# Roberta

## Part 4

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--Oh, il signor Lascaris dirà tutto quanto vorrai,--osservò Roberta con un riso stridulo.--Il signor Lascaris non sarà mai sincero con te, ed io non credo a lui, come non credo agli altri.... Guarda,--aggiunse, facendo uno sforzo per tornare a sedersi sul letto e rimboccando una manica della camicia,--guarda come sono ridotta, come sono divorata dal male.... Ti paion queste le braccia, il petto d'una ragazza di diciannove anni?... Non vedi quante macchie? Fin che queste macchie non spariscano, io sarò malata, avrò la morte qui dentro,--e si toccava il seno con le mani febbrili.--Il signor Lascaris, il dottor Noli, tutti possono ben parlare: nessuno oserebbe dire a me o a te, ch'io debbo morir presto....

Si raccolse per seguire a testa bassa l'eco della frase spietata, che le risonò nell'animo quasi non l'avesse pronunziata ella medesima.

La luce gialla della candela le stendeva sul volto una maschera cerea, in cui gli occhi vitrei diventavano traslucidi e i capelli biondi si snaturavano in un pallidissimo color d'ambra; la camicia cilestrina così mite e ridente sopra un corpo rigoglioso, era sinistra su quel corpo magro, pareva un drappo ilare avvoltolato per ischerno intorno a un rigido fantoccio.

Emilia s'era collocata di fianco sul letto, a viso a viso con la sorella, e la guardava inquieta.

--Non agitarti di nuovo,--ella pregò,--non esaltarti, non è vero nulla di quanto tu dici....

--Morire, morire, capisci?--continuò Roberta.--Devo morire, presto. Tu non credi alla morte; tu l'hai dimenticata, perchè sei sana, sei bella.... Vedi come sei bella,--proruppe in aria di corruccio, mentre, allungando le mani, apriva ad Emilia l'accappatoio già sciolto, e le additava il collo rotondo, i seni tondi e duri, che si delineavano, perspicui sotto la camicia. Emilia si ricoperse vivamente.--E anch'io avrei voluto essere bella, e piacere.... Ogni cosa è per voi, che siete belle e forti.... Io devo morire, morire!

La voce, dopo essere stata mordace, era divenuta sommessa, desolatamente triste, ed Emilia non osò più resistere. Ella s'era ben detto che doveva consolar la sorella e farla sperare e vincerne i fantasmi; ma dove trovar le parole di conforto, le quali valessero quelle parole disperate, e le superassero? Tacque; poi lentamente, anche la voce di Roberta s'abbassò a un mormorìo lamentoso:

--Avrei voluto essere bella, e devo morire.... Non ho più nulla per me: non posso nemmeno respirar l'aria che respiri tu, e goder l'ombra; devo andare in cerca del sole....

--Fatti coraggio, Roberta; sono, idee....--tentò ancòra Emilia.

--Ho paura della morte....

--Perchè vuoi renderci tristi? Sei guarita....

--Ho paura della morte, e ogni giorno, essa può entrare in questa camera....

--Sei così giovane.... La giovanezza è una forza...

--Quanti muoiono giovani! E come, come, dovrò morire?

--Roberta, Roberta, non esaltarti.

--Ma sono disperata! Non senti la disperazione nelle nostre parole?

--È la notte; domattina tornerà la speranza.

--Sarà peggio; e la morte continuerà il suo cammino, mentre noi aspetteremo la vita....

--Silenzio, Roberta.... Pensa a domattina, col sole, col mare calmo e illuminato....

--Tutto questo è così indifferente al mio male! E nessuno, anche i non indifferenti, potranno giovarmi: dovranno assistere alla mia morte, senza stendere la mano per allontanarla d'un'ora....

Nascose il volto tra i guanciali, piangendo liberamente; Emilia le passò le braccia attorno al busto, mettendo il capo presso il capo di lei.

Così piansero a lungo, rischiarate dalla luce giallastra della candela elle si consumava: e l'alba trovò le due donne discinte, che parlavan della morte, a testa china sul medesimo, guanciale.

VI.

La notìzia fu annunzìata con tanto ingenua serenità, che nessuno avrebbe supposto fosse falsa. Per sospettarlo, bisognava conoscere l'indole impulsiva di Roberta, la quale non trovava nulla così dolce quanto inventare un fatto o raccontare una bugia. Qualche volta rimaneva ella medesima colpita dalla propria abilità, dalla spontaneità incomparabile con cui repentinamente, minutissimamente, sapeva esporre una lunga favola di sua creazione; e in un attimo stendeva una rete di menzogne inutili, sbizzarrendosi a saldar l'allacciatura dei nodi, che potessero resistere a qualunque sforzo d'obiezione. Spesso con Emilia aveva fatto il giuoco infantile, ma lo aveva concluso con una risata, gettando le braccia al collo de la sorella, e dicendole:--«Non è vero. Ho inventato tutto, per divertirmi.»

Con Cesare Lascaris lo esperimentò un giorno in cui era piena di speranze e si sentiva bene e aveva voglia di ridere a spese di qualcuno. D'altra parte, Cesare non le piaceva: era bruno, coi tratti del viso irregolari e forti, senza barba, ed evidentemente magro quasi quanto lei.

--Mia sorella è uscita per il bagno,--ella disse non appena l'uomo comparve in giardino.--Tornerà' forse fra un'ora.

Poi, mentre parlavano di cose indifferenti, la fanciulla trovò modo di farvi sgusciar dentro la notizia falsa, a guisa di parentesi:

--.... Lei sa che mia sorella è fidanzata, non è vero?... Lo sa?...

Cesare stava fortunatamente a testa bassa, disegnando sulla sabbia una serie di circoli concentrici; e sùbito, al colpo non atteso, ricordò che la professione medica aveva saputo creargli una maschera di calma impenetrabile, per i casi disperati.

Sollevò la testa, senza batter palpebra.

--Me ne congratulo sinceramente,--rispose.

--Non ne dica nulla a Emilia, però. Forse mi rimprovererebbe....

E per qualche minuto la ragazza continuò a parlare, enunziando tutte le particolarità del fidanzamento. Si trattava d'un giovane signore di Milano: il matrimonio sarebbe avvenuto nell'ottobre prossimo, in Riviera, perchè Emilia non voleva abbandonar la sorella un sol giorno; quanto a lei, Roberta, sarebbe rimasta presso gli sposi.

Cesare ascoltava immobile, non accorgendosi che dalle mani gli era scivolato il portasigarette di tartaruga ed era caduto a terra. Guardava la ragazza, scoprendole a un tratto qualche espressione profondamente femminile, che gli era sempre sfuggita.

Con una gamba sull'altra in modo da lasciar vedere un po' delle calze, con le braccia aperte sulla spalliera della panchetta rustica, la testa portata indietro, le ciglia socchiuse, Roberta era in quel giorno e in quell'atto molto sessualmente femmina, emanava inconsapevole un'acredine sensuale, eccitava una cupidigia di violenza bruta.

Il giovane aveva tentato a più riprese di sviar l'argomento; ma Roberta era inflessibile, quantunque la mancanza d'obiezioni da parte dell'ascoltatore le togliesse il meglio del suo piacere; pur tuttavia seguitò a descrivere il carattere del fidanzato, un uomo eccezionale, senza confronti.

Infine, Cesare si alzò per troncare la conversazione, e mise il piede sul portasigarette, che schizzò in frantumi. Fu la sola prova di oblio completo, ma fu anche quella la quale divertì immensamente Roberta, che lanciò alcuni trilli di gioia puerile.

--Che cosa fa? Che cosa fa?--esclamò ridendo.--È il suo astuccio!... Se n'era dimenticato?... Guardi come l'ha ridotto!

Le risatine perlate della ragazza lo ferirono anche peggio. Si chinò a raccogliere i frantumi, e se li rovesciò macchinalmente in tasca insieme a un po' di ghiaia e a qualche sigaretta, mentre Roberta raddoppiava le risatine quasi maligne.

--Deve star molto bene, Lei, oggi?--domandò Cesare.

--Sì.... Perchè?--rispose la giovanetta oscurandosi subitamente in volto,--Come mi trova?...--Sono pallida?

Tale era l'umile preghiera della voce, che Cesare non ardì spingere oltre la sua vendetta.

--Appunto,--si affrettò a dire.--Non l'ho mai vista meglio: ha un colorito splendido.

Roberta mandò un sospiro di conforto, e Cesare si limitò a pensare:

--«Con una parola potrei forse ucciderti.»

Ma sentì di repente che si svegliava da un sogno, e che tutte le cose intorno a lui avevano ripreso il loro aspetto comune, laddove per qualche tempo egli aveva visto il giardino grande come una foresta, e i filari degli aranci profondi come i sentieri di quella foresta.

Nauseato, stava per andarsene quando Emilia sopraggiunse; aveva il suo solito abito, lilla, e in testa portava un cappello rotondo, di grossa paglia; le mani erano nude. Cesare la guardò appena, rifuggendo dall'analizzare anco una volta lo spettacolo di bellezza che non era per lui; Roberta prestamente gli gettò un'occhiata per implorarlo a tacere; e la conversazione s'avviò con una svogliatezza inabituale.

--Ebbene, che cosa è accaduto?--domandò Emilia a Roberta, quando Cesare ebbe preso commiato.--Eravate così confusi tutti e due....

Roberta scoppiò a ridere.

--Ha rotto il suo astuccio da sigarette,--rispose.--Null'altro....

Poi, più tardi, in casa, non potè trattenersi e narrò ad Emilia la sua menzogna.

--Sono vere sciocchezze,--osservò la donna bruscamente.--Quale intimità abbiamo noi col signor Lascaris per prendercene giuoco? E perchè inventare una storia di genere così delicato? È orribile, che tu non possa vivere un giorno senza dire una bugia, a qualunque costo, al primo venuto....

Parlava con voce un po' alta, mentre andava preparando alla sorella una tazza di cioccolata di cui Roberta aveva abitudine; ma le sue mani tremavano, e con un movimento maldestro rovesciò la tazza di porcellana e la ruppe.

Per la prima volta, Roberta ebbe a pentirsi quel giorno d'una sua favola; perchè Emilia andò a rinchiudersi in camera e non si mostrò fino all'ora di pranzo. Roberta non l'aveva mai vista così agitata: fosse imaginazione o realtà, le parve che la sorella avesse pianto.

VII.

Si arrampicò per il monte dietro il paese, dove la straducola mancava del muro, e apparivano, come da uno squarcio, le acque, il paesaggio, il verde, il grigio.

Là, Cesare sedette; restò a guardar lo spettacolo fantastico, in una posa d'attenzione totale, sdraiato sopra un piano d'erba, all'ombra d'alcuni folti ulivi.

E lo spettacolo era così raro, che l'uomo ne fu per qualche istante tutto assorbito, e cominciò a osservar da lontano, avvicinandosi con lo sguardo a poco a poco fin dov'egli si trovava.

Da lontano, il mare in un'invasione di luce singolarmente nebulosa e dorata, aveva smarrito la linea d'orizzonte, unendosi col cielo dorato e nebuloso; talchè non si sarebbe potuto dire, nella falsa rifrazione, se le vele piccoline danzassero sul mare, o non piuttosto fossero tra cielo e mare sospese. In quella sterminata dovizie di luce impalpabile o dentro le acque animate dal formidabile riverbero, due scogli neri sorgevano, apparenti e scomparenti a capriccio dell'onda, circonvoluti da un rigoglio di spuma gialla. Le coste lontane, che nei giorni d'aria lucida si disegnavano perdutamente, stavan celate dietro il velario d'oro. Ma verso le rocce violette di Portofino, a levante, le acque avevan disperso il pulviscolo solare, e una violenta chiazza azzurra restituiva la solita visione col limite ben netto dell'orizzonte. Ancòra là, otto o dieci vele bianche, l'una accosto all'altra, erano farfalle posate con le ale trepide sul pelo delle acque; e due o tre, più basse, avevano una tinta bruna, quasi la luce non fosse giunta a tangerle. Così lungi, le imbarcazioni peschereccie, tenevan forma e significato di giuocattoli; nè si poteva credere portassero uomini massicci, curvi sul liquido specchio o stesi sulle tavole umide in aspettazione.

Poi, ad un tratto, diminuendo di molti gradi la lontananza prospettica, s'apriva agli occhi di Cesare la costeggiante verzura del paese, fitta e spessa come un vello, in numerose gamme di colore, in diverse altezze, da cui s'ergevano, i cipressi cuspidali. E ridenti di bianco o di rossiccio, le case vivevano tra quel magnifico sopore della vegetazione, che nell'aria calda non muoveva fronda o foglia.

Verso oriente era la chiesa bigia col livido campanile, cui s'aggruppavano stretti attorno gli altri edifici, i quali a mano a mano andavan poi disseminati in mezzo al verde, spinti fino al mare, collocati più alti sul lene pendio dei colli; e frequenti balzavan fuori tra casa e casa i ciuffi di verzura, i ciuffi argentei degli ulivi.... Dominava il grigio, per i ciuffi degli ulivi e per le lastre di ardesia che coprivano i tetti.

Più qua, immediatamente sotto il piano erboso dove Cesare stava, lo spettacolo era gentile, con due lunghi rettangoli di terra, che un giardiniere coltivava a rosai; e le rose bianche, opulenti, molte già sfatte, innalzavano un profumo carnale, potentissimo in quell'aria pura d'ogni altro profumo. Una cagna volgare abbaiava dietro invisibili fantasmi, correndo sulla terra grassa a calpestar le foglie di rose disperse.

Alcuni romori salivan dal paese: il grido di qualche rivendugliolo, lo schioccar delle fruste, il lamentio d'uno zufolo stonato; così fievoli tutti, vaganti nel grande spazio, che la lontananza pareva maggiore.

Lentamente le scene diverse si mutarono in imagini d'abitudine, per Cesare che le fissava con lo sguardo pigro di chi medita cose lontane; assorbivano la sua attenzione fisica, dando libero il corso ai pensieri.

La donna amata da lui, era per altri; la plastica di quell'impareggiabile corpo sul quale i suoi occhi s'eran posati nella deliziosa trepidanza dell'intuizione, doveva svelarsi intera a un altro uomo; in un'alcova ignota, la voce d'Emilia sarebbe diventata intima.... E la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano? La visione della donna soffusa di bianco nel pulviscolo lunare?

Egli si trovava dunque impegolato in uno di quegli amori cui il volgo definisce, tra il rammarico e lo scherno, senza speranza; e ne derivava la necessità di gettarsi a capofitto in pieno romanticismo, o di togliersi per sempre da una strada che cominciava a diventar malagevole.

Aveva sognato. Qualche particolare dei sogni che inconsciamente era andato accarezzando in quei giorni, gli tornava alla memoria. Per esempio, aveva sognato una piccola villa con molti palmizii, addossata a una falange d'ulivi rampicanti sui colli; e tutto in giro, la campagna esalava quella serenità, la quale giunge così crudele alle umane sventure, ed è così piacevole per gli umani egoismi: la serenità dei grandi paesaggi alpestri, o dei graziosi paesaggi sui laghi lombardi.... Entro la villa, una voce femminile risonava nell'ombra moderata delle camere fresche.... In abito purpureo Emilia giaceva sovra un ampio divano carico di molti origlieri bizzarri; a' suoi piedi, egli stesso, Cesare, seguiva la voce della donna.... Uno svelto scaffale da ninnoli era coronato da un alto vaso di porcellana riboccante di fiori, che cadevan sotto uno spiraglio di luce; il sole ne irrubinava metà, un angolo di rose e di verbene, tra cui si drizzava qualche ciuffo di vainiglia.

Questa ed altre ideali concezioni d'avvenire, erano state bruscamente travolte, poichè non nella villa con molti palmizii, ma la voce d'Emilia sarebbe diventata intima e flessuosa in un'alcova ignota, per un uomo ignoto....

VIII.

--Senta! Senta!--gridava la fanciulla, rivolgendosi a Cesare e additando le ondate furibonde che si gettavano contro la spiaggia.--Sembrano colpi di cannone!

Cesare e le due donne eran giunti in riva al mare, convulso per il soffio poderoso del vento, e tutto bianco; eran scesi dalla strada sulle rocce più eminenti, arrampicandosi dove le onde non potevano arrivare. Ascoltavano così il rimbombo sordo dell'acqua contro le cavità degli scogli; un fragore talmente reiterato, che a fatica si distinguevano le voci.

--È bello! è bello!--esclamava Roberta, aspirando l'aria, e trovando sulle labbra un impercettibile umore salino.

I riccioli intorno alla fronte e al collo le si scompigliavano sotto la veemenza del vento; le gonne le si serravano alle gambe; ella rimaneva forte sul dosso scabro della roccia, sorridendo alla burrasca.

Dietro lei, Cesare s'era fermato a fianco d'Emilia. Questa, meditabonda e inquieta, aveva obliato un istante le sue riflessioni affannose, per ammirare lo spettacolo; ma la vicinanza dell'uomo, il quale pareva triste quel giorno e d'una tristezza di cui ella sospettava la causa, le dava un'immensa brama di spiegarsi, di togliere a sè e a lui dal cuore le punte, che la ingenua malizia di Roberta vi aveva affondato.

E pensava, quasi tremando:

--«Com'è strano che Roberta stessa ci costringa a parlare! Ella medesima ci ha offerto un argomento grave e pericoloso. Dovrò spiegare a Cesare che io non sono fidanzata ad alcuno, che non lo sarò mai, perchè mi sono votata a un'opera di sacrificio e ho promesso la mia esistenza alla sorella ammalata. Ma come risponderà egli? Come accoglierà la mia rinunzia?... La combatterà, certo, e poi non riuscendo a vincermi,--non riuscirà,--dovrà partire.... Resteremo noi due, io e Roberta, per sempre....»

Gettò uno sguardo a Roberta e a Cesare, e per la prima volta il tormento di dovere sceglier presto, inappellabilmente, le si affacciò all'anima con tutta la sua tremenda potenza.

Doveva sacrificare in eterno l'uno all'altra, e la scelta non le avrebbe dato mai pace, egualmente non fosse mai avvenuta; perchè la rinunzia di lei all'amore e alla felicità avrebbe reso più cupa la dissonanza fra il suo spirito e lo spirito di Roberta; nè ella avrebbe potuto perdonare a questa l'insanabile spasimo che le era costata.

E con l'orrore abituale in lei per ogni veemente dibattito, guardava in fronte l'avvenire, il quale si presentava amarissimo, qualunque via ella avesse percorso; e innanzi al mare fremebondo, alle ondate gigantesche, al cielo seminascosto sotto nubi tempestose, innanzi allo spettacolo ribelle, provava l'impeto di gridar la sua disperazione, di confondere la voce del suo furore inutile con la voce assordante di quel liquido furore, che si lanciava alla spiaggia, dopo aver già forse travolto uomini e navi.

--Fa bene quest'aria, signor Lascaris, non è vero?--domandò Roberta, sorbendo ancòra l'aria pregna di sali.

--Ma non si esponga al vento così,--osservò Cesare, mentre pensava che sotto la gioia della giovanetta si celava tuttavia la molestia d'un'idea roditrice.--Venga più qua; si ripari dietro queste rocce.

Alcune rocce grigiastre bucherellate formavano una specie di profonda insenatura, e drizzandosi fino all'altezza della strada, porgevano un ricovero naturale dalle raffiche del vento. Nella insenatura profonda, le onde si scaraventavano una sull'altra bianchissime, andavano a battere contro il fondo, si ritorcevano, ed erano risospinte dalle sopravvenienti, con vece assidua, con un ribollir di schiuma più candida del latte. Lo strepito risonava enorme.

Roberta sedette molto in basso, dove giungevano talora gli spruzzi minutissimi dei flutti; più in alto sedettero Cesare ed Emilia, e sul principio Roberta si voltò a guardarli di tanto in tanto, additando senza parlare i cavalloni, che giungevan da lungi e si precipitavano entro la piccola baia.

Poi stette, assorta, e sembrò aver dimenticato i compagni, per seguire qualche suo pensiero non anco definito e infantilmente triste.

--Che cosa Le ha detto, ieri, mia sorella?--domandò Emilia, girando a un tratto la testa verso Cesare.

Sorrideva, con una fuggevole vampa di rossore sul volto; e bastaron quel sorriso, l'espressione involontariamente carezzevole degli occhi, per segnare un passo grande sulla via delle confidenze.

Emilia pensò più tardi,--quando tutto era già per sempre finito e la sua esistenza era per sempre tracollata negli abissi della disperazione,--pensò che la sventura aveva avuto origine da quel suo moto irriflessivo.... Perchè non tacere? Perchè spiegarsi, animando le speranze dell'uomo, più forti quanto più gravi si presentavano gli ostacoli alla lustra di felicità, cui l'uno e l'altra sognavano?

Ma ormai, la frase le era sfuggita dalle labbra:

--Che cosa Le ha detto mia sorella?

--Non è vero?...--esclamò Cesare. Gli occhi gli scintillavano, e il respiro gli usciva dal petto caldo e vibrato.--Non è vero?... Mi ha detto che Lei è fidanzata.... Ma non è vero?...

La donna crollò il capo, continuando a sorridere, con un senso più mesto.

--Roberta,--disse,--ha voluto scherzare. Qualche volta passa il segno e commette delle fanciullaggini; ma è allegra così di rado, che bisogna perdonargliele.... Non è vero nulla.... E Lei ha creduto? Io non sono fidanzata ad alcuno; non lo sarò mai, ad alcuno.... E Lei ha creduto sùbito! Le sembra che io potrei abbandonare Roberta?

Parlava con voce debole, molto commossa, tenendo gli sguardi alla tempesta; e Cesare le si era un poco avvicinato per non perdere sillaba.

Il mare ai loro piedi ruggiva.... Spingendo l'occhio oltre l'insenatura, si vedevan le onde infaticate battere disordinatamente per tutta la lunghezza della spiaggia, fino a Nervi: e gli spruzzi si levavano altissimi, aprendosi a guisa di Ventaglio e ricadendo tra il bulicame della spuma.

--Perchè?--domandò Cesare stupito.--Lei non abbandonerebbe sua sorella? Innanzi tutto, abbandonare è cosa diversa....

--Più piano,--interruppe Emilia, temendo che Roberta non udisse.

Il cuore le batteva in tumulto, ascoltando le parole divenute intime, segrete, come già l'uomo avesse confessato il suo amore e già parlasse per difendere la propria conquista.

Egli aveva sentito nel fondo dell'anima scatenarsi la malvagità egoistica, per la quale voleva ogni cosa al suo dominio e non poteva soffrire ostacolo alcuno. S'era fatto un po' pallido, gli occhi neri lucenti; aveva guardato in basso, verso Roberta, con un lampo d'odio improvviso.

--Lei vuole sagrificarsi a sua sorella?--continuò, smorzando la voce.--È impossibile, assurdo; sarebbe mostruoso. Pensi che ciascuno ha nella vita una strada da percorrere. Nessuno può, nessuno deve mutarla a forza, per seguire il cammino d'un altro. E a quale scopo, a chi gioverebbe? Ella sciuperà tutta la vita in una rinunzia inutile, la quale non sarà forse nemmeno compresa...., nemmeno compresa!

--«Perchè mi parla così?»--domandò in quel punto Emilia a sè stessa, trasalendo sotto il soffio della scomposta eloquenza. E tentando sorridere ancòra, obiettò:

--Ma ciascuno ha il diritto di scegliere la via, in capo alla quale spera di trovare una sodisfazione, un riposo della coscienza.... Non Le pare? Quella ragazza è attaccata a me, è gelosa della mia affezione, e non reggerebbe al dolore d'una lontananza, alla rivalità di un altro, affetto.... Io la conosco.... E Lei pure sa quanto la sua salute sia debole.... Infine, ho pensato, può crederlo: e ho giudicato che questo è il mio dovere, e che posso compierlo serenamente, anche senza sacrificio....

Sì fermò. Giungeva con fragore infernale un'ondata verdastra, alta, e incontrando i primi scogli, spumeggiò d'un tratto senza rompersi; poi coperse la spiaggia, si franse, s'ingolfò entro l'insenatura, conquistando alcuni frastagli, fin allora intatti, della roccia su cui sedeva Roberta.

--Hai visto?--gridò la fanciulla ad Emilia.--È giunta fin qua su!

--Non sei bagnata?--domandò Emilia con una premura timorosa, la quale significò per Cesare più di tutte le spiegazioni.

--No, no. Sto benissimo qui,--rispose la giovanetta.

Seguì una pausa lunga. Tutti e tre guardavano la vicenda delle acque potenti e il cielo giallastro pel riflesso di un moribondo raggio solare.

--Sono le illusioni solite dell'altruismo,--riprese Cesare, con voce cauta, piena di fremiti rattenuti.--Il tempo ne fa giustizia, ma sempre troppo tardi.... E perchè mai, a un tratto, questo sacrificio?... Perchè non prima?

Emilia battè le palpebre; un pudore ardente le bruciava di rossore le guance; ella avrebbe voluto riprendere la coscienza delle cose reali e fiaccare con lo sdegno la domanda ardita; ma dal cuore le saliva un singulto di smarrimento. Guardò l'uomo in volto e lo vide oscurato dalla passione dolorosa; capì ch'egli andava dietro ai balzi del pensiero e li ripeteva, dimenticando il riserbo tenuto fino a quel giorno e i doveri che quel riserbo gli imponeva. La comprensione della sua sofferenza incontenibile turbò maggiormente la donna.

