Rogo d'amore

Part 4

Chapter 43,739 wordsPublic domain

— Che! — affrettossi a rispondere la signora, — non vi sono belve qui.

Voleva scherzare, ma il riso le si spense in gola.

Gli alberi infittivano, abbracciati, stretti, confuse le chiome sui nidi dormenti, roride di rugiada le gemme come bocche baciate. Il raggio di luna che li aveva guidati dapprima non era più che un tenue chiarore attraverso l’opacità fronzuta dei castagni. Ora non si scorgevano quasi neppure e andavano tentoni, presi da un brivido che non era di freddo, evitando di toccarsi. Non osavano parlare, e tacere sembrava loro anche più pericoloso perchè in mezzo al silenzio altissimo temevano di udire l’affanno dei loro respiri.

La signora si mostrava la più disinvolta e come quella che meglio conosceva il bosco tentava di aprirsi un varco verso i sentieri noti, sbagliando tuttavia nella confusione delle tenebre, rialzando allora il proprio coraggio con parole staccate che suonavano con uno stridore di note false nella gran quiete misteriosa; e più ella parlava, più Moena taceva.

Rapido un aroma scese dall’alto, li cinse.

— La pineta! — esclamò la signora.

Moena non rispose, ma si fermò fiutando l’aria. Ella ne scorgeva la linea snella della persona in sfumature d’ombra. Egli di lei fissava il velo bianco.

— Prendiamo a destra? — disse lei.

— Come vuole.

— Sarà più breve.

— Come vuole.

La voce di Moena, alterata, bassissima, turbò la signora in modo straordinario. Il suo coraggio venne meno a un tratto. Sentì il fascino misterioso della notte avvolgerla in una rete di incanto, penetrarla tutta, quasi sfinirla nella invadente dolcezza dell’oblio.

E il bosco diventava più nero, ed essi evitavano sempre più di toccarsi, chiusi in una follìa di terrore che faceva loro paventare ad ogni istante l’istante che sarebbe venuto dopo: inquietudine deliziosa di ciò che poteva accadere, spavento di una felicità troppo rapida e troppo vicina.

— Non ci vedo più, — mormorò lei.

Sostarono allora coll’impressione così viva della loro solitudine, che il silenzio si fece palpitante del palpito dei loro cuori.

— Ha paura? — chiese ancora Moena pianissimo, — ha paura.... di me?

— Oh di lei? no, no, no.

Egli si irrigidì, conscio della propria responsabilità, temendo di distruggere con un gesto imprudente la divina ebbrezza che li circondava. Così ricaddero nel silenzio ardente dove i loro sensi privi di voce, di sguardi, di contatto, si cercavano.

Un grido della signora fece sobbalzare Moena. Avevano affondato il piede in un terreno molle e l’inatteso ostacolo li teneva uniti in uno smarrimento più dolce di una carezza. Già egli sentiva la vertigine del pericolo impossessarsi di tutto il suo essere. Ella disse:

— Non è nulla; siamo entrati nel prato, bisogna retrocedere.

Il balsamo dei pini li raggiunse per la seconda volta.

— Che profumo!

Camminava ora leggiera sul sentiero di cui scorgevasi appena il chiaro nastro serpeggiante sotto gli alberi e, trepida delle pause prolungate, tentava romperle con brevi esclamazioni dove l’ansia che ella voleva nascondere trapelava suo malgrado in note tremanti che il silenzio del bosco le rimandava, con un prolungamento di singulti, attraverso la rugiada dei rami.

Le loro gole erano chiuse, le loro arterie pulsavano disordinatamente e correvano, quasi, correvano quanto era loro concesso dalla via mal nota.

Sotto un improvviso nereggiare di abeti ripetè Moena la sua singolare domanda: “Ha paura?„ cui ella rispose i tre “no! no! no!„ disperati, convulsi, sotto i quali celava un reale senso di paura senza nome, che non voleva confessare a sè stessa, meno che meno a lui, che la sbigottiva e la inebbriava insieme.

Ma non potevano più reggere. Le parole ridotte a sillabe, a piccoli gridi gutturali, morivano nell’ansia dei loro petti. Il respiro affannoso di Moena seguiva da presso la donna: ella se lo sentiva penetrare nei capelli, sul collo nudo giù per il filo delle reni. L’ultimo silenzio fu uno strazio di passione.

Vi è un’eco anche per il silenzio. Esso era impressionante nella oscurità che li circondava, mentre l’incenso della foresta dai vivi turiboli delle conifere erette a candelabri sembrava accompagnare il mistero di un rito dolce e solenne; ed ogni forma nuova di cespuglio o viluppo di rami, ferendo quell’unico dei loro sensi che non fosse assorbito dall’estasi, li richiamava alla visione di una realtà così palpitante che il battito dei loro cuori si arrestava.

Il silenzio allora ghermendoli con raddoppiata violenza li lasciava spogli d’ogni velo l’uno di fronte all’altro nella magnifica gioia della rivelazione e pur trepidi del mistico terrore che dovette assalire i primi amanti sotto l’albero fatale del paradiso.

Quando spuntarono lontanamente i lumi del paese parvero svegliarsi da un sogno. Senza guardarsi, senza darsi la mano, si separarono.

V.

Ma il domani!...

Non una notte era passata su di loro; una vita. Essi ora _sapevano_. Essi ritrovandosi al mattino pallidi e disfatti si lessero reciprocamente negli occhi le deliziose sofferenze dell’insonnia trascorsa a rievocare sensazioni così sottili e squisite che rifuggivano dalla parola, come se la parola nel suo urto di cosa concreta dovesse frangerne il diafano tessuto. Non accennarono neppure alla passeggiata nel bosco, non vi fecero alcuna allusione, pur pensandovi sempre, anzi non pensando che a quella con una complicità di silenzio più turbatrice di qualsiasi confessione. Guardarsi, allora, con quel reciproco pensiero occulto era una dolcezza senza nome.

Ripresero le loro conversazioni a scatti, note un po’ disordinate che si levavano ansiosamente dai loro petti nella ricerca della nota giusta, fremiti di corde sfiorate appena, arcate di violini morenti in un sospiro. Dal giorno che si erano trovati al cimitero, quando per la prima volta venne pronunciata fra loro la parola amore, l’argomento ritornava sovente a tentarli coll’inebbriante sentore di un giardino pieno di rose, non ancora dischiuso, ma vicino; e quel parlare d’amore fra due persone che si amavano senza esserselo ancora detto, fra una donna intelligente e un uomo delicato, sottilizzava l’essenza fino alla vaporosità di un etere. Era ciò a cui pensava Moena:

— Le persone grossolane hanno in amore un piacere solo. I sensibili ne hanno mille.

— I sette veli d’Iside destinati a coprire il mistero, — rispose la signora con un ardire a cui la purezza de’ suoi sguardi toglieva ogni interpretazione equivoca.

— Sì, — riprese Moena convinto, — perchè, ammettendo pure che la meta sia una, è la scelta della strada e il modo di percorrerla che ne stampa la nobiltà.

L’aforisma era ardito, tuttavia prima ancora di poter riflettere ella mormorò:

— È vero.

Approvando così la signora si raffigurava i pellegrinaggi compiuti fra i digiuni e le privazioni, i devoti giunti scalzi, in ginocchio, dinanzi al simulacro del Dio, È una via di passione quella che conduce al cielo. Come si intendevano sempre!

Ma più la giornata scemava volgendo alla fine, una inquietudine singolare si impossessò di lei. Vedeva con ansia avanzarsi la sera. Avrebbe egli mai proposto una seconda passeggiata nel bosco? Questo pensiero che le sarebbe parso una profanazione dell’ora divina le riusciva intollerabile, sopratutto perchè Moena non sarebbe più stato Moena, quanto dire l’essere di tutte le finezze, di tutte le spiritualità. All’ora consueta essi ben si ritrovarono quasi sul limitare del bosco con quel pensiero unico inconfessato che li riempiva di una indicibile ebbrezza e di uno sgomento delizioso, ma nessuna parola venne a interrompere il duetto muto delle due anime. Sedettero sulla solita panchina, lontani l’uno dall’altro, bevendo il loro silenzio ardente.

Il giorno appresso la signora, richiamata da un telegramma di affari, si stava preparando alla dipartita e togliendo il volume di Carducci dal nido di trine e di batiste dove lo aveva tenuto sepolto tutti quei giorni decise improvvisamente di riportarlo a Moena in quel suo piccolo albergo che ella vide sorgere tutto roseo in mezzo al verde. Non si aspettava di trovarlo in casa. Egli era là seduto sotto il breve portico; leggeva. Quando la vide si alzò senza dimostrare alcuna meraviglia. Semplicemente volle che entrasse, che sedesse anche lei, un momento almeno, sotto il portico.

Tutto era luminoso; l’ora, il luogo, il breve portico riparato da una tenda, il piccolo giardino pieno di rose, la giocondità dei loro occhi che si guardavano insaziati cogliendo l’attimo. Egli aveva avuta l’intenzione di uscire e non era uscito.... I loro pensieri si incontravano dunque anche lontani? Cos’era? cos’era quel fascino che li avvinceva sì tenacemente? Moena disse a un tratto:

— Sa il latino?

— Il latino, perchè?

— Mi viene in mente una frase.

— Provi a dirla. Vi sono frasi latine che tutti intendono.

— _Crescit eundo_, — pronunciò lentamente il giovane, fissandola.

Ella rise, lui no. Ma l’aria intorno era dorata, le cose serene, i cuori sboccianti come fiori, i fiori palpitanti come cuori. Che dire? Che aggiungere? Si alzarono con una esuberanza di vita che traboccava, che faceva piegare i loro ginocchi sotto il peso di una felicità troppo grande.

— Tenga lei il volume.

— No, preferisco sia suo....

— ?

— Poichè è stato mio tutti questi giorni.

Non disse quanti pensieri vi aveva rinchiusi. Forse egli li avrebbe ritrovati più tardi. Immaginare che li avrebbe ritrovati, che avrebbe posato la mano, la faccia forse, forse la bocca in quelle pagine tutte piene di lei, le faceva passare un brivido sotto la pelle. Egli lo sentì.

Alla sera, ancora, il ricordo del bosco li ossessionava. Si portarono inconsci fino al limitare di esso. Teneva la signora appoggiata la mano sul braccio di Moena, senza stringerlo, in un contatto quasi immateriale, ma ad un certo punto, pavida, lo premette retrocedendo.

— No? — fece lui pianissimamente, come un soffio.

— No, più.

— Oh! avevo tanto temuto che ella lo richiedesse, — esclamò il giovane con un prorompere di giuliva dolcezza.

— Ed io? Ed io dunque?

Si strinsero un istante nella gioia di sentirsi sempre più compresi, sempre più uniti; ma il passeggiare li stancava. Sedettero sopra un rustico sedile ombreggiato da un tetto di paglia e da tralci d’edera.

La loro commozione era al colmo. Moena, più ancora di lei appariva accasciato da una lotta interna, riverso sul sedile, colla fronte tra le mani. Soffriva. Il silenzio era altissimo; l’ombra cupa si frastagliava appena in qualche chiazza di luce, riverbero di lumi lontani, ricordo fioco di una vita che non era la loro.

— Ah! se non è questo amore....

Le parole, soffocate, ella più che intenderle le indovinò. Maternamente gli pose una mano sui capelli, penetrata del suo soffrire, tutta assorbendo quella sincerità d’uomo che saliva a lei in uno di quei momenti di dedizione assoluta che trasfigurano il senso elevandolo alla poesia del mistero. Lo chiamò pronunciando il suo nome per la prima volta.

— Ariele.

Egli si sciolse. Chinandosi soggiunse ella con dolcezza:

— Siamo forti. (Ma tremava.)

Sorsero entrambi, ciechi e muti, barcollando nell’ombra. Un tratto Moena le cinse il fianco, lieve. Ella ansimò. La bocca di lui si avvicinava, ardente, cercando. La donna, tremebonda, sfuggiva ritorcendo il volto.

— Perchè.... perchè? — supplicava il giovane.

Alfine, lento, senza un grido, il bacio si staccò dalle loro labbra come frutto maturo che il ramo non può più sostenere. Lo assaporarono essi in un attimo di indicibile dolcezza senza più pronunciare parola, confusi, tremanti, serrando in cuore il loro dolce segreto.

Quella notte Moena non chiuse occhio. Balzato dalle coltri arroventate sul far dell’alba andò solo a passeggiare nel bosco aspettando l’ora di potersi presentare alla signora. Doveva essere quello il loro ultimo convegno, avendo preso l’accordo che egli sarebbe partito prima di lei. Intuiva di chiudere un periodo unico nella sua vita e una grande tristezza si mesceva al ricordo dei giorni trascorsi in una estasi di sogno. Presso a nessuna donna si era sentito così felice, mai.

Nel passare dinanzi al capanno che la sera innanzi aveva protetto il loro bacio si arrestò con una sensazione di tremore quasi religioso. Un esile tralcio d’edera pendeva al posto stesso dove le loro labbra si erano incontrate. Egli colse una fogliolina appena appena dischiusa a quel posto, fiore del loro bacio, fragile e gracile tanto che stava per suscitargli il rimorso di averla colta, così novellina e piccola, ma pensò subito: anche il nostro amore è novellino, — e sorrise del suo raro e breve sorriso. Tenendo la foglia con grandi precauzioni sul palmo della mano rientrò all’albergo e volle subito collocarla nel volume di Carducci, alla pagina intitolata _Panteismo_, sulle parole ultime: “Ella, ella t’ama„.

Fu interrotta la soave occupazione da una lettera che Moena ricevette e lesse rapidamente tutto alterato in volto nello spasimo di un brusco trapasso. Quando si presentò poco tempo dopo alla signora la sua fisionomia non era ancora ricomposta; solo udendo che la signora aveva passata una cattiva notte e si alzava allora, ebbe un sussulto quasi di gioia. Anche lei, dunque?...

Ma l’accordo non si stabilì. La signora avvertì subito negli occhi di Moena un pensiero al quale ella era estranea. Si aspettava di trovarlo più tenero, più ardente, desolato della loro separazione. Il dubbio che la sua condiscendenza della sera prima ne avesse intiepidito l’affetto la indurì, suggerendole parole fredde e altere. Pure avevano toccato insieme le soglie di una ebbrezza ideale, e il loro pallore e il cavo livido degli occhi parlavano della visione unica che li aveva tenuti desti entrambi. Per quale ragione Moena appariva inquieto e distratto invece di concentrare in quegli ultimi istanti tutte le passate dolcezze?

— Non la riconosco più, — disse la signora.

— Nulla è cambiato in me, — rispose Moena; — non le posso al momento dare più ampie spiegazioni. Saprà più tardi.

— Oh! che cosa devo sapere?

— La ragione del mio turbamento.

— La dica ora.

— Ora no, la prego.

— Dunque, addio.

Attese un gesto, una parola. Ripetè:

— Addio.

— Vedo che è in collera.

— In collera? E perchè? Addio, addio.

— Senta, noi ci ritroveremo, le dirò tutto, anche una cosa che le farà piacere.

— A me?

— Sì, se è piacere sapere che una persona ha sofferto per amor nostro.

Si guardarono un secondo, quasi riprendendosi. Ma erano oramai troppo staccati. La signora, dolorando, affrettò la separazione con nel cuore ancora la speranza che all’estremo minuto egli avrebbe trovata la parola consolatrice. Egli, triste e paralizzato, si accomiatò con una stretta di mano così debole che ella lasciò cadere la sua, scorata. E rimase ritta a vederlo partire, con ciglio asciutto e le vene diaccie.

A che cosa credere? All’estasi che dei giorni trascorsi aveva fatto un soave incanto o alla oscura minaccia che la nuova attitudine di Moena le veniva suscitando? C’era stato veramente quel sovrumano incontro delle anime che fa pensare a un intervento della divinità o non era stata che una illusione di più, una illusione aggiunta alle tante altre di cui aveva disseminata la vita?

In malinconica solitudine rivide ella, prima di allontanarsi, ognuno dei sentieri dove era sbocciato il sogno, — avvezza alle crudeli dipartite, — rigustando colla voluttà di un dolore che credeva dimenticato tutta l’amarezza dei ricordi. Ma era pure così recente l’impressione del nuovo palpito e il cuore ne serbava impronta così vivace che il dolore non saliva al parossismo della disperazione ed era piuttosto un lento indugio della speranza sui severi ammonimenti del passato.

Mentre stava per riporre le sue ultime robe nel baule si rammaricò di non avere trattenuto il volume di Carducci e nello stesso tempo pensando che Moena glielo aveva offerto ne risentì una dolcezza di conforto. Lo rileggerebbe egli? Rileggerebbe l’ultimo verso di _Panteismo: “Ella, ella t’ama!„_? E come nel verso, così ogni cosa intorno a lei ripeteva la magica parola: i monti, il bosco, i sentieri, il capanno, l’aria che andava e veniva agitando gli abeti, la luce che si spegneva gradatamente in cielo e le ombre della notte che scendevano piene di mistero e di brividi.

Dormì un sonno profondo ma breve, tesa la volontà verso il viaggio che doveva ricondurla a casa, affrettandolo con impazienza.

Nel salire al dimani rapidamente sul piccolo treno per Trento si trovò di fronte un ufficiale austriaco, gonfio, pettoruto nella sua divisa celeste a mostre verdi, lo sguardo misto di prepotenza e di diffidenza. Ella aveva quasi dimenticato in quei giorni di essere in terra irredenta. Cambiò subito sedile andando a rannicchiarsi nell’angolo opposto, il viso rivolto sulla campagna che fuggiva dietro a lei, pensando a Moena — a Moena che forse non pensava più a lei.

A un tratto lo sportello di comunicazione fra quella e le altre carrozze del treno si apre e Moena appare.

Un gran grido lo accolse. La signora, incapace di dominare la propria commozione, si nascose il volto tra le mani.

— Che cosa avvenne? — chiese finalmente tentando di ricomporsi, ma cogli occhi nuotanti nell’ebrezza.

— Le dispiace? — disse Moena sfavillante in volto della di lei gioia.

— No, certo, ma come ha fatto? — (le pareva un sogno). — Non partì ieri?

— Partii ieri, secondo eravamo d’accordo e.... tornai stamattina appena in tempo per saltare sul treno quando la vidi.

Che importava a loro dell’austriaco? Si guardavano estasiati, ed anche non si guardavano, ma erano tanto felici di sentirsi vicini, di sapere oramai che si volevano bene; essi, così simili, così fatti l’uno per l’altro. Un istante la signora pensò di chiedergli spiegazione del contegno avuto quando si separarono, poi le parve che sarebbe perder tempo. Ogni attimo che passava era goccia di sangue aggiunta al sangue delle loro vene; conveniva assaporare quella pienezza di senso che scandeva sui loro polsi l’ora della felicità.

Affacciati allo sportello credevano di interessarsi al paesaggio; esclamarono: Che bei monti! Che verde rigoglioso! In realtà non vedevano nulla, trasalendo per un fortuito incontro delle loro mani, una sottile nebbia sulle pupille, il cuore leggiero, leggiero....

Quando era calato l’austriaco? Non se ne erano neppure accorti. Trovandosi liberi si guardarono con un raddoppiamento di felicità, solo per avere l’aria in giro tutta per loro, tutta per il loro amore; ciò bastava al loro desiderio ancora fanciullo in quella deliziosa aurora di una nuova vita.

Trento si avvicinava.

— Ella si ferma?

— Sì fino a domani.

Entrarono insieme nella città cara. Videro gli alberi ondeggianti al soffio delle Alpi, videro la soave curva della piazza e la statua del poeta che ha scritto “Amor ch’a nullo amato amar perdona„. Ali di letizia li portavano.

La signora pur non volendo discendere all’_Impérial_ in causa del brutto nome assunto guardò il terrazzo dove un mese prima aveva trascorsa una sera di infinita dolcezza, così sola, così staccata dal mondo, così rassegnata e calma e malinconicamente tranquilla. Quale cambiamento era avvenuto in lei!... Ma l’ora era di azione, non di meditazione.

Moena le aveva suggerito lì presso un antico albergo caro ai trentini. Nell’istante di varcarne la soglia ella chiese senza guardarlo:

— E lei dove alloggerà?

— Farò come vuole.... qui o altrove.

— No.... non qui.

— Farò come vuole, come vuole, intende?... — ripetè il giovane con una voce che rammentò alla signora le parole da lui pronunciate nel bosco: “Ha paura? ha paura di me?„

L’albergatore intanto proponeva una camera.

— Una camera per me sola, — si affrettò a dire la signora.

Ancora non guardò Moena, ma tendendogli la mano nella penombra dell’angiporto:

— Torni fra mezz’ora, — soggiunse con tenera dolcezza; usciremo insieme.

La mezz’ora non era trascorsa e già egli attendeva sul ballatoio della scala.

Lo vide ella in quella sua attitudine rispettosa e muta e ben sapendo di trovare forza nel contrapporgli una attitudine disinvolta, gli gridò giuliva:

— Si è messo a posto coll’alloggio? Io ho una camera buonissima; prospetta il palazzo del diavolo.

— Del diavolo?

— Non sa? È trentino e non conosce il palazzo del diavolo?

— Accade spesso di non conoscere quello che si ha in casa.

— Guardi (la signora si scostò dalla soglia dell’uscio): lo vede?

Moena fece qualche passo e come a lei parve di non dover insistere troppo in un riserbo eccessivo di fronte a una persona che le ispirava piena fiducia si accostò alla finestra d’onde si scorgeva il palazzo. Moena la seguì.

— C’è una leggenda in proposito, ma non la ricordo.

Si appoggiarono al parapetto della finestra, — l’uscio della camera era rimasto spalancato, — e sporgendosi fuori gustavano il sapore esotico della loro situazione con un po’ della giuliva spensieratezza di due scolari sfuggiti alla sorveglianza: due scolari che appena si conoscessero di nome e che attratti da un viottolo misterioso, da un volo di farfalla, dallo scintillare di un raggio sull’onda di uno stagno, senza premeditazione e senza mira fissa si fossero avviati insieme, la mano nella mano.

Pensare poi che nessuno dei suoi parenti, de’ suoi amici, potrebbe neanche supporre che ella fosse a quell’ora alla finestra di un albergo di Trento insieme a Moena, faceva scorrere nelle vene della signora un fiotto di sangue così vivace che a lei, sempre sottomessa alle convenienze sociali, doveva rivelare in un baleno l’istante inebbriante e folle della rivolta. Disse improvvisamente:

— Andiamo a fare un giro per la città?

— Si sta tanto bene qui!... — implorò Moena.

Accondiscese la signora e rimasero così ancora per un po’ di tempo, vicini e taciti in una quiete dolcissima di spirito, coi sensi appena sfiorati da un’onda tiepida e lieve, come un fluttuare di morbidezze indistinte. In tale soavissimo stato d’animo ella alzò gli occhi a guardarlo, stando egli di profilo in una luce quale non le era mai accaduto di poterlo osservare, e le parve bellissimo. Aveva uno di quei volti che solo il bulino od il cesello sembrano degni di scolpire nella nobiltà di una linea che unisce la finezza alla forza, il patetico delicato di un avorio quattrocentesco alla nitidezza acuta di una incisione in rame. La colpì in special modo la linea della bocca singolarmente pura che non lasciava posto a nessuna sinuosità sensuale: un breve arco roseo.

La signora ne provò una sensazione di sorpresa, quasi lo vedesse allora per la prima volta, e insieme un sottile aculeo di punta che ancora non fa male ma che fa pensare al dolore. Disse:

— Come è giovane!

Sulla bella bocca di Moena apparve la piega malinconica di quel mezzo sorriso che lo faceva talvolta sembrare di maggiore età che non fosse. Rispose:

— Giovane d’anni, non di esperienze amare.

— Ha la sua mamma?

— Nè padre, nè madre, nè alcuno.

In uno slancio di umiltà e di affetto la signora soggiunse:

— Vorrei essere la sua mamma.

— Ma io non la potrei considerare con sentimento figliale....

Tacquero.

La signora che stava appoggiata al parapetto della finestra sentì il cuore che le batteva contro le braccia.

— Andiamo, — disse, staccandosi dal davanzale.

Nel riattraversare la camera gli sguardi di entrambi caddero sul letto parato di rosso cupo, misterioso come un braciere nell’ombra. Moena rallentò il passo impercettibilmente; la signora, pure impercettibilmente, arrossì; ma fuori riprese la sua disinvoltura che le era a un tempo lancia e scudo. Dinanzi alle vecchie case di Trento, italianamente calde di quella architettura che fa tanto sentire la nostalgia di sè a chi viaggia nei nordici paesi, la sua passione di patria prese il volo.