Roma antica, Vol. 1/3

Part 12

Chapter 123,687 wordsPublic domain

A tirar le somme, gli eventi del 215 erano stati piuttosto sfavorevoli a Roma, e massime in Sicilia. A Roma non sfuggì che lì doveva decidersi la guerra, poichè, perduta la Sicilia, Roma sarebbe stata accerchiata da tutte le parti. Non meno di quattro legioni furono reclutate l’anno seguente — il 214 — per essere mandate in Sicilia; e furono poste al comando del miglior generale che Roma avesse: Marco Claudio Marcello. A sua volta Cartagine fece grandi preparativi per una spedizione in Sicilia. In Italia invece continuò il minuto guerreggiare, come continuarono in Spagna i progressi dei Romani, che ampliarono la loro dominazione nella parte meridionale e incominciarono a riedificare Sagunto. Una nuova guerra si aggiunse infine alle altre in questo anno, e contro Filippo di Macedonia. Il Re di Macedonia si era impegnato a rinforzar la flotta cartaginese di 200 navi e a tentare uno sbarco sulle coste dell’Italia: ma, non avendo sicure comunicazioni nè con Annibale nè con Cartagine, e non essendo uomo molto animoso, agì con poco vigore e non die’ molto filo da torcere a M. Valerio Levino, che Roma aveva mandato a combatterlo. Cosicchè l’annata sarebbe stata buona per i Romani, se le cose non fossero precipitate in Siracusa. Poco dopo essersi alleato con Cartagine, Geronimo era stato ucciso da una congiura e la monarchia abolita; lì per lì era sembrato che il potere passasse nelle mani del partito aristocratico, favorevole ai Romani; ma poco di poi una rivoluzione democratica rovesciava il governo e riconfermava l’alleanza con Cartagine. Marcello, che da principio era ricorso alle trattative, non esitò più; marciò contro Siracusa e la cinse d’assedio.

Nel 213 la guerra continuò a volger favorevole ai Romani in Spagna ed in Illiria; e non troppo male in Italia, dove essi presero Arpi e riuscirono ancora a impedire ad Annibale di conquistare un porto. Ma i grandi eventi si svolgono quest’anno in Sicilia. Cartagine occupa Agrigento e spedisce una flotta in aiuto di Siracusa; l’isola si solleva in buona parte contro i Romani; Siracusa si difende con grande energia — tra i suoi difensori c’era Archimede —; Marcello prosegue le operazioni di assedio e si difende contro gli attacchi dei Cartaginesi con straordinario vigore. Dal suo esercito dipende il tutto: se Marcello prende Siracusa, Roma può sperar di salvare la Sicilia; se Marcello è distrutto sotto Siracusa, le sorti della guerra pericolano. Tutto l’anno si combatte accanitamente in Sicilia. Al principio del 212 Annibale riesce finalmente ad impadronirsi di Taranto; del porto dove l’armata macedone e la cartaginese avrebbero potuto riunirsi, per disputare a Roma il dominio del mare e terminar la conquista della Sicilia. Colpo grave per Roma, mentre ancora pendevano incerte le sorti della guerra intorno a Siracusa! Per rifarsene, il senato ricorse agli accorgimenti diplomatici e alle armi: stipulò con la lega etolica un’alleanza, impegnandola a combattere Filippo; approfittò della lontananza di Annibale, che era andato a Taranto con il fiore delle sue forze, per stringere d’assedio Capua. Ma ben presto Roma ricevette un compenso molto maggiore: Siracusa. Non ostante i vigorosi sforzi fatti da Cartagine per soccorrere Siracusa, Marcello se ne impadronì. La immensa preda ristorò le stremate finanze della repubblica, e la vittoria rialzò le sorti delle armi romane in Sicilia. L’isola però non era ancora riconquistata; perchè i Cartaginesi si mantenevano in Agrigento, risoluti alla estrema resistenza.

Nel 211, la guerra ricominciò più accanita che mai. Roma potè vantare una grande vittoria in Italia, riprendendo Capua. Invano Annibale era accorso da Taranto in aiuto; e aveva tentato perfino, per distogliere una parte dell’esercito romano dall’assedio e per facilitare una riscossa degli assediati, di simulare una marcia su Roma. Le forze di Annibale erano troppo piccole; nè la finta su Roma ingannò i Romani. La caduta di Capua fu un fiero colpo per il prestigio di Annibale in tutta l’Italia meridionale, che da questo momento incominciò a dubitare della sua fortuna. Le tre debolezze di Annibale erano ormai palesi: la fiacchezza di Filippo di Macedonia, che Roma veniva avvolgendo in una fitta rete di intrighi diplomatici; le comunicazioni con Cartagine, difficili perchè Roma era ancor troppo forte in Sicilia e sul mare; la mancanza di macchine per gli assedi. Si rimprovera di solito a Cartagine di aver sostenuto Annibale troppo poco: ma come giudicare, sapendo così male quel che Cartagine fece e quello che era in grado di fare? Non essendo dubbio che Cartagine molto fece per soccorrere la Spagna e per riconquistar la Sicilia, è lecito chiedersi se essa non abbia fatto di più, perchè non poteva, con di mezzo il bastione della Sicilia, il mare vigilato dalle forze romane e tutti i porti per molti anni in potere del nemico. Comunque sia, la caduta di Capua era una sciagura per Annibale, non un colpo mortale. Egli disponeva ancora di forze ingenti e di numerosi appoggi in Sicilia; i Cartaginesi si reggevano ad Agrigento, e in quello stesso anno la fortuna si volgeva ad un tratto contro i Romani in Spagna. Asdrubale, composte le cose di Africa, era tornato, e aveva ricacciati i Romani al di là dell’Ebro. I due Scipioni, che comandavano l’esercito, erano stati uccisi e le loro legioni poco meno che annientate.

53. =La battaglia del Metauro (207).= — Nel 210, mentre in Italia continuavano i piccoli scontri tra Annibale e gli eserciti romani, finalmente cadeva Agrigento, e i Cartaginesi sgombravano la Sicilia. L’isola ritornava in potere di Roma. Il colpo era fiero per Annibale, a cui falliva per sempre quel sicuro congiungimento con l’Africa attraverso l’isola riconquistata, a cui è probabile egli mirasse sin dalle prime mosse. Tuttavia Annibale non si scoraggiò. La vittoria era costata a Roma carissima. Da parecchi anni si tenevano sotto le armi più di 20 legioni, oltre i contingenti alleati e la flotta, ossia più di 200,000 uomini; l’erario era stremato; l’Italia a metà rovinata, per le devastazioni, le morti, le imposte, lo scempio dell’agricoltura derelitta, in mezzo a tanto tumulto di armi. In quest’anno poi l’Italia fu desolata da una terribile carestia, a cui soltanto l’amicizia del re d’Egitto, che fornì grano, portò sollievo. Annibale pensò che un colpo vigoroso rovescerebbe il crollante nemico; e poichè, fallito il disegno della Sicilia, non poteva più aspettar rinforzi dal mare, pensò di chiamarli per terra, per la medesima via per la quale egli era venuto. Ora che la Spagna, dopo le vittorie del 211, era di nuovo in potere dei Cartaginesi, il disegno poteva riuscire. D’accordo con il governo di Cartagine, il fratello suo, Asdrubale, preparerebbe un forte esercito in Spagna e con quello rifarebbe il cammino di Annibale, per piombare sull’Italia, esausta da tanti anni di guerre, congiungersi a lui e vibrare il colpo decisivo.

Roma ebbe sentore di questo nuovo disegno e mandò in Spagna un uomo capace: Publio Cornelio Scipione, il figlio del console che aveva comandato alla Trebbia e che era stato ucciso poco prima in Spagna. Per la nobiltà del sangue, le prove di valore già date, l’ingegno e la cortesia dei modi, il giovane Scipione, che nel 211 aveva 24 anni, era popolarissimo; e a lui molti pensarono, in quel gran bisogno di generali, con tanti eserciti da comandare, per la impresa di Spagna. Ma a quell’età egli non poteva essere nè pretore nè console.... Una legge tolse di mezzo la difficoltà legale, conferendogli l’autorità di proconsole; provvida legge, chè, appena giunto, nel 209, Scipione tentò un colpo magistrale: l’assalto di Cartagena, la capitale dell’impero punico-spagnolo, giudicata da tutti inespugnabile. La città fu presa, o piuttosto sorpresa con un unico assalto, insieme con le provvigioni, le riserve metalliche — circa 600 talenti — e un ricco bottino; e subito in tutta la penisola scoppiò una insurrezione anticartaginese, che inchiodò i tre generali punici operanti nelle diverse regioni della Spagna. In questo stesso anno, i Romani riuscivano a ripigliar Taranto, che fu, come Siracusa, spietatamente saccheggiata.

Il 209 era stato dunque un anno piuttosto buono per i Romani. Ma intanto Asdrubale allestiva il nuovo esercito; e nel 208, mentre i Romani perdevano in Italia Marcello, il loro più grande generale, che fu ucciso in Lucania; e in Oriente riuscivano a muovere contro Filippo Attalo, Re di Pergamo, Scipione in Spagna non riuscì a fermare Asdrubale. Gli diede battaglia a _Baecula_, sul _Baetis_; disse di averlo vinto; ma Asdrubale passò, varcò i Pirenei prima, e poi le Alpi molto più facilmente che suo fratello, perchè, in dieci anni di guerra, le popolazioni alpine si erano avvezzate al passaggio degli eserciti. Nei primi mesi del 207, Asdrubale compariva inaspettato nella valle del Po, alla testa di un forte esercito; eccitava di nuovo i Galli, gli Etruschi, gli Umbri alla rivolta. Il terrore dei Romani e degli Italici, rimasti fedeli, fu immenso. Roma parve perduta, se Asdrubale e Annibale riuscissero a congiungersi. In fretta e furia il console Marco Livio Salinatore fu mandato verso il settentrione contro Asdrubale; il suo collega, Caio Claudio Nerone, fu spedito a mezzogiorno a fronteggiare Annibale, che era in Apulia. Il primo, giunto a Sena Gallica, deliberò di aspettar Asdrubale, che intendeva prendere da Fano la via Flaminia e forse congiungersi con Annibale sulla via di Roma; Nerone battagliò con varia fortuna contro Annibale, e parve riuscisse a trattenerlo in Apulia, sebbene probabilmente Annibale non intendesse ancora avviarsi incontro al fratello, non avendo di lui notizie e non supponendo che potesse giungere così presto. Quando, un giorno, intercettata una lettera che Asdrubale spediva ad Annibale, Nerone viene a sapere che Asdrubale marcia alla volta di Fano e della via Flaminia. Congetturando a ragione che tra pochi giorni il collega sarebbe alle prese con Asdrubale, e che una disfatta sarebbe irreparabile, egli si assume una tremenda responsabilità: sceglie 7000 uomini nel suo esercito, i migliori; corre di nascosto, lasciando il resto a fronteggiare Annibale, a marce forzate, camminando notte e giorno, in aiuto di Livio; e giunge proprio come il salvatore, al momento in cui Livio doveva o lasciar il passo ad Asdrubale sulla via Flaminia o attaccarlo.... La battaglia ebbe luogo presso il Metauro, in un luogo che giace non lungi dall’odierna Cagli (nelle Marche). La bravura di Nerone e i suoi 7000 uomini decisero della vittoria. Asdrubale fu vinto e ucciso; il suo esercito annientato. Anche questo nuovo piano di Annibale falliva, per la prontezza di Nerone e per un accidente singolare: perchè Asdrubale, avendo incontrato minore difficoltà nelle Alpi, era arrivato in Italia innanzi il previsto.

54. =La controffensiva romana (207-202).= — La battaglia del Metauro migliorò molto le sorti della guerra per i Romani. Annibale sgombrò l’Apulia e la Lucania e si ridusse sulla difesa nel paese dei Bruzzi; la guerra languì in Italia, dove i Romani ridussero l’esercito. Anche meglio procedettero le cose per Roma, fuori d’Italia. L’anno successivo — il 206 — i Cartaginesi furon sconfitti da Scipione di nuovo a Baecula; e quasi tutta la Spagna cadde in potere di Roma. Cartagine cercò rifarsi, mandando Magone con gli avanzi dell’esercito a tentare un assalto sull’Italia. Nel 205 Magone prese Genova, arruolò Liguri e Galli, tentò di sollevare l’Etruria: ma con le poche forze di cui disponeva non potè far nulla che contasse davvero. In questo stesso anno anche Filippo di Macedonia, stanco della guerra decennale coi Greci, coi Romani e coi loro alleati, dopo avere, pochi mesi innanzi, concluso pace coi primi, regolava definitivamente la sua lunga vertenza coi Romani in Illiria, e si ritirava dalla guerra.

Si avvicinava il giorno in cui Roma potrebbe finalmente, dopo essersi così a lungo difesa, attaccare Cartagine. In quell’anno stesso P. Cornelio Scipione, reduce dalla Spagna, appena eletto console, chiedeva ai senato di riprendere il piano fallito ad Atilio Regolo nella prima guerra punica, e vagheggiato un istante al principio della seconda: portare la guerra in Africa. Scipione era uomo da tanto; e le condizioni delle armi ormai così favorevoli come non erano state mai. Ma le difficoltà erano in patria, nella stessa Roma. Dileguato il pericolo, di nuovo la concordia tra i partiti veniva meno: quel giovane, che presumeva tanto di sè, e per cui era stata già violata la legge dell’età, suscitava invidie e diffidenze; molti ricordavano con terrore la sorte di Atilio Regolo. Insomma, il senato era avverso. Scipione dovè minacciare di appellarsi all’assemblea delle tribù. Solo dopo questa minaccia ottenne la provincia di Sicilia, con il permesso di recarsi nel territorio cartaginese, se l’avesse reputato opportuno; e potè partire per l’Africa al principio del 204, con 35.000 soldati, 40 navi da guerra e 40 da carico.

Come Annibale al suo primo arrivo in Italia, Scipione pensava staccare da Cartagine i suoi alleati. A tale scopo egli contava molto su Siface, il re di Numidia, con cui, fino a poco prima, i Cartaginesi erano stati in guerra. Ma proprio allora Siface fece pace con Cartagine, cui portò 50.000 fanti e 10.000 cavalli; onde a Scipione non restò che intendersi con un altro capo numida, il re Massinissa, un rivale di Siface, che aveva militato in Spagna con Asdrubale, ma che Cartagine aveva all’ultimo abbandonato per il suo avversario; onde allora si trovava senza regno. Scipione dovè dunque incominciare la guerra con i suoi 35.000 uomini, e con questi pose l’assedio ad Utica. Ma dovette levarlo, quando i Cartaginesi e Siface si avvicinarono con forze preponderanti; e ridursi in un campo trincerato, su un promontorio tra Utica e Cartagine, dove passò l’inverno, avviando trattative di pace, più per ingannare la vigilanza del nemico che per il serio proposito di riescire. A primavera infatti, sorprendendoli all’impensata, Scipione riuscì a sconfiggere separatamente prima i Numidi e poi i Cartaginesi. Li sconfisse poi una seconda volta in una battaglia campale, in seguito alla quale Massinissa invase, alla testa di forze romane, il regno di Siface, vinse e fece prigioniero il Re. Dopo questi rovesci Cartagine aprì trattative di pace. Scipione chiese, oltre una indennità, la Spagna. Fu trattato intanto un armistizio, a condizione che Annibale e Magone sarebbero richiamati dall’Italia. Il triste messaggio raggiunse il grande cartaginese in Calabria, nell’antica Cotrone, non lungi da quel promontorio Lacinio, dove, negli ultimi anni del suo soggiorno nella penisola, su un altare dedicato a Giunone, egli aveva vergato nel bronzo, in greco ed in punico, quella narrazione delle sue gesta, che doveva servire di traccia all’opera magistrale di Polibio. Egli meditava allora, ed ordiva per la seconda volta, un nuovo piano di alleanza con la Macedonia. Ciò non pertanto obbedì, e, non mai vinto, sgombrò volontariamente quel suolo, che teneva da più di tre lustri. Ma l’annunzio della partenza e del ritorno di Annibale, se fu per l’Italia, come il rimuoversi di uno spavento orribile, riuscì fatale a Cartagine. Il partito della guerra rialzò il capo. Un’armata romana, incaricata del rifornimento dell’esercito di Scipione, fu catturata; le ostilità rinnovate, e Annibale costretto a mettersi a capo di una nuova guerra, mentre era venuto solo per suggellare una pace.

55. =Zama (202).= — La battaglia decisiva fu combattuta in territorio numidico, presso Zama. L’ordinamento che quel giorno Annibale dette ai suoi soldati richiama quello dei più celebri fatti d’arme della campagna d’Italia. Collocò i mercenari, che Cartagine aveva da poco arruolati, nella prima linea, fiancheggiati dalla sua eccellente cavalleria e sostenuti da ottanta elefanti da guerra. Essi dovevano affrontare i legionari romani, appena questi fossero stati scompigliati dall’urto degli elefanti, e, se quelle bestie fossero respinte o fermate, infliggere, sostenuti dalla seconda linea — le milizie nazionali cartaginesi — una prima sconfitta al nemico, se potessero, se no, logorare o stancare l’avversario, sia pur facendosi sconfiggere e terminando col retrocedere. Interverrebbe allora a dar l’ultimo e decisivo colpo la terza linea, composta di veterani reduci dalle campagne d’Italia.

Scipione invece dispose, come al solito, l’esercito su tre linee, ma non, come i generali romani solevano, a scacchiere; bensì lasciando tra i manipoli delle tre linee intervalli che si corrispondessero, in modo che tra i manipoli corressero dei corridoi, lunghi quanto l’esercito. Negli intervalli dei manipoli di avanguardia dispose i veliti, che, all’arrivo degli elefanti, dovevano, fuggendo e disperdendosi, tirare gli animali in questi corridoi aperti tra i manipoli, dove sarebbero stati saettati dalle due parti. Senonchè questo accorgimento riuscì in gran parte inutile. Spaventati dal suono delle trombe e aizzati dalle punture delle frecce dei veliti romani, la maggior parte degli elefanti si rovesciò sulla cavalleria cartaginese dell’ala sinistra, rendendo così facile al corpo avversario della cavalleria romana di caricarla e di metterla in fuga. La grande macchina dei successi annibalici, la vittoria iniziale della cavalleria, era questa volta rovesciata a pro dei Romani; e l’insuccesso riusciva più grave, perchè l’altra ala della cavalleria cartaginese era al tempo stesso sbaragliata.

Era dunque urgente per Annibale che la battaglia fosse decisa prima del ritorno offensivo della cavalleria nemica vincitrice. Ma se la sua prima linea combattè con onore, gli fu quasi impossibile far muovere la seconda, quella composta di Cartaginesi arruolati da poco e che, poco agguerrita, fu presa da panico. I mercenari della prima linea si credettero traditi, e si gettarono infuriati sulla seconda linea: sulle due parti dell’esercito cartaginese che si azzuffavano piombò allora la massa romana, tramutando quel macello in fuga. Ma Annibale non si die’ per vinto: raccolse alle ali quel che rimaneva della prima e della seconda linea, mentre Scipione imbarazzato dai cadaveri, che gli giacevano innanzi, in mezzo al campo, allungava il suo fronte collocando ai lati la seconda e la terza linea e nel centro quel che gli restava della prima. Così i due eserciti vennero all’urto finale, che fu terribile. Le sorti del combattimento apparivano ancora incerte, allorchè alle spalle delle milizie di Annibale comparve la cavalleria dei Romani, reduce dall’inseguimento nemico. L’esercito cartaginese fu avvolto; e la mossa e la sorpresa di Canne si rinnovarono. Dei 60.000 cartaginesi, ben 20.000 rimasero sul campo, ed altrettanti furono fatti prigionieri; lo stesso Annibale potè salvarsi a stento con un pugno di cavalieri ad _Hadrumetum_[47].

Da Hadrumetum il generale si recò tosto a Cartagine a consigliare, come quarant’anni prima, suo padre, dopo le Egadi, la pace. E la pace fu fatta. Cartagine riconosceva il nuovo regno di Numidia nella persona di Massinissa; entro i confini che Roma le avrebbe indicati. Si impegnava a pagare a questa, per cinquant’anni, una contribuzione annuale di 200 talenti; a consegnare, salvo _dieci_, tutte le navi e gli elefanti da guerra; ad abbandonare, per ora e per l’avvenire, ogni conquista esterna; a limitare i suoi armamenti, rinunziando alle leve dei mercenari stranieri; a far guerra in Africa solo con licenza dei Romani (201). Così, dopo poco più di sessant’anni di guerra, il più grande Stato dell’Occidente, europeo ed africano, spariva dal numero delle grandi potenze.

Roma aveva vinto perchè, possedendo la Sicilia, aveva per sè il vantaggio strategico, cosicchè Cartagine dovè attaccarla con il lungo giro fatto da Annibale; perchè, per la maggior parte della guerra, si tenne sulla difesa e non passò all’offesa che sull’ultimo; perchè le colonie latine rimasero fedeli, cingendola di una corazza di fortezze invincibili; e perchè dei sudditi, Galli, Italici, Greci ed Etruschi, solo una parte si ribellò. A queste tre ragioni conviene aggiungerne una quarta: l’esercito di coscrizione. Gli eserciti romani, reclutati con leve obbligatorie, erano più scadenti degli eserciti cartaginesi, composti di soldati di mestiere; onde si spiegano le gravi disfatte dei primi anni. Ma in compenso Roma potè disporre di forze più numerose; onde alla fine, la guerra essendo durata così a lungo, la quantità vinse la qualità.

NOTE AL CAPITOLO OTTAVO.

[39] POLYB., 2, 13, 7; 3, 27, 9 dà il testo della clausola capitale del trattato: μὴ διαβαίνειν Καρχηδονίους ἐπὶ πολέμῳ τὸν Ἴβηρα ποταμόν. Si tratta, dunque, come gli storici non hanno avvertito, di un accordo, con il quale Cartagine accettava una limitazione delle sue armi, impegnandosi a non mandare truppe oltre l’Ebro, per nessuna ragione; e non già di una delimitazione delle due reciproche sfere d’influenza. Come Polibio stesso osserva, i Romani, con questo trattato, non riconoscevano punto la Spagna al di là dell’Ebro quale territorio cartaginese (2, 13, 7).

[40] Cfr. POLYB., 2, 24: uno dei capitoli più importanti di tutta l’opera del grande storico.

[41] Queste, come le cifre precedenti e seguenti, risalgono a un’epigrafe dettata dallo stesso Annibale in memoria delle sue gesta italiche, a Lacinium, che lo storico Polibio conobbe e seguì nella sua grande opera (3, 56). Non abbiamo accolto i dubbi della moderna critica tedesca sulla presunta esagerazione di queste perdite, sia perchè Annibale ci pare fosse in grado di sapere quanti soldati aveva perduti meglio dei professori moderni; sia perchè la storia militare ci avverte come, in parecchie grandi campagne, antiche e moderne, le perdite che gli eserciti hanno subite per via dell’inclemenza delle stagioni, sono state più gravi di quelle toccate nelle vere e proprie battaglie campali.

[42] Il nome tradizionale dello scontro, è quello di _battaglia del Ticino_; ma il luogo preciso ove avvenne la battaglia è incerto.

[43] Molto hanno discusso gli eruditi per ritrovar dove fossero queste famose paludi; e con tanto maggiore accanimento, perchè Polibio e Livio non solo si contradicono tra di loro su questo punto, ma sono ambedue oscuri e imprecisi. Senonchè per sciogliere i dubbi non c’è che un mezzo: tener conto della ragione militare. Annibale non può aver imposto al suo esercito la fatica di marciare per parecchi giorni nelle paludi con l’acqua a mezza gamba, se non per evitare un ostacolo che gli sbarrava la strada. Ora dalla battaglia delle Trebbia sino alla battaglia del Trasimeno il solo ostacolo serio che egli doveva incontrare, era Arezzo, dove Flaminio l’aspettava. Noi sappiamo d’altra parte che Annibale eluse Flaminio, sbucandogli all’improvviso alle spalle, tanto che Flaminio fu costretto a rivoltare il fronte del suo esercito e inseguirlo nella direzione del Trasimeno. È dunque chiaro che Annibale ha gettato il suo esercito nelle paludi, per aggirare la posizione di Arezzo, costringere Flaminio ad uscire in campo aperto, invece di assalirlo nella posizione fortificata.

[44] La più sicura biografia politica di Fabio Massimo è contenuta in un’epigrafe, dettata in sua memoria e in suo onore; CIL, I, p. 288, n. XXIX.

[45] La nostra descrizione della battaglia di Canne deriva principalmente dal racconto di POLIBIO, 3, 110 sgg.

[46] Il testo del trattato è contenuto in POLIBIO, 7, 9.

[47] Fonte principale della descrizione della battaglia di Zama è al solito POLIBIO, 15, 9-14.

CAPITOLO NONO

L’EGEMONIA MEDITERRANEA