Ritratti letterari

Part 12

Chapter 123,581 wordsPublic domain

Qui cominciò il periodo più avventuroso della sua vita di soldato; periodo di cui si potrebbe rintracciare la storia nel suo taccuino lacero e spiegazzato, pieno di schizzi topografici, di nomi di soldati arabi, di brani di relazioni, di appunti sul modo di far la zuppa di cipolle, e d'elenchi di feriti e di morti. In questo periodo pure gli balenarono le prime idee e gli vennero fatti i primi versi di quei famosi _Chants du soldat_, che pochi anni dopo tutto l'esercito seppe a memoria. A Mirbeau fu ospitato da una povera vecchia, che gli ispirò _Le bon gîte_, una delle sue più affettuose e più belle poesie. In un altro luogo, durante il bivacco, di notte, pensando a sua madre e a suo fratello, e al giorno che lo avevano raggiunto al reggimento, prima della battaglia di Sédan, scrisse le prime strofe del _Petit turco_, e notò nel taccuino: _Le petit turco à faire_. A Rocourt — in una ritirata — una ragazza, che l'aveva baciato prima del combattimento, gli diede un pugno per rifarsi del suo bacio sciupato; e quel pugno, convertito da lui in un morso, diventò celebre nella poesia _La belle fille_. A Gray ebbe da un'altra ragazza una coccarda di tre colori, alla quale consacrò quei dieci gioielli di strofette che molti considerano come il più grazioso dei suoi canti. In quest'ultimo periodo della guerra conobbe pure quel famoso sergente Hof, che uccise ventisei nemici in ventisei ricognizioni, e che gl'ispirò la poesia intitolata _Le sergent_, resa poi popolare a Parigi dall'attore Coquelin. E tra una poesia e l'altra prese parte a un gran numero di combattimenti, con la sua squadra di tiragliatori, fra cui c'eran degli arabi e dei negri che lo adoravano e gli eran ardentemente devoti, tanto da portare delle assi sulle spalle per lunghissime marcie per fargli un letto alla tappa; non soldati, ma fratelli e figliuoli suoi, coi quali egli divise il suo pane, e digiunò, e dormì sul ghiaccio, e accese i fuochi del bivacco in quelle terribili notti di gennaio. Con questi soldati si trovò al combattimento di Montbéliard, ch'egli cominciò assalendo e occupando una barricata, e perdendo trenta dei suoi tra morti e feriti, sopra cinquanta a cui comandava: combattimento in cui guadagnò la croce della Legion d'onore. Ma da quel giorno non ci son più appunti sul taccuino: il freddo faceva cader la matita dalle mani assiderate e sanguinanti. Poi vennero i disastri, le nevicate interminabili, le lunghe marcie di notte, i bivacchi che lasciavano il terreno coperto di morti gelati, la perdita di tutte le speranze, lo scompiglio miserando dell'esercito diradato, avvilito, affamato, scalzo, — ridotto a un esercito di spettri —, incalzato spietatamente, con la morte in faccia, alle spalle, sotto i proprii passi e nel proprio cuore. Molte volte il povero Déroulède, mal riparato dal suo vestito di polacco, bucato dalle palle, si lasciò cader nella neve, al termine d'una marcia mortale, e ravvolgendosi nella sua coperta di guardia mobile, nella quale aveva già ravvolto il fratello moribondo a Sédan, s'addormentò con la certezza di non più risvegliarsi. Ma la sua forza d'animo, più che la sua forza fisica, e le cure dei soldati lo tennero in vita fino all'ultimo, — fino al giorno in cui l'esercito del Bourbaki — ultima speranza della Francia — si rifugiò in Isvizzera, fulminato dai cannoni del Manteuffel. Quello fu il momento più desolante della campagna per Paolo Déroulède. Immobile sopra un rialto di terreno vicino al confine, in mezzo ai resti della sua squadra, egli voleva rimanere in Francia a ogni costo, e non si decise ad accompagnare i suoi tiragliatori nella Svizzera che per le esortazioni del suo maggiore, e col patto che questi sarebbe fuggito con lui per andar a cercar la guerra in qualche altro angolo della Francia, appena i loro soldati fossero stati al sicuro.

Fuggirono infatti il Déroulède e il suo maggiore, seguiti da un matto originale di zuavo negro, di nome Mohamed-uld-Mohamed, che si faceva passare per dentista americano, e scendendo lungo la frontiera, arrivarono fino a Tolosa; di dove il Déroulède, solo, corse a Bordeaux, sede del Governo, per offrire la sua vita una terza volta. A Bordeaux sente che è stato stipulato un armistizio, e che un treno carico di bestiami deve partire per Parigi. Butta via il pastrano da ebreo polacco, si traveste da bovaro bordelese, salta sul treno, arriva a Parigi, corre a casa, si getta nelle braccia di suo padre. — Zitto, Paolo, per amor del cielo — gli dice il padre; — abbi pietà della mamma. — Bisognava prepararla a quel colpo. Combinano insieme un lungo giro di discorso per annunziarle la cosa a poco a poco; il padre va su, perde la testa, e dice senza preamboli: — Paolo è arrivato. — Il grido dell'amore e della gioia materna echeggiò in quella casa, solitaria e triste da tanto tempo. Povero Paolo! Egli trovò sua madre molto mutata: aveva i capelli bianchi, le mani tremole, gli occhi infossati, la voce fioca. Ma dentro all'anima era sempre la madre di prima, sorridente nel dolore, non curante di sè, e piena di risoluzione e di forza. Qui il Déroulède seppe che suo fratello, appena guarito dalla sua ferita, era stato mandato da Bruxelles a Ostenda, e di là a Londra, e da Londra a Bordeaux, donde l'avevano inviato in Algeria a vestirsi e ad armarsi al deposito degli zuavi, per ritornar poi alla guerra. Allora lasciò la famiglia e tornò subito a Bordeaux a domandare al Ministero se avrebbe avuto tempo di fare una corsa in Algeria per riprendere suo fratello, prima che scoppiasse la guerra civile: poichè, essendo stato per qualche tempo tra le guardie mobili di Belleville, e avendo visto che umori ribollivano in quella gente, aveva portato nell'animo, per tutta la durata della guerra, la ferma persuasione che qualcosa di terribile sarebbe seguito, se la Germania riusciva vittoriosa. Gli dissero che aveva tempo: andò in Algeria, tornò con suo fratello in Francia, e andarono subito tutti e due a Versailles, dove l'uno entrò in un reggimento di zuavi, l'altro in un reggimento di cacciatori. E così questo demonio di poeta cominciò la sua terza campagna.

La guerra civile era scoppiata. Per il Déroulède, patriotta e repubblicano d'animo generoso, era un dolore aver da combattere contro concittadini. Ma la sua coscienza di francese glie lo imponeva inesorabilmente. — Qualunque francese, — egli pensava, — senta nel cuore la dignità e l'onore della Francia, deve tutto sacrificare per impedire questa vergogna suprema, che la rivolta sia schiacciata dagli stranieri. — Suo fratello, appena riprese le armi, fu costretto a ritirarsi perchè gli si riaperse la ferita. Lui, nominato sottotenente nei cacciatori a piedi, raggiunse immediatamente il 30.º battaglione, ch'era a Neuilly, fra le truppe che combattevano intorno alla porta Maillot. Il principio fu terribile per l'ufficiale, come fu terribile la fine per il cittadino. La disciplina era allentata fra i soldati; molti non volevano battersi; tutti erano stanchi e sfiduciati; i comunardi, dalle case vicine, gl'incitavano alla rivolta con promesse tentatrici o con grida di scherno; non ancora inaspriti dall'ostinazione feroce della resistenza, avevano ripugnanza per una lotta in cui il sentimento del dovere non era infiammato dalla speranza della gloria. Bisognava ragionarli, spingerli al combattimento ad uno ad uno, minacciarli qualche volta, e rischiare, minacciandoli, qualche cosa di peggio che di non essere obbediti. Ma il Déroulède si affezionò a poco a poco i cacciatori come si era affezionati gli algerini, e li condusse a combattere, non inferocendoli ma persuadendoli, e dando per il primo l'esempio della pazienza, della fermezza e dell'audacia. Coi suoi cacciatori combattè davanti alla porta Maillot, entrò dei primi in Parigi, si trovò nella mischia delle strade, e assistette all'orrenda tragedia degli ultimi giorni della Comune. Qui, per testimonianza di tutti, spiegò una generosità eguale al valore. — Son venuto per domare la rivolta, pensava, e non per uccidere dei Francesi, — e perciò salvò la vita a quanti potè, protesse i feriti, difese i prigionieri, restituì alla famiglia dei disgraziati che erano creduti spacciati; tanto che delle donne del popolo gli gridavano: — È dei nostri! — al che egli rispondeva: — No, sono francese. — Si racconta questo perfino: che mentre stava mangiando in un'osteria, tra una barricata ed un'altra, un comunardo, sdegnoso, disse in modo da farsi sentire: — _Ça nous tue et ça mange._ — Ed egli rispose: — Uccidere è una dolorosa necessità, di cui non ho colpa; mangiare è un bisogno che vuol essere compatito. Mangiate con me, se credete di averne il diritto. — Non accetto il vostro pane — quegli rispose. — Allora accettate due lire, e mangiate per conto vostro. — Non accetto le vostre due lire. — Ho capito — rispose il Déroulède tranquillamente —; preferite di prendermele. Ebbene, siete libero, andate alla barricata più vicina, faremo alle fucilate, voi _attaccherete_ le mie due lire e io cercherò di difenderle. — Il comunardo rispose: — Ci vado — e il Déroulède lo lasciò andare. Per tutta la durata di quella lotta feroce, egli non si bagnò le mani d'altro sangue che del proprio, e fu l'ultimo giorno. La resistenza era agli estremi; poche barricate resistevano ancora, ma furiosamente. Il generale Dumont lo mandò, con una squadra di cacciatori, a pigliare dei cavalli a Belleville. Passando di corsa per un crocicchio, vide in una strada un ufficiale della legione straniera, che faceva alle fucilate, col suo plotone, contro una barricata difesa da tre cannoni, e sormontata dalla bandiera rossa. Vedendo quello spreco inutile di polvere, si fermò, e disse all'ufficiale: — È tempo perso: bisogna pigliar la barricata alla baionetta. — Fatelo — rispose l'ufficiale. — Lo faccio — rispose il Déroulède, e gettato un grido ai suoi soldati, si slanciò all'assalto. I comunardi li lasciarono avvicinare e fecero una scarica all'ultimo momento; il Déroulède, ritto sulla barricata, ricevette a bruciapelo una palla nel gomito, che gli spezzò l'osso, gli staccò l'avambraccio, e gli diede una contrazione orrenda alla mano. Ma la barricata fu presa, e il Déroulède, sostenendo colla mano destra il braccio stritolato, continuò ad avanzarsi, fin che, spossato dalla perdita del sangue, cadde fra le braccia dei suoi soldati. Così finirono per lui le avventure della guerra. Fasciato alla meglio, fu portato a casa, dove rimase tre mesi a letto, col braccio sospeso, curato da sua madre. E in questi tre mesi fece il primo volume dei _Chants du soldat_, che venne pubblicato verso la fine del 1871.

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In che modo un artista potente sia passato dall'oscurità alla fama, è sempre curioso a sapersi. Quei primi versi il Déroulède li aveva fatti proprio per sfogo dell'animo, agitato da mille ricordi in quella lunga immobilità della convalescenza, durante la quale la mente dell'infermo suole tanto più lavorare quanto sono più inerti le membra; ed era molto lontano dal prevedere, ed anche dallo sperare il successo che ottenne. Tanto è giusta la sentenza dello Schiller: che il vero ingegno è inconscio di sè nelle sue prime manifestazioni, perchè non trova nulla di straordinario — ed è naturale — in ciò che è sempre stato suo, e costituisce, per così dire, la sua intima natura. Nondimeno l'artista era già maturo nel Déroulède. Benchè giovane, infatti, ed esuberante d'ispirazione, capì che non conveniva fare _un gros volume de patriotisme_, e non pubblicò che una parte delle sue poesie, scelte fra le più brevi e le più spontanee. Un giorno portò il suo scartafaccio all'editore Lévy. Le poesie patriottiche pullulavano da tutte le parti: l'editore ricevette lo scartafaccio con diffidenza, e pregò il poeta di ritornare dopo alcuni giorni. Il poeta ritornò. — Ho letto le vostre poesie — gli disse il Lévy. — Non c'è male. Ma non c'è versi d'amore, non c'è canzonette allegre di bivacco, che sono il genere che piace. Ho paura che il vostro volumetto, scusatemi, annoi un poco. È troppo triste. — Che cosa volete? — gli rispose il Déroulède — ero triste. — Non potreste aggiungervi qualchecosa qua e là — gli domandò l'editore — per renderlo un po' più ameno? — Il Déroulède rispose che non poteva. — Ebbene.... — concluse il Lévy, — quando è così, bisogna che abbiate la bontà di pagare le spese di stampa. — Così fu convenuto. E poco tempo dopo uscì il volume, non preceduto da _réclame_ di sorta, quieto quieto come un povero libro rassegnato a tarlare nelle vetrine. In capo a un mese il Déroulède ripassò dall'editore a chieder notizie: lo trovò tutto sorridente. — _Mais ça va, mais ça va_, — gli disse, guardandolo curiosamente. In poche settimane si spacciarono dieci edizioni: il volume si divulgò da Parigi nelle provincie, si diffuse fra il popolo e fra i letterati, si sparse nell'esercito, entrò nelle scuole e nelle famiglie, diventò popolare prima che la critica l'avesse preso ad esame. Fra le altre mille poesie patriottiche e guerriere, quelle del Déroulède producevano un'impressione nuova: erano giovanili e gravi ad un tempo, fiere ed affettuose, eccitavano e consolavano, ed educavano; sotto l'amor di patria, vi si sentiva il coraggio; non v'era soltanto l'ardore del cittadino che predica il dovere, ma anche la coscienza del soldato che l'ha compiuto, e che ha acquistato a caro prezzo il diritto di alzar la voce; era una poesia forte e sincera, stata _più pensata che scritta, più vissuta che pensata_; tutta calda, e piena d'odor di sangue e di polvere, e sonante di ferro, senza gale letterarie, non vestita d'altro che della divisa semplice e succinta sotto a cui aveva palpitato il cuore del poeta, quando glie n'eran balenate le prime idee negli accampamenti. Allora si cominciò a domandare, a cercare chi fosse questo Déroulède, e ben presto le sue avventure di soldato diventarono popolari come le sue poesie, non solo, ma furono ingrandite, come accade sempre, e abbellite di una certa luce vaga di leggenda, che rese più simpatico e fece parer più alto il poeta; e formò un'aureola — ben meritata davvero — sul capo di sua madre.

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Tutti e due i fratelli, dopo la guerra, entrarono nell'esercito, poichè, come diceva il maggiore, la carriera militare era quella in cui un giovane, dopo una grande guerra perduta, poteva rendere più utili servizi al suo paese. Paolo Déroulède fu promosso luogotenente nei cacciatori a piedi, e appena entrato nel battaglione, nonostante il suo splendido successo di poeta, si consacrò tutto ai suoi doveri militari. — Non si può avere il cuore a due cose ad un tempo — disse tra sè; — ho da fare il soldato, devo bandir la poesia. — E la bandì in fatti. Si mise agli studi militari, fece dei corsi scientifici ai sotto uffiziali e ai soldati, tenne delle conferenze, si seppellì fra i regolamenti e i trattati di tattica; e in caserma, e in piazza d'armi, e alle grandi manovre, fu un uffiziale non solo coscienzioso, ma pedante, come uno di quei vecchi _troupiers_, per cui l'esercito è il mondo. Ma per quanto facesse, la poesia gli tempestava sempre nel cuore; tutte le volte che alla mensa degli ufficiali il discorso cadeva sulla letteratura, un'onda di sangue gli montava al viso, ed era costretto a pregare i colleghi di parlar d'altro, e di lasciarlo in pace; chè se no sarebbe schiattato. E strozzando così la musa col cinturino, servì fino al 1875. In quell'anno, facendo una corsa a cavallo, cadde di sella e si slogò un piede: a questa slogatura dobbiamo il secondo volume dei _Chants du soldat_. Durante la cura, che fu lunga, potendo occuparsi senza rimorso d'altra cosa che di studi militari, scrisse quattordici nuove poesie, mentre da tutte le parti della Francia, essendosi sparsa la notizia della sua piccola disgrazia, piovevano sul suo letto d'invalido biglietti di visita e condoglianze e buoni augurii. Guarì; ma non così bene da poter ripigliare il servizio, tanto più che la ferita toccata a Belleville gli si faceva risentire ad ogni passaggio di nuvola; e perciò si fece trasferire dall'esercito attivo nella riserva, e tornò a casa sua — ad aspettare il gran giorno. Il secondo volume dei versi ebbe la stessa fortuna del primo; e intanto le edizioni del primo salivano alla sessantina. I _Chants du soldats_ erano diventati il _vade mecum_ d'ogni soldato patriotta; s'imparavano a mente nei collegi, si declamavano nei teatri, si recitavano nei salotti, si ripetevano per le strade: Paolo Déroulède, come disse uno scrittore tedesco, «era divenuto il poeta patentato delle aspirazioni nazionali.» E quando, nel 1877, fu rappresentato all'Odéon un suo dramma in versi intitolato l'_Hetman_, nel quale, sotto un episodio della storia della Polonia, erano espressi i sentimenti, i propositi e le speranze della Francia, questa rappresentazione — a cui la povera madre del poeta si fece trasportare in lettiga — servì di pretesto a una grande dimostrazione patriottica. Il poeta era celebre ed amato: si colse quell'occasione per tributargli gli onori del trionfo. Accorsero al teatro rappresentanti di tutte le classi, i principi delle arti e delle lettere, i duchi d'Aumale e di Nemours, tutti i generali di Parigi, una legione d'ufficiali di tutte le armi, e una folla enorme; e sebbene il dramma fosse molto al di sotto della lirica, ottenne un successo trionfale. Intanto, anche le sue liriche erano passate sotto i denti della critica; ma per quanto il letterato sia stato discusso, combattuto ed anche straziato, il poeta rimase all'altezza a cui l'aveva sollevato di sbalzo il primo e spontaneo sentimento d'affetto e di gratitudine della nazione. Ora non v'è un cittadino francese che non conosca qualche verso del Déroulède, e che non l'ami come poeta e non lo ammiri come soldato. Quando Victor Hugo lo vide per la prima volta, gli disse: — Il vostro nome ha preceduto in casa mia la vostra persona, e bisogna che abbia fatto del rumore per venir fine a me, perchè oramai non sono più di questo mondo. — E mentre in Francia si leggono per tutto le sue poesie, i vecchi soldati d'Africa, nelle loro caserme d'Algeri, disegnano col carbone sui muri delle camerate il suo profilo caratteristico, con un gran naso aquilino, e dicono ai visitatori: _Celui-ci est monsieur Déroulède, le grand parisien, lieutenant des zouaves et avocat, un bon enfant...; mais un rude soldat tout de même._

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Ora vediamo la sua poesia.

Sono trentacinque canti, d'argomento e di metro diverso, che formano tra tutti lo scheletro di un piccolo poema, che potrebbe essere intitolato; _La Francia vinta_, nel quale s'alternano la narrativa e la lirica, l'ode e la canzonetta, il dialogo e la descrizione, e tutte le ire e tutte le angoscie che possono passare nell'anima d'un cittadino e d'un soldato durante una grande guerra sfortunata, che comincia con l'invasione e termina con la conquista. Finito di leggere, par di vedere un vasto quadro circolare, come un panorama, nel quale, sotto un cielo sinistro, per una sterminata campagna bianca, corrono torrenti neri di soldati, mischie orrende infuriano nelle gole dei monti, ardono villaggi, si sbandano divisioni, fuggono treni d'artiglierie, serpeggiano fiumi di sangue, e sul davanti s'alzano visi trasfigurati di moribondi, con gli occhi rivolti al cielo, che benedicono la patria per cui danno la vita. L'impressione che fa questa poesia sopra di noi italiani, in questo tempo in cui l'amor di patria è, per così dir, tranquillo e quasi nascosto nel nostro cuore, sia perchè son già lontani i ricordi dei grandi avvenimenti nazionali, sia perchè nessun'idea di un pericolo vicino ci scuote, somiglia a quella che farebbe su di un uomo maturo, tutto immerso nel lavoro e negli affetti sereni della famiglia, l'eco d'una musica lontana, che gli rammentasse qualche violenta e disperata passione dei suoi anni giovanili. Via via che procediamo nella lettura, riconosciamo quelle tristezze, quei dolori, quelle indignazioni; esse passarono altre volte per il nostro cuore; le abbiamo espresse con quelle parole, le abbiamo sfogate con quelle grida; e con le medesime ragioni abbiamo cercato di confortare il nostro orgoglio nazionale lacerato. Mutata la lingua, cangiati i Prussiani in Austriaci, quella potrebbe parere poesia scritta dopo Novara o dopo Custoza da un focoso luogotenente dei bersaglieri.

Uno dei sentimenti che il poeta espresse più potentemente è la tristezza lugubre che pesò sull'esercito e sul paese dopo i primi rovesci, e l'umiliazione che divorò l'anima del soldato. Ci ha dei quadretti grigi, con la pioggia all'orizzonte, e un reggimento che passa in disordine, così pieni di malinconia, di stanchezza, di ricordi dolorosi, di presentimenti funesti, che stringono il cuore. Per le vie dei villaggi, in mezzo a una folla immobile e fredda, sfilano in silenzio le compagnie e i battaglioni, dopo molti giorni di combattimenti disastrosi: i soldati col cheppì sugli occhi e il bavero del cappotto rialzato, gli ufficiali col capo basso, i tamburi muti, le bandiere lacere, tutti i visi pallidi e pesti; e si sente lontano il rombo del cannone tedesco. E il borghese spietato e insolente nella sua vigliaccheria d'egoista, dice a mezza voce: — Hanno avuto paura. — Par di sentirseli passare nel cuore, come lame di pugnale, gli sguardi gelidi di quella gente che non ama la patria, ma la vittoria, e che perduta la speranza, nega la compassione. E s'indovinano le lacrime di rabbia che deve aver versato il poeta. Ma non una di queste lacrime è caduta nei suoi versi: il suo amor di patria è più forte del suo orgoglio di soldato: egli respinge con parole tristi l'accusa di viltà, e perdona. Solamente un sorriso amaro gli sfiora le labbra, quando una signora, che guarda dalle finestre della sua villa il fuoco d'un bivacco notturno, e sfoga in parole entusiastiche la sua ammirazione per i turcos, cangia tuono ad un tratto e li chiama ladri e banditi, accorgendosi che bruciano la legna dei suoi boschi. Son pochi cenni qua e là, ma il contrasto occulto di sentimenti che nasce in ogni guerra sfortunata tra chi dà la vita e chi dà il danaro; tra chi mette al disopra d'ogni cosa l'onore e chi antepone a tutto la pace; tra la parte che forma i nervi e quella che forma il grasso flaccido e pigro d'una nazione, è reso magistralmente, con una mestizia grave, cento volte più efficace dello scherno, e più nobile dell'ira.