ma che incarnava lo spirito e le tradizioni della vecchia nobiltà romana!
Il disegno di Ottaviano era dunque più modesto e più semplice di quello che gli storici moderni gli hanno attribuito: restaurare, quanto e meglio che si potesse, l’antica repubblica aristocratica, rendere alle istituzioni l’autorità di cui il triumvirato le aveva spogliate, ma correggendo i difetti che avevano generato prima l’anarchia e poi le guerre civili, la dittatura di Cesare, e il triumvirato[38]. Tra questi i due difetti di maggior pericolo erano lo spezzettamento dei comandi militari e l’annualità e la collegialità delle magistrature. Dividendo l’esercito tra molti generali, ognuno indipendente dall’altro, e tutti dipendenti dal senato lontano, spesso debole e discorde perchè parteggiante per l’uno o l’altro dei generali, era accaduto che molti generali si erano serviti degli eserciti per le loro ambizioni, movendo persino in guerra contro il senato. Lo sdoppiare tutte le magistrature in due colleghi di egual potere e il rinnovarli tutti gli anni, se aveva garantito i cittadini contro gli abusi dell’autorità, aveva anche diminuito la continuità del governo e posto uno strumento pericolosissimo di disordine nelle mani dei partiti; perchè troppo spesso accadeva che i due colleghi appartenessero a partito differente e che ciascuno cercasse di intralciare ciò che faceva il collega. Se dunque era necessario ricostituire la repubblica, riconvocare i comizi, ridare gli antichi poteri alle magistrature, occorreva pure stabilire un’autorità forte abbastanza da contenere le fazioni, le magistrature, i comandi militari (le promagistrature), per modo che non abusassero del loro potere, non si intralciassero a vicenda o non trascurassero il proprio dovere. Cicerone aveva già dimostrato nel suo _De Republica_, svolgendo un’idea attinta a Polibio e ad Aristotele, che negli Stati in discordia occorre un magistrato supremo e unico, soggetto alle leggi comuni, e di conseguenza repubblicano, ma investito di un potere più duraturo e più ampio che i magistrati ordinari, il quale possa e sappia costringere questi a non fare nè più nè meno del proprio ufficio.
Questa è l’idea — schiettamente latina e repubblicana — che ispirò la riforma costituzionale, discussa tra Ottaviano e gli uomini più eminenti del Senato durante il 28 a. C. e solennemente sancita il 13 gennaio del 27. Per la nuova riforma Ottaviano consentiva, assumendo il proconsolato di tutte le province nelle quali erano stanziati eserciti, a prendere il comando di tutte le legioni, in modo che i soldati e gli ufficiali dipendessero da lui e a lui rispondessero, anzichè a quella anonima, intermittente e fiacca autorità, che era il senato. Queste province, di cui Ottaviano assumeva il proconsolato, erano, nel 27, tre soltanto: la Siria, con Cipro, la Gallia Transalpina, la Spagna. Le altre invece, come per l’innanzi, sarebbero amministrate dai proconsoli e dai propretori. D’altra, parte, occorrendo anche in Roma un’alta autorità per sorvegliare i magistrati urbani, stimolare e riunire il senato, Ottaviano consentiva ad assumersi egli stesso questo incarico, ponendo ogni anno la sua candidatura al consolato. Egli sarebbe stato dunque al tempo stesso console e proconsole; avrebbe da Roma, per mezzo di luogotenenti, governato le sue province; o, quando si fosse recato colà, avrebbe continuato a governare Roma nella sua qualità di console. L’unione delle due magistrature — la consolare e la proconsolare — era più una rivoluzione che una riforma della antica costituzione: ma non era del tutto nuova, chè già Pompeo nel 52 aveva cumulato le due cariche; ma Ottaviano riceveva l’una e l’altra, dai legittimi poteri costituenti; e solo per meglio far operare le restaurate istituzioni della repubblica. Insomma si poneva a capo della repubblica Ottaviano come _primo magistrato o presidente_ (_princeps_), ma con poteri legali e determinati, e per un decennio, proprio come Cicerone aveva consigliato nel _De officiis_. Nel tempo stesso Ottaviano restituiva tutti i poteri, di cui la legge _Titia_ l’aveva investito come triumviro. Cosicchè anche quel cumulo di poteri eccezionali sulla persona del nuovo presidente appariva ai contemporanei, ignari dell’avvenire, come un ordinamento provvisorio, che sarebbe durato fino al giorno in cui la repubblica potesse essere ripristinata nella genuina sua forma antica.
Il vincitore non poteva essere più modesto, e il 16 gennaio era degnamente ricompensato. Quasi a imprimere il suggello di un carattere sacro alla magistratura, creata pochi giorni innanzi, il popolo e il senato gli conferivano quel titolo onorifico di _Augustus_, con cui egli passerà nella storia.
45. =Le finanze.= — Incomincia la nuova storia di Ottaviano e della repubblica romana: una storia, piccola nelle apparenze, grande nella sostanza. Un fermo proposito la domina tutta: soddisfare quanto più si possa le nuove aspirazioni tradizionaliste, che volevano ristabilire l’ordine nello Stato, nella famiglia, nelle idee, nei costumi, rinnovando i tempi più gloriosi della aristocrazia, il loro zelo civico, la loro concordia, la loro devozione, la loro semplicità di costumi, la loro disciplina; governare insomma con il nome e all’opposto di Cesare. Già nel 28, prima che la nuova costituzione repubblicana fosse approvata, Ottaviano aveva ridotto l’esercito a sole 23 legioni, e dato mano a ristabilire la disciplina, escludendo gli stranieri, i liberti e i provinciali, e ristabilendo le pene e le ricompense d’altri tempi. Nello stesso anno si era accinto a ricostituire per via di donativi la fortuna di molte famiglie senatorie, cadute in povertà. Diventato Augusto, fece approvare una legge che abbassava l’età legale per le magistrature affinchè i giovani potessero incominciare di buon’ora la carriera politica, come s’era fatto nell’età più gloriosa dell’aristocrazia, nel terzo e secondo secolo a. C.; e come era necessario fare, ora che il numero delle famiglie aristocratiche era così sminuito[39]. Fece approvare una legge, già imaginata da Cesare, che assegnava degli stipendi ai governatori provinciali e a tutti i magistrati di nuova creazione: riforma necessaria, perchè una parte della aristocrazia era troppo povera per poter far le spese delle cariche pubbliche, ma che contradiceva un principio della vecchia repubblica: la gratuità delle funzioni. Infine e soprattutto attese a riordinare le finanze.
Dopo tante dilapidazioni, rapine e malversazioni, la riforma delle finanze era il primo farmaco di cui aveva bisogno l’ammalata repubblica. Senza denaro Augusto non avrebbe potuto nè intraprendere guerre, nè rimettere in buon assetto l’amministrazione, nè dare mano a lavori pubblici. Per ciò egli volse le sue prime e maggiori cure all’erario. Quali erano le entrate e le spese della repubblica? Per saperlo, Augusto organizzò presso di sè — per suo uso privato — una vera e propria contabilità di Stato, scegliendo all’uopo, tra i suoi numerosi schiavi e liberti, i più colti ed intelligenti. Come capo del senato, come console, come proconsole di tre grandi province, egli poteva avere in mano tutti i conti dello Stato e compilare un bilancio o almeno uno schema del bilancio[40]. Questo schema era anche più preciso e più particolareggiato che quello dei magistrati; e senza esautorare il senato e i _praefecti aerarii Saturni_ che dell’erario avevano cura, Augusto si sarebbe servito di questo schema per studiare le nuove misure fiscali, per ammonire e biasimare, o far ammonire o biasimare dal senato, i magistrati che facessero spese inutili o negligessero le province, per far fruttare le proprietà dello Stato.
Ma conoscere le entrate non bastava; occorreva accrescerle. Ripigliando un disegno di Cesare, Augusto fece l’inventario del gigantesco patrimonio che la repubblica possedeva in tutto l’impero, e che aveva in ogni tempo sfruttato con profitto, ma anche con grandissimo disordine e sperpero. Si applicò inoltre ad accrescere i tributi di talune province, che negli ultimi anni erano state memo devastate, e che, al confronto di mezzo secolo innanzi, offrivano segni di palese prosperità, come la Gallia Transalpina, forse anche le province illiriche e taluni paesi alpini. Si sforzò pure di mettere in circolazione una più grande quantità di numerario. Durante il triumvirato, grandi quantità di oro e d’argento, spaventate dall’anarchia, erano sparite in tutto l’impero; cosicchè i triumviri avevano dovuto coniar monete di cattiva lega. Per rimediare alla scarsezza del medio circolante, Augusto pensò di conquistare dei territori auriferi, e con questo pensiero preparò le prime guerre del suo principato: la guerra contro i Cantabri e gli Asturi, nella penisola iberica, le cui miniere d’oro, nell’anarchia dell’ultimo secolo, erano state abbandonate, dopo una rivolta degli indigeni: e, insieme, la conquista della valle dei Salassi (Val d’Aosta) altrettanto preziosa, e per le stesse ragioni. Anzi la riorganizzazione delle finanze gli stava tanto a cuore, che nel 27 stesso deliberò di fare un lungo viaggio e di recarsi prima in Gallia a organizzare i nuovi tributi e in Spagna a riconquistare le miniere d’oro dei Cantabri e degli Asturi: non prima però di aver deliberato di fare a sue spese, e con il concorso dei senatori più ricchi e volenterosi, grandi lavori pubblici in Italia, come riparare parecchie strade, molti templi e monumenti pubblici, e costruire altri ex novo. Compiute rapidamente queste riforme, negli ultimi mesi del 27, egli partiva alla volta della Gallia e della Spagna.
46. =Le prime difficoltà del nuovo regime e la crisi del 23.= — Augusto fece la prima tappa del suo viaggio a Narbona. Quivi egli aveva appositamente convocato i notabili della Gallia Transalpina, probabilmente per annunziar loro le misure, che dovevano preparare la riforma dei tributi, tra le altre, un censimento generale inteso ad accertare le nuove fortune della Gallia. Non a caso Augusto aveva messo gli occhi, per accrescere i tributi, sulla provincia conquistata da Cesare. Dopo la morte di Cesare, l’autorità romana era stata troppo debole in Gallia, da potere sfruttare tanto crudelmente il paese. Aveva soltanto potuto imporre un certo ordine e la pace, di cui il paese aveva largamente approfittato. Non più devastato dalle periodiche guerre civili; pagando alla potenza dominante pochi tributi, e forse nessuno; sbarazzato dalla nobiltà turbolenta e dalle bande dei cavalieri e dei clienti, che erano stati la sua piaga durante l’indipendenza, la Gallia si era arricchita, nel volgere di una generazione. Molti Galli erano divenuti artigiani, altri agricoltori, altri infine si erano arruolati negli eserciti dei triumviri ed avevano preso parte al saccheggio dell’impero, riportando in patria l’oro rapinato ovunque. In un paese come la Gallia, allora come oggi assai fertile, ben irrigato, coperto di foreste, ricco di minerali, gli effetti del nuovo regime apparivano ovunque dopo trenta anni. Già si cominciavano a scavare da per tutto delle miniere, si cercava l’oro sotterra e tra le sabbie dei fiumi: si scoprivano miniere d’argento; si mettevano a coltura nuove terre e si cominciava a piantare il lino, fino allora coltivato soltanto in Oriente. Incominciavano a fiorire persino delle industrie: la tessitura, la ceramica, la vetreria. I Galli cercavano di imitare gli oggetti fabbricati in Oriente e si studiavano di farne delle copie più rozze, ma di minor prezzo. Roma, dunque, poteva chiedere alla Gallia un tributo maggiore di quello che essa aveva pagato fino ad allora. Dopo essersi trattenuto in Gallia per predisporre il necessario a questo aumento di tributi[41], Augusto andò in Spagna per far guerra agli Asturi e ai Cantabri, mentre un suo legato conquistava la valle dei Salassi. Nella seconda metà del 25 egli era nuovamente di ritorno ai Roma. Neppur due anni erano trascorsi dalla solenne restaurazione repubblicana, e già se ne vedevano i difetti. Nel 25 non si erano trovati candidati in numero sufficiente per i 20 posti di questori; i servizi pubblici, in Roma e fuori, continuavano a procedere male come prima; lo stesso senato preferiva rimettere a Augusto tutte le decisioni, limitandosi soltanto ad approvarle e a ratificarle. Se tutti ammiravano a discorsi la repubblica aristocratica del buon tempo antico, pochi erano disposti a farla rivivere con sacrificio proprio. Le famiglie storiche dell’aristocrazia non erano più nè così numerose, nè così ricche, nè così devote alla cosa pubblica, da sobbarcarsi a tutta l’amministrazione di un così immenso impero. Nell’ordine dei cavalieri e nella plebe c’erano uomini che avevano ricchezze e voglia di servirsene per la pubblica cosa: ma a costoro mancava la preparazione e il nome. Il popolo non li avrebbe facilmente tollerati e obbediti, nè l’aristocrazia storica, ritornata in auge, era disposta ad accogliere in troppo numero degli uomini nuovi nelle sue file. Cosicchè, tra quelli che avrebbero potuto governare e non volevano, e quelli che avrebbero voluto e non potevano, l’amministrazione della repubblica procedeva alla meglio; e di ogni difficoltà tutti si scaricavano sopra Augusto. Augusto doveva pensare e provvedere a tutto. Il lavoro che ricadeva sulle sue spalle era tanto, che verso il giugno del 24 ammalò gravemente; e, guarito, ebbe una ricaduta più grave nella primavera del 23. Un brutto giorno Roma apprese che Augusto era morente, che egli aveva già lasciato ad Agrippa e al console collega, C. Calpurnio Pisone, tutte le sue disposizioni testamentarie. Tutta Roma agghiacciò di terrore: quali non sarebbero le ripercussioni politiche di quella morte?
Fortunatamente, Augusto guarì; ma rimessosi dichiarò di aver bisogno di riposo e di volersi ritirare a vita privata. Lo sbigottimento di Roma fu immenso. Tutti temettero che, partito Augusto, si ricomincerebbe da capo con le guerre civili. Si insistè dunque e supplicò perchè restasse al governo. Augusto si arrese alla fine — e forse a questo voleva venire — quando il senato acconsentì ad approvare una nuova riforma costituzionale, che, pur lasciandogli una immensa autorità, avrebbe, nel suo pensiero, dovuto alleggerire la soma di lavoro che pesava su lui. Il _princeps_ rinuncerebbe al consolato annuo, disinteressandosi così delle faccende di Roma, e dell’Italia, le più gravose e difficili, per attendere alle province. In queste egli riceverebbe un potere supremo di vigilanza e di controllo. Senonchè, se era possibile che le classi alte si rassegnassero a rinunziare a un console così autorevole e così benevolo, come Augusto, era ben difficile che le classi medie e minori di Roma e d’Italia fossero contente di vedere Augusto disinteressarsi interamente delle cose italiane. Dovette essere questa la grave ragione per cui Augusto, pur rinunziando al consolato, consentì ad accettare un nuovo potere o meglio un’astrazione di potere: la _potestà tribunicia_ a vita, cioè tutti gli antichi diritti tribunicî — quello del veto, quello di far proposte in senato, di proporre leggi al popolo: potestà generica, sconfinata, e indefinita al tempo stesso, ma che gli avrebbe dato mezzo di intervenire, o piuttosto di mostrare, all’occasione, d’intervenire negli affari d’Italia[42].