Part 9
Ed è anche più brutto, o, per meglio dire, strano d'aspetto, di quel che pare dal palco scenico. Il primo sentimento che si prova, vedendolo in casa per la prima volta, alla luce del sole, è un'ammirazione più grande per la potenza del suo ingegno e della sua natura drammatica, che riuscirono a trionfare, malgrado l'irregolarità quasi grottesca della sua persona. La sua faccia è una vera maschera d'istrione antico: un faccione largo e grasso, d'una carnagione giallognola da mercante olandese, in cui brillano due occhietti bigi di faina, un po' maligni, sopra un grosso naso che guarda in su con una petulanza senza esempio, in modo che le nari si presentano come le aperture di due canne d'un fucile da caccia; una gran bocca, con le labbra grossissime, tagliate in forma di trapezio, che par che succhino continuamente un enorme bocchino di pipa turca; un mento lungo e sporgente, e due mascelle leonine, che si dilatano, quando parla, con un movimento inquietante. Mettete questa faccia di mascherone di fontana, tutta sbarbata, con una papalina nera sul cocuzzolo, sopra un corpo bassetto e tarchiato, vestito d'un farsetto nero stretto alla vita, coi calzoni neri e con le pantofole nere, e immaginate il misto bizzarro che ne deve riuscire, di curato di campagna in _négligé_, di cuoco in lutto, di forzaiuolo e di Stenterello. Si rimane sbalorditi a pensare che quell'omiciattolo ci ha fatto piangere, fremere e tremare, e s'è presi dalla tentazione di dirgli che non è quella la maniera di corbellare il mondo. Ma è un di quei brutti che seducono, forse perchè la loro bruttezza, come suol dirsi, non è che una bellezza sbagliata: come accade di certe metaforaccie di pessimo gusto, sotto cui appare il barlume d'una grand'idea. Questo è vero specialmente quando ride: non si può immaginare un riso più vivo, più comico, più attaccaticcio del suo; — e non è la risata dell'allegria — ma una specie di riso filosofico e profondo, che nasce da un sentimento particolare della vita, e che fa pullulare mille idee lepide nella mente, e indovinare mille scherzi che non dice, e pensare confusamente a mille cose e persone amene, che abbiamo conosciute in altri tempi; un riso che rallegra dentro, e che mette voglia di darsi una fregatina di mani, o di allungargli _une tape_ sulla pancia. Tutta la faccia gli ride, fino alle orecchie; la bocca gli s'arrotonda in un modo curiosissimo, che fa saltare il capriccio di ficcarvi un dito dentro, come dice lo Zola del Boche, _pour voir_; e la punta del naso gli fa un piccolo movimento accelerato, come la punta d'un dito che gratti qualche cosa di sotto in su, d'un effetto comicissimo; mentre gli scintilla negli occhi un'astuzia di demonio. I critici cortesi dicono che ha _une physionomie comique parfaite, une face largement comique, comiquement spirituelle_, e altre cose simili; ed è vero; ma non è tutto. È una figura talmente originale ed esilarante, a vederlo da vicino, che per molto tempo si rimane tutt'intenti a guardarlo, e non si bada alle sue parole. Ed egli non s'illude sopra sè stesso; parla anzi sovente della propria persona, celiando, come se canzonasse un altro, e non vuol sentir parlare delle parti che richiedono bellezza d'aspetto. Per questa ragione rifiutò, non è molto, di far la parte di Pigmalione nella _Galatea_ della signora Adam. — Come volete — le disse — che io ardisca presentarmi al pubblico in nome di Pigmalione, che dev'essere un bell'uomo? _Voyons donc, madame: est-ce que j'ai le nez grec, moi?_ — Il naso, infatti, è stato l'ostacolo più difficile da superare, nella sua carriera drammatica. Quando qualche parte non gli riesce, ha sempre la sua giustificazione pronta: — è il naso. — Ma anche in casa sua, dopo un quarto d'ora che gli si parla, segue come al teatro: si vede un altro Coquelin; tanto la sua conversazione è arguta e attraente, rimanendo sempre naturalissima, come la sua maniera di recitare. È divertentissimo vederlo lassù nella sua piccola stanza di studio, triangolare, che sembra un camerino di teatro — al quarto piano — tutta piena di libri, fra cui brillano in prima fila i poeti drammatici e lirici di tutti i paesi; e cogliere a volo nelle sue parole e nelle sue mosse gli accenti e i gesti di Mascarille, di Gringoire, di Figaro e del piccolo gobbo del _Luthier de Crémone_, che fecero risuonare d'applausi il tempio del Corneille e del Molière. Il Molière, appunto, di cui ha tutto il teatro nel capo, è uno dei suoi argomenti preferiti; e riparla spesso delle conferenze pubbliche che tenne poco tempo fa; colle quali si propose di dimostrare che l'_Alceste_ del _Misantropo_ non è come quasi tutti i critici e quasi tutti gli attori l'interpretano, un personaggio cupo e profondo, una specie d'Amleto francese, da rendersi con un colore di stranezza fantastica; ma un personaggio apertamente comico, come gli altri del Molière, e designato come tale dal poeta medesimo in una maniera che non può lasciar dubbio. Egli svolse il suo concetto senza pompa di dottrina, con molto buon senso, con grande chiarezza, per mezzo di confronti e di citazioni bene ordinate e lucidamente commentate; ma lasciò letterati e commedianti nel loro parere contrario. Si lamentò in particolar modo dei letterati, così tra il serio e il faceto, facendo tremolare la punta del naso. — Avete torto, mi dicono insomma, perchè siete un commediante. _C'est ça qui m'embête_. Mi dicano che ho torto perchè sono un grullo, francamente, e mi ci rassegno più volentieri. Gli è appunto perchè sono un commediante che voglio dir la mia ragione. Mi pare che serva a qualche cosa, per giudicare un personaggio di una commedia, essere abituato da venti anni a mettersi nella pelle degli altri, e a cercare la ragione intima d'ogni loro atto e d'ogni loro parola. Se questi speculatori letterari del teatro non fossero un po' trattenuti dal senso pratico di chi ha da incarnare i personaggi che essi scrutano e sviscerano continuamente, finirebbero, a furia di fare, con trasformarli in creature dell'altro mondo, che nessuno potrebbe più riprodurre sulla scena. — E non si fermerebbe più, quando ha preso a discorrere del Molière, se non esistesse un altro personaggio, per il quale nutre altrettanto entusiasmo: il Gambetta, in grazia di cui egli s'appassiona anche un poco alla politica, e si tira addosso le canzonature del _Figaro_. Il Gambetta è suo amico intimo, desina con lui tutte le domeniche, e lo conduce a far delle lunghe passeggiate solitarie, durante le quali, chi lo sa? forse si fa dar delle lezioni di recitazione, o si insegnano a vicenda ad aprire e a scrutare gli animi umani, l'uno per giovarsene sul teatro, l'altro nella politica; poichè, in diverso campo, essi sono i due più grandi attori della Francia: il Gambetta più potente, ma il Coquelin assai più sicuro di non essere fischiato. Egli parlò del suo illustre amico con calda ammirazione, senza licenze familiari, ripetendo dei brani del suo ultimo discorso, e esclamando di tratto in tratto: — Sentite la bellezza di questa frase; sentite la giustezza di questo pensiero; — come avrebbe fatto per una parlata del Racine. E a proposito del Gambetta, lesse una lunga colonna del _Voltaire_, in risposta all'_Intransigeant_, con una rapidità prodigiosa, e con una nettezza di pronuncia ancor più ammirabile, facendo vibrare certe parole, e schizzar fuori certe frasi, con cambiamenti improvvisi d'intonazione, e ammicchi d'un occhio, e guizzi comicissimi delle labbra, in una maniera da far proprio rimpiangere di non potergli dare il posto di lettore, in casa propria, con centomila lire all'anno; che per un letterato sarebbero impiegate al cinquanta per cento. Ed è pure notevolissimo il suo linguaggio, scolpito e colorito, con certe screziature di lingua popolare, ricco d'una quantità di termini insoliti e di modi del gergo teatrale, svariatissimo come è in tutte le persone dotate di un forte senso comico, che hanno bisogno di raccontare, di descrivere e d'imitare. L'impressione che egli lascia, in conclusione, è d'un uomo di buona indole e di buon cuore, come io credo che siano necessariamente tutti gli artisti drammatici atti a interpretare con eguale maestria i caratteri buoni e malvagi; perchè, per riuscire grandi negli uni e negli altri, bisogna che nella loro natura predomini il buono, senza del quale possono abbagliare con l'ingegno, ma non soggiogare con la simpatia. Il Coquelin, però, ha l'aria d'un uomo buono; non d'un bonaccione. Sotto la sua bonarietà canzonatoria s'indovina un animo risoluto e vigoroso, col quale non dev'essere molto comodo l'aver che fare i giorni che ha la luna rovescia; e specialmente quando salta su a inveire contro i capricci prepotenti di certi autori drammatici, piglia una certa guardatura bieca e fa stridere la voce in un certo modo, che non par strano affatto, in quel momento, che abbia saputo incarnare meravigliosamente l'anima dannata del duca di Septmonts.
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La parte di duca di Septmonts nell'_Ètrangère_ del Dumas, credono tutti, — e anche lui — che sia ciò che egli fece — per dirla con le sue parole — _de plus fin et de plus incisif_, nel teatro moderno, dal primo giorno che recitò fino al giorno che corre. Per comprendere le difficoltà con cui ha dovuto combattere, basta rappresentarsi la sua figura «largamente comica» e ricordare che il duca di Septmonts è la quintessenza di un gentiluomo del gran mondo — spregievole e odioso quanto si vuole — ma tanto più dignitoso e corretto di fuori quanto è più fradicio dentro. Per alto che fosse il concetto che s'aveva della pieghevolezza d'ingegno del Coquelin, si temeva che in quella parte cadesse. Bastò invece la sua apparizione sul palco scenico a provocare uno scoppio d'applausi e un'esclamazione universale di meraviglia. Costanzo Coquelin, l'incomparabile _Figaro_, l'insuperabile gobbetto del _Luthier de Crémone_, pareva il primo gentiluomo della cristianità. Pallido, della pallidezza malaticcia d'un nobile sciupato dagli stravizi, biondo, un po' calvo, con due folti baffi impertinentemente arricciati, con una lente all'occhio, vestito con rigorosa eleganza, disinvolto e duro ad un tempo, e superbamente signorile in tutti i suoi movimenti, anche nel più forte della passione, egli era l'ideale vivente dell'autore della commedia. E ad ogni nuova scena si rivelò con maggior efficacia. Dalla sua aria tediata, dal suo modo di parlare strascicato, come se ogni parola fosse un atto di degnazione, dalla sua fredda cortesia, dal suo sguardo ironico e sorridente, da tutti i suoi gesti e da tutti i suoi accenti artificiosamente trascurati, traspariva l'insolenza sfrontata d'un aristocratico cresciuto all'orgoglio e al disprezzo, il cinismo d'un _viveur_ intristito nel vizio, capace di tutte le bassezze, l'audacia meditata e malvagia dello spadaccino sicuro d'uccidere, — la sua educazione, il suo passato, tutto quello che sarebbe stato capace di fare, e mille cose che pensava, e che non diceva; ma che facevano pensare. Egli corresse anzi leggermente, con molta arte, il carattere immaginato dal Dumas, che poteva riuscir troppo ributtante; e lo corresse — come prescriveva il celebre attore tedesco, l'Iffland, — facendo il difensore ufficioso del personaggio che rappresentava: lasciando cioè indovinare in che maniera fosse diventato quello che era, per quale via, non per colpa tutta sua, si fosse così depravato, — guasto prima da un'educazione falsa e poi dall'esempio della società incancrenita in cui era vissuto, — e in tal modo, senza riuscire simpatico, si mantenne dentro a quei limiti dell'odioso, oltre ai quali un personaggio teatrale non è più tollerabile e nuoce agli intendimenti del poeta. Ma fu terribile. Nella scena del quart'atto, per esempio, quando vuole umiliare il signor Gérard, ricordandogli che sua madre era stata governante della duchessa, trovò l'accento d'un sarcasmo così sanguinoso e stillò le parole insolenti nell'animo del povero giovane, come goccie di piombo fuso, con una lentezza così spietata, che tutti gli spettatori se le sentirono penetrare nel cuore ad una ad una, e fremettero per quello a cui eran dirette. E fece rabbrividire l'impassibilità marmorea con la quale ricevette in viso quella tremenda invettiva della duchessa, di cui ogni parola è uno schiaffo, fino a quel fulmineo: — _Misèrable!_ — che finalmente gli solleva il sangue; e la rabbia pazza e feroce con cui le si slancia addosso all'ultime parole, e lo sforzo improvviso con cui si frena. Mai era stata rappresentata la superbia, l'insolenza e la rabbia, con più satanica potenza, sulle scene della _Commedia francese_. Il suo successo fu enorme. Egli empì il dramma della sua persona, e vi spiegò tanta forza, che se gli altri atleti fossero caduti, sarebbe bastato per tutti egli solo.
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Ma per quanto si dica, egli non è mai tanto potente come quando nuota nella comicità larga del Molière, fra le grosse celie e le grosse risa, vestito dei panni di Scapin e di Mascarille. Quella comicità dal naso corto e dalle grosse labbra, come disse Alfonso Daudet, par fatta per la sua faccia, per la sua voce e per la sua indole. Lì sfolgora ed impera davvero, e fa tremare le vôlte del teatro. Nessun Mascarille, nelle _Précieuses ridicules_, ha mai detto con più petulante disinvoltura le sue spropositate goffaggini; nessuno ha mai mostrato sul palco scenico una più maledetta grinta, una più impertinente sfacciataggine di lacchè astuto e ridacchione, docile ai pugni e alle legnate, e pronto a tutte le pagliacciate e a tutte le bricconerie. Nessuno Scapin è stato mai più magistralmente bugiardo, ipocrita, truffatore e buffone. Il Coquelin domina la scena, in queste farse epiche, coll'imperturbabilità sovrana che dà la coscienza del genio. Ha una mobilità di fisonomia, un'elasticità di voce, una pieghevolezza di membra, una sicurezza, un'audacia che nessuna parola può rendere. Nelle _Précieuses ridicules_ suscita una tempesta di risate con ogni parola, quando contraffà il gentiluomo letterato e lezioso, e declama quella stramberia di madrigale che finisce col grido: Al ladro! — Nelle _Fourberies de Scapin_ snocciola quelle lunghe parlate per indurre Argante a sborsare i seicento scudi, con una rapidità d'un effetto comico meraviglioso. Non son più periodi; sono eruzioni, cascate precipitose di parole, che schizzano e tintinnano come sacchi di monete rovesciati, fra le esclamazioni di stupore della platea. Nei _Fâcheux_, facendo la parte del cacciatore appassionato, dice quei cento e quattro versi filati della descrizione della caccia, d'un fiato solo, come se li improvvisasse, con una tale potenza imitativa della voce e del gesto, che per un quarto d'ora par di veder fuggire i cervi per la foresta, e il teatro risuona dello scalpitìo dei cavalli, del latrato dei cani, dello squillo dei corni, delle grida dei cacciatori, come se vi agisse un'intera Compagnia equestre. Ed è infaticabile. Dopo aver fatto _Mascarille_ nell'_Etourdi_, che è una delle parti più lunghe e più difficili del vecchio repertorio drammatico, è fresco e disposto come prima di cominciare. Ed è superfluo far notare la difficoltà grandissima che presentano queste parti comiche del Molière, in cui se l'attore non è tanto forte da tener continuamente viva l'ilarità e l'ammirazione, subito risalta la trivialità, l'esagerazione, il grottesco del personaggio e della scena, e non basta la riverenza che ispira il grande poeta a trattener il pubblico dal dar segno di noia o d'impazienza: il che suole accadere nei teatri di provincia, dove le commedie del Molière sono quasi irrappresentabili. Ma il Coquelin par nato fatto per interpretare il Molière; e piuttosto che un _Sociétaire_ della commedia francese, si direbbe che è un attore superstite della famosa _troupe de Monsieur_, ancor tutto fresco, dopo due secoli, delle lezioni del suo capo-comico immortale. E in questo gli giova immensamente la faccia. È impossibile resistere alla forza comica dello sguardo, del riso e della smorfia di questo grandioso _farceur_; bisogna ridere con lui, in qualunque stato d'animo ci si trovi; e si ride di quel riso a singhiozzi, convulsivo e clamoroso, che ci riprende ancora dopo il teatro, e ci accompagna a casa, e ci torna ad assalire la mattina dopo, e ci rimane come un grato ricordo per sempre.
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Certamente, egli deve la sua gloria artistica più ai doni della natura che allo studio. _Histrio nascitur_. Ed anco non ammettendo questa verità, bisognerebbe fare un'eccezione per coloro che sono grandi attori a ventitrè anni. Nondimeno egli studiò e faticò moltissimo. Non _s'è fatto una voce_, come si dice del celebre attore Duprez; ma _lavorò_ la sua infaticabilmente, con esercitazioni assidue e metodiche; e non son molti anni, infatti, ch'egli ha quell'elasticità mirabile degli organi vocali, che si presta così docilmente alla varietà e alla mobilità prodigiosa delle sue sensazioni. Così la sua pronunzia nitidissima, che fa d'ogni sillaba una nota cristallina, è principalmente frutto d'un _fortemente volli_, come il vigore del verso alfieriano. È una cosa che accende nel sangue la passione dello studio, il sentirgli dire, per esempio, con che amore e con che cura si è rimesso a studiare la sua parte d'_Annibal_, dopo che l'Augier rimpastò l'_Avventuriera_; come l'ha scomposta e ricomposta daccapo, periodo per periodo e frase per frase; come ha rivoltato per tutti i versi ogni parola per trovarle il suo accento vero e proprio; come ha ragionato tra sè ogni sorriso e ogni gesto. Così pure l'udirgli esporre le riflessioni minute e ingegnose che fece sulla parte di Figaro nel _Barbiere di Siviglia_, per cogliere le differenze che dovevano passare fra questo — giovane e spensierato, — e il Figaro del _Mariage_, — più avanzato negli anni, più esperto della vita e cangiato anche per effetto della sua nuova condizione; — differenze che seppe rendere stupendamente sul palcoscenico, fin nelle più leggiere sfumature; e le conferenze d'ore e d'ore avute con gli autori, col manoscritto alla mano, coperto di richiami e di postille, per trovare insieme il colore particolare da darsi a una scena, o l'intonazione giusta d'un monologo; e le discussioni interminabili avute coll'Augier o col Dumas per sostenere il suo modo d'interpretazione, e salvar la vita al personaggio concepito da lui, e amato come una creatura fatta con le sue carni e col suo sangue. Di tutti i personaggi che deve rappresentare, e della società e del tempo in cui vissero, cerca con una pazienza e con una curiosità d'archeologo le più minute notizie, nei libri e nelle conversazioni; e nota tutto e rimesta ogni cosa per mesi e mesi, ragionando di ogni minimo particolare lungamente, con una diligenza che tocca la pedanteria. E si prepara con maggior studio e maggiore pacatezza in quelle scene appunto, in cui dovrà allentar di più la briglia al suo istinto, perchè vuol essere audace sul sicuro; al qual fine raccoglie osservazioni e consigli da ogni parte, come uno scrittore naturalista, e ricorre le critiche che gli son state fatte negli anni addietro; ma per quanto faccia, non si presenta mai al pubblico con la coscienza soddisfatta, e ricomincia a martellare sulla sua parte anche dopo la più splendida riuscita.
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A questo lavoro indefesso egli deve la sua continua ascensione nell'arte, in cui non ha più che un rivale, — il Got, — che ha vent'anni più di lui, ed era già attore provetto quando il Coquelin entrò nel «Teatro francese»; quel celebre Got, che creò il Giboyer, come si dice nel linguaggio teatrale, nelle due commedie _Les effrontés_ e _Le fils de Giboyer_; che fece un tipo indimenticabile dell'abate nell'_Il ne faut jurer de rien_ di Alfredo Musset; che interpreta insuperabilmente _Maître Guérin_, _Monsieur Poirier_ e il _Duca Job_ di Léon Laya: il primo attore, forse, che portò nella _Comédie française_ un sentimento potente della realtà, e che, pure possedendo profondamente la tradizione dell'arte, pigliò tutti i suoi modelli nella natura viva. Anch'egli è ugualmente forte nel drammatico e nel comico: Bernard nei _Fourchambault_, strappa i singhiozzi; Matamore nell'_Illusion comique_, fa schiantar dalle risa; e chi l'ha visto Rabbino alsaziano nell'_Ami Fritz_, che fu uno dei suoi più grandi trionfi, non lo riconosce più nei panni di _Sganarelle_ o del _Souffleur_ dei _Plaideurs_ di Racine, in cui è insuperabile. Osservatore finissimo, vero fin nelle più piccole minuzie, abilissimo alle trasformazioni del viso, capace di recitare per quattro atti interi, come nel _Gendre de monsieur Poirier_, con un occhio socchiuso e la bocca torta, senza scomporsi un momento; fornito d'un gusto letterario squisito, e di buoni studi, e altieramente appassionato dell'arte sua, egli tenne per lungo tempo il primato nel «Teatro francese», ed è indubitabile che giovò moltissimo al Coquelin, non foss'altro che col proprio esempio. Ma questi — lasciando da parte altre qualità intimamente individuali, che non permettono confronti — è superiore a lui nella versatilità dell'ingegno e nella mutabilità dell'aspetto. Il Got è vario; il Coquelin è un Proteo. Il Got, per esempio, ha non so che di proprio e d'immutabile nell'intonazione e nel gesto, un certo fare _bourru, imitant la franchise_, come dicono i francesi, e un _tic_ particolare del capo e delle spalle, simile all'atto di chi dica: — Non me ne importa il gran nulla, — un po' volgare, — che lo rende inabile a tutte le parti in cui si richiede eleganza e dignità signorile di maniere. Oltre di che è restìo a liberarsi dai modi e dagli accenti d'una parte in cui sia riuscito maestrevolmente; così che per molto tempo, dopo una _creazione_ grande e fortunata, porta in altri drammi l'impronta del personaggio prediletto, come gli accadde, tra l'altre volte, dopo il suo successo nel _Giboyer_. Il che non segue al Coquelin, di cui l'ingegno sembra cambiar natura ogni volta che cambia parte; che scende fino alla farsa plebea e sale fino alla più alta poesia; pagliaccio, gentiluomo, villano, brillante, tiranno, — eroe della rivoluzione, tragico, nel _Jean Dacier_, — piccolo collegiale vizioso e impostore nel _Lion et Renard_, — sempre originale, rifatto da capo a piedi, e liberissimo da ogni legame di reminiscenza; a segno che se gli saltasse il ticchio domani di fare il _Romeo_ — con quella faccia — nella tragedia dello Shakspeare, c'è da giurare che ci riuscirebbe, come disse un critico tedesco; e che il pubblico, ascoltandolo, direbbe che a Giulietta poteva toccare un amante più bello, ma non uno _più interessante e più appassionato_. Nondimeno sono molti ancora quelli che gli preferiscono il Got, come più profondo e più grave; e c'è fra loro una gelosia coperta, ma viva, che scoppia ogni volta che cade su una medesima parte la preferenza di tutti e due: come segue ora per il dramma _Le Roi s'amuse_, in cui l'uno e l'altro vorrebbe fare il _Triboulet_; e questo tira tira è cagione che il dramma non si rappresenti; non essendo parsa accettabile a nessun dei due la proposta di Victor Hugo, che facessero il _Triboulet_ una volta per uno, a sere alternate: proposta d'accorto finanziere, non d'uomo esperto del cuore umano.
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