Part 3
Da ultimo, accompagnandoci all'uscio, e soffermandosi accanto a ogni mobile per prolungare la conversazione, venne a parlare di quella gran passione d'ogni artista parigino, imprigionato nella città enorme, che lo condanna ai lavori forzati, di scappare un bel giorno come un uccello, e di volare a traverso al mondo, senza scopo e senza pensieri, libero come l'aria, a far buon sangue e a raccogliere vigore per tornare più poderoso alla gran battaglia di Parigi. Il suo primo volo sarebbe al di qua delle Alpi. — L'Italia è il nostro sogno — disse: — quando abbiamo la testa e il cuore affaticati, la nostra fantasia scappa laggiù, nel vostro azzurro e nel vostro verde. — Egli l'ha presa per tempo la passione dei viaggi. Lo raccontò ne' suoi _Contes du lundi_. Passò la sua infanzia in una città attraversata da un fiume, pieno di battelli e di traffico, sul quale aveva il suo piccolo scalo anche il _père Cornet_, che dava a nolo delle barche. Ah! quel _père Cornet_! È stato il satana della sua infanzia, la sua passione dolorosa, e il suo rimorso. Svignava di casa, bucava la scuola, vendeva i libri, per noleggiare una barca e scappare di città a colpi di remo. Non se ne può ricordare senza emozione di quelle deliziose fughe sul fiume, in mezzo al grande via vai delle zattere, del legname galleggiante, dei piccoli bastimenti a vapore, e dei barconi carichi di mele, che gli arrivavano addosso improvvisamente, e da cui una voce arrantolata gli gridava: — Fatti in là, moscherino! — Tutto questo gli dava l'illusione d'un grande viaggio, della grande vita di bordo, e tutto acceso e sudante, col cappello indietro, e i piedi sui quaderni di scuola, remando furiosamente con le sue piccole braccia di dodici anni, usciva di città, sotto il sole cocente, in mezzo al barbaglio argentino delle acque, e andava a riposare contro la sponda, in mezzo ai giunchi sonori, sull'acqua stelleggiata di fiori gialli, sfinito dalla fatica; e cogli occhi fissi alle isole verdi che apparivano all'orizzonte, fantasticava dei viaggi sterminati, dondolandosi coll'aria d'un vecchio lupo di mare, e facendo sangue dal naso. — Ma viaggerò un giorno — disse — e mi pare che ne ritornerò ringiovanito. — E il suo amico avendogli domandato se avrebbe raccontato i suoi viaggi come Téophile Gautier, parlò del Gautier. — Egli viene via via perdendo nel nostro concetto — disse — il nostro buon Gautier. È un gran pittore, un tecnico ammirabile, senza dubbio; ma null'altro. Ha dipinto mirabilmente la Russia, chi lo può negare? Ma non ha sentito la poesia profonda delle grandi pianure bianche, la tristezza dolce della canzone russa, e l'intimità calda delle case coperte di neve, che si specchiano nei ghiacci del Volga. Si direbbe che per lui l'anima umana non esiste. Non aveva che occhi. Che peccato! — Ma la gravità di queste sue censure era temperata da una certa dolcezza rispettosa della voce, e da una espressione così sincera di rammarico, che non parevan quasi più censure. Era una critica come quelle ch'egli fa nel _Journal officiel_, in cui non c'è giudizio, per quanto severo, che non abbia colore di gentilezza.
Finalmente, si dovette lasciarlo, e il suo «addio» fu gentile come il suo benvenuto. Gli diedi una stretta di mano. Maledette convenienze! Gli avrei dato volentieri due baci da amico, dicendogli: questo è per Daudet e questo è per _petit chose!_ Ma mi mancò la disinvoltura, e me ne uscii col mio abbraccio rientrato, tendendo ancora l'orecchio, per un buon tratto di scala, alla sua voce simpatica, che dominava il cicalìo degli amici.
* * *
Tale è Alfonso Daudet, nato povero, pervenuto alla fortuna e alla celebrità a traverso a una gioventù ardimentosa e infaticabile, giovine ancora, artista nell'anima, virile al lavoro, delicato di modi come una donna, sereno come tutti i caratteri benevoli, con una piccola vena di tristezza come tutti i grandi amanti dell'arte; stimato e benvoluto da tutti, amabile nei suoi libri e più amabile nel suo salotto, semplice, affettuoso e indulgente; la cui vita e la parola e l'aspetto ispirano la bontà e confortano al lavoro e alle nobili ambizioni. Non ci rimane ad augurargli che una cosa sola: la salute, ossia la moderazione nell'esercizio dell'arte gloriosa per cui è nato. Si sforzi di preservarla per sè e per la Francia, e per noi, e per tutti. Non abbia mai più da chiamare la sua buona amica per dirle: _Finis mon bouquin_. Li finisca tutti lui, e ne finisca molti, e possa cominciarne ancora una nuova serie quando la sua bella chioma scapigliata di vecchio lottatore gli farà una corona d'argento intorno alla corona d'alloro.
EMILIO ZOLA
POLEMISTA.
Son ritornato con piacere in quella bella stanza al terzo piano, in via di Boulogne, tutta ordinata e nitida, nella quale il principe dei veristi lavora da anni alla gran tela dei Rougon-Macquart, e prepara prede da sbranare alle platee furibonde, e bandisce il verbo del naturalismo, stroncando avversarii, incoraggiando discepoli, ribattendo censure; oggi alle prese con Victor Hugo, domani col Gambetta, ora con la repubblica, ora con l'Accademia, ora col romanticismo, ora con la religione; assalito da cento parti, pronto su cento breccie, in un atteggiamento minaccioso di avanguardia del ventesimo secolo, di giorno in giorno più testardo, più sdegnoso e più intrepido. Guardando quella stanza così raccolta e quieta, prima che egli entrasse, pensavo alle tempeste che si erano scatenate da quel silenzio per il mondo dell'arte, e al gridìo enorme che avrebbe fatto tremare quelle pareti se fossero risonate là per un momento le voci di tutti coloro che disputano dell'autore dell'_Assommoir_, nel solo giro d'un'ora, da Cadice a Pietroburgo, per levarlo alle stelle o per trascinarlo nella polvere. E considerando quanto egli aveva pensato e scritto e lottato, in soli tre anni, dall'ultima volta che l'avevo visto, seduto a quello stesso tavolino su cui appoggiavo le mani, mi sentivo preso da un sentimento d'ammirazione. Sono ammirabili, infatti, comunque si giudichi l'ingegno e l'animo loro, e degni di profondo rispetto, questi grandi lavoratori, che sacrificano all'arte la pace, la salute, i piaceri della gioventù, e tutte le intense e varie facoltà di godere la vita, di cui è dotata la loro natura potente; e l'avvicinarli, il parlar con loro dà sempre una scossa salutare al sangue, e fortifica l'anima e i nervi. E bisogna convenire che ha lavorato e che lavora questo terribile Zola! E più si ammira quando si considera la natura del lavoro suo; in cui non appare solamente la forza, ma lo sforzo, e quasi un'ostinazione superba della volontà; lavoro minuto e difficile di analisi e di descrizione, di stile e di lingua, necessariamente preceduto da una lunga serie d'osservazioni e d'indagini pazienti sul Vero. D'onde piglia l'impulso a un'operosità così costante e così faticosa? Egli è una strana natura, veramente. Pare che sia divorato dall'ambizione della gloria, e pare nello stesso tempo che non senta e non goda quella che s'è acquistata. Vive da sè, nella sua casa silenziosa, appartato dal mondo, come un vero certosino dell'arte, in mezzo alla grande Parigi che parla di lui come d'un personaggio lontano e quasi fantastico; e non interrompe il suo lavoro solitario di artista che per assalire o per difendersi fieramente, come un uomo disconosciuto e scontento, senza profferir mai una frase o una parola che riveli un sentimento lieto della fama a cui è salito, e della fortuna che lo accompagna. Dalla povertà, da una vita d'umiliazioni e di lotte disperate, è giunto alla gloria e ad una agiatezza splendida; ma non si è mutato d'animo, non s'è riconciliato col mondo, e par che abbia la società umana _in gran dispitto_, come Farinata l'inferno. Senza dubbio, egli deve aver molto sofferto. Lo disse, non è gran tempo, a un amico, il quale gli rimprovera la violenza delle sue critiche: — Ah! voi non sapete quello che m'hanno fatto soffrire! — E forse egli è ancora realmente in credito col mondo. Di qui la sua mancanza d'espansività affettuosa, e non so che di cupo e di diffidente ch'è in lui. Gentile coi visitatori, sembra però che il suo sguardo indagatore scopra sempre nell'animo di chi lo loda qualche piccola ipocrisia e qualche piccola perfidia; e che di momento in momento debba alzarsi in piedi e dire agli ammiratori che gli fanno corona: — Finiamo la commedia: siete una fitta d'impostori che, uscendo di qui, lacererete il mio nome. — Ed è raro che la lode si rifletta sul suo viso in un'espressione di compiacenza. Nei suoi scritti può trasparir l'orgoglio; ma non traspare punto la vanità dalla sua persona. E tale è nella vita. Austero, sobrio, alieno dai piaceri materiali e frivoli, — senza figli, — vive con sua moglie, come dice egli stesso, _en bon camarade_, e non ha l'animo occupato da alcuna grande passione, eccetto quella dell'arte, che è sostenuta e vivificata in lui da un immenso amore, o piuttosto da un irresistibile bisogno del lavoro. Questo gli è nello stesso tempo fatica, riposo, compenso, conforto; a questo dice di dovere, più che all'ingegno, tutto quel che ha ottenuto; e ne è altero. Lui fortunato, così potente verista nell'arte, e così forte idealista nella vita.
* * *
Nella sua stanza, in questi ultimi tre anni, si sono moltiplicati i quadri e i ninnoli costosi, come le edizioni dei suoi romanzi. Tre anni sono, infatti, egli era agiato, ed oggi è ricco. È uno degli scrittori francesi che fecero fortuna più rapidamente, dopo averla per più lungo tempo aspettata. La pioggia d'oro cominciò coll'_Assommoir_, il quale solo, tra romanzo e dramma, gli fruttò un capitale, oltre all'impulso enorme che diede allo spaccio di tutti gli altri suoi libri; ed ora i dilettanti di finanza letteraria fanno il conto che egli cammini a grandi passi verso il milionetto, non ostante che si sia soffermato per farsi fabbricare una bella casa a Médan, dove passa quasi tutto l'anno. Dice egli stesso che non ha più bisogno di lavorare per il denaro, e se ne vanta francamente. Il denaro è l'indipendenza e la dignità degli scrittori; i quali, quando o non potevano o sdegnavano di trarre la vita dalle fatiche del proprio ingegno, erano lacchè di principi, cacciatori spudorati di pensioni, e affamati leccazampe di tutti i ciuchi blasonati e danarosi. Sprezza il denaro, egli dice, solamente il catonismo ipocrita degl'impotenti. E certo il desiderio ardente della ricchezza è in Francia (dove la ricchezza può conseguirsi) un potentissimo sprone all'operosità degli artisti. La possibilità e la speranza di arricchire in pochi anni, e di trovarsi poi in grado di lavorare a bell'agio e meglio intorno a soggetti più liberamente scelti e più profondamente meditati, accendono negli scrittori quella stessa febbre di lavoro e d'ardimento che centuplica le forze della gente d'affari in tutti i paesi; ed è fuor di dubbio che noi dobbiamo a quella febbre un grande numero d'opere bellissime, e non pochi capolavori, che la sola forza della ispirazione artistica, non sostenuta da una attività disperata, non sarebbe bastata a produrre. La ricchezza è la grande allettatrice di quasi tutti gli scrittori francesi. Giovani, lavorano per giungere all'agiatezza e all'indipendenza; quando hanno ottenuto l'una e l'altra, persistono a lavorar ardentemente, sia perchè ne hanno contratto l'abitudine irresistibile, sia perchè, crescendo in loro, con gli anni, l'amore degli agi e la sollecitudine del decoro signorile, sentono il bisogno d'arrotondare le rendite. Ed è ancora da aggiungersi a queste ragioni d'operosità, se non una singolare attitudine dei francesi al lavoro, il continuo e vario stimolo che deve dar loro la vita calda e ricca e diversa d'una enorme città intellettuale; e il fatto incontrastabile che una città siffatta, non ostante le sue esigenze e le sue tentazioni, è per la sua stessa grandezza più favorevole d'una città piccola al lavoro continuo e raccolto, per la ragione medesima che è più facile rimaner padroni dei propri pensieri in mezzo a una grande folla che in un cerchio di quindici conoscenti. Là non esiste, fra colleghi letterarii, la _flânerie_ occasionata dagl'incontri fortuiti, che piglia tanta parte del nostro tempo anche nelle città più grandi; gli amici, per incontrarsi, si devono cercare per la posta; in ogni convegno è prefissata l'ora della separazione; la molteplicità delle faccende costringe alla pedanteria nell'orario; la furia della vita non lascia tempo alla _rêverie_ che sfibra l'animo, come dice il Goethe, e fiacca le forze dell'intelligenza; gli inevitabili doveri sociali a cui si deve sacrificare una parte della sera, obbligano al lavoro mattutino, più fresco e più salutare del notturno; i visitatori importuni sono respinti senza riguardi; e tutto va di carriera, e ognuno difende accanitamente il suo tempo e la sua libertà di lavoro. E uno di quelli che la difendono più accanitamente è lo Zola. Il quale vive solitario anche per questa ragione: che avendo combattuto acerbamente molte opinioni stabilite, e ferito amor proprii, e sollevato ire ed inimicizie, si troverebbe costretto, frequentando la società letteraria, a una lotta continua; e mancante com'è del vero e proprio «spirito parigino» che è un'arma terribile nelle dispute dei salotti e dei circoli, egli sente che non ce la potrebbe in nessun modo con le lingue indiavolate, coi fulminei motteggiatori, che gli cascherebbero addosso da ogni parte. Per ciò se ne sta rinchiuso nella sua officina, spendendo in lavoro tutta la vitalità che risparmia in battaglie di conversazione, le quali darebbero troppo facile vittoria ai suoi nemici. Victor Hugo, che malgrado la sua corte, vive in una specie di solitudine intellettuale, fuori della letteratura vivente, è il leone; Emilio Zola è l'orso. E vivono l'uno e l'altro in regioni non meno lontane e diverse fra loro che quelle abitate dalle due fiere formidabili che simboleggiano.
* * *
Mentre stavo in questi pensieri, egli comparve, pallido e coi capelli irti, vestito di un farsettone di maglia scura, stretto alla vita, senza cravatta, con le scarpe di panno nero; uno strano vestimento, tra di lottatore e d'operaio. Mi fece un'impressione inaspettata, diversa dalla prima volta. Mi parve assai più piccolo di statura e più esile. Ha messo un po' di ventre; ma è notevolmente dimagrato nel viso. Era smorto e aveva l'aria triste. E forse a cagione della tristezza la sua accoglienza fu più affettuosa di quello che si soglia aspettare da lui. Sedette accanto al suo tavolo da lavoro, coperto di giornali e di lettere non ancora aperte, e alle solite domande sulla salute, rispose, con un accento non meno triste del suo aspetto, che non stava bene.
Poi soggiunse:
— Voi sapete che ho avuto la disgrazia di perdere mia madre.
E gli si empirono gli occhi di lacrime. Dopo qualche momento di silenzio, ricordò la morte del Flaubert, la quale pure era stata un gran dolore per lui. Il Flaubert era suo maestro e suo amico. Egli l'aveva conosciuto e amato fin dai principii della sua carriera. La perdita dei genitori letterarii è particolarmente triste per gli scrittori che s'avanzano per una via ardita, piena di pericoli: il soldato sente più dolorosamente la morte del suo capo, quando combatte all'avanguardia.
— Questo è stato un duro anno per me — disse sospirando —; un anno nero veramente, che mi peserà sul capo per un pezzo.
E riparlò del suo antico proposito di fare un viaggio in Italia, anzi di venirsi a stabilire per qualche tempo fra noi, in una città del mezzogiorno. Da molto tempo si sente stanco e ha gran bisogno di riposo. Vorrebbe venire in Italia, senza che lo sapesse nessuno, fuorchè un piccolo numero di amici, per poter vivere raccolto e quieto nel suo cantuccio; non perchè sia selvaggio, e non ami la gente che va a lui, mossa da un sentimento di simpatia; ma perchè non sa _jouer le prince_, e davanti a tre persone con cui non abbia dimestichezza, perde la sua libertà di spirito. Ma per quanto dica, son persuaso che il suo viaggio in Italia non sarà mai altro che un proponimento. E d'altra parte, quanto s'inganna se crede di venir qui a vivere in pace! Il giorno dopo l'arrivo avrebbe un assembramento di veristi davanti all'albergo, e sarebbe costretto a esporre la teoria del naturalismo dalla finestra.
— Ho bisogno di riposo.... — ripetè con tristezza —; non posso più lavorare come una volta.
— Eppure, — gli osservai, — oltre a tutto il resto, riempite ogni settimana quattro colonne del _Figaro_. Noi siamo meravigliati della vostra operosità.
— No, no, — rispose, scrollando il capo, — credetelo a me, non lavoro più come una volta; non sono più quello di prima. Non ho ancora potuto rimettermi al mio romanzo. Per scrivere, vedete, bisogna aver dello spazio e dell'aria davanti a sè, bisogna credere alla vita.
Mi fecero tristezza queste parole, tanto più perchè non erano smentite dal suo aspetto.
Credette per qualche tempo d'aver una malattia di cuore; i medici lo disingannarono; ma nondimeno egli sente sempre in sè qualcosa di sordo e d'inquietante, che gl'impedisce il lavoro, e lo volge alle previsioni nere. Ora avrebbe un disegno. Continuare a scrivere per il _Figaro_ finchè ce l'obbliga l'impegno assunto; poi uscire dal giornalismo, sdarsi interamente, e per sempre dalla polemica, e consacrare tutto il suo tempo e tutte le sue forze ai romanzi, curando insieme la raccolta e la pubblicazione dei suoi scritti sparsi; i quali tra novelle, ritratti e critica, formerebbero otto volumi, e ne uscirebbe uno ogni tre mesi. Terminata la storia dei Rougon-Macquart, alla quale mancano ancora undici romanzi, farebbe un'edizione definitiva di tutti e venti i volumi, collegandoli meglio fra loro (pensiero che deve essergli venuto in seguito a uno studio arguto e diligentissimo fatto da uno scrittore francese sulle contraddizioni cronologiche e sociali della sua storia); e poi si darebbe tutto al teatro, che è sempre il suo pensiero dominante. Riguardo al primo romanzo che pubblicherà ora, egli è ancora incerto fra tre idee. Dapprima voleva scrivere _Un peintre à Paris_; romanzo che abbraccierebbe la vita artistica e la vita letteraria, raccontando le lotte e le avventure di un giovane di genio, o di parecchi, venuti dalla provincia a Parigi a cercar la gloria e la fortuna; ma poichè per trattar questo argomento, dovrebbe fare un viaggio in Provenza, terra natale dei suoi personaggi, a raccogliere notizie e ispirazioni, intende di lasciarlo da parte per ora. Vorrebbe scrivere un romanzo del genere della _Page d'amour_, ma in un altro campo sociale, di cui il soggetto sarebbe il dolore, la bontà, la forza e il coraggio nella sventura, e gli affetti gentili e profondi; — ma teme che un lavoro di questa natura, nello stato di animo in cui si trova al presente, rimescolerebbe troppo dolorosamente il suo cuore. Propende quindi per un terzo romanzo, del quale m'aveva già parlato tre anni or sono, che avrebbe per campo «i grandi magazzini» di Parigi, come il _Louvre_ e il _Bon Marché_; e per argomento la lotta del grande commercio col piccolo, dei milioni coi cento mila franchi. Questo farà più probabilmente; e perciò comincierà tra poco le sue visite e i suoi studi minuti di romanziere esperimentale; passerà delle ore e delle ore in mezzo al via vai e al rimescolìo rumoroso dei «magazzini» enormi, a raccoglier colori per le descrizioni e motti per i dialoghi, e a cercar tipi e avventure locali, interrogando commessi e ragionieri, con la sua amorosa pazienza di musaicista, come fece nei mercati e nelle botteghe dei salumai per scrivere il _Ventre di Parigi_, e nei lavatoi e all'ospedale per far l'_Assommoir_. Ma subito non ci si può mettere: non riuscirebbe a far nulla.
Gli domandai se gli seguiva spesso, anche nel suo stato abituale, di non poter far nulla.
— Ah che tasto toccate! — rispose. — Ci son dei giorni in cui mi pare d'essere finito, non per quel giorno, ma per sempre; giorni in cui son come morto. Mi metto al tavolino la mattina per tempo, senz'aver coscienza del mio stato, e al momento di ripigliare il filo del romanzo, mi sento nella testa un vuoto e un silenzio da far paura. Personaggi, luoghi, scene, avvenimenti, tutto s'è come agghiacciato dentro a una nebbia oscura, in cui mi sembra che non riescirò mai più a far penetrare un raggio di sole. E allora resto qui delle ore, colla testa sopra una mano e gli occhi fissi alla finestra come uno smemorato. E poi.... mi pigliano degli scoraggiamenti terribili anche riguardo all'arte mia.
— Come! — gli dissi, — voi, che percorrete una via così nettamente e profondamente tracciata, che lavorate con un metodo così rigoroso, e di cui parete tanto sicuro, andate soggetto voi pure allo scoraggiamento e al dubbio della vostra arte?
— Se ci vado soggetto! — rispose. — Ma chi non ci va soggetto? Ci sono due soli artisti in questo secolo, un pittore e un poeta, i quali non hanno mai sospettato una volta, neppure alla lontana, il primo di poter sbagliare una pennellata, l'altro di poter scrivere un cattivo verso; e sono il Coubert e Victor Hugo. Io trovo orribile oggi quello che ho fatto ieri — infallibilmente. Se voglio tirar innanzi a lavorare di buon animo e con qualche illusione di far bene, bisogna che non mi volti mai indietro. Per questo, terminato un libro, non me ne occupo più; e non solo sfuggo l'occasione di parlarne, ma faccio uno sforzo continuo per dimenticarlo. Guardate: io non rileggo mai, assolutamente mai, una pagina dei miei libri, se non son costretto a leggerla, come m'accade qualche volta, per scansare una ripetizione in quello che sto scrivendo. Ebbene, quando rileggo qualche cosa, faccio compassione a me stesso, ma una compassione, vedete, da levarmi il pianto dal cuore.
— Ma per che cosa?
— Ma per il pensiero, per la condotta, per lo stile, per la lingua, per tutto. Credete voi che se non vivessi in questo dubbio continuo di me stesso, se non mi tormentassi l'anima come faccio, avrei il colore che ho, e mi troverei nello stato di salute in cui mi trovo? Guardate le mie mani. Pare che io abbia il _delirium tremens_. E non bevo che acqua!
E dopo un po' soggiunse:
— M'ammazzo a lavorare, e non riesco a far quello che voglio; sono un uomo malcontento, ecco tutto.