Part 2
— È vero, il Trentino è poco noto agli italiani. Fu per me quasi una scoperta. Eppure l’impressione di bellezza che esso dà è nulla in confronto alla sua fisionomia sentimentale, se così posso esprimermi. Mi ricordo di aver visto nella fuga del treno una casetta bianca nel mezzo di un prato intensamente verde e sul tetto della casetta sventolava una bandiera rossa. Rapida apparizione subito scomparsa, ma commovente e poetica tanto che ancora quando vi penso rivedo il verde all’asta e il rosso al vento di quella singolare bandiera, quasi un augurio ed un presagio per la terra sventurata.
Il giovane aveva ascoltato attentamente senza che si mutasse una linea del suo volto severo ed astratto, come se una parte sola di lui fosse presente e rimanesse l’altra celata nelle nubi di un mondo invisibile. Usciva tuttavia da quella forma muta un fluido di simpatia spirituale che trascinò la signora a proseguire le sue confidenze.
— E a Trento, passando in carrozza il ponte sull’Adige, quando il cocchiere mi disse che il ponte è minato, che altre mine sono intorno, che dai forti sulla città stanno rivolte le bocche dei cannoni, ebbene, non l’ho mai detto a nessuno, lo dico a lei, un gruppo di pianto mi salì alla gola....
Si interruppe, meravigliata essa stessa di avere concesso tanto dell’anima sua ad uno straniero di cui appena conosceva il nome.
— È questo che gli italiani non sanno, — disse Moena colla sua voce profonda e un po’ velata, come erano profondi e un po’ velati i suoi occhi perduti nel vuoto, lontani.
L’inserviente che aveva inchinata la signora al suo apparire le stava ora dinanzi in attitudine di attesa. Ella si accorse della sala e dell’atrio deserti e sorse prontamente in piedi avviandosi alla carrozza che l’aspettava nel cortile. Mentre saliva il predellino Moena disse ancora:
— Il conferenziere che abbiamo udito oggi terrà una lettura prossimamente alla società nostra sulle valli e le acque del Trentino. Le interesserebbe di assistervi?
— Come no? Lo desidero vivamente.
— Se mi permette le manderò un invito.
— La ringrazio, ma non vorrei crearle un imbarazzo: gli inviti saranno ricercati.
— Oh! il tema non interessa molti! — rispose il giovane, intanto che l’accenno ad un malinconico sorriso interrompeva per un attimo la linea chiusa della sua bocca.
Ripromettendosi di non mancare, la signora partì trasportata a un trotto rapido. Le rimaneva tuttavia in fondo alla pupilla la visione di Moena con una vaga curiosità e un materno interessamento per quel giovane che le suscitava rimembranze romantiche di eroi d’altri tempi. Questa era la sua impressione esatta: un eroe d’altri tempi.
Quale donna passerà mai nel sogno di quegli occhi?... — pensò. Ma non era ancor giunta a casa che le solite preoccupazioni e i pensieri inerenti alla sua vita l’avevano ripresa.
Qualche settimana dopo, in un mattino freddo della fine di marzo, sul punto di recarsi alla stazione chiamata al letto di una parente moribonda, la signora ricevette l’invito promesso e tornandole subito a memoria l’ultimo incontro con Moena si rammaricò sinceramente del contrattempo che le toglieva la possibilità di approfittarne. Durante il viaggio solitario la figura del giovane le passò una o due volte attraverso la mente, più che in forma materiale in quella sua particolare espressione di sentimenti rari e di misteriosa anima ardente che lo faceva diverso dagli altri: — Peccato! — mormorò fra sè.
Fuggivano intanto dinanzi ai suoi sguardi gli alberi raggricciati e tristi nella repressione delle prime gemme che un ritorno inaspettato dell’inverno sembrava congelare sui rami.
Sotto sì malinconici auspici la dolente visione a cui andava incontro si impossessò interamente del suo spirito. Colei che moveva a visitare era l’ultima della sua famiglia, l’ultima di quei parenti che l’avevano veduta bambina, poi giovinetta, poi sposa, sempre giovane per loro — quantunque in realtà non più giovane — ed amata del sicuro e placido affetto dei vecchi.
Giunse tardi; l’inferma era spirata la sera prima. Una povera serva piangeva silenziosamente accanto al letto del quale aveva rimboccato il lenzuolo sul volto della morta.
— Oh! signora contessa, — disse subito, — arriva a proposito. Non c’è nessuno per ordinare il funerale.
La signora dette un’occhiata in giro. Da molti anni non veniva più in quella casa; le parve misera più che non fosse mai stata; una fredda casa di zitellona provinciale dove ogni suppellettile era muta e stantia, pervasa da un odore di muffa e di mandorle amare, con una poltrona sotto la finestra incavata come una tinozza. — Ecco, — pensò — ha vissuto qui.... dalla poltrona alla finestra, per anni ed anni!...
Un fischio la fece sobbalzare lievemente. Alzò gli occhi e vide un merlo sospeso in una gabbia.
— Dov’è il dottore? — chiese la signora.
— È venuto a verificare la morte e poi è partito.
— E il sacerdote?
— Anche lui è venuto; son venute le vicine, è venuto un uomo a proporsi per la guardia, son venuti tutti, ma ora non c’è più nessuno.
Le ultime parole della domestica risuonarono col tonfo cupo di una pietra gettata in un pozzo. Il merlo fece eco. Quella riprese:
— Non ha lasciato testamento.
Continuando la signora a tacere, l’altra svolse una lunga litania di miserie, di denari perduti, di roba sciupata, di conti da pagare; e ancora il medico, e ancora la chiesa, ancora il funerale; quante torcie? quanti preti?... E di lei, poveretta, che avverrebbe? Non aveva da parte neppure un soldo....
Un senso di puntura nella nuca avvertì la signora che c’era un vetro rotto alla finestra; la cortina stessa, strappata dalla verga di ferro, penzolava con una non lontana somiglianza di impiccagione, gonfia nel ventre dei pappagalli che vi erano disseminati, opaca per la molta polvere raccolta e grigia sotto antiche traccie di amido che vi facevano delle placche qua e là.
Dovunque l’occhio si posasse non incontrava che abbandono e desolazione. Quella casa che pure era stata graziosa una volta aveva seguito fedelmente la decadenza della sua proprietaria; non più illusioni, non più fiori, non più giovinezza, non più canti. Non più passione di vita, non più attaccamento agli oggetti, non più bisogno della bellezza, non più cure attente e previdenze amorose. Un cuore era morto, la casa era morta anch’essa. L’amore forse vi aveva battuto un giorno la sua ala vittoriosa. Che ne era rimasto? Nulla.
Un brivido che non appariva solamente di freddo spinse la signora a muoversi. Occorreva abboccarsi col curato e col medico: ella uscì. Ognuno le parlò della defunta, lodandola, s’intende, con una mal celata curiosità di conoscere le intenzioni dell’erede.
Essendosi stabilito il funerale per l’indomani, il medico le propose di passare la notte in casa sua, ma la signora dichiarò che non si sarebbe coricata. Accettò appena l’uomo che si era offerto per fare la guardia al cadavere permettendo alla serva di prendere qualche ora di riposo mentre ella stessa si sarebbe coricata senza spogliarsi sul divano del salotto.
Quando rientrò un fitto nevischio punteggiava l’aria di innumerevoli spilli. La signora si strinse il velo intorno alla faccia attraversando rapidamente le strade poco note dove la sua elegante figura attirava l’attenzione dei rari passeggeri. — È l’erede, — mormorava qualcuno che l’aveva vista discendere al mattino alla casa della morta. Sulla soglia si accorse di una vecchierella che la seguiva umilmente.
— Se volesse farmi la carità di un po’ di spoglio.... Siamo tanti in famiglia.... qualunque oggetto sarà buono.
La signora promise; ma da un cantuccio dove stava appiattata, un’altra misera forma umana mosse verso lei implorando i rimasugli della cucina, un pugno di riso, un fondo di bottiglia, il cartoccio del sale....
Anche a quella promise.
Durante la sua assenza la donna di casa aveva acceso nel salotto un fuocherello di sarmenti dei quali appena entrata ella non vide che il fumo. La donna si scusò adducendo che la defunta padrona per non rimanere sola nel salotto andava a scaldarsi in cucina.
— Ebbene, sarei venuta anch’io in cucina, — rispose la signora sorridendo. — Mi dispiace che vi siate presa questo disturbo.
La donna rimase confusa per tanta semplicità e sempre scusandosi ammannì una piccola cena improvvisata sopra un tavolino rotondo verniciato di nero con nel mezzo una gondola tra flutti cerulei. Il tavolino aveva un solo piede nel centro e traballava appena tocco.
— Frutta non ce n’è, — disse ancora la serva zelante, — ma ci deve essere qualche biscotto.
Cercò da prima sul piano del caminetto in un vaso che doveva essere stato anticamente un vaso da tabacco; era vuoto; poi aperse un armadio a muro scoprendo un panierino con dentro cinque o sei bozzoli, una matassa di lana scura, una bottiglia di tamarindo.
— Lasciate, lasciate, — insisteva la signora.
Ma la buona donna aveva finalmente posto la mano sopra un piatto dove alcuni biscotti stremenziti sorgevano da una pagoda chinese. Solamente nel trarli alla luce si accorse che i sorci vi avevano lasciato le loro traccie ed arrossendo li ripose.
Bisognò ancora dare gli ordini per la mattina seguente: il funerale, le torcie, i preti, i poveri....
Rimasta sola, la signora vide nello specchio a cornice di legno che sormontava il caminetto un volto femminile intelligente e grave, vide la goccia dei piccoli brillanti appesi all’orecchio e l’iride aperta degli occhi che sembravano guardare meravigliati i suoi.
Era infatti una meraviglia ch’ella si trovasse in quell’ora così lontana da casa sua, dalle sue abitudini, dalle sue amiche. Con un gesto impulsivo di donna accurata si ravviò i capelli e girando lo sguardo intorno sullo squallido mobilio rievocò in un baleno di desiderio il suo appartamento così comodo, così tiepido, così pieno della sua vita. — Povera donna! — mormorò pensando alla defunta. Avvicinando poi alle pareti la candela che la domestica aveva lasciato sul tavolino rimase fissa in contemplazione di un dagherrotipo che rappresentava la sua parente a diciotto anni, vestita di bianco, con cinque piccole balze in fondo alla gonna e una ghirlandina di rose sui capelli pettinati a bandò. Per spontaneo contrasto le si affacciò alla mente l’ultima volta che l’aveva veduta, in negre vesti, con una giacca di flanella ovattata e una treccia di color castagno torreggiante su pochi cespugli di capelli grigi.
Tutto era triste intorno, di una tristezza vuota e meschina, colla sola grandiosità della morte che si sentiva presente nel silenzio.
La signora tentò di adagiarsi sui guanciali già apparecchiati, ma non aveva sonno. Si alzò, fece qualche giro ancora nel breve salottino rattizzando il fuoco, malinconica, coi nervi abbattuti, pensando al dimane che le avrebbe recato una giornata densa di occupazioni e di nuove tristezze, chiusa in un cerchio di piccole avidità e di invidie che non conosceva esattamente ma che presentiva sospese su quella casa in rovina come si intravede da lontano il volo dei corvi attratti dall’odore dei cadaveri.
— Ma tutto lascerò a loro! — concluse la signora allargando le braccia con un movimento di rinuncia e di sollievo insieme.
Allora, su dal cuore, con un gesto improvviso d’acqua che rompe la durezza del suolo e si afferma in polla cristallina, un pensiero che fino a quell’istante era stato compresso e soffocato dalle imperiose necessità dell’ora le balzò netto dinanzi: Moena doveva averla aspettata alla conferenza.
Moena. Un amico? No. Un conoscente? Quasi neppure. Sapeva così poco di lui! E dunque? Ma aveva promesso, aveva ella stessa sollecitato l’invito. La sua squisita gentilezza soffriva di ciò che avrebbe potuto interpretarsi nel senso di una goffa trascuranza. Rivedrebbe ella mai Moena?... forse no. Allora si decise.
In una cartella di marocchino rosso spelacchiata agli angoli rimaneva uno di quei fogli di carta da scarto che i rivenduglioli smerciano nei paesi. Poche goccie di inchiostro in un calamaio di vetro e una penna spuntata bastarono al breve biglietto che ella scrisse in piedi. Nessuna preoccupazione della povera forma in cui si chiudeva il suo pensiero la turbò menomamente. Ripeteva a sè stessa con una certa dolcezza che Moena ricevendo il biglietto avrebbe scorto l’impossibilità assoluta in cui ella trovavasi di assistere alla conferenza, che questo gli avrebbe fatto piacere almeno perchè il suo amor proprio rimaneva illeso.
Tranquilla, serena, chiuse il foglio in una busta troppo larga, vi appose l’indirizzo e lo lasciò sul tavolino nero del quale mascherava in parte la gondola.
Colla prima posta di domani sarebbe partito. Ma non vi era pericolo che lo dimenticasse?... Si tolse dal collo la sottile catena dell’orologio e ve la posò sopra, delicatamente, intanto che rileggeva la soprascritta: Signor Ariele Moena.
— Così — disse a voce alta — tutto è in regola.
III.
Si ritrovarono in società. Questa volta la signora, pur ricordando la soave impressione del loro primo incontro, quando la voce di lui dal fondo del salotto signorile e volgare si era alzata come un biancheggiare d’alba, non potè difendersi da una particolare ansia che era forse una sfiducia di sè stessa, quasi il timore di veder sciupato in una consuetudine senza interesse il bel gesto che l’aveva per un istante accostata ad Ariele Moena. Intuiva che nessuno dei discorsi soliti avrebbe potuto interessare quel giovane cui una invisibile corazza sembrava cingere di spiritualità e che aveva nello sguardo una inquietante ricerca, come l’inseguimento perenne di una idea, come un palpito d’ala ininterrotto che gli mantenesse intorno una atmosfera più pura.
La fredda correttezza che era nel volto e nei gesti di Moena non lasciava adito a facili indagini.
Si videro, si salutarono, poi furono divisi; Moena entrò in un crocchio di giovani, la signora si pose a ciarlare con qualche amica. Solo più tardi poterono avvicinarsi e ancora la signora fu assalita dalla curiosità di quell’anima.
Un lento e dolce conversare si svolse subito fra loro, pari a sottil rivolo che nutrisse in entrambi occulti germi, girando per oscuri meandri dalla bassa poltroncina di vimini dove egli stava seduto al piccolo divano sulla cui sponda ella abbandonava il braccio; così placido, senza turbamenti, appunto come rivo d’acqua limpida, ma che pure sembrava in certi istanti fiotto di sangue pulsante blandamente ai polsi. Più la signora persuadevasi che la sua compagnia non era sgradevole a Moena e più le cresceva l’ansia di penetrare nel di lui pensiero.
— Sa, — gli disse a un tratto — anderò presto a salutare le sue montagne. È molto tempo che non vede Trento?
— Anni, — fece egli con un gesto scorato.
— Ho cari amici lassù, vado a compire un pellegrinaggio di affezione.
— Prende la linea di Ala o fa il lago?
— Altre volte andai per Ala, ma non le nascondo che il lago mi tenta assai.
— Non conosce il Garda?
— No, — rispose la signora quasi vergognosa della confessione. — Ho torto, nevvero?
— Ha torto perchè il Garda è uno dei più poetici laghi d’Italia ed amarissimo, come un certo mare....
— Oh! anderò senza fallo questa volta, — esclamò la signora con slancio.
— Quanto sarei lieto di poterle servire da guida! Io lo conosco palmo a palmo.
L’inaspettata proposta sorprese la signora, quantunque Moena l’avesse annunciata nel modo più semplice, senza alterare una linea del volto che solo si animò un poco continuando:
— Il Garda apre la via ai laghi del Trentino che tra grandi e piccoli sono più di trecento. Ha una sua impronta particolare schiettamente italiana che tutti gli sforzi del pangermanismo non riescono a snaturare. Invano accorrono ad esso i capitali tedeschi popolando le sue rive di alberghi e di ville tedesche, invano una canzone di irredentismo a rovescio suona la diana per persuadere che il Garda italiano è una usurpazione; le sue acque profondamente azzurre, il suo cielo, i suoi fiori, i suoi aranci, i suoi ulivi, la sua storia, la sua gente, tutto grida Italia.
— Queste parole accrescono il mio rimorso, — disse la signora.
— Santo è il rimorso — ribattè il giovane — se conduce alla conversione. Vada, vada al Garda e ne parli e lo faccia conoscere. Noi trentini ci interessiamo a tutte le questioni che interessano il regno, ma abbiamo bisogno che anche i nostri fratelli si interessino a noi. — Il Garda è una delle porte del Trentino, la più affascinante, e l’oro tedesco la insidia senza posa. Noi dobbiamo vegliare per conservarla italiana.
— Fare dell’irredentismo?... — mormorò la signora scrutando fissamente colle pupille le pupille di Moena.
Egli ebbe un movimento di grazia improvvisa nella piega malinconica della bocca. Rispose:
— Basterà amare. L’irredentismo per la maggior parte di noi è un sogno angoscioso, un anelito continuo anche se nascosto a liberarci da una oppressione che si traduce in cento forme di umilianti angherie, è una tensione spasmodica dei nervi, è un sospiro dell’anima, è un contrasto sempre più insopportabile fra il sentimento e la vita, fra l’aspirazione e la realtà, fra il nostro diritto naturale e la legge che ci è tirannicamente imposta. Per voi, per gli italiani liberi, sia l’irredentismo una forma di infinita pietà, un fraterno desiderio di saperci felici, un orecchio aperto ai nostri gemiti, una mano tesa alla nostra debolezza, un cuore che batta apertamente e lealmente accanto al nostro. Chiediamo troppo?
L’ardore del giovane contenuto in una giusta padronanza di gesti e di voce trovava nelle più nobili fibre della donna un’eco già pronta. Ella non ebbe bisogno di molte parole per affermarsi. Dal suo sguardo, da quel tutto insieme misterioso e profondo per cui traluce il pensiero, Moena dovette sentirsi compreso. Soggiunse senza guardare la signora, già perduto nella visione dell’avvenire:
— Quando parte?
— Ma.... a giorni.
— Se posso appena mi troverà a Desenzano, — disse improvvisamente. — Da troppo tempo non rivedo più il mio lago; sarebbe un piacere per me fargliene gli onori.
La signora sorrise a guisa di assentimento con quel lieve imbarazzo di chi si sente preso in un cerchio non voluto e pure piacevole.
C’era sempre questa specie di inconsistenza nei loro rapporti, come se invece di trovarsi di fronte un uomo ed una donna fossero due sogni che si sfiorassero.
Alcuni giorni dopo scendendo sotto la tettoia elegante della stazione di Desenzano la signora non fu troppo meravigliata di non scorgervi Moena. Una sottile impressione di disinganno, forse, le attraversò la mente subito assorbita dalle necessità dell’ora, e mettendo piede sul battello si ripromise con tanta intensità di non lasciarsi sfuggire nessuna delle bellezze del lago che tutta la sua potenza di pensiero parve concentrarsi nella vista.
La nobile Sirmione col sottile gruppo di abeti, col suo bel Castello, le sfilarono dinanzi mentre appoggiata al parapetto dell’_Angelo Emo_ affondava lo sguardo e l’anima nelle rive fuggenti calde di luminosi colori, e morbide e carezzevoli tanto, specchiate in quelle acque di un azzurro straordinario, che la dicitura di un albergo apparsa fra sì delicate bellezze le diede un urto al cuore. _Hôtel Eden_ diceva la scritta sfacciatamente esposta al sole, rammentandole di un subito l’invasione utilitaria e straniera di quelle rive nate per il sogno più puro di un poeta. Quasi per purificarsi gli sguardi li riportò sul nome del battello, _Angelo Emo_, dal quale una visione di venete bandiere sventolanti in trionfo parve venirle incontro a guisa di promesse e fu di nuovo tutta presa nell’ardore dell’ammirazione, sfuggendo i pochi passeggieri che si trovavano intorno a lei, che sentiva indifferenti al suo entusiasmo.
Salò, Gardone, Gargnano le strapparono un piccolo grido di meraviglia. Dire che aveva per tanto tempo ignorato quella spiaggia incantevole e quel lago unico nella sua tinta di cielo, intensificata come se i profumi degli aranci in fiore passando e ripassando vi avessero spremute le nuziali ebbrezze della terra!
Profonda e malinconica una commozione la strinse a sentirsi sola in quel momento, così staccata dalla sua propria esistenza, presa in una parentesi di impressioni che allontanava smisuratamente tutto ciò che soleva occuparla e interessarla. Vogava ella su quelle acque cerule nello splendido meriggio estivo verso l’ignoto domani con un cuore alleggerito da torrenti di lagrime, un dolce cuore rassegnato e tranquillo che più nulla chiedeva al destino.
Per un istante i suoi amici, le sue amiche, i parenti le si affacciarono alla memoria, ma nello stesso modo che passano le figure sulle lastre di una lanterna magica, piatte, tremolanti, confuse. Nessuna si mesceva particolarmente al suo intimo senso di vivere, nessuna sorgeva al suo fianco colla imperiosa evocazione del desiderio.
E il battello andava, andava dolcemente verso le terre trentine dove le prime case di Riva già biancheggiavano in una luce dorata di paesaggio meridionale.
Il minuscolo treno che pare un balocco da bimbo accolse la viaggiatrice allo sbarco trasportandola subito per Arco e per Mori verso la foce del Sarca, lungo canali sinuosamente diffusi tra i prati, in vista delle belle montagne cinte di silenzio. Suonerebbe mai un giorno fra quelle balze l’inno della libertà?...
La signora si accorse a un palpito accelerato del cuore che la sua immaginazione le anticipava avvenimenti chiusi ancora nei misteri del tempo. — Non importa. — ella pensò — che il cuore batta! nella speranza o nella disperazione, nell’anelito o nella preghiera, nella pugna o nell’attesa, che batta! ciò solo conta.
Non aveva detto qualche cosa di simile pochi giorni prima Moena? Ah! sì, Moena. Doveva trovarsi a Desenzano, ma non era naturale che avesse dimenticato l’incontro a Desenzano? Un giovane doveva avere ben altro per il capo. Meglio così, forse. Si riversò tutta sulla spalliera del sedile, allentando il velo del cappello, sola nello scomparto e quindi libera e quasi felice. Socchiudendo gli occhi al molle ondeggiamento del treno, pur senza perdere di vista la fuga verde dei campi che le appariva a guisa di nastro serpentino tra la frangia delle palpebre, le irrompevano su dal petto le prime note dell’inno di Mameli: e a dischiuderle a mezza voce su quella strada, di fronte a quei monti, intanto che il treno correva verso Trento, la prese tale ebbrezza di sfida che per naturale consenso della fantasia parve le ritornasse da ogni balza e da ogni fratta l’eco di simpatie fraterne.
Giunse a Trento che ancor batteva il sole in un barbaglio di raggi sulla statua di Dante.
— Albergo Trento, — ordinò al fattorino che le portava le valigie.
Ma quando, arrestata dinanzi al grandioso edificio, lesse sul frontone _Impérial_ tornò a ripetere con impazienza:
— Trento, Trento.
— Appunto, — rispose l’uomo, — è questo; solamente ora si chiama _Impérial_.
Lo contemplava ella curvo sotto il bagaglio, mansueto, con una nube di tristezza forse inconscia in fondo agli occhi. Disse:
— Brutto nome.
— Eh! — fece l’altro sorpreso e dubbioso.
Concluse la signora con slancio: — Ma per noi italiani è sempre Trento nevvero?
E al gesto comune della mancia aggiunse un sorriso buono, quasi un sorriso di amichevole intesa che stabilisse il loro vincolo di nazionalità.
Poche ore dopo, dall’ampio terrazzo che domina la piazza, la signora assisteva alla gloria del tramonto i cui ultimi raggi avevano già abbandonato il Dos, rifugiati sulla cima delle più alte montagne, indugiando in un dispiego di veli sanguigni striati di punti d’oro. La crocetta della chiesa di Sant’Apollinare, in basso, presso l’Adige, emerse per un istante o ella credette di vederla, memore del luogo antico e del piccolo cimitero dove riposano i padri all’ombra della loro fede.
Immediatamente sotto a lei, intorno al monumento del Grande, suonava la banda militare e passeggiavano i cittadini a lento passo sparendo e ricomparendo d’in fra gli alberi novellini, nella cinta della graziosissima piazza, collo sfondo della neve sulla cresta dei monti più lontani.