Ritratti letterari

Part 13

Chapter 133,276 wordsPublic domain

Ciò non ostante, i più belli dei _Chants du soldat_ son forse certi poemetti di poche strofe, in cui son narrati degli atti eroici, veri quadretti del Détaille e del Neuville, che infiammano il sangue come l'urrà d'un reggimento. In una di queste, una compagnia di cacciatori, che corre all'assalto, sprofonda, a traverso al ghiaccio spezzato, in un fiume, mentre i tedeschi, schierati sulla sponda opposta, coi fucili spianati, intiman la resa. I cacciatori rifiutano, vogliono morire. Ma il capitano ordina d'arrendersi. — Arrendetevi, ragazzi — grida; — non voglio che moriate così; a che serve? Abbassate le armi, non c'è altro da fare. — I cacciatori obbediscono e salgono sulla riva: il capitano riman nel fiume. — Salite, capitano! — gli gridano, tendendogli la corda. — No — quegli risponde —; ho salvato i miei soldati, non me; — e facendo un'atto d'addio, sparisce nell'acqua. In un'altra poesia è un ufficiale ferito al cuore che pianta la sciabola in terra e grida: — Qui voglio essere sotterrato! Onta a chi lascierà il mio corpo al nemico! — e con questo grido ricaccia avanti i suoi soldati, che cominciavano a piegare. In altre è una difesa disperata d'un villaggio, comandata da un prete, che si fa uccidere co' suoi contadini; un trombettiere colpito da una palla, che spira suonando l'ultimo squillo dell'assalto con le labbra stillanti di sangue; uno stormo di zuavi che assale e conquista una batteria coprendo il terreno di cadaveri. Nulla di straordinario nei soggetti; ma l'effetto della poesia è straordinario. Non c'è quasi pittura, si può dire; e si vedono i luoghi, il tempo, il color dell'aria, come in una lunga descrizione, tanto son scelti e resi efficacemente i «particolari tipici,» che fanno indovinare gli altri mille. Non c'è una sola delle frasi convenzionali della solita poesia guerresca, più letteraria che marziale, che gonfia la battaglia per farla terribile. Qui tutto è stato preso dal soldato nella esperienza tremenda del vero; si sente «cantar la polvere»; si sente lo schianto dei rami spezzati dalle palle; si sente gridare, nella notte, da una parte _Pour la France!_ e dall'altra, più lontano, _König und Vaterland!_ nelle tenebre squarciate dai lampi delle fucilate, come se si assistesse al combattimento; e finito di leggere, si rimane come ravvolti in un nuvolo di fumo, coll'orecchio pieno di grida, e l'anima sconvolta dal passaggio della morte.

A queste poesie, in cui non freme che il soldato, succedono altre, in cui parla il figliuolo, l'amico, il fratello, l'amante — affettuosissime, ma di quell'affetto che si dà soltanto nelle anime virili, che è come la grazia della forza, e che soggioga, perchè si sente che viene dalla grandezza, non dalla raffinatezza del cuore. È bello, dopo aver visto un Déroulède a cui si metterebbe una medaglia sul petto, vederne sorgere un altro, a cui si stamperebbe un bacio sul viso. C'è la poesia intitolata: _Le bon gîte_, di trentadue versi, che non si può legger senza lacrime. Ricorda uno dei più belli episodi del _Coscritto_ del 1813, di Erckmann-Chatrian. Un soldato è ospitato una sera in casa d'una povera vecchia. La vecchia mette tutta la sua legna sul fuoco, ed egli, intenerito, le dice: — Basta, risparmia la tua legna, buona vecchia: io non ho più freddo. — La vecchia apparecchia la tavola con quanto ha di meglio, ed egli le dice: — Non occorre; ho mangiato alla tappa; non ho più fame. — La vecchia gli prepara il letto con le sue lenzuola, e vuol dormire sopra una seggiola, ed egli le dice: — No, buona vecchia, non voglio; dormi tu nel letto; io dormirò sopra la paglia. — E la mattina, partendo, s'accorge che il suo zaino è molto più pesante che la sera innanzi. — Ma perchè tutto questo? — le domanda; — è troppo, buona donna; perchè tutto questo? — Ed essa risponde, sorridendo a traverso alle lagrime: — _J'ai mon gars soldat comme toi._ — Ma non si può esprimere la semplicità profonda e gentile di quelle quattro strofette e di quei quattro ritornelli, in cui si sente il crepitìo del fuoco e l'odore della tovaglia di bucato e la voce dolce e tremola di quella povera madre, che serve e accarezza in quel soldato sconosciuto il fantasma adorato del figliuolo lontano. In un'altra poesia è un vecchio soldato arabo che raccoglie sulle sue ginocchia un giovane volontario moribondo, il quale, mentre il suo reggimento è macellato, domanda: — Li abbiamo vinti, questa volta, non è vero? — e il vecchio arabo, per non togliere alla sua agonia quel conforto, gli risponde di sì, e continua a dire tristamente, dopo che il ragazzo è già spirato: — Sì, ragazzo mio, li abbiamo vinti. — Un'altra poesia è un inno di riconoscenza al Belgio ospitale, dove le anime sono così serene e gli occhi così dolci, che tutti i dolori e tutti gli odi vi s'assopiscono; un'altra è un ringraziamento al medico che lo cura, al quale dice che è più profonda l'amicizia nel suo cuore che la ferita nelle sue carni; un'altra, la _Cocarde_, forse la più gentile delle sue poesie gentili, è un ricordo amoroso che manda la fragranza d'un fiore. — Arrivammo al villaggio — dice — dopo tre giorni di marcia, spossati, morti di freddo, avviliti dal presentimento d'un'accoglienza scortese. E cercammo dell'albergo. Ma una ragazza, di sull'uscio di casa sua, ci gridò: — Ah francesi di poca fede! Questo è un giorno di festa per noi. Non siete in Francia? Non siete in casa vostra? Entrate. Noi v'aspettavamo. Avete fatto male a dubitar di noi. — E dicendo questo sorrideva; eppure mi vengon le lacrime agli occhi quando ci penso! E quanto sovente ci penso e come la rivedo! Era accanto a sua madre e aveva una coccarda di tre colori nei capelli. Tutt'a un tratto, pregata da noi, si mise a cantare i nostri canti di guerra. Era la Gloria irata che ci rampognava con la sua voce. Oh la buona e bella francese! Che grande cuore e che begli occhi! Ora voi mi domanderete se la presi io stesso da' suoi capelli questa bella coccarda che porto da tanto tempo sul cuore, annerita dalla polvere e macchiata dal mio sangue. Ah no, non l'avrei mai osato. Tutto pensieroso, parlando a stento, io guardavo quella fronte di bimba, quell'aria di regina, quei tre colori in quei capelli neri, e dicevo tra me con tristezza: — Tutto questo riman qui.... ed io me ne vado! — Squilla la tromba: addio coccarda! addio canzoni! E nondimeno le dissi: — Ah! s'io l'avessi quel bel nastro! — e mi soffermai sull'uscio, tutto tremante. Ed essa allora semplicemente: — Prendete — rispose, — e Dio vi guardi! — Nient'altro che questo, dieci strofette di sei versi; ma in cui si sentono mille cose nobili e belle che non vi son dette, come nel tremito profondo d'una voce cara; una poesia ingenua e fresca che vi va all'anima, come un soffio d'aria profumata che vi porti di lontano le note amorose d'un violoncello.

Poi vengono altre poesie, che si potrebbero chiamare poesie d'assalto, come quella del Berchet per le rivoluzioni di Modena e di Bologna; una tra le quali, intitolata: _En avant_, non cede in nulla, anche a giudizio di qualche tedesco, al famoso inno: _Ho la spada alla mia sinistra_, del Körner. Qui il metro s'accorcia, la strofa si serra, il ritornello grida, i versi risonano come spade urtate o echeggiano come squilli di fanfare, pieni d'ira selvaggia e di sprezzo della morte; e tutta la poesia imita la pesta precipitosa d'uno squadrone che rovini a briglia sciolta sopra un quadrato. Genere di poesia difficilissimo, che si riduce ad una serie d'esclamazioni ampollose e chiassose, senza forza, simili alle imprecazioni d'un briaco asmatico, se ogni strofetta non è proprio un grido feroce, che si senta uscito dalle viscere di un soldato che guardò in faccia la morte. E l'efficacia di queste, come di altre poesie del Déroulède, risiede tutta, a mio credere, nella profondità e nella sincerità d'un sentimento particolare, che si potrebbe chiamare appunto il sentimento della morte. I poeti guerrieri di tavolino hanno della morte in battaglia una specie di sentimento artistico, per cui la circondano di un terrore teatrale, o la trattano con una familiarità affettata da eroi spacconi, per i quali sia una celia il morire; e lascian capire che si servono della sua immagine per ottenere certi effetti; per il che non ci fanno mai nè veramente paura, nè veramente coraggio. La _morte_ del Déroulède, invece, è una morte veduta, affrontata, pensata, qualcosa di solenne e di muto, che passa in fondo alle poesie, lentamente, e mette un tremito di riverenza nel cuore. Con quali parole egli esprima questo sentimento non si può dire: son cose che sfuggono nell'analisi, che si sentono tra verso e verso, per tutta la poesia e in nessuna strofa, in certi silenzii piuttosto che in certe frasi, come s'indovina la forza d'animo d'un uomo da una espressione sfuggevole dello sguardo. E son poesie che non fanno parer punto facile il coraggio, come le rodomantate patriottiche dei poeti da poltrona; ma che lo ispirano rappresentandolo grande e tremendo, e suscitando nel cuore le forze da cui nasce e su cui si regge. Si potranno criticare come opere d'arte; ma bisogna dire, leggendole, quello che un poeta francese disse dell'_Hetman_, dello stesso Déroulède: — Non mi piace; ma vi traluce sotto l'anima d'un eroe, più bella e più potente che la sua poesia.

In altre poesie c'è qualche nota comica, qualche lampo d'ilarità che attraversa la tristezza o il terrore. È comico, per esempio (e come vero!), benchè in fondo commova, quel buon coscritto ignorante, che non capisce nulla nè di patria, nè di guerra, e che lamentandosi col suo capitano d'esser stato chiamato alle armi, dopo avergli detto: — _moi je suis vigneron chez nous_, chiamando sè stesso _le pauvre fils de ma mère_, gli domanda ingenuamente:

Mais ne peut-on livrer bataille Sans que nous allions aux combats? N'avez-vous pas d'autres soldats? Ma vigne a besoin qu'on la taille.

Mon père se fait vieux là bas. Ah! pourquoi diable ai-je la taille? Ne saurait-on livrer bataille Sans que nous allions aux combats?

Ed è amenissimo quel vecchio sergente (_Le sergent_), analfabeta ed eroe, che si giustifica di non aver imparato a leggere,

(L'imprimerie et lui ne se fréquentaient point)

dicendo che la lettura è buona per quei cervelli vuoti, i quali, non avendo nulla in sè,

Puisent là de l'esprit comm'on tire de l'eau,

mentre per gli uomini d'ingegno vero la testa è il migliore dei libri; e che al coscritto, il quale trincando, esclama: — _Pour la France et pour vous!_ — risponde superbamente: — _Ça ne fait qu'un._ — E più lepido di tutti quel gran marsigliese, tipo degli spacconi vigliacchi, svelto come un cervo e forte come un toro, il quale, mentre gli altri si battono, per fare qualche cosa anche lui per la patria, studia i vari sistemi di fucile. — Che cosa importa — dice — un soldato di più o di meno nell'esercito immenso? La guerra è un duello, in tutti i duelli ci vogliono dei testimoni, ebbene

Nous serons témoins des français de France.

Ma poi, caspita, quando vede che gli eserciti francesi, _les gens du nord_, par che si facciano battere a bella posta, perde la flemma. — Non rimane proprio più che la Provenza! — esclama. Vengano dunque. Andar noi, non si deve. La Francia sarà ancora troppo felice di trovarci qui nei momenti supremi. Mostriamoci da lontano, come la Speranza,

Et pour rester forts, gardons nous vivants.

E un giorno che gli fan la celia d'annunziare l'apparizione d'una corazzata tedesca nelle acque di Marsiglia,

Le pauvre garçon est pris d'un transport: De blanc qu'il était, il en devient rouge, De rouge violet, et de violet.... mort.

Ma la sua idea dominante è l'idea della rivincita: è come il rimbombo continuo d'un cannone lontano, che si sente in mezzo a tutti gli squilli di tromba delle sue poesie. — La rivincita, dice, è la legge dei vinti. È inevitabile. O Francia o Prussia. Il giorno sarà forse lento a giungere; ma giungerà. L'odio è nato, nascerà la forza. Toccherà al falciatore a vedere quando la messe sarà matura. — Dice alla Francia: mille voci ti eccitano, ti consigliano, ti rimproverano. Tu ascoltane una sola perchè hai un solo dovere. — Ma — come dice lo stesso critico, punto favorevole alla Francia, che s'è rammentato da principio, — quest'aspirazione alla rivincita è nel Déroulède un sentimento così virile, meditato e profondo, che non può essere che ammirato, anche da un nemico. Egli non considera la rivincita come un gioco e la strada di Berlino come una passeggiata; ma dice a sè ed ai suoi concittadini che sarà una lotta nella quale una delle due nazioni dovrà forse lasciare la vita, senz'altro conforto che di venderla il più caro possibile. — Perciò, a questo suo proposito va sempre unito il sentimento della necessità di apparecchi immensi e di sacrifizi sovrumani. — Il nostro errore è stato pazzo, dice; che il nostro dolore sia sensato. Ritempriamo la nostra fierezza nei nostri rimorsi. _Soyons les artisans virils des fortes tâches._ Rinnovelliamo i nostri cuori, non solamente le nostre armi. Prevediamo delle battaglie, senza sognare delle conquiste. Non parliamo dell'avvenire che vendica prima che sia cominciato l'avvenire che ripara. A chi dice: — Sii pronto! — l'altro risponda: — Sii giusto. Siamo tranquilli nei nostri sforzi. — E adombra lo stato e i doveri della Francia in una bella e larga poesia di soggetto biblico, in cui gli Ebrei, caduti sotto il giogo del re di Mesopotamia, mandano dei messaggieri ad Ataniele, nascosto nei burroni d'una foresta, perchè li guidi alla guerra liberatrice; e Ataniele li respinge più volte per il corso di varii anni, perchè non crede ancora il popolo preparato a sacrifizi supremi; e non impugna la spada e non grida: — Siete pronti! — se non quando riconosce che sono anime nuove in corpi ringagliarditi, purgati d'ogni orgoglio stolto, pentiti delle colpe antiche, armati i cuori come le braccia, e preparati alla morte. Questa ardente aspirazione fa sgorgare dal cuore del poeta versi pieni di forza e d'ardimento. — Io aspetto, egli dice; io custodisco nella mia anima francese la mia fede di cittadino e i miei odii di soldato, per il giorno fatale. La mia giovinezza è stata colpita da un dolore che nulla può mitigare. Ma non è il mio dolore che bestemmia, non è neanche il soldato che sogni la gloria. La rivincita è il voto della mia vita e la mia suprema speranza. Io debbo morire sul campo di battaglia ed essere sepolto in terra nemica. — E sempre questa idea si ripresenta, implacabile, e lampeggia da ogni parte, spandendo su tutta la sua poesia un riflesso color di sangue, che fa pensare con un senso di sgomento alla immensità degli eccidii futuri.

Un altro pregio grande di questi canti, che non si trova in nessun'altra raccolta di poesie patriottiche francesi di questi ultimi tempi, è la coraggiosa e qualche volta sdegnosa franchezza con cui il poeta dice ai suoi concittadini delle verità spiacevoli ad intendersi. La gelosia artistica fa dire anche a qualche francese che la poesia del Déroulède deve in gran parte la sua fortuna alle carezze ch'egli prodiga all'orgoglio nazionale. Se ciò fosse vero, avrebbero dovuto ottenere una fortuna molto maggiore le poesie di cento altri. Ma è falsissimo. Senza dubbio egli si sforza in mille modi di tener viva la fede del suo popolo nelle proprie forze. Froeschviller, dice, è l'assalto d'uno contro quattro; Gravelotte e Borny non furono sconfitte; a Champigny, i vivi vendicarono i morti; le glorie come quella di Strasburgo sfuggono ai conquistatori; Parigi cadde superbamente. A quale patriotta si potrebbe negare il diritto di affermare il valore della sua gente? Ma per contro io non so quale altro giovane poeta francese abbia osato lanciare al proprio paese delle parole più terribili. Noi disimpariamo la guerra, dice in una delle sue migliori poesie; — ci sono stati degli eroi; ma un gruppo d'eroi non rifà la razza: è un povero popolo quello in cui i valorosi si contano. E in un altro luogo: — Son tristi tempi quelli in cui la paura medesima, coprendo di grandi parole il basso istinto che la muove, non ha più rossore sulla fronte. E altrove: — Ma come mai siamo decaduti? Scorre ben sempre lo stesso sangue nelle nostre vene; l'aria che noi respiriamo attraversa pur sempre i nostri boschi; le viti dei nostri colli e le messi dei nostri piani sono ben maturate dal sole antico; questo paese così ridente, fertile e vario, atto a tutti i prodotti, aperto a tutte le idee, questo sole possente, quest'acque vive, questo cielo mobile, tutto questo è la Francia! _Dove son dunque i francesi?_ — E non tralascia di flagellare la mania dei suoi concittadini, di gridare al tradimento per scusare le conseguenze di tutte le debolezze e di tutti gli errori. — È così che si perde — dice, descrivendo un corpo di francesi accampati, che non sapevano e non cercavano di sapere dove fosse il nemico; — è così che si perde, per un'orgogliosa leggerezza, il valore d'un paese; è così che la colpa risale implacabilmente dai soldati mal guidati ai capi peggio obbediti; è così che dei pazzi gridano che Dio è ingiusto e che la Francia è stata tradita! — Ed anco quando cerca di scusar la sconfitta, non lo fa coi cavilli irritanti d'un patriotta vanaglorioso e cocciuto; ma nobilmente, con parole dignitose e tristi, che se non inducono la persuasione, ispirano il rispetto, perchè non vengon da orgoglio di soldato, ma da pietà e da affetto di figlio.

E l'affetto di figlio è quello che gl'ispirò i più dolci e insieme i più vigorosi di tutti i suoi versi. Egli non ha parlato di sua madre che nei _Nuovi canti_; ha aspettato che il suo successo di poeta glie ne desse il diritto, e che la simpatia e la riverenza con cui si pronunciava dal pubblico il nome di lei, gli desse animo a rivolgerle i suoi versi pubblicamente e a _gettare quel nome ai propri soldati_. Nulla è più naturale in un'anima eletta che il confondere l'affetto di famiglia con l'amor della patria, e il far che l'uno s'illumini e si nobiliti dell'altro. Ma non so qual altro poeta, confondendo quei due sentimenti, abbia congiunto tanta tenerezza con tanta forza, e n'abbia tratto ispirazioni così gagliarde e così gentili ad un tempo. — Si afferma che i tuoi figli hanno compiuto il loro dovere, — dice a sua madre; — ma il dovere che essi hanno compiuto è opera tua; l'onore è dovuto a te. Essi non son partiti per le battaglie furtivamente, come altri fecero, senza l'abbraccio materno, che li avrebbe trattenuti; essi non te l'hanno rubato il sangue delle tue viscere. Sei tu che hai detto loro: — Partite, figliuoli. I soldati della Francia son vinti. Il mio cuore non v'avrebbe concessi alla patria per la conquista; ma ora non è più la conquista, è la difesa. La patria è invasa; io vi do alla patria; partite. Ah perchè non hanno fatto così tutte le madri! Non credano, quelle che dissero ai loro figliuoli: — Non andate a combattere, — che la loro debolezza sia stata pagata in amore. Esse non versarono le lacrime della partenza; ma non conobbero le lacrime del ritorno. E non dicano che tu ci hai dati alla patria perchè ci potevi dare senza dolore, e che sei stata patriotta senz'essere martire. No, non ardiscano dirlo! Io l'ho vista l'angoscia immensa sotto il tuo violento coraggio. I tuoi figliuoli, partendo, ti han portata via l'anima, e tu hai sanguinato delle loro ferite; ed eccoti malata, invecchiata innanzi tempo, paralitica, che non hai più di vivo altro che l'anima nel tuo povero corpo sfinito! E lo presentivi pure quando infondesti nel nostro cuore la forza del tuo; ma come lo presentisti senza paura, ora lo sopporti senza lamento; ed è perciò che tuo figlio può parlare di te con alterezza. — O madri, — dice in un'altra poesia — se i vostri figliuoli crescono senza diventar uomini, o diventan uomini d'_istinto pratico_, avari del proprio sangue; se nel giorno della prova, la loro carne spaventata ha orrore del pericolo; se quando l'onore li chiama, essi non si trovan là, soldati, ritti in faccia al dovere e in faccia alla morte, — madri, la vostra tenerezza ha deformato quelle anime; — se essi non sanno morire, voi non sapeste creare.