Part 8
E questo alto buon senso, quest'armonia mirabile dell'immaginazione e del raziocinio, del sentimento poetico e dell'esperienza della vita, che si rivela nelle sue opere letterarie, si rivela in tutti i suoi atti e in tutti i suoi discorsi. Nulla egli perde a conoscerlo in casa dopo averlo applaudito al teatro. Lo si trova sensato e poetico, forte e affettuoso, profondo e semplice in ogni cosa. Non ha figli; ma una corona di nipoti, che lo amano e lo accarezzano come un padre e lo trattano con un misto di famigliarità, di riverenza, di gaiezza e di terrore artistico, carissimo a vedersi. Ha una villa a Croissy, vicino Chatou, in un luogo dove fece lui fabbricar la prima casa e piantare i primi alberi; in grazia di che fu dato il suo nome ad una strada; e dire Emilio Augier fra la gente di quel paese, è come dire padre della patria e imperatore del teatro. Vicino alla sua ci sono le ville delle sue sorelle. Quando ha una commedia da scrivere, o una scena da rivedere per una _ripresa_, scappa da Parigi col suo scartafaccio, e va a rifugiarsi nella sua palazzina tranquilla, che si specchia nella Senna, in faccia a un antico castello della Dubarry. Di là, tra un atto e l'altro, fa una corsa in casa dei nipoti, i quali festeggiano dal terrazzo ogni sua apparizione, come una nidiata d'ammiratori plaudenti dal palchetto d'un teatro. In questa nidiata ci sono due signorine di sedici anni, Paolo Déroulède, autore dei famosi _Chants du soldats_, un capitano d'artiglieria decorato della medaglia al valore, e un giovane Guiard, che sarà forse una gloria del teatro francese: un gruppo di belle persone, di belle anime e di begl'ingegni. L'Augier, si capisce, ha una grande simpatia per il suo _Paul_, saltato su tutt'a un tratto con cinquanta edizioni di un volumetto di liriche. Il giorno che uscirono i suoi _Chants du soldat_ gli disse: — Bravo Paolo! Ora hai finito d'essere mio nipote. — Ma tanto, un po' per affetto e un po' per essere più sicuro del fatto suo, un'occhiatina ai manoscritti di lui, prima della pubblicazione, ce la vorrebbe dare. — Ma com'è possibile? — dice il nipote. — Supponete che egli mi dica: cambia, e ch'io non ne sia persuaso, come si fa a dirgli di no, a uno zio che si chiama Emilio a Croissy, sta bene; ma che si chiama Augier a Parigi? E non si può immaginare la festività cordiale e brillante di quei desinari di famiglia nella sala a terreno della villa Déroulède, quando in mezzo a quella bella corona di teste giovanili, troneggia l'_oncle_ — quell'_oncle_ —, specialmente negli anniversarii dei suoi grandi trionfi drammatici, che i nipoti festeggiano con commediole di occasione scritte dal poeta della _Moabite_. Per tutta la serata è un alternarsi vivacissimo di frizzi, di aneddoti ameni e di discussioni utili e belle, in cui ai ricordi gloriosi dello zio si mescolano le speranze gloriose dei nipoti; e pare che col suono delle voci allegre e dei bicchieri, si confonda un'eco degli applausi delle platee lontane, e che fra commensale e commensale sporgano il viso i fantasmi di Giboyer, di Guérin, di Fabrice, di Gabrielle, di Philiberte, di Poirier; e che dietro ai vetri della finestra debba comparire da un momento all'altro la larga faccia sorridente e benevola del padre Molière. Amabile e ammirabile famiglia davvero, la quale vi fa benedire mille volte quelle poche pagine bagnate di sudore e di pianto, che vi fruttarono la gioia d'esservi ricevuti come un amico.
L'ATTORE COQUELIN
Costanzo Coquelin, primo artista drammatico della Francia, è figliuolo d'un panattiere. Nacque nel 1841 a Boulogne-sur-mer, e durante tutta la sua adolescenza impastò e infornò con suo padre, il quale contava di lasciarlo erede della bottega, ch'era bene avviata. Ma i panattieri propongono e la natura dispone. Il piccolo fornaio non aveva ancora dieci anni che pigliava già degli atteggiamenti drammatici dentro ai nuvoli di farina, e declamava dei versi galoppando per le strade di Boulogne, col paniere del pan fresco sopra le spalle. Un bel giorno si piantò davanti a suo padre e gli disse a faccia franca: — Papà, io voglio fare l'artista drammatico. — Il papà alzò la faccia infarinata dalla madia, lo guardò fisso e rispose placidissimamente: — Figliuol mio, io credo che ti giri. — Il figliuolo insistè; il padre, buon diavolo, finì con l'arrendersi, e Costanzo lasciò il forno per la scuola. Terminate le scuole andò a Parigi, si presentò al Conservatorio, vi fu ammesso, studiò nella classe del Régnier, si fece onore, e dopo un anno entrò nella compagnia gloriosa della _Comédie française_, dove recitò per la prima volta il 7 dicembre del 1860, a diciannove anni, facendo la parte di _Gros Renè_ nel _Dépit amoureux_, dopo la quale si provò in quella di _Petit-Jean_ nei _Plaideurs_ del Racine. Da principio passò quasi inosservato: la stampa non fece che annunziare il suo nome; egli non pareva destinato ad altro che a far le parti di comodino, quando qualche attore mancasse. Non si negava che avesse ingegno e attitudine all'arte; ma si credeva che non n'avesse abbastanza per uscire dalla mediocrità rispettata degli artisti di second'ordine. Questo però non era il suo parere. Continuò a studiare con amore e con ostinazione, divorato dall'ambizione della gloria; fece un personaggio originale, di suo capo, di _monsieur Loyal_ del _Tartufe_; interpretò in un modo inaspettato e ingegnoso il carattere d'Anselmo nella commedia _La pluie et le beau temps_ di Léon Gozlan; e a poco a poco si attirò la simpatia e l'ammirazione del pubblico. Ma per la critica era sempre un esordiente, e gli stessi suoi ammiratori non lo mettevano ancora tra gli artisti della prima schiera. Finalmente, nel 1862, non avendo ancora ventitrè anni, la sera del 15 giugno spiccò il gran salto nel _Mariage de Figaro_ del Beaumarchais, facendo la parte di Figaro, che era già stata fatta dal Got. Questa parte così complessa e così difficile, che richiede «il sangue freddo d'un diplomatico, lo spirito d'un demonio e l'elasticità d'un clown» egli la fece, scostandosi dalle tradizioni, con un tale impeto d'ispirazione e di forza, che il pubblico ne rimase sbalordito, e la critica lo proclamò unanimemente uno dei più grandi attori della Francia. In mezzo alle altissime lodi, però, non gli furono risparmiate le censure: egli non padroneggiava ancora abbastanza la foga della sua giovinezza, recitava qualche volta con un _éclat tapageur_ di cattivo gusto, si dava troppo tutto intero ad ogni occasione, non curava le sfumature, non fondeva a sufficienza i vari elementi della parte sua, si fidava troppo ciecamente alla potenza, e sovente al capriccio della propria ispirazione. Ma il Coquelin si corresse presto di questi difetti, e d'allora in poi la sua carriera drammatica non fu più che una successione di vittorie clamorose. Fece nel 1863 la parte di Figaro nel _Barbiere di Siviglia_ vi riportò un grande trionfo, benchè qualcuno lo accusasse d'aver fatto il Figaro di Rossini invece di quello del Beaumarchais: fu il più giovane, si disse, il più fresco, il più scintillante Figaro che si fosse mai visto sulle scene francesi. Poi si rivelò grande artista di sentimento nel _Gringoire_ di Teodoro di Banville, in cui espresse la desolazione, la disperazione, il terrore della morte, tutte le tempeste dell'anima d'un uomo rigettato dalia scala del patibolo nell'ebbrezza della vita, con una potenza di passione, che fece fremere e piangere tutta Parigi. In seguito rese magistralmente la natura stravagante e fantastica del principe di Mantova nel _Fantasio_ del Musset; ebbe un grande successo nell'_Annibal_ dell'_Aventurière_; si fece applaudire per cento e sessant'otto sere nella parte di marito di _Gabrielle_; assicurò il trionfo del _Paul Forestier_, in cui rappresentava il signor di Beaubourg, facendo con una finezza e una leggerezza profondamente meditata, il racconto pericoloso dell'avventura con Lea, da cui dipendevano le sorti della commedia; salì ancora più alto che nel _Gringoire_ nella parte potente e commovente di _Marcel_ nella commedia _Les ouvriers_ di Eugenio Manuel; e finalmente fu inarrivabile interprete del Molière: _Pierrot_ nel _Don Juan_, _Mascarille_ nell'_Étourdi_ e nelle _Précieuses ridicules_, _Scapin_ nelle _Fourberies_, ballerino e cacciatore nei _Fâcheux_; studiando e progredendo di continuo, meravigliando il pubblico ogni anno con una trasformazione inaspettata e ogni sera con una nuova idea, — sempre appassionato dell'arte sua, come un giovane di vent'anni, — e fresco d'ispirazione, di coraggio e di buon umore come quand'uscì dal Conservatorio. Fin dal 1863 è _Sociétaire_ del teatro francese, che significa artista «gran signore». Qualche anno guadagna intorno a centomila lire. Ed è, oltre che ammirato, prediletto dal pubblico con vivissima simpatia, e festeggiato, dovunque si presenti, come un amico di tutti. Non c'è da dire se suo padre ne sia altero e felice. Eppure s'assicura che di tanto in tanto egli dice ancora agli amici: — _Cependant.... il allait très-bien aussi comme boulanger._ — Cocciutaggini di fornaio.
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Mi ricorderò sempre della pessima impressione che mi fece, a primo aspetto, la prima volta che lo intesi recitare nella commedia _Les Fourchambault_, in cui faceva la parte di Leopoldo. Quando comparve in scena, nel primo atto, e mi dissero: — Quello è il celebre Coquelin; — a veder quell'uomo tagliato alla carlona, piccolo, col naso voltato su, con le gambe arcate, con quel sorriso di scorbellato sulla faccia, provai un grande disinganno, e mi parve che non l'avrei mai potuto pigliare sul serio. Non sapevo darmi pace che con quel frontispizio così mal riuscito, dovesse far l'amoroso nel primo atto, e il figliuolo offeso e terribile nel terzo atto di quella bella commedia. Con tutto ciò mi colpì subito la sua maniera di stare in scena, anche in mezzo alle signorine Reichemberg e Croizette, che ci stavano mirabilmente: certi suoi serpeggiamenti, certe passeggiatine oblique per il palco scenico, a passo strascicato, e un modo di andare qua e là, col viso in aria e con le mani in tasca, così _vero_, così di casa, così perfettamente imitato da quel ciondolìo senza direzione che facciamo nella sala da pranzo, in famiglia, voltandoci ad ogni voltata del pensiero e della conversazione, come banderuole girate dal vento; che un ragazzo l'avrebbe osservato e ammirato. Poi notai un altro pregio suo: ogni volta che aveva da dire qualcosa, l'espressione del suo viso preannunziava in maniera il senso delle sue parole, che pareva che le cercasse, che parlasse di suo capo, non che recitasse delle frasi imparate a memoria: gli si vedeva proprio sulla fronte il lavorìo della mente, che si fa discorrendo, quel po' di sforzo che costa a tutti l'espressione del proprio pensiero. E questo dava un colore di verità singolarissimo al suo discorso. E come rendeva bene nell'aria del viso, nell'intonazione della voce e persino nell'andatura, quello stato d'animo particolare del giovanotto ozioso, in quell'età in cui comincia a sentirsi allo stretto fra le pareti domestiche, e vorrebbe sbizzarrirsi fuori, ma i legami della famiglia lo trattengono ancora, così che si dondola tutto il giorno per la casa e ingombra le stanze della sua scioperatezza, pieno di appetiti virili e di capricci da scolaro, brontolone e burlone ad un tempo, sbadigliando l'anima ogni quarto d'ora! A poco a poco quella naturalezza assoluta mi soggiogò; e mi trovai anch'io in quella corrente di simpatia che avevo notato fin da principio fra lui e gli spettatori, i quali seguivano attentamente ogni suo passo, mostravano di apprezzare ogni suo gesto, e ridevano qualche volta d'un movimento appena percettibile del suo viso. Non di meno mi pareva ancora che con quella effigie lì egli non avrebbe mai potuto altro che farmi ridere. Venne il terzo atto, sul principio del quale il Coquelin è ancora il giovane ameno e leggero delle prime scene. Mi meravigliò, nonostante, il modo con cui fece al Bernard il racconto delle sue avventure della sera innanzi, e del duello della mattina; durante il quale racconto si rifece indietro due o tre volte, per dir qualche cosa che aveva dimenticato, con una speditezza, con una naturalezza così viva e così spigliatamente spontanea, che la platea proruppe in applausi, e l'applauso fu seguito da un mormorìo generale di ammirazione. Di li a poco — tutti conoscono la commedia — i ferri si cominciano a scaldare, e di parola in parola il Bernard giunge a far quell'allusione al padre Fourchambault, che colpisce il figlio in mezzo al cuore. Allora si rivelò improvvisamente un altro Coquelin. Fu una vera trasfigurazione. Parve che gli cadesse una maschera dalla fronte, — il suo viso impallidì e si stravolse, — la voce cambiò suono, e il gesto scattò colla forza d'una molla d'acciaio. Tutti hanno presente la scena in cui Leopoldo Fourchambault alza la mano per schiaffeggiare il Bernard, il quale lo trattiene, gli rivela che è figlio dello stesso padre e che salvò la sua famiglia dal disonore, e poi gli domanda: — Che cosa dici adesso? — Ebbene, il Coquelin gridò quella sublime risposta: — Io dico che tu sei il più nobile degli uomini! Io dico che tua madre è la più santa delle donne! Io dico che sono altero d'esser tuo fratello e di gettarmi sul tuo cuore! — gridò queste parole con una voce così potente, con un accento così gioioso e doloroso ad un tempo, e straziante a forza d'affetto; con un tremito nella gola e uno spasimo nel viso che rivelava così irresistibilmente il pentimento profondo, la tenerezza immensa, il bisogno di chieder perdono, la gioia divina del chiederlo, un misto d'umiltà e di forza selvaggia del cuore, altero del suo slancio generoso e della santa giustizia che rendeva; che, più ancor che commosso dalla scena, in mezzo a quella gran folla del _Teatro francese_, che si sollevò tutta come un'onda del mare, io rimasi trasognato della metamorfosi dell'attore. E sconfessai immediatamente e per sempre il mio primo giudizio. Poi il Coquelin rientrò nella sua parte quieta di buon giovanotto, e all'ultima scena della commedia fece ancora più profonda l'incancellabile impressione che mi aveva lasciata, con uno di quei tratti da maestro, insignificanti in apparenza, che ai molti sfuggono, ma che ai pochi bastano per riconoscere il grande artista, come il leone dall'unghia. E fu quando sua sorella, ingenua, la quale sperava che l'istitutrice sposasse il fratello Leopoldo, sente invece che sposa il Bernard, e dice alla fidanzata: — Io avrei desiderato piuttosto che tu diventassi mia cognata.... — non sapendo che il Bernard è suo fratello pure, e che perciò la parentela esiste egualmente. Ebbene, il Coquelin, udendo quella frase, fa tra sè quell'osservazione maliziosa: — _Il n'y a peut-être pas grand'chose de changé_ — con una finezza così arguta, con un sorriso così lepido in un angolo delle labbra, a mezza voce, guardandosi la punta d'un piede e lasciandosi come scappare le parole per distrazione, in mezzo alle voci allegre degli altri personaggi, che gli si farebbero ripetere cento volte, tanto è l'accorgimento e lo spirito d'osservazione e il senso comico squisito che rivelano. E rimangono stampate nella mente, con quel sorriso e con quell'accento, e si prova sempre un piacere vivo a ricordarle e a ripetersele, come un verso magistrale d'un poeta di genio. Questa fu la prima impressione che mi lasciò il Coquelin, o meglio, che mi lasciarono i due Coquelin, l'uno amenissimo e l'altro appassionato e tremendo. E conviene osservare che egli non può patire la parte di Leopoldo Fourchambault perchè, dice, non gli conviene sotto nessun aspetto, e la fa per forza, e da cane. Nientemeno.
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Poi lo intesi in altre commedie, e in tutte mi parve un grande artista. Ha arditezza e misura, naturalezza e dignità, costantemente. Qualunque personaggio rappresenti, dà a vedere d'averlo studiato, non solo nelle manifestazioni verosimili della sua natura, ma nel più intimo meccanismo dell'animo, alla sorgente stessa dei suoi sentimenti più segreti; e conserva il colore di ciascun carattere anche nelle tempeste più violente della passione. Dopo le sue prime parole non si vede più il viso del Coquelin; ma quello del personaggio. «Il di dentro domina il di fuori» come si diceva del famoso Lekain. Ha una maniera di comporre il viso che corregge tutti i difetti dei suoi lineamenti; una contrazione potente, che fa pensare a quella di Gwynplain e alla camera dei lordi, ma che non tradisce lo sforzo. Tutto questo, però, non basterebbe a fare di lui un grande artista, s'egli non avesse la primissima delle facoltà drammatiche, che è di sentire profondamente e vivacissimamente. La sua potenza è nelle vibrazioni dell'anima, nella freschezza e nel vigore del sentimento. Quando esprime il dolore, ha veramente delle lacrime nella voce, e degli accenti profondi d'angoscia, che par che sanguini dentro; e negl'impeti d'ira o di rabbia, quando discende il palco scenico, guardando davanti a sè con quell'occhio grigio, dilatato e smarrito come un occhio di fiera, e tutte le membra tese e convulse, pare che gli si debba spezzare una vena nel petto. Per me, lo trovo anche più potente nell'ira che nell'affetto. In quelle provocazioni fra gentiluomini, così frequenti nelle commedie francesi, a cui segue per lo più un duello mortale, egli ha un modo suo proprio così secco e tagliente, che fa d'ogni parola una scudisciata traverso la faccia, e non so che di gelido e di feroce nell'aspetto e nelle mosse, che mette un brivido nelle vene, e fa presentire la morte. E ha degli slanci d'entusiasmo ardente, frenati con un'arte profonda, che ne duplica l'efficacia, e delle espansioni impetuose di gaiezza, che fanno l'effetto d'un'ondata d'aria primaverile in quel gran teatro affollato e caldo, che pende dalle sue labbra. Convien dire pure che ha una voce ammirabile, che si presta alle più audaci inflessioni, nettissima nelle voci basse e sonora nelle medie, senz'essere di quelle voci troppo ricche, che annegano, come si dice in francese, la parola nel suono, e le consonanti nelle vocali; una voce che s'alza qualche volta, senz'assottigliarsi e senza sforzarsi, fino alle note più acute, e si espande e risuona, agile e mordente, in tutti gli angoli della sala, e fin nei corridoi e nei vestiboli, come uno squillo di tromba. Ha tutti i doni della natura, insomma, fuorchè la bellezza. Ma quando lo s'è sentito recitare, pare che la sua imperfezione fisica sia una condizione necessaria, un elemento quasi della sua potenza particolare d'artista, e che acquisterebbe qualcosa, ma perderebbe molto di più, se diventasse bello ad un tratto come il Bocage o come il Salvini.
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