Part 14
Questa è la poesia del Déroulède. Vi si aggiunga il pregio d'una spontaneità e d'una chiarezza mirabile; una grande abbondanza (non dico _ricchezza_ nel significato francese) di rime; un uso abilissimo del ritornello per ottenere effetti tristi e affettuosi; un misto di linguaggio popolano e soldatesco, adoperato opportunamente, che dà ai dialoghi e ai racconti un colore di verità grandissimo; e qua e là dei versi potenti che saltan su ad un tratto, come lame compresse che si raddrizzino, e gettano scintille su tutta la strofa. Il letterato non vi si mostra se non quanto è strettamente necessario per dare dignità ed efficacia alla parola del soldato. Non vi son forse dieci similitudini in tutti e trentaquattro i canti; non una gambata rettorica; non una strofa in cui l'artista imbizzarrito levi la mano all'uomo sensato; non un verso che porti il fiore all'occhiello; rarissimamente uno dei così detti versi di maniera che il poeta compone senza sentirli; specie di note di testa, a cui si ricorre quando manca il fiato. La veste, o piuttosto la pelle della sua poesia, è tutta tesa e liscia sulla carne salda e colorata dal sangue giovanile che vi circola sotto. Se v'è un difetto che si ripeta in modo da attirare l'attenzione, è una tendenza a una certa simmetria d'immagini, di frasi e di suoni, a una certa regolarità di contrapposti nell'esplicazione del pensiero, che se giova qualche volta alla chiarezza, qualche altra volta scema l'efficacia facendo sospettare l'artificio; tendenza che si manifesta anche di più nella _Moabite_, in cui alla contrapposizione delle parole comincia a sostituirsi quella dei concetti, e quindi a pullulare l'antitesi. Ma nei canti è un difetto che riesce più sovente a vantaggio che a danno, poichè dà alla poesia un certo andamento rapido e regolare ad un tempo, e come bruscamente cadenzato da un tamburo che suoni la carica, imponendo una frase per passo. Le strofe passano snelle e risolute, spoglie d'ornamenti, come plotoni di soldati in assetto di combattimento, e fanno fuoco e spariscono, incalzate dalle sopravvenienti, senza che vi si noti mai un'incertezza o un principio di disordine. Ma tutto ciò non riguarda che l'esteriorità della forma. Riguardo al valore, se così può dirsi, specifico del verso, alla virtù intima della frase e dello stile poetico, non oso metter parola, e mi son persuaso che è difficilissimo ad un italiano, per quanto conosca la lingua francese, di giudicare rettamente in questa materia. Esponendo a francesi colti il nostro schietto parere sul verso di certi loro poeti, noi andiamo incontro a contraddizioni così imprevedute, che tutti i criterii del nostro giudizio ne rimangono scompigliati. Bisognerebbe conoscere profondamente, e non solo per teoria, ma per pratica, tutte le condizioni severe di cesura, di emisticchio, di iato, di elisione, di accavalcatura, a cui va soggetto il sistema sillabico della loro poesia. Per i verseggiatori dotti, che hanno fatto della versificazione una specie di scienza di contrappunto, per quelli che il Gautier chiamava milionari della rima e gioiellieri della poesia, che cercano mille effetti delicati e difficili nelle ondulazioni della frase, nelle trasposizioni delle parole, nella varietà dei suoni, in una specie di ritmo intimo, che tocca le fibre più segrete a chi ne conosce il magistero, e sfugge ai profani; per costoro i versi del Déroulède sono versi incolti, il suo stile è cascante, la sua forma sovente volgare, e qualche volta barbara affatto. Appena qualche strofa qua e là merita la considerazione d'un sapiente artefice di versi. Che cosa rispondere a queste censure, che si potrebbero ripetere quasi egualmente sulle poesie del Berchet? Saranno giuste; ma è lecito accoglierle con qualche diffidenza, pensando che in tutti i paesi i letterati sono stati sempre particolarmente severi con quelli dei loro confratelli che arrivarono alla fama per una scorciatoia. Una gran parte del successo ottenuto, dicono molti, il Déroulède lo deve all'elevatezza dei suoi sentimenti patriottici, alle sue avventure, al suo carattere, più che al merito intrinseco della sua poesia. A me pare che questa distinzione non sia ragionevole. Ciò che forma un poeta è la congiunzione di parecchie facoltà e doti diverse della mente e dell'animo, alcune ricevute dalla natura, altre dall'educazione: l'ingegno, la coltura, il cuore, il carattere, l'esperienza, la vita; tutto ciò fuso e confuso. Come si può distinguere questi elementi, e separare l'artista dall'uomo, per assegnare a ciascuno la sua parte misurata di merito? Un illustre poeta francese diceva un giorno: certe grandi idee vengono dal carattere. Ma chi potrà riconoscere le idee che vengono dal carattere tra quelle che vengono dall'ingegno? Quando abbia ben sentito distinguere, il lettore, leggendo ed ammirando, tornerà a confondere. Noi non sappiamo se sia trasandata o rozza la forma della poesia del Déroulède: sappiamo che è una poesia nobile, generosa, maschia, feconda, che mette delle lacrime negli occhi e delle fiamme nel cuore. Migliaia di poesie di suoi concittadini, magistralmente ricamate, e piene di perle e di gingilli d'oro, passeranno; i suoi canti semplici e schietti, concepiti in faccia alla morte e scritti colla punta della spada, resteranno; e mentre la critica baderà a notarne i versi scadenti e le frasi neglette, essi continueranno a ritemprare dei caratteri, a formar dei cittadini, a preparare dei valorosi; e la gloria del poeta crescerà con la forza della patria.
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Ora il Déroulède si è dato al teatro e ha rivelato una singolare potenza drammatica nell'ultimo atto della _Moabite_. Ma per me il suo teatro è ancora tanto al di sotto della sua poesia lirica, che mi par che si debbano aspettare da lui altri lavori per giudicarlo. Forse egli non ci ha ancor dato la misura intera delle sue forze nemmeno nella lirica, e perchè il poeta possa sollevarsi ancora, può darsi che l'uomo abbia bisogno di ripassare per la prova dell'azione. O fors'anche, come molti altri, egli è nato per dare una sola manifestazione originale e potente del suo ingegno, e l'ha già data. Auguriamogli che questo non sia, e teniamo il giudizio sospeso.
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V'è però un giudizio che non occorre di sospendere, ed è quello che si riferisce a lui, non poeta, ma uomo. M'immagino che chi ha letto i suoi versi desideri di conoscerlo da vicino. Ma qui comincia l'imbarazzo del ritrattista. A ciascuno di noi è seguito, almeno una volta nella vita, di trovare una persona, di cui le prime parole furono come la rivelazione d'una amicizia d'infanzia o d'una parentela sconosciuta; una persona, alla quale, dopo il primo scambio d'idee e di sentimenti, anche da lontano, ci siamo sentiti avviticchiati come da una simpatia del sangue, tanto che vedendola per la prima volta c'è parso di rivederla e ci siamo meravigliati, nel riandare il nostro passato, di non trovare la immagine sua tra i nostri ricordi più intimi e più lontani. Ebbene, se c'è stato chiesto una volta un giudizio su questa persona, abbiamo titubato a darlo, per timore che la nostra amicizia facesse nascere un sentimento di diffidenza. Ma abbiamo avuto torto. Sfoghiamo tutti continuamente tanti rancori e tanta malevolenza, che una sola cosa ci può far perdonare: l'abbandonarsi qualche volta, senza meschini ritegni, all'espansione dei sentimenti benevoli. E chi potrebbe non abbandonarvisi, parlando del Déroulède, dopo averlo conosciuto? Io lo vedo ancora il bravo e simpatico poeta scendere di carrozza, in una via solitaria di Parigi, e guardata l'insegna d'un albergo, cercare intorno l'amico sconosciuto, il quale lo stava spiando un po' di lontano, per vederlo bene prima d'andargli incontro. Dall'atto con cui chiuse lo sportello della carrozza, riconobbi il braccio che gli era stato spezzato sulla barricata di Belleville, e subito dopo riconobbi il cuore dell'autore del _Bon gîte_ e del _Petit turco_ nel suo abbraccio espansivo ed allegro di soldato e nella sua calda parola d'artista. Era bene quella figura che m'ero immaginata molte volte, socchiudendo i _Chants du soldat_, e dicendo tra me: — Eppure un giorno t'andrò a scovare, dovunque tu sia, mio caro tenente dei cacciatori, quand'anche l'aggio dell'oro salisse al venti per cento. — Alto come un granatiere della vecchia guardia, asciutto e flessibile come una verga d'acciaio, biondo come un inglese, — il profilo ardito, gli occhi azzurri e pieni di dolcezza, e la bocca risoluta, — vestito con una certa eleganza severa, così, tra soldatesca ed artistica, era proprio lui, il _grand avocat et rude soldat_, che disegnano sui muri delle caserme i tiragliatori algerini; — signorile d'aspetto, ma con le carni un po' arrozzite dai venti delle aperte campagne, e con la fronte attraversata da una ruga diritta, che è come l'impronta nera delle sventure della patria. Aggiungete, per compiere il ritratto, una voce vibrata e metallica di soldato esercitato al comando, e la più stretta, la più arrabbiata pronuncia parigina che si sia mai sentita sonare dalla chiesa della Maddalena alla piazza della Bastiglia. E che _bon enfant_, che ammirabile originale nel significato nobile della parola! Parla, con una rapidità che si stenta a capirlo, tre ore di fila, senza che mai il suo discorso si stemperi in chiacchiera; gaio, vivo, fresco, al levarsi da letto come al levarsi da tavola, sempre ad un modo. Racconta le sue avventure più terribili di soldato come racconterebbe delle scappatelle di collegio, con una semplicità amabilissima, colorendo le scene più orrende della guerra d'una certa pietà affettuosa e virile che non si trova se non nelle anime che uniscono all'intrepidità la dolcezza, e in cui il coraggio non nasce da un disprezzo scettico della vita, ma da un sentimento profondo del dovere e da una passione ardente per una grande idea. Da ogni sua parola traspira la bontà e la gentilezza dell'animo. Non gli passa un'ombra sul viso che tradisca un pensiero ch'egli non voglia esprimere, o uno di quei leggerissimi turbamenti dell'animo di cui non si osa dire la cagione. Il suo viso è sempre aperto e trasparente, in modo che gli si legge fin nel più profondo dell'anima. Mai che gli sfugga dalla bocca una parola amara contro a chi che sia o a qualsiasi proposito. Parlando, ha tutti quei gesti simpatici delle persone affettuose ed espansive, e cercano la spalla e il braccio di coloro a cui parlano, ed è carezzevole e festoso come un ragazzo. Gli si può ripetere qualunque più acerba critica dei suoi lavori letterarii, letta od intesa, che il suo viso rimane sereno e ridente come all'udire una lode, tanto è poca cosa in lui l'orgoglio artistico in confronto al sentimento del patriotta. E a sentirlo parlare così precipitosamente, mutando discorso a ogni tratto, si sospetta sulle prime un po' di leggerezza. Ma non si tarda a scoprire un'armonia inalterabile fra tutti i suoi sentimenti e tutte le sue idee, e un fondamento morale solidissimo sotto gli uni e le altre. Per quanto cangi discorso, tutti i suoi discorsi finiscono col ricadere sopra un argomento unico: la sua patria. Egli s'è risolutamente tracciata la via. S'è proposto di consacrare tutte le sue forze al risorgimento del suo paese; non scriverà mai una parola che non sia diretta a quello scopo; drammi, lirica, novelle, polemica, ogni cosa sarà ispirata a quell'idea. Concetti di commedie satiriche gli passano per la mente, e strofe di poesie amorose, e capricci poetici d'ogni natura; egli mette tutto da un lato. Vuole che la sua arte, il suo nome, per quello che valgono, significhino una cosa sola: non facciano che l'ufficio d'una spada e d'una tromba di guerra. Capisce che dovrà sacrificare a questo proponimento molte soddisfazioni d'artista; ma non gliene importa. Per la stessa ragione tiene il suo cuore libero da ogni affetto, fuorchè da quello della sua famiglia, e sottopone tutti i suoi disegni per l'avvenire a una condizione che gli è sempre presente allo spirito: — Se non sarò ucciso. — E ha inflitti nell'aspetto e nei modi qualcosa di singolare, come l'espressione di una leggerezza fisica e morale, simile a quella del viaggiatore che passeggia nelle sale della stazione, dopo aver preso il suo biglietto e spedito i suoi bagagli, sciolto da ogni impiccio, libero da ogni pensiero, preparato a partire al primo momento. Anche quando parla più caldamente dell'arte, della gloria, della famiglia, si capisce che in nessuna di quelle cose ha fondato la sua esistenza, che a nessuna soddisfazione, o speranza di soddisfazione, si lascia andar tutto intero con quell'abbandono cieco delle nature artistiche, nate a godere, che adorano la vita. Eppure in fondo a questo appassionato amor di patria, non ha ombra di _chauvinisme_. L'odio di cui parla nei suoi canti è un odio di soldato, non d'uomo; la sua avversione per la Prussia non è che un amore rovesciato; le nature come la sua non possono odiare. — Io non odio la Prussia — dice; — amo la Francia. Venero un sincero e ardito patriotta prussiano. Ciascuno deve amare la sua patria. — E così riguardo alle recriminazioni di certi francesi contro l'Italia, ha una sola cosa a dire: — Voi italiani dovevate essere prima di tutto italiani. — Non c'è caso di coglierlo in contraddizione sopra nessun argomento. In arte, in politica, in morale, tutte le sue idee sono concatenate, e tutte ugualmente nette nella sua mente e radicate nella sua coscienza. E di tutto s'è occupato con amore. Bisogna sentire gli studi psicologici che ha fatto sui soldati, i mille ragionamenti che ha messo insieme, le mille industrie ingegnose che ha trovate per metter coraggio ai pusillanimi, per ridurre i ribelli, per far entrare l'idea della patria e del dovere nella testa agl'ignoranti; i piccoli stratagemmi di guerra, da comandante di plotone, che ha escogitati; il lavorìo di cervello che ha fatto per inventare dei piccoli rimedi e dei piccoli comodi per i malati e per i feriti; le storie meravigliose che ha immaginate per rallegrare la fantasia e sostener l'animo dei suoi soldati africani in mezzo alla tristezza dei bivacchi invernali: tanta roba da farne una piccola biblioteca istruttiva ed educativa per un esercito. Così nelle discussioni letterarie, aiutato da una memoria felicissima, ammonta citazioni, osservazioni e confronti con una abbondanza e una furia da sbalordire, esponendo opinioni discutibili, senza dubbio, ma tutte sue, e coscienziosamente meditate, benchè paia che gli sboccino sul momento; e sostenute, se occorre, con una così impetuosa facondia che si rimane prima sopraffatti che persuasi, e ammirando quella sua bella vivacità giovanile, si dimentica che s'ha un'idea contraria da difendere. Ma non è mai tutto letterato, come non è mai tutto soldato: lo spirito lo tien lontano dalla pedanteria, come la gentilezza del cuore e l'educazione squisita dalla petulanza soldatesca. Gentiluomo e buon ragazzo, franchissimo nel dir quel che pensa senza ferir l'amor proprio di nessuno, arrendevole senza affettazione di cortesia, confidente ed affabile con tutti, quando entra lui in un salotto o in un crocchio, par che ci entri una fiatata d'aria viva, che porti il mormorio allegro d'un reggimento accampato. Quella sua parola ardente e colta, quell'entusiasmo di poeta e di zuavo, quell'allegrezza giovanile, quell'aspetto di bontà e di forza, attirano le simpatie di tutti, e disarmano le più accanite gelosie letterarie. A stargli insieme, a sentirlo parlare, ci si sente presi da un grande ardore di lavorare, di muoversi, di fare, andando diritto dinanzi a sè nella vita, come lui, cogli occhi fissi a una meta, senza soffermarsi, senza voltarsi mai nè a sinistra nè a destra, non lasciando un'ora di riposo nè allo spirito nè al corpo, non abbandonando mai l'anima nè a uno scoraggiamento nè a un dubbio. Così egli vive, parte nello studio, parte nella società, passando dalla sua villa solitaria nel salotto affollato della signora Adam, dalla _Comédie Française_ alla caserma de' suoi antichi compagni d'armi, dalla biblioteca al banchetto d'artisti, recitando versi per tutto, provocando e accettando discussioni a qualunque proposito, abbozzando poesie a tavola, fantasticando scene di commedie sulla strada ferrata, studiando l'italiano in carrozza nei giornali comprati sui _boulevards_, mandando innanzi insieme tre grandi lavori drammatici, leggendo tutto il leggibile, andando da per tutto dove c'è una idea da attingere o una bella emozione da provare. E quando lo si è accompagnato per tutta intera una di queste giornate, e avendolo udito parlare per dieci ore, non gli si è mai sentito dire una parola malevola, nè profferire un giudizio avventato; ma lo si è trovato sempre logico e amorevole, — pronto a sentire le tristezze e le allegrezze di tutti — fermo nei suoi principii come una colonna sul suo piedestallo, vivo che par che abbia un diavolo per capello, e buono fin nel midollo delle ossa, — non si può a meno di ammirarlo e d'amarlo. Egli dà l'idea d'un francese d'un tempo avvenire, — che abbia serbato tutte le buone qualità e perduto tutti i difetti del suo popolo. È impossibile ad un italiano trovare un altro figliuolo della Francia che gli faccia sentire più fortemente di lui la fraternità di sangue che lega le due nazioni «così ben fatte per intendersi» come disse Garibaldi, e «per amarsi» come disse il Manzoni.
Notevoli in special modo sono le sue idee in fatto di poesia. I suoi due poeti preferiti sono il Corneille e il Musset: chi ha letto le sue poesie se ne rende ragione alla prima: il Corneille, perchè è il poeta dell'idea del dovere e dell'onore, dell'eroismo e della gloria, un educatore di caratteri — «il padre del grande coraggio», — il gran soldato dell'arte, nella cui voce si sente lo strepito d'armi d'un esercito e come il soffio stesso dell'immenso petto della patria; il Musset per la vena ricca e fluida dell'ispirazione, per la negligenza piena di grazia, per la poesia facile e chiara che gli zampilla dall'anima come un'acqua argentina da una roccia. Non si può dire però ch'egli abbia imitato chi che sia. Nell'arte, come dice egli medesimo in uno dei suoi drammi, _on n'y devient quelqu'un qu'en imitant personne_. Il suo studio primo e costante è stato d'esser semplice e chiaro. Perciò s'è proposto di bandire dalla poesia, quanto gli fu possibile, il linguaggio poetico convenzionale. Per me, egli dice, la poesia dovrebb'essere eletta prosa misurata e rimata. Bisogna intendersi, certamente. Tutto si può dire poeticamente senza adoperare una frase che non sia propria del dignitoso e corretto linguaggio parlato. Tutto ciò che si scosta da questo linguaggio, in poesia, può essere bellezza, ricchezza, eleganza, splendore; ma nuoce all'efficacia immediata del sentimento o del pensiero che esprime. Si cerchino pure nei più grandi poeti le strofe più splendide e i versi più potenti: si troverà sempre che sono i più semplici; non solo, ma quelli in cui una idea luminosa o un sentimento sublime sono espressi con le parole più usuali, con la frase che tutti avrebbero adoperato spontaneamente per esprimere quel sentimento o quel pensiero, se l'avessero avuto. La così detta frase poetica non ha che un valore di convenzione, un valore puramente letterario; quindi non il massimo dei valori: la sua potenza non è intima e assoluta, quindi non va dritta all'anima umana; non ci vanno che le espressioni che ne conoscon la via, che son la veste spontanea e necessaria del pensiero nella vita reale, e che — lo vediamo bene — bastano a tutti ed a tutto, e agiscono egualmente su tutti. La poesia — che è una lingua che il mondo intende e che nessuno parla — dovrebbe essere sottoposta, dentro al ritmo, a tutte le condizioni di spontaneità e di logica a cui va soggetto il linguaggio comune; essere tale da far parere, ascoltando il poeta, che quello sia il suo modo naturale di parlare, irresistibile, senza bisogno di sforzo nè d'artifizio. E l'unire così una semplicità nuda ad una spontaneità massima e a una eleganza che consista nel contorno e non nell'ornamento, è ben altrimenti difficile, richiede uno studio assai più rigoroso e un gusto assai più delicato, di quello che occorra per servirsi accortamente d'una immensa collezione di frasi e di modi coniati e faccettati espressamente per essere incastrati nei versi. — Tutto ciò è indiscutibilmente vero riguardo alla poesia popolare, che è quella del Déroulède. Per questo egli dice che studia la lingua della poesia nei grandi prosatori francesi; e impara a far dei versi dal Pascal e dal Bossuet. E cerca costantemente di dare alle sue poesie una forma che le renda facili ad esser ritenute: vuole che ogni pensiero e ogni sentimento sia chiuso in un verso o al più in un distico, in modo da stamparsi nella mente alla prima lettura, e poter esser citato di passata, e diventare, come diceva il Rossetti, _ripetuta sentenza_; che ciascuna strofa formi un periodo e corrisponda un verso ad ogni proposizione; che tutte le rime si sentano nettamente, e segnino quasi l'accento del pensiero; che tutta la poesia suoni e splenda e sia limpida da un capo all'altro, come una lastra di cristallo. Cerca quello che raccomandava il Voltaire: — _Voyez avec quelle simplicité notre Racine s'exprime toujours. Chacun croit, en le lisant, qu' il dirait en prose tout ce que Racine a dit en vers: croyez que tout ce qui ne sera pas aussi clair et aussi simple, ne vaudra rien du tout._