Part 5
— Io credo però che sarà utile, a proposito di critiche, un libro d'un nuovo genere, che sto preparando da un pezzo. Man mano che mi cadevano sotto gli occhi, sono andato raccogliendo e ordinando le più grossolane insolenze, i più spropositati vituperii che vennero vomitati contro di me. V'accerto che a leggerli tutti di seguito, come una lunghissima lirica furibonda, fanno un singolare effetto. Li pubblicherò in un volume, con una grande prefazione sulla critica, e intitolerò il volume: _Leurs injures_. Sarà la mia apologia.
Questo è il suo chiodo fisso; per quanto faccia, bisogna sempre che torni a batterci su. Il suo grande tormento è d'essere male giudicato come uomo. E questo tormento, possono averlo celato, ma lo provarono certamente tutti gli artisti, anche i più incuranti e sdegnosi del mondo, e i più gloriosi, quando il loro carattere morale fu denigrato. Poichè si può ben amare disperatamente la gloria, ma non si può averne un godimento pieno e sereno, se non si sente che insieme all'artista è stimato l'uomo, suo padre e suo giudice, e depositario del suo onore. Prima si ambisce la gloria pur che sia; poi quella tal gloria — senza ombra e senza turbamenti; — ossia la stima e l'affetto, che sono il calore della sua luce. Il che i nemici cercan di togliere, quando non riescono a toglier altro, poichè è una grande consolazione dell'amor proprio, dovendo dire che un tale è un grande artista, poter soggiungere subito dopo che è un birbante.
— Mah! — esclamò poi lo Zola — quando lavoro dimentico tutto.
— Dateci presto il nuovo romanzo — dissi.
— Mi ci potrei mettere subito — rispose — se ci fossi già preparato. Ma ho bisogno di viver prima lungo tempo coi miei personaggi, e siccome questo non è un lavoro da tavolino, che m'obblighi a star lì cogli occhi sulla carta, così basta anche una leggera preoccupazione dell'animo a distrarmene. Ho bisogno di pigliare i miei personaggi ad uno ad uno, e poi a due a due, e così avanti, e di farmeli andare e venire per la testa, di notte, passeggiando, desinando, ora strappando una parola a uno, ora cogliendo a volo un gesto d'un altro, ora scoprendo il secreto di un terzo; e di abituarmi a viver con loro fino al punto di voltarmi in tronco, quando mi sento un fruscìo alle spalle, quasi con la sicurezza di sorprenderne qualcuno in carne ed ossa. Fin che non sono arrivato a questo grado d'illusione, non posso far nulla. Quando poi i personaggi son diventati così vivi e parlanti, e quasi gente di casa mia, il lavoro non m'affatica più; mi metto al romanzo, e lascio che facciano loro, che pensin loro a combinarsi e a trattare insieme le proprie faccende; io cerco d'entrarci il meno possibile, e di restringermi a redigere i verbali. Alle volte mi par d'essere estraneo affatto al mio romanzo. Casi, scene, dialoghi si succedono da sè, e non ho che a mutar qualche parola nel testo che mi si svolge sotto gli occhi. Non è che la descrizione che mi costa sforzo. Ma scrivendo, vedo i luoghi così distintamente, sento i rumori, gli odori, i contatti in una maniera così viva, che anche qui non ho quasi da cercar altro che l'espressione. Rimango tutto stupito, alzando gli occhi, di ritrovarmi nella mia stanza, solo, in una gran quiete, e cerco per dove sono fuggiti i fantasmi che mi stavano affollati intorno un momento prima.
Con tutto ciò m'è parso di indovinare, da qualche sua parola qua e là, che la difficoltà che egli trova a rimettersi ai suoi romanzi, non deriva soltanto dal suo stato presente di salute e d'animo, ma da un sentimento, più forte che non l'abbia mai provato, d'incertezza artistica. Egli conosce il mondo letterario e sè stesso: sa di essere arrivato al punto forse culminante della sua ascensione d'artista, e che di lì non potrà più salire se non facendo un poderosissimo sforzo: o un passo in una via nuova, o un perfezionamento grande sulla via battuta. Perchè è vero quello che disse il Dumas figlio, che il pubblico vuol essere continuamente sorpreso, abbagliato, sbalordito, violato. Ora, dopo l'_Assommoir_, lo Zola è andato più in là, ma non più in su. I critici assennati non solo non mettono la _Page d'amour_ accanto all'_Assommoir_, ma la considerano al di sotto della _Fortune des Rougon_ e della _Conquête de Plassans_. _Nana_ fu un successo più librario che letterario. Si capisce d'altra parte che, per quanto sia grande la sua potenza di scrittore, il genere suo, tutto analitico e descrittivo, è quello in cui l'originalità perde in più breve tempo la freschezza, abituandosi facilmente il pubblico ai procedimenti metodici, di cui può indovinare gli artifizi prima di subirne gli effetti. Al che l'aiutano anche gli imitatori; gl'inetti scoprendo meglio la meccanica, i valenti mostrando che non è difficile impadronirsene. E lo Zola ha ormai un drappello di imitatori che non gli stanno indietro che d'un passo. Perciò io credo che stenti a ricominciare i romanzi, non tanto perchè è stanco, quanto perchè cerca. Mettendosi a scrivere, gli si presentano in folla tutte le forme e le industrie già usate, ed egli vuol liberarsene. Non gli basta più cambiar soggetto, vorrebbe cambiar maniera. Ed anche dall'idea di scrivere un romanzo sulla _bontà e sul dolore_, per fare un salto da _Nana_, come scrisse la _Page d'amour_ per fare un contrapposto all'_Assommoir_, traspare già il bisogno che egli sente di _rinnovellarsi_ come traspare, più che da tutto, dal suo proposito di dedicarsi intieramente al teatro.
Parlò da ultimo a proposito di teatro, del dramma ricavato da _Nana_, che deve rappresentarsi tra poco. Dell'_Assommoir_ non fu contento: fu un eccellente affare finanziario, una magra soddisfazione artistica: non era più il suo _Assommoir_. È più soddisfatto del dramma ricavato dall'ultimo romanzo. Si è dovuto transigere colle esigenze della scena, si sottintende. Il carattere della protagonista è stato un po' attenuato, e il linguaggio passato allo staccio. Ma, nell'insieme, il dramma è più fedele al romanzo, ossia più naturalistico. C'è più _distinzione_ e più _discrezione_. Ma per questo appunto dubita della riuscita.
Infine tornò ancora una volta al suo ideale: terminare i romanzi, non impicciarsi più di polemica, lavorare riposatamente per il teatro nella sua casa tranquilla di Médan, non vedendo che pochi amici.... Ma per far questo — soggiunse rattristandosi — bisogna sentirsi sani e giovani, e sopratutto non aver dolori. L'arte non basta a consolare dei grandi dolori.
Pensava a sua madre.
Allora, per distoglierlo da quel pensiero, pensai di saldare un conto che avevo con lui da due anni. — Prima di lasciarvi — gli dissi — debbo giustificarmi d'un grosso errore che ho commesso a vostro riguardo. Ho letto in un libro francese, che parlando d'un articoletto ch'io scrissi sopra di voi nel 1878, diceste: — Ma dove diamine è andato a pescare il De Amicis ch'io avessi due bambini? — Avete tutte le ragioni del mondo di lamentarvi, tanto più che non solo dissi che avevate due bambini, ma aggiunsi che li avevo sentiti gridare. Se voi mi credete un idealista, dovete aver pensato che è spingere un po' troppo in là l'idealismo, quella di regalare dei bimbi — per abbellire il quadro — a chi non solamente non ne ha, ma non ne desidera. L'errore deriva da ciò, che un vostro amico mi disse che li avevate, e che io non avevo una ragione al mondo di non crederci. Quanto all'averli sentiti gridare, mi concederete che è un'immaginazione scusabile, perchè o non si hanno, ed è affar finito, o si hanno, e allora gridano. Ma vedete se son castigato della mia credulità. Sono stato a vedere il Daudet, e ne scriverò qualche cosa. So di sicurissimo che ha due bambine, ne ho visti i ritratti; potete pensare se mi farebbero comodo per il mio quadretto. Ebbene, sono costretto a non nominarle neppure, perchè nessuno mi crederebbe più. Vi prego di considerarvi soddisfatto
Si dichiarò soddisfatto, ridendo; ma subito il suo viso si tornò a velare.
E salutandomi sull'uscio, mi disse con un accento affettuoso, stringendomi la mano:
— _Vous ne me croyez pas un bandit, n'est-ce pas?_
— Ah! non mi conviene — risposi — vivo troppo in vostra compagnia.
E benchè avessi chiuso la conversazione con uno scherzo, me ne andai dolente, proprio, di non aver più trovato lo Zola giovane e contento dell'altra volta.
* * *
Ecco i grandi artisti. Mentre noi gl'invidiamo di lontano, pensando che sono famosi, potenti, ricchi, e che debbono essere felici, o almeno tutti frementi e splendidi del trionfo, essi son là soli in mezzo ai loro libri, afflitti da dolori che ignoriamo, tormentati da mille dubbi, sfiduciati di sè, incerti dell'avvenire, e rosi nel cuore dalla passione dell'arte propria. Quella coscienza del proprio valore e della propria fama, che noi crediamo una sorgente continua di contentezza, essendo diventata in loro un sentimento abituale, ha reso insensibile il loro amor proprio a tutte le soddisfazioni ordinarie; per il che non hanno che assai di rado delle gioie vive, le quali pure svaniscono di più in più rapidamente. Il sentimento profondo che hanno della vita, per cui l'amano più intensamente, rende a loro più dolorosa la coscienza della precarietà propria, e di tutto; e la paura dell'obblio, che è il loro affanno perpetuo. L'idea della loro fama, del loro nome pronunciato da tutte le bocche, del diritto dato alla moltitudine immensa di giudicarli e di notomizzare brutalmente l'anima loro, li sgomenta qualche volta, come gente condannata a una berlina senza termine. Se vanno tra la gente, sono urtati in mille modi dall'invidia e dall'ignoranza; se vivono da sè, sono sopraffatti e soffocati dalla propria immaginazione. Continuamente combattuti tra gli interessi della vita e la coscienza artistica, tra il bisogno e il furore di imparare, e la necessità e la passione di produrre, tra l'intelligenza che progredisce, mettendo sempre più alta la meta dell'arte, e le forze artistiche che si logorano, scemando la speranza di raggiungere quella meta; circondati d'amici continuamente pericolanti sopra l'altalena della gelosia; minacciati nella salute dall'abuso del lavoro in cui non riescono a moderarsi; dotati d'una malaugurata facoltà di sviscerare sè stessi, che inacerbisce il sentimento di tutti i dolori; condannati, in fine, al primo segno che diano di stanchezza e di decadimento, a sentire da ogni parte la risata trionfale degli emuli, ed il grido insolente delle legioni giovanili che si avanzano.... Poveri grandi artisti! Ha detto bene Alessandro Dumas: Dante dimenticò di mettere questo supplizio in fondo alle bolgie dell'inferno.
EMILIO AUGIER E ALESSANDRO DUMAS
Un mio amico di Galata mi raccontò, anni sono, il seguente aneddoto.
— Mi trovavo sopra un piroscafo del Lloyd austriaco, in viaggio da Varna a Costantinopoli, in mezzo a una folla di gente che non conoscevo; e m'annoiavo mortalmente; quando, per fortuna, m'occorse di scambiare qualche parola e poi di attaccare conversazione con un viaggiatore francese, che da più d'un'ora stava immobile accanto a me, cogli occhi fissi sui mare. Discorremmo per un pezzo. Non spendeva molte parole, ma parlava bene, in un certo modo stringato e asciutto, e diceva sempre qualche cosa di singolare, che mi costringeva a guardarlo. Andava per la prima volta a Costantinopoli. Mi rivolse delle domande sull'Oriente, molte delle quali mi misero in imbarazzo, e sopra ogni mia risposta faceva un'osservazione, la quale spiegava più chiaramente quello ch'io avevo voluto dire, in modo che, a un certo punto, m'accorsi con grande vergogna che parlavo male. A notte inoltrata lo lasciai per andar a dormire, e per molto tempo non mi potei levar dalla testa la sua figura e i suoi discorsi. Non avrei saputo dire se mi fosse simpatico o no. Mi dava da pensare, desideravo di vederlo per conoscerlo meglio. La mattina dopo, all'alba, si stava per entrare nel Bosforo. Salii sul ponte, ricominciammo a discorrere. La sua conversazione era argutissima e piena di pensieri; ma che so io? Ci sentivo qualche cosa come di secco e di freddo, che mi teneva in là, nel tempo stesso che m'attirava e mi metteva in grande curiosità di sapere chi fosse. S'entrò nel Bosforo, che egli non aveva mai visto. Con mio grande stupore, non diede alcun segno di meraviglia. Stava ritto, impalato contro il parapetto, immobile come una statua, come se avesse visti quei luoghi cento volte. — Che razza d'uomo è costui? — pensavo. Una sola volta, vedendo una moschea bianca sulla riva asiatica, si scosse ed esclamò: _Oh quelle jolie bonbonnière!_ Poi tornò a chiudersi in sè. Passò Buyukdéré, passò Therapia, passò Isthènia, passò Kandilli, e non diede segno di vita. S'arrivò finalmente a Costantinopoli, e continuò a guardare e a tacere. Il bastimento, dopo una breve fermata a Costantinopoli, doveva proseguire per l'Egitto. Il mio incognito andava a veder l'inaugurazione del canale di Suez; io dovevo scendere a Galata. Prima di scendere, gli porsi il mio biglietto di visita; egli mi diede il suo: guardai, c'era scritto: _Alexandre Dumas fils_. Come si può pensare, feci un atto di meraviglia e di piacere. Egli rimase impassibile. — _Au bonheur de vous revoir_ — mi disse. E mentre io me n'andavo voltandomi indietro per vederlo ancora, egli guardava da un'altra parte col cannocchiale. —
Ho riferito quest'aneddoto perchè l'impressione ricevuta dal mio amico è quella che le opere del Dumas lasciano nella maggior parte dei lettori italiani.
La crudezza con cui esprime certe verità che ci feriscono nel nostro sentimento d'orgoglio _umano_, la brutalità di chirurgo impassibile con cui mette le mani nelle piaghe che altri suole trattare con pietà delicata, la perspicacia diabolica con cui indovina i segreti più intimi di certe nature mostruosamente inique e corrotte, e quasi la compiacenza feroce con cui li rende; e più di tutto certi tratti indefinibili, che sono nei libri quello che i lampi dell'occhio e i guizzi delle labbra sono nei visi, ci fanno immaginare un uomo rigido e superbo, poco benevolo per i suoi simili, facile alla passione, ma chiuso alla tenerezza, e scettico in fondo; la cui presenza debba agghiacciare la parola in bocca all'ammiratore che gli va incontro con espansione. Anche nei tratti delle sue opere, che ci sembrano riboccanti d'affetto, e che ci commuovono, noi troviamo sempre, esaminandoli, piuttosto l'arte profonda d'un'intelligenza che, indovinando tutte le cause, riesce a ottenere tutti gli effetti, che non il disordine affannoso ed ingenuo che viene dal cuore; e ci piglia il sospetto che egli abbia studiato, come il Goëthe, delle lettere affettuose di sconosciuti, per impararvi il linguaggio dei sentimenti che non provava. Negli stessi suoi scritti d'argomento sociale, diretti a uno scopo generoso e benefico, riconosciamo che v'è largamente tutto ciò che può giovare alla persuasione: chiarezza limpidissima, argomentazione serrata, arte mirabile di presentare le contraddizioni e di valersene, ed eloquenza splendida nell'esporre lo stato delle cose a cui cerca rimedio; ma non quel soffio irresistibile che prorompe dalla pietà ardente e profonda dei dolori e delle ingiustizie, e che vince il cuore prima che la ragione sia vinta. Vi sentiamo fremere più potentemente l'amore artistico della propria idea, che l'amore umano degli oppressi. E quell'apostolato di moralità, di virtù, di dovere, che informa specialmente le sue ultime opere, ci ha piuttosto l'apparenza d'un grande ed onorevole proposito dell'ingegno che intuisce il bene, e se ne fa strumento all'arte; che non la passione intima e schietta d'un'anima che lo ami irresistibilmente. La soddisfazione che ci lasciano nell'animo le opere sue più evidentemente dirette ad un fine a cui anche il nostro cuore e la nostra coscienza consentono, non è mai nè piena ne tranquilla; sempre usciamo dal teatro o chiudiamo il libro con qualche ferita segreta nell'animo; e la nostra immaginazione non ci rappresenta mai, neanche a traverso alle più dolci emozioni provate, un Alessandro Dumas altrettanto amabile che ammirabile.
* * *
Eppure il concetto che ne hanno i suoi amici intimi è assai diverso da quello della più parte de' suoi ammiratori lontani. È un un _bon garçon_, dicono, senza restrizioni; migliore di suo padre, che nondimeno parve più amabile e fu più amato. Conviene anche dire che è tutt'altro Dumas da quello che fu in giovinezza. Era dissipato, ed ora si vanta d'essere un capo di famiglia esemplare. Della sua vita passata dice egli stesso che non conserva più che i ricordi; e si assicura che fra questi ricordi ce ne sono dei bellissimi, e di molti paesi, e invidiati, e famosi. Ha un sentimento altero di sè; ma non costantemente: solo in certi giorni della settimana, e quando lo stuzzicano. È servizievole con gli amici, dei quali s'asciuga drammi e commedie e romanzi, senza fiatare, ragionando anzi i suoi giudizi in letterine mirabili di stringatezza e di sincerità fraterna, con le quali rivela agli autori i difetti intimi delle opere e le deficienze inconscienti degli ingegni in un modo maestrevolmente scoraggiante. Non pecca d'avarizia, come molti credono, e come forse credeva suo padre quando essendogli stato detto che il figlio scriveva Le père prodigue, soggiunse: — et le fils avare. Non è milionario per gli altri, come disse del padre suo egli medesimo, ma è caritatevole, e soccorre in particolar modo i letterati e gli artisti poveri, ricordandosi d'aver vissuto i suoi primi anni in quella Bohême, che ora brulica a cento gran cubiti sotto i suoi piedi; sebbene non sia facile ingannarlo col pretesto della beneficenza. L'accusarono d'ingratitudine verso suo padre, per qualche parola che gli sfuggì sulla trascuranza in cui fu lasciata la sua prima educazione; ma è un'accusa ingiusta. Egli dichiarò sempre che non s'è sentito qualcosa se non quando s'è paragonato fuori di casa sua. L'apologia che fece del padre nella prefazione al _Fils naturel_, dove respinge sdegnosamente la lode di coloro che lo mettono al di sopra dell'autore d'_Antony_, è una delle poche cose in cui si senta veramente palpitare il suo cuore. Egli parla di suo padre ad ogni proposito. Tutti gli aneddoti che possono riuscire ad onore del suo cuore, della sua vita e del suo genio, li ha continuamente sulle labbra, e li abbellisce sovente, e si dice anche che ne inventi. Si sa invece che suo padre era leggermente geloso di questa gloria che gli cresceva in casa, dovuta a facoltà tanto diverse dalle sue. La sera della rappresentazione di _Madame Aubray_, a un suo amico che gli lodava calorosamente il dramma del figliuolo, rispose di malumore: Sì, bene, c'è dell'osservazione; _mais comme théâtre, enfin, qu'est-ce qu'il y a?_ — Lo difendeva con affetto quando altri gli dava addosso; e quando lo lodavan troppo, s'impazientava. Chi ha conosciuto l'uno e l'altro, pure riconoscendo la generosità splendida del padre, e l'immensa simpatia che ispirava, gli antepone come carattere saldo, come cuore sicuro alla prova, come coscienza, infine, il figliuolo. I suoi antichi compagni di collegio, migliori giudici dei nuovi amici, sono concordi in questo giudizio. Il convittore Dumas, quindicenne, aveva uno sconfinato entusiasmo per il _papá_. Non ammirava altri e non parlava d'altro. Grazie a lui, tutto il collegio conosceva un mese prima dell'Europa l'intreccio dei drammi e dei romanzi del grand'Alessandro, e ne leggeva dei brani manoscritti sui banchi della scuola, dietro ai vocabolarii. Un giorno che per la partenza improvvisa del Dumas padre dalla Francia, si credette che fosse stato bandito da Luigi Filippo, il figliuolo ne fu desolato; e i colleghi, per consolarlo, rappresentarono nel cortile un dramma improvvisato, nel quale il re dei romanzieri era coronato di gloria, e il re dei borghesi faceva una pessima figura. Ho visto delle lettere scritte in quel tempo dal piccolo Dumas ai suoi compagni, piene di fantocci, di capricci calligrafici e di buffonate; ma cordialmente espansive, e piene d'un sentimento d'amicizia rarissimo nell'adolescenza. Lo strano è che il Dumas, nel collegio, non diede segno nè d'amore allo studio, nè d'ambizione, nè d'ingegno più che ordinario, nemmeno in letteratura. Non solo non era fra i primi, ma neanche fra i secondi. Se aveva un'ambizione, benchè non studiasse, era di diventare un giorno un erudito, e anche più che un erudito, un bibliotecario. Come scrittore si considerava naturalmente assorbito e annientato da suo padre. Viveva in lui e di lui, gli bastava la gloria paterna, gli pareva che ne sarebbe vissuto lietamente e tranquillamente per sempre. E i suoi grandi trionfi erano quando suo padre veniva a visitarlo al collegio, e professori, scolari, assistenti, inservienti, tutti saltavano su, come scossi da una scintilla elettrica, per vedere un momento dalle finestre e dagli spiragli degli usci quel mago, quel colosso, quel glorioso testone scarmigliato, che empiva il mondo della sua fantasia.
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