Part 4
Il suo tormento principale è lo stile e la lingua, com'era negli ultimi anni per il Flaubert, che urlava sopra una frase ribelle. — Noi — egli dice — siamo scrittori troppo nervosi. Il nostro stile è uno stile di spolvero, tutto bellezze grosse e patenti, frasi fatte e cadenze obbligate. A furia di voler cesellare, brunire, ricamare e dipingere, e pretender dalle parole l'odore delle cose, e ingegnarci di rendere tutti i suoni, ci siamo formati un linguaggio convenzionale, un gergo letterario nostro proprio, tutto stelleggiato e ingioiellato d'immagini, tutto tremolante di pennacchietti e di frangie, che non potrà piacere a lungo perchè non è la bellezza, ma la moda, non è la forza, ma lo sforzo; che anzi invecchierà immancabilmente, e riuscirà intollerabile alle generazioni future. Invece di parlare, insomma, trilliamo e facciamo delle fioriture. Invece di descrivere le cose, come diceva il Goethe, vogliamo troppo descrivere i loro effetti; e siamo arrivati in quest'arte a un grado di raffinamento puerile, assolutamente. Non è più l'arte, sono i ghiottumi, i tornagusti dell'arte. Siamo in piena decadenza di stile, ecco la cosa. — Ora lo Zola, dallo stesso principio che lo spinse a semplificare il romanzo, e a renderlo quanto più è possibile conforme alla semplicità del vero, e quasi all'andamento ordinario della vita, è condotto logicamente a fare il medesimo sopra lo stile; cioè a ridurre la forma alla sua semplicità massima, ritornando alla lingua secca, come egli dice, alla frase netta, allo stile logico, parco d'epiteti, sfrascato, che sia panno e non trina, e vesta strettamente il pensiero, senza pieghette e senza svolazzi: uno stile di cui tutto il valore consista nella evidenza, ottenuta con una parsimonia e una proprietà rigorosa della parola. Sogna, insomma, una prosa, come l'aveva in capo il Leopardi, e come la definì, senza averla mai scritta, il Giordani; vorrebbe, cioè «scrivere in modo che l'arte non si mostri, preoccupato dal solo scopo che le cose dette appariscano chiarissime e credibili, e che il pensiero passi per mezzo della parola _con quella facile prestezza e limpidezza che dai limpidi cristalli ci pervengono all'occhio le specie degli oggetti posti al di là_; non frapporsi mai, neppure passando, fra il lettore e l'argomento; risalire, in una parola, alla nudità tersa degli scrittori del gran secolo, serbando inalterato il sentimento ed il pensiero nuovo». In questa direzione egli vorrebbe aprire una nuova via. È una grande ambizione. E non si può negare certamente ch'egli abbia un concetto netto di quello che vuole. La giovinezza sempre fresca dello stile del Voltaire, e la solidità e la nitidezza marmorea di quello del Pascal, lo innamorano; e se bastasse, per dar corpo al suo ideale di forma, la potenza tecnica di scrittore, non c'è dubbio che ci riuscirebbe senza grande fatica. Ma la difficoltà massima sta in ciò: che questo rinnovamento dello stile ch'egli ha nel capo, richiederebbe inesorabilmente un accrescimento enorme nella ricchezza e nella intensità del pensiero. Perchè qual è lo scrittore di romanzi che potrebbe resistere a un tale denudamento? A che cosa si ridurrebbe un romanzo del tempo che corre, spogliato di tutto ciò che egli chiama _pompons_ e _falbalas_ della forma? E specialmente il romanzo dello Zola così profusamente descrittivo, e affollato d'immagini? Per rimaner saldo e palpabile, dovrebbe avere doppia ossatura e doppia carne. Può scrivere con quella meravigliosa austerità di stile il Pascal, che condensa in un periodo una lunga e profonda meditazione; ma come può farlo uno scrittore, di cui la facoltà principale è appunto quella di saper presentare con una evidenza straordinaria ogni più sfuggevole aspetto di ogni più piccola cosa? E quale scrittore avrà il coraggio di affrontare il gusto dominante con una maniera di stile, di cui la perfezione faticosissima rimarrebbe indubitatamente incompresa, o parrebbe freddezza, sbiaditura, miseria? Questo è il grande struggicuore dello Zola, e gli durerà, credo, per tutta la vita. Egli dice che non riesce a liberarsi dal suo vecchio stile e a impadronirsi del nuovo, perchè ha troppo fitto nell'ossa, come tutta la sua generazione, il veleno del romanticismo. Da giovane, dice, mi sono addossato anch'io il carico del frasario romantico, e cogli anni mi s'è mutato in gobba. Ma nell'intimo della sua coscienza, egli sente certamente che non è questa la ragione che gl'impedisce di porre in atto la sua idea: sente che gli manca anzitutto la fede nelle proprie forze; o piuttosto sente che non potrebbe riuscire se non a una condizione a cui non vorrà piegarsi mai certamente: di fare un romanzo solo coi materiali che gli bastano ora per due, e di lavorarci attorno tre anni invece di otto mesi, e di rinunziare alla soddisfazione dei grandi successi immediati.
Per liberarsi da questa sua spina dello stile, tornò a parlare dell'Italia. L'Italia e la Russia sono i due paesi che gli dimostrano maggior simpatia; ed egli vi si rifugia col pensiero ogni volta che si sente stanco della guerra che gli si fa in patria. Ecco una cosa che i nemici arrabbiati dello Zola non possono masticare. — Che cos'è questa _toquade_ — ci domandano — che vi prese per lo Zola, voialtri italiani? S'ha da vedere anche i vostri Ministri dell'istruzione pubblica menare il turibolo davanti all'autore di _Nana_! — Alludono alla lettera del De Sanctis, che fece un po' di scandalo. Certo che è un caso letterario notevole la grandissima diffusione dei romanzi dello Zola in Italia, dove una sola delle due traduzioni dell'_Assommoir_ ebbe più spaccio di qualunque libro italiano più popolare; dove tutti i suoi romanzi sono tradotti e, quel ch'è più raro, tradotti tutti accuratamente, e parecchi benissimo; dove si può dire, anzi, che si deve allo Zola il fatto nuovissimo d'una vera gara letteraria di traduttori colti e coscienziosi, alla quale il pubblico tenne dietro curiosamente. Si direbbe che c'entra po' in questa grande simpatia l'origine italiana dello scrittore e il carattere particolare del suo ingegno, per quello che ha di discordante e quasi di opposto allo spirito generale degli scrittori parigini. È incredibile la quantità di giornali che egli riceve dal nostro paese, fin dalle più lontane provincie meridionali; fra cui dei giornaletti sconosciuti, dei quali mi fece molta meraviglia udirgli ripetere i titoli, con uno sforzo visibilissimo delle labbra. — _Je tâche d'être poli avec tout le monde_, disse; ossia di rispondere a tutti. Se non ci riesce, non è per difetto di buon volere. Riceve tanti giornali che, a furia di provarsi a leggere, è arrivato ormai a capire alla meglio l'Italiano, e intende di continuar l'esercizio. E infatti dev'esser gradevole e facile imparare una lingua studiandola nelle proprie lodi, in modo da godere in ogni difficoltà risolta una doppia soddisfazione. Ma non lesse soltanto gli scritti che lo riguardavano; quindi gli rimase nel capo un guazzabuglio di nomi di romanzieri, di poeti e di giornalisti, dei quali volle saper qualche cosa singolarmente; e stette a sentir le informazioni con una certa curiosità, mista di stupore, come si starebbe a sentire chi ci mettesse al corrente della letteratura patagona. — _Et notre brave Cameroni?_ — domandò; — quello è davvero una fontana a getto continuo! — Si mostrò molto soddisfatto delle due traduzioni dell'_Assommoir_. Credeva però che quella del Petrocchi fosse in patois, e si rallegrò di sentire che non è più in dialetto quella traduzione di quello che lo sia l'_Assommoir_ originale, poichè i modi e i vocaboli fiorentini che vi sono sparsi, non le tolgono di essere tutta intelligibile da un capo all'altro d'Italia. Disse poi d'aver ricevuto una lettera di Cesare Cantù; e questo non me l'aspettavo. Gli scrisse per domandargli informazioni intorno a suo padre, che egli credeva essere uno Zola che prese parte nelle cospirazioni carbonaresche del 21. Sorrise per la prima volta quando gli dissi: — Vedete; voi non potreste immaginare lo strano effetto che farebbero in Italia questi due nomi accoppiati: Cesare Cantù e Emilio Zola — collaboratori, per esempio, in un romanzo intitolato _Satin_. — Non aveva però cognizione della fama vastissima dello storico lombardo, e diede segno di gradire singolarmente la lettera, quando seppe bene da chi veniva. Poi domandò bruscamente:
— Perchè non fate un romanzo?
Guardai il pendolo per non abusare del suo tempo; ma era presto: potevo rimanere.
— È una vergogna per noi — riprese lo Zola — non studiare la lingua e la letteratura italiana, perchè ne potremmo ricavare un vantaggio grande, oltre che pel rimanente, per lo stile, ed anche per la lingua nostra. I nostri grandi scrittori del buon secolo, e molti del secolo scorso, la studiavano. Non ci sarà mai critica larga e feconda in Francia fin che non ci dedicheremo coscienziosamente allo studio delle letterature straniere. La nostra critica teatrale, per esempio, è quella che pecca di più da questo lato. Non si parla che del teatro francese, si vede ogni cosa da una parte sola. Quando i nostri critici dicono: il teatro, intendono il nostro. Si dovrebbero intender tutti. Pare che per loro non esista un teatro tedesco, un teatro inglese, un teatro italiano, un teatro spagnuolo. _Merci._ E che teatri sono! Così nel resto. È inutile. Bisogna rompere il tetto e spalancare porte e finestre, e far entrare dell'aria. Se avessi tempo, vedete, vorrei fondare un giornale, il quale non desse che una piccolissima parte alla politica, che è la nostra peste, e non avesse altro ufficio che di seguire passo a passo, fedelissimamente, il movimento letterario degli altri paesi, rendendo conto d'ogni pubblicazione che si facesse a Madrid come a Pietroburgo, a Roma come a Stoccolma, con una critica largamente espositiva e imparziale, ma piuttosto benevola che severa, chiunque fosse l'autore e qualunque la scuola; in modo da far penetrare in Francia il maggior numero possibile di scrittori stranieri. Questo ci vorrebbe per noi. Ma come potrei farlo? Basta un giornale ad assorbir la vita d'un uomo.
Nondimeno, secondo lui, s'è già fatto un gran passo in Francia, dal 70 in poi, nello studio delle letterature straniere. Oltre che si traduce un assai maggior numero di libri che per il passato, e che non par più una cosa dell'altro mondo, come una volta pareva, che un giornale francese s'occupi d'uno scrittore straniero, se anche non è famoso nel mondo; è fuor di dubbio che molti libri inglesi, italiani e tedeschi sono letti in Francia, ora, nel testo originale. Ed è cresciuta mirabilmente anche la vendita dei libri francesi. Lo Zola, così a un di grosso, crede che sia triplicata. Dodici edizioni d'un libro, che erano già un gran che, non sono più oggigiorno che un mediocre successo librario. E i poeti, in ispecie, hanno torto di lagnarsi. D'un volume di versi, in qualsiasi condizione pubblicato, si esitano immancabilmente mille esemplari. E si è migliorata pure la condizione degli scrittori rispetto agli editori: c'è più buona fede e più fiducia reciproca. Non è gran tempo che essi si trattavano a vicenda, e con molto chiasso, di scrocconi e di ladri.
Improvvisamente mi fece una grande sorpresa.
— Sapete — disse — ho letto i _Promessi Sposi_.
Avvicinai la seggiola.
Mi parve che titubasse un poco a esprimere la sua opinione, sia perchè non l'avesse netta, sia perchè, sospettando la mia, cercasse i termini per urtarla il più leggermente che poteva.
— Prima di tutto — disse — debbo confessare che ho letto la traduzione francese, e che ho poca fede nelle traduzioni. Credo che la migliore sciupi gran parte, e forse la più viva parte di qualunque lavoro, e specialmente di un lavoro originale. Perciò i _Promessi Sposi_ non mi fecero l'impressione che m'aspettavo. Che so io? Il romanzo, nel suo complesso, mi parve troppo fedelmente lucidato dai romanzi di Walter Scott. Non mi son fatto un concetto preciso del suo valore. Certo però che ci sono delle parti, e molte, che serbano anche nella traduzione una bellezza e una potenza meravigliosa; squarci d'un realismo magistrale, nei quali si rivelano insieme la forza d'un grande pittore e quella d'un pensatore vasto e profondo: la storia della peste specialmente, che avrebbe innamorato il Flaubert, col quale il Manzoni ha molti punti di somiglianza....
Quello che lo colpì più d'ogni cosa, insomma, fu la descrizione, e di tutte le descrizioni, quella che gli rimase impressa più profondamente, tanto che ne ricorda tutti i particolari, è la scena che si presenta improvvisamente allo sguardo di Renzo, quando s'affaccia alla porta del lazzaretto, dopo la sua lunga e avventurosa pellegrinazione a traverso a Milano. Quelle compagnie di malati che entrano, quegli appestati accovacciati pei fossi, quelle faccie stupidite, quei visi sghignazzanti, quei pazzi che raccontano le loro immaginazioni ai moribondi, quel cantare alto e continuo di gente già trasfigurata dal morbo, quel brulichìo immenso e miserabile, e particolarmente quel cavallaccio sfrenato, che fende la folla in mezzo all'urlìo dei monatti, montato da un frenetico che gli tempesta il collo di pugni, e dispare in un nuvolo di polvere, sono un quadro, egli dice, che gli rimarrà davanti agli occhi per tutta la vita. Non disse altro, e non me ne stupii. Per quanto ingegno e accorgimento critico egli abbia, è impossibile che, per ora, gusti e giudichi rettamente un'opera pensata, sentita e condotta così diversamente dalle sue. Egli è ancora troppo caldo dell'ispirazione propria, troppo eccitato dalla battaglia, troppo immerso con tutte le facoltà nei suoi studi altrettanto profondi che rigorosamente circoscritti, e troppo vivente, non dico nella letteratura del suo tempo, ma in quella della sua giornata. Lo Zola rileggerà i _Promessi Sposi_ in pace, fuori del campo di battaglia, come il Voltaire rilesse l'Ariosto, e cangierà di parere, come il Voltaire. Gli mancavano d'altra parte, per ora, gli elementi necessarii ad un critico per poter giudicare del valore intrinseco d'una grande opera letteraria. Rimase stupito udendo che i _Promessi Sposi_ furono scritti nel primo quarto del secolo, e che il Manzoni, pure seguendo l'esempio del Walter Scott nel suo romanzo, fu nella letteratura italiana un novatore, il quale, ai suoi tempi, fece «parte da sè stesso»; un miscredente delle scuole, come lo definì il genero apologista, un Volteriano dell'arte, un loico del buon senso; iniziatore d'una riforma letteraria che bandì l'estrinseco, il convenzionale, il falso nel pensiero, nel sentimento, nello stile, nella lingua; e che la sua apparizione nella letteratura italiana, sollevò ben altre tempeste e diede l'impulso a un ben più largo e nuovo movimento d'idee che non abbia fatto lui, per ora, nella letteratura francese. Finì col dire che l'avrebbe riletto in italiano, e mostrò curiosità di conoscere le tragedie, per aver inteso qualcosa di quella maniera libera e tranquilla di condurre l'azione e di sceneggiare, che si deve accordare mirabilmente con le sue idee.
Di qui ricascò a parlare della sua stanchezza intellettuale, che lo rattristava:
— Ma chi mai — gli dissi — leggendo i vostri articoli, sospetterebbe che siete stanco?
— Capisco: non ve n'accorgete; ma è perchè ci metto uno sforzo doppio che per il passato, appunto per nascondere la stanchezza.
— E poi — disse dopo qualche momento di riflessione, — sono stanco sopratutto della polemica, che mi attira tanti odî. È un'impresa che schiaccia le mie forze, e schiaccerebbe le forze di chi che sia, quella di fare nello stesso tempo il novatore e il demolitore. Io mi trovo in una condizione disgraziata. Vedete Victor Hugo. Certo, nel suo grande cammino trionfale egli è stato spinto innanzi dalla forza immensa delle simpatie e degli entusiasmi della nazione; ma aveva il vantaggio di non esser costretto a combattere a corpo a corpo. Una legione di devoti e di fanatici gli andava innanzi sgombrando la strada a colpi di spada e d'accetta, e gli faceva largo intorno, gli lasciava un grande spazio d'aria libera, nel quale egli procedeva serenamente, tutto assorto nella propria ispirazione. Io, invece, debbo far tutto, ossia fare e disfare. Ed è quello che non vogliono perdonarmi. — Badate a scrivere dei romanzi — mi dicono; — lavorate sul vostro, e lasciate in pace gli altri sul proprio: create senza distruggere. — E perchè ciò, dal momento che essi tirano a distruggermi, e non creano? Perchè non credono ch'io sia in buona fede; perchè credono ch'io critichi, non per convinzione, ma per passione; non per abbattere delle scuole che credo false e dannose al progresso dell'arte e del pensiero, ma per sbarazzarmi di rivali che credo incomodi. Credono che io odii delle persone, mentre non combatto che dei principii. Vogliono ad ogni costo che sia egoismo di bottegaio quello che è coscienza d'artista. Questo è quello che mi affligge. Che cosa ne pensate?
Credetti di dovergli dire quello che sinceramente credevo, cioè che fuori di Parigi, fra noi, per esempio, si faceva generalmente un giudizio assai diverso della sua critica. — Troviamo nei vostri articoli della violenza, ma non dell'odio. Se ci fosse odio, ci sarebbe del veleno, e questo non l'avete. Ci paiono critiche di testa, vi direbbe un maestro di canto, e non critiche di petto; colpi di mazza, non colpi di stile; che è molto diverso. E chi volete che creda che coi successi enormi che ottenete, possiate attaccare per gelosia letteraria, fra gli altri, degli avversari mille miglia lontani dal vostro campo, e quasi sconosciuti fra noi? Del resto, voi potete sempre rispondere che non avete ancora detto contro gli altri la metà di quello che si disse contro di voi.
— Ah! — esclamò — di quello che si disse contro di me non ne potete avere un'idea, voi che vivete lontano da Parigi. Io mi diedi a scrivere sul _Figaro_ per non troncare tutt'a un tratto la mia «campagna critica» dopo la rottura col _Voltaire_; chè m'avrebbero creduto smarrito d'animo e ridotto all'impotenza. Ma sapete perchè ho scelto il _Figaro_? Il _Figaro_, prima di tutto, contro cui si fa tanto gridare, non è mica peggio degli altri giornali, sotto nessun aspetto. La sua disgrazia è che tutti i torti della stampa che ha dei torti, si fanno ricadere sulla sua testa; lui è lo scandalo, lui è il morbo della nazione, lui raccoglie in sè tutti i vizi, tutte le magagne, tutte le brutture del giornalismo francese. È destinato che sia il _capro emissario_, e s'intende che se non ci fosse il _Figaro_, non ci sarebbe che una stampa purissima e santissima: sta bene. Ma questo non monta. Sono collaboratore del _Figaro_, ma non l'ho sposato. Io non so quello che ci scrivano; so che ci scrivo quello che voglio. Ho scelto il _Figaro_ per questa ragione: che essendo un giornale diffusissimo per tutta la Francia e fra ogni ceto di gente, volevo cercare, scrivendoci, se ci fosse modo di distruggere quella specie di leggenda odiosa e ridicola che s'è formata sulla mia povera persona. Una vera leggenda, vi dico. Quelli che l'hanno creata e divulgata, i critici e giornalisti, non ci credevano: s'intende benissimo: sono maligni, ma non imbecilli. Il grande pubblico, però, l'ha bevuta. Per questo grande pubblico io sono un uomo senza coscienza, senza legge, senza pudore, senza affetti; uno speculatore d'immoralità, un sacco di vizi, un bevitore di sangue, un'anima perduta. Credono che io sguazzi veramente in tutte le sozzure, come qualche personaggio dei miei romanzi, e non solamente nelle sozzure morali. Un _égoutier_, infine. Un uomo da velarsi gli occhi e da turarsi il naso, passandogli accanto. Ebbene, io dissi tra me: _je suis un brave homme, après tout_ (non c'è vanità a dichiararlo, non è vero?); mi sento un cervello sano nel capo e un cuore onesto nel petto; vediamo se, scrivendo in un giornale che va per le mani di tutti, provandomi a dirvi le mie ragioni con la maggior pacatezza possibile, e a esprimervi i miei sentimenti con la mia abituale sincerità, mi riesce di raddrizzare l'opinione storta della gente. Prima ancora ch'io scrivessi, al semplice annunzio della mia collaborazione, i buoni borghesi, gli onesti abbonati rimasero atterriti. Ma come! Lo Zola scrive nel _Figaro_? Saremo costretti ad asciugarci la prosa di questo matto pervertito e scandaloso, e a nascondere il giornale alle nostre famiglie? Credevano in buona fede che ad ogni periodo io buttassi fuori un'oscenità stomachevole o sputassi sopra un sentimento gentile o lacerassi un nome onorato. Ora io so che molti hanno espresso una grande meraviglia dopo letti i primi articoli. In fin dei conti, hanno detto, tutto ben considerato, è un uomo — presso a poco — come gli altri. Avrà torto, ma ragiona; ragionerà male, ma par persuaso di quello che dice. Porcherie non ne scrive; critica, ma non insulta; è un capo originale, ma non è un pazzo da catena. Non è lo Zola che ci avevano dato ad intendere. — Ora questo è già qualche cosa, ma è poco più di nulla. Per uno che si ricrede, cento altri del pecorame immenso continuano a credere. Voi non potete immaginare quanto sia difficile in Francia lo sradicare un pregiudizio. Una leggenda calunniosa s'è formata sopra di me: ebbene, ho quarant'anni, posso viverne ancora altri venti, ma son sicuro di non vederne la fine, di quella leggenda. E questo m'addolora.
E disse le ultime parole con un accento di vero rammarico.
— Pensate però — gli osservai — che la leggenda non è uscita di Francia, e che noi, lontani, vi giudichiamo diversamente. I lettori sensati, che conoscono tutte le vostre opere, e che tengono dietro a tutte le manifestazioni dei vostri principii artistici, spassionatamente, e senza cocciutaggini scolastiche, sono persuasi che quello che si può trovare d'eccessivo, sotto certi aspetti, in alcuni dei vostri romanzi, è conseguenza logica del concetto fondamentale che avete dell'arte, non predilezione per il brutto, per il tristo e per l'orrido, che derivi da animo malvagio. Certo, l'arte ottimista che sceglie ad un fine consolante i caratteri e gli avvenimenti, e si sforza di alleggerire ai lettori tutte le impressioni ingrate, e di girare intorno, senza attrito, a tutte le opinioni che hanno una radice nell'animo, cattiva facilmente la simpatia agli scrittori. Ma sotto la vostra arte di ferro, noi ammiriamo e amiamo la schiettezza, il coraggio, la devozione ardente e indomabile ad un'idea, che non è possibile che in un'anima nobile. Gli arrabbiati che leggono i vostri romanzi con un occhio solo, non vedono che Lantier, e Bijard, e Pierre Rougon, e Renée; noi li leggiamo con due, e vediamo Miette e Goujet e Lalie ed Hélène e la piccola Jeanne. Ed è l'intensità, non la molteplicità e la diffusione delle manifestazioni del cuore, quella da cui giudichiamo l'intima natura dell'artista. Per me, vedete, Hélène, che dopo aver visto morir la sua creatura senza poter piangere, e quasi chiusa nel suo dolore, getta un urlo improvviso vedendo ai piedi del letto le scarpettine che la povera bimba non si metterà mai più; e il singhiozzo disperato che lacera il petto di Goujet mentre Gervasa, incanutita e convulsa, si sfama sotto i suoi occhi, dovrebbero bastare a giudicar l'uomo quanto un poema d'affetto. E molti la pensano a modo mio.
— Eppure — osservò sorridendo leggermente — dicono che contamino tutto.
— Lo dissero anche del Flaubert. Dopo che aveva lavorato per cinque anni a un romanzo, un critico scrisse che s'era ravvoltolato in una fogna e che l'aveva sporcata.
— E che cosa si dice, in Italia, quando si legge una di codeste critiche?
— Non so.... credo che si continui a leggere il Flaubert.