Part 7
— Camicie, pantofole, cuscini, borse da tabacco, posapiedi. Hanno lavorato molto quest’anno le nostre ragazze, — continuò la suora, — e non c’è nemmeno qui tutto. Una tovaglia da altare, commessa dall’Arcivescovo (fece una piccola riverenza) è già partita per una chiesa di Brianza. E si ingegnano anche a disegnare. Guardi questa capanna, abbastanza riuscita, nevvero? Pencola forse un poco a sinistra, ma si può immaginare che vi sia stata una scossa di terremoto.
La soddisfazione di avere detto una cosa spiritosa a una signora del gran mondo diffuse una placida gioia sul volto della suora. Erano quelle le sue grandi occasioni, il cui ricordo doveva bastarle per le lunghe giornate di clausura che sarebbero venute in seguito. I suoi occhi trascorrevano placidi dal punto in croce all’orlo a giorno, accarezzando un mazzo di fiori di carta posati dentro a un vaso di maiolica celeste con tale serena incoscienza di tutto ciò che non fosse scuola, lavoro e preghiera che la signora ne provò una specie di disagio. Pensava: Se le dicessi ciò che mi tumultua nel cuore, ora, mi comprenderebbe?
— Desidera visitare le classi?
— Oh! no, fa troppo caldo.
— Caldo? — ripetè la suora meravigliata. — Abbiamo abbassate tutte le tende per conservare le stanze fresche.
Non aveva caldo, la suora, sotto l’abito di lana che pur non lasciava scoperta una sola linea nè del collo, nè dei polsi. Ella aveva anche riunite le mani pallide e molli sotto la pellegrina. Somigliava così al quadro appeso alle pareti, il ritratto della fondatrice della casa, vestita al pari di lei, come se la pellegrina livellatrice delle forme avesse imprigionato la viva e la morta nello stesso sudario di rinunzie.
Lo sguardo della signora vagava dalle finestre assolate alle carte geografiche ed al crocefisso, arrestandosi un istante sul ritratto per ricadere a piombo sulla figura della suora che le stava davanti e che sentiva tanto lontana da lei. Mio Dio, — pensava, — ha ella mai avuta una fronte d’uomo appoggiata sul suo cuore?
— Coll’anno nuovo, — disse la suora, la quale avendo raggiunto l’ultima tavola si trovava presso la porta d’uscita e giudicava esser tempo di metter fuori le sue ultime batterie di campagna, — avremo la luce elettrica.
— Davvero?
— Per opera di un benefattore, naturalmente, il quale si incarica dell’impianto. È stata una bella idea, non c’è che dire, ma abbiamo molti altri bisogni.... molti. Lo stato della guardaroba è compassionevole.... Aspettiamo lo slancio di qualche anima buona....
— Lo slancio non basta, sorella, — interruppe la signora con un sorriso.
— Certamente, ma speriamo.... speriamo nella generosità delle nostre patronesse. Chi può, nevvero?...
— Terrò nota del desiderio.
— Che il Signore la benedica, signora contessa.
— Non me! Non me! — esclamò vivamente la signora, — e già nel suo pensiero si delineava la testa amata sulla quale avrebbe voluto ricondurre tutte le benedizioni.
Ogni suo atto, ogni suo pensiero, qualunque fosse, prendeva ormai quella direzione, gravitava per forza maggiore intorno all’astro da cui le veniva calore e luce; e se per poco si trovava costretta ad allontanarsene, subito vi ritornava con un riflusso di gioia che le rendeva di volta in volta sempre più impossibile vivere altrove. Il sogno era diventato la sua realtà. Per questo lasciando l’asilo corse veloce alla propria dimora, già così piena di lui, dove le era caro raccogliersi per intensificare l’estasi.
Ma un’amica l’aspettava, antica e fedele, venuta dalla provincia, che non vedeva da gran tempo e alla quale tese le braccia con sincero affetto. Fu il loro incontro simile a una pagina cara di un libro dimenticato che si apre improvvisamente.
— Sei sempre la stessa, — disse l’amica con schietta ammirazione.
Non potè la signora, per quanto lo avesse desiderato, renderle il medesimo tributo. La figura che le stava dinanzi, bellissima un giorno e non ancora vecchia, era già ricoperta dallo strato opaco e denso che scende sopra certi volti di donna come un sipario a rappresentazione finita. I suoi capelli, tuttochè ancora bruni, non avevano quel movimento leggiero di una testa sulla quale passa l’ala vagabonda delle dolci visioni; ne’ suoi occhi c’erano troppi numeri, troppe combinazioni sagge e scrupolose perchè lo sguardo potesse ancora sfavillare di fronte all’impreveduto; la linea della bocca, asciutta, in una posa ieratica di immobilità appariva chiusa per sempre ai fremiti del desiderio; bella coppa di Museo a cui nessuno pensa di accostare le labbra. C’era la polvere del tempo sulle sue guancie, dove la regolarità di una vita tranquilla trionfava nella pienezza di un frutto ben conservato, ma dove più non corre la linfa rinnovatrice del ramo; e quell’andare e venire delle luci, quell’alternarsi di toni che dinota l’altalena continua dello spirito moriva sul volto dell’amica in una patina uguale che ne materializzava l’espressione.
La signora rimase un attimo confusa. Aveva torto l’amica di avere tanto mutato o il torto era suo a non mutare?
— Stai molto bene, — le disse finalmente, lieta di aver trovato una frase opportuna in non assoluto dissidio colla verità.
— Davvero la salute è buona, ne ho bisogno per condurre tutta la mia baracca.
— Con molti burattini?
— Cinque.
Si dilungò compiacentemente a parlare de’ suoi figli, specialmente delle ragazze che erano le maggiori; una al ginnasio, l’altra in un collegio svizzero, la prima già laureata dottoressa in lettere.
— Quanti anni ha?
— Venti.
— Presto presto dunque....
— Sì, ha in vista una cattedra.
— Scusa, volevo dire un marito.
— Eh! sì che pensa al marito! È tutta studi, non ha in mente altro. Molto meglio per lei, del resto.
La signora ammutolì. Continuò l’altra narrando una storia complicata di affari andati male, di una causa perduta, di invidie fra parenti, di malattie, di morti, di eredità, di governo e di tasse.
— Ecco la vita, — pensava la signora colla sensazione bizzarra di guardare il mondo da un altro mondo, provando un po’ di vertigine e un lieve ronzìo nelle orecchie.
— E tu? — fece a un tratto l’amica, — narrami di te.
— Oh!... io.... non ho nulla.
— Come sei bella in questo momento! Ti è venuto un po’ di rosso alle guancie. Mi riappari tale e quale eri quel giorno, sai, della famosa gita in barca? Avevi un abito rosa, allora, e ti si sciolsero le treccie nell’impeto del vogare. Quanti anni sono passati?
Fu la volta di rievocare cose e persone, tanti fatti, tanti avvenimenti che avevano avuto il loro istante di importanza, per cui si era palpitato o riso o pianto insieme ad altra gente che ora non c’era più, morta, dispersa, perduta....
— E l’Adele? Ricordi il suo disperato amore per un uomo che aveva vent’anni più di lei, le sue lettere roventi, i versi che gli scriveva, il proposito di farsi rapire? S’è poi monacata come ne ebbe l’intenzione? Non ne seppi più nulla. A noi ora tali follie non sembrano possibili, vero? Ci vogliono proprio i quindici e i vent’anni per simili ubriacature.
La signora sembrava ascoltare questo cicaleccio sorridendo a fior di labbra, abbandonata sul cuscino di mussolina bianca a trafori che la spalleggiava nella piccola poltrona; ma la sua mano errante intorno ai ninnoli del tavolino aveva una carezza particolare per un cofanetto dove giaceva l’ultima lettera di Ariele Moena; una lettera ricevuta quel mattino stesso, nella quale Moena le annunciava la sua visita per la sera.
— E a teatro vai?
— Qualche volta.
— Io ho veduto appunto ier l’altro la Gramatica nella commedia _L’età d’amare_. La conosci?
— La commedia? No.
— Magnifica. Gran trionfo per la Gramatica. A quarant’anni l’amore deve tacere e deve morire. Ella ha dato un bel rilievo a questa situazione arrischiata. Non ci voleva meno della sua abilità per rendere interessante una passione che diversamente non si capirebbe.
— Noo?
— No, assolutamente. Ogni cosa a suo tempo. L’amore col primo capello bianco è imperdonabile.
Vi fu un silenzio. La signora mormorò piano:
— Forse hai ragione; eppure, tutto comprendere non è tutto perdonare?
L’amica scuoteva il capo dubbiosa.
— E si può fare un passo più innanzi — disse una voce che fece voltare la testa alle due amiche. — Perdonare anche quando non si comprende.
Un vecchietto era sulla soglia, lindo, sereno, col sorriso indulgente di chi non chiede più nulla alla vita. La signora lo salutò con espansione, quasi con riconoscenza.
— Neanche un grande commediografo, neanche una abilissima attrice, — continuò il vecchietto sempre sorridendo, — possono comandare all’amore di tacere e di morire. L’amore non ubbidisce che all’amore.
Nuove visite seguirono immediatamente il vecchietto che si vide soffocata la sua filosofia tra una grossa matrona da una parte e due ragazze dall’altra; chiuso fra un cicaleccio serrato dove alternativamente emergeva la voce della matrona deplorante lo scarso raccolto dei bozzoli e quella delle ragazze esaltate nel racconto di una volata in aeroplano.
A un tratto la conversazione divenne generale intorno a un pettegolezzo di cronaca cittadina; brillò di spirito, spumeggiò di malizia, salì con violenza di razzo ai fastigi dell’iperbole, ricadde in bagliori di stelle filanti, languì, si spense. Il vecchietto stava per pronunciare un aforismo, una delle ragazze si guardava la punta degli scarpini; una signora in un angolo, che non aveva detto ancor nulla, lanciò la parola “villeggiatura„ e allora tutti si affrettarono ad annunciare i loro progetti, vantando quale i monti quale il mare, quale l’uno, quale l’altro posto; si citarono alberghi, si calcolarono altezze; nomi umili e nomi reboanti incrociarono la sfida. Treni e automobili sfilarono all’orizzonte.
La signora continuava a mostrarsi attenta ai discorsi de’ suoi visitatori, essendosi rizzata sulla poltroncina, il mento teso in avanti, le pupille aperte, l’espressione della fisionomia gentile e raccolta, approvando o disapprovando con un lieve cenno, con un monosillabo. Le stava dinanzi la grossa matrona, la quale ridendo aveva uno special modo di scuotere le spalle come fa un anitroccolo le ali quando diguazza in uno stagno; tale vista le accresceva un malessere indefinito, una impazienza, una noia che la rodeva tutta sotto l’aspetto grazioso. Fra due ore, — pensava a tratti socchiudendo rapidamente le palpebre, — lo vedrò. Questa visione interna le dava una forza di resistenza sulla quale ognuno dei presenti poteva facilmente ingannarsi.
Appena furono partiti corse ad aprire le finestre e nell’aria pura che entrava respirò a pieni polmoni, sollevata, libera; libera finalmente! Rientrò poi nella stanza misurandola a passi rapidi, mettendo a posto una sedia, un ricamo; la sua persona le apparve di traverso in uno specchio e si piacque: un’onda di gioia la invase tutta. Disse forte: Moena! Moena!...
Se quando la prima volta che lo vide ed ella aveva pensato: _Quale donna passerà nel sogno di quegli occhi?_ una voce le avesse mormorato all’orecchio: _Tu!_... Ancora le sorgevano tali momenti di meraviglia, ancora le accadeva di chiedere a sè stessa: Possibile?
La singolarità di quell’amore che stringeva in una rigida acerbezza di bocciolo fermenti insospettati di frutto maturo, che univa a frigidi candori di alba la porpora magnifica e spasimante dei tramonti per cui palpita in cielo tutta la morente voluttà della luce, la innalzava a uno stato di estasi panteistica come se convergessero in lei per vie di mistero le forze generatrici della natura creando nel suo seno il miracolo della giovinezza eterna.
Solo uno che dal sepolcro risorgesse, serbando memoria di essere stato morto e sulle sue ossa scheletrite vedesse rifiorire la carne, e sentisse battere i suoi polsi, ed alzarsi dall’immoto cervello il volo dei pensieri, ed affluire il sangue al cuore ricco di tutti i desideri della vita, quello solo poteva comprenderla: ma quell’uno non esisteva! E tutti gli altri che vedeva intorno, uomini e donne, si muovevano sulla pista dell’esistenza comune, avevano un’altra voce, pronunciavano altre parole; i loro gesti ripetevano per lei l’inconsistenza dei gesti di un automa. Forse erano fantasmi? Forse invece erano semplicemente uomini e allora era lei stessa che si trovava fuori della comunità, salamandra viva in un cerchio di fuoco, trasfigurata, transumanata. Ebbene? La coscienza di poter offrire un amore raro, di rispondere veramente al bel nome di Unica che Ariele le aveva dato, sosteneva il suo orgoglio all’altezza del suo amore.
Poichè il bisogno dell’eterno aveva tormentato senza consumarlo il suo spirito ardente, ella si slanciava con rinnovellato trasporto alla conquista del suo ideale. Confusamente in alcuni istanti, chiarissimo in alcuni altri, il pensiero che Ariele non avrebbe potuto conservarsi suo per sempre ed esclusivamente suo non era di ostacolo al prorompere della passione, nello stesso modo che alberi e sassi e dighe non arrestano l’impeto della bufera quando in essa si scatena la furia degli elementi; ma sovra tutto ella pensava che se l’ebbrezza d’amore è fugace, restare quale ricordo al sommo di una bell’anima, come altare in una coscienza, come faro in una vita, fosse tale premio che ben meritasse di affrontare amarezze e dolori e lagrime infinite.
Le deliziose parole di Ariele “Come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà„ le stavano fisse nel pensiero e le ripeteva follemente. Se anche ciò non dovesse essere vero nel futuro, nessuna forza umana cancellerebbe il divino istante in cui egli le aveva pronunciate con piena fede. E che cosa è la felicità se non uno di cotali istanti la cui memoria irraggia tutta una esistenza? Poter dire: “Ho amato; fui amata; i tesori della terra i segreti del cielo mi furono rivelati in un bacio„, non è mescersi alla immortalità del tutto, non è afferrare la vita nella sua intima essenza, forse nel suo unico perchè?
Oh! una sera, quale luce straordinaria era brillata nelle pupille di Moena abitualmente velate e gravi! una luce azzurra che accendendosi improvvisamente ne aveva mutato il colore dell’iride, mentre egli la guardava a fondo, tenendola per i polsi in un desiderio ambiguo di allontanarla oppure di attirarsela violentemente sul petto, e un riso di voluttà, di sfida inconsapevole, faceva palpitare l’ugola a lei, quasi riversa! In quell’attimo la giovanile bellezza di Ariele rifulse così trionfante che il suo godimento a guardarlo se ne era esasperato fino alla sofferenza. Nulla vi poteva essere di più, nulla!
Ella sentiva che quella intima comprensione, quell’estasi, quell’amore condiviso e pieno non calmava la sete che aveva di lui; che quando pure si fosse saziata di tutto il suo corpo non lo avrebbe mai stretto abbastanza; che gli occhi, le braccia, la bocca non riescono a imprigionare l’anelito supremo di un’anima sitibonda di assoluto, che va fino all’annientamento, alla distruzione, alla morte, — e quando la passione raggiunge tali vertici oltre cui non vi è posto che per Iddio, la creatura mortale può alzare orgogliosa la fronte: ella ha toccato l’eterna verità; ma può anche morire, perchè la vita le ha dato tutto ciò che poteva dare.
IX.
Una separazione ancora; calda, fremente, senza promesse, come l’altra.
— Potrò venire a trovarla? — aveva chiesto Moena all’ultimo istante.
No, non era possibile. La signora si ritirava ogni anno di quella stagione in una sua terra dove tutti la conoscevano, dove era amata e venerata, dove i suoi passi, i suoi gesti, le menome azioni della sua vita semplice e pura si svolgevano in vista di un intero paese. Non era possibile. Partì sola.
Forse in tale spontanea rinuncia si celava un occulto istinto di tregua alla dolcezza dolorante delle carezze incomplete: a quella intimità di tutti i giorni che pur conservandosi casta rimoveva in entrambi torbide fiamme. Nelle ultime sere aveva avuto l’impressione precisa di rasentare un abisso, e per quanto si ripetesse che ciò non poteva essere, il brivido del pericolo le era rimasto nella carne commisto ad una gioia profonda e spaventosa.
Molte volte era stata desiderata; molte volte aveva sorpreso nelle pupille di un uomo quel lampo di divina follia che lo prostra tutto intero, lui, il suo orgoglio e la sua volontà ai ginocchi di una donna; e sempre tale atto le era apparso misterioso e solenne, come quei magnifici spettacoli elementari che sollevano i turbini e le tempeste, che scuotono la terra nelle sue viscere più profonde, che dai cieli squarciati e dalle gonfie maree mandano a tutto ciò che vive il palpito fraterno della natura creatrice.
E lei pure aveva desiderato. Risalendo il corso degli anni ritrovava nella memoria antiche battaglie dalle quali era uscita vincitrice portando stimmate gloriose di passione e di sacrificio; ma nel pensarvi ora (e quanto vi pensava all’ombra tranquilla degli alberi testimoni del passato!), sfogliando i suoi ricordi col gesto lento che stacca dal cuore di una rosa i petali ad uno ad uno, era dal suo proprio cuore che staccava le bende di ferite oramai chiuse e le lasciava cadere davanti a sè, ammucchiandole, gettandovi a furia come dentro a un rogo tanti fiori, tante lettere, tante dolci parole, e promesse e sospiri e illusioni felici.
Sorgevano per incanto (là sotto gli alberi che avevano misurato i suoi passi di bimba) i primi trionfi della sua bellezza nascente, i primi sguardi, i primi avvertimenti del senso sperduto nei veli confusi dell’innocenza. E le paure, i propositi, le lotte, gli accasciamenti, i giorni della desolazione, le notti della insonnia, quando l’amore uscendo dalla larva che lo mostra così dolce all’apparire le si era rivelato nella sua potenza di dominatore tirannico e crudele. Tutto sorgeva. Ma da questo scrigno della memoria dove ella aveva accumulato e sepolto tesori di passioni le sue mani febbrili li andavano a ricercare con una frenesia acre di sacrifizio. Tutto ella traeva e tutto ella gettava in quel rogo fantastico: desideri, speranze, sconfitte, trionfi; l’ebbrezza degli amati, la disperazione dei respinti; tutto, tutto ciò che aveva sofferto, tutto ciò che aveva fatto soffrire. E ancora: i rimpianti, i pentimenti, lo sdegno, la pietà, le fatali nostalgie, i sottili veleni rimasti in fondo alle passioni morte simili ai rottami che si lascian dietro i naufragi, che le onde sollevano e sbattono sulle rive, sollevati da lei, sbattuti da lei contro il suo cuore, ricadevano nel rogo, lo colmavano.
Era la sua esistenza intera svolgentesi sotto i suoi occhi che ella guardava attraverso il nuovo incantesimo. Che via lunga! Come la piccola sè stessa appena allacciata al sentiero cresceva ad ogni passo, ad ogni passo tramutavasi; e il sentiero s’affondava in lontananze nebulose dove alcune ombre passavano senza far rumore, dove non eravi più luce di vita, ma solo un crepuscolo di ricordi affievoliti.
Si vedeva distesa in un ampio letto, più pallida delle trine che la cingevano, così debole che mal sopportava l’impeto del sole baluccicante sui vetri della finestra; e l’infermiera cauta, con scarpe di panno, attraversava la camera per andare a sciogliere le cortine, — se le rammentava ancora, azzurre, — che subito immersero la camera in una soave penombra. Risentiva il torpore morbido delle membra abbattute in seguito alla gran crisi della maternità, il languore delle vene vuotate e l’aspetto diverso delle cose che si ripresentavano a’ suoi sensi, dopo di avere rasentato l’abisso della morte. Che vi era più per lei, allora, se non un andirivieni di persone sorridenti chine sul suo letto e sulla piccola culla accanto, nell’odore aromatico della camomilla e del pane bruciato, fra un incrociarsi di consigli e di raccomandazioni fatte a bassa voce coll’indice sul labbro, al tinnire lieve del cucchiaino d’argento contro gli orli della coppa nella quale prendeva i primi alimenti?
Non credeva ella allora di avere compiuta la parabola ascendente de’ suoi giorni? di avere chiusa la sua vita di giovane donna? e che la voce di quel piccolo essere suo (voce così nuova) dovesse sola oramai destare le misteriose rispondenze del suo cuore?
Ricordava la lunghissima convalescenza, quando era così debole, così debole che mai più avrebbe creduto di potersi reggere in piedi, e già tentava d’acconciarsi ad una placida vita di infermuccia, a muoversi adagino nel suo bell’appartamento, a passare le giornate tranquilla, adagiata sulla poltrona, guardando il cielo attraverso i vetri, chi sa per quanto tempo! per sempre forse?
Ricordava in modo singolare l’impressione avuta da un luminoso meriggio sulla fine di marzo, con quella luce d’oro trasparente nel cobalto dell’aria propria della stagione ventosa; e quella gaiezza impaziente dei mandorli che fa sprigionare i fiori prima delle foglie; e le folate di pollini misteriosi, di odorose pelurie roteanti a sciami nei raggi del sole, sotto il volo delle rondini; e i terrazzi e i balconi spalancati dove le donne affrancano con un filo di ferro i vasi delle violacciocche; tutta la primavera sorridente intorno a lei, alla sua giovinezza ammalata.... Ah! la sottile malinconia che l’aveva presa scorgendo in un giardinetto due vecchie ritte a ciarlare tra le aiuole di prezzemolo novellino; ritte su due piedi e salde, mentre lei non poteva abbandonare la sedia a sdraio.... Ridevano, le vecchie, accentuando le rughe dei loro volti incartapecoriti, coi cernecchi grigi che danzavano nel vento; e un giovane can volpino ubriaco di primavera ad ogni po’ addentava le loro gonne con uno squassone tanto forte che le faceva traballare. Allora ridevano, ridevano più ancora, le vecchie....
Anni o secoli erano trascorsi? Non li volle contare. Il rogo si colmava di croci e di bare; ma una scintilla si era accesa là dove il regno della morte aveva già steso le sue ombre acquietatrici. Una scintilla piccola dapprima, quasi inavvertita, — una fiammolina tenue, un po’ fredda ancora ed incerta, saliente serpentina con moti tardi, con indugi timorosi, — un istante di sosta in un tepore dolcissimo, — un occulto fremito, — un improvviso accendersi poi e un divampare magnifico in lingue di fuoco balzanti alla conquista, irrompenti, dominatrici, folli, assurde, — raccogliendo nella festa dei loro colori la tenerezza madreperlacea delle albe, l’oro dei meriggi ardenti, la sanguigna porpora del tramonto, — ed in quella ebbrezza di combustione come il pulsare di mille vite in una delirante ora di febbre.
Rogo d’amore! La poesia del simbolo rispondeva alla poesia della fiamma: la vedeva ella e la sentiva veramente nella intensità delle sue carezze più profonde di un morso; già le carni le scottavano, già un primo grido di spasimo attraversava il piacere, già la fiamma le era cintura, manto e casco, — il rogo la investiva tutta. Il rogo la investiva tutta ed ella cantava in mezzo alle lingue di fuoco le glorie dell’amore.
Creatura di passione, intelligenza vigile, l’Unica alternava a questi abbandoni della fantasia lucidi istanti di ragionamento. Quando si accorgeva che la sua carne e la sua anima soffrivano insieme di intimi flagelli era pur d’uopo che tendesse la mente alle oscure minaccie del futuro. Per quanto luminoso sia un tramonto, per quanta apoteosi di raggi ne circondi il breve arco sul cielo, ella sapeva che lo segue da vicino la notte; e Ariele era così giovane!
Un’ansia tormentosa, un sottile rodimento la assaliva pensando a lui in quelle sere estive in cui l’aria era pregna di effluvi, molle di languori. Dove era Ariele? Ah! perchè non aveva potuto fermare per l’eternità le sere trascorse insieme, lassù fra i monti trentini, nell’attimo felice del loro amore nascente? perchè ora, giunto alla piena maturanza, questo frutto d’oro che le Esperidi le avrebbero invidiato, pesava già nelle sue mani coi fili misteriosi del presentimento? Una lettera fremeva ad ogni movimento del suo busto; Ariele le scriveva tutti i giorni; eppure attraverso lo spazio che li separava ella intuiva un esercito di nemici. Dove era, dove era Ariele?