Ritratti letterari

Part 10

Chapter 103,753 wordsPublic domain

Il Coquelin ha ancora un merito tutto proprio, che è d'essere un grande declamatore di poesie liriche. Anzi tutto è maestro senza eguali nel dire i versi, che è quasi un'arte nell'arte, in cui non gli si avvicinano che il Got e Sara Bernhardt. È uno dei rarissimi attori che sian riusciti a liberarsi, fino a un certo punto, da quell'accento convenuto, da quel colorito generale che è quasi obbligatorio nella dizione degli alessandrini francesi, e che anche nell'espansioni più appassionate dell'animo tutti badano a conservare, come se fosse una necessità fondamentale dell'arte. Il Coquelin si liberò da questa psalmodia, da questa specie di musica sacra, come la definì la signora Stael, che si trasmette di generazione in generazione a somiglianza d'un vizio ereditario; e prese una via di mezzo tra coloro che cantano il verso, avvolgendo tutto in una sorta di melopea sonnolenta, che arrotonda tutte le linee e cancella tutti i contorni, e coloro che, sotto il pretesto della imitazione del vero, non badano nè a ritmo, nè a rima, nè a prosodia, e sacrificano interamente l'elemento poetico all'elemento drammatico. Egli ha saputo cogliere una certa armonia intermedia tra la parola e la musica, che nello stesso tempo accarezza l'orecchio e rende l'intonazione del discorso. E fa valere mirabilmente la bellezza della forma. Senza rivelar troppo l'artifizio, fa sentire tutte le variazioni del movimento ritmico, le ondulazioni della frase, le rime, le cesure, le attaccature dei periodi; rompe la monotonia degli alessandrini con una quantità di chiaroscuri delicatissimi; virgola e punteggia con una grande efficacia, e, grazie particolarmente alla sua maniera ferma e nitida di articolare le consonanti, ha una chiarezza di dizione — qualità indispensabile per i versi — che nessun attore ha mai superata. Oltrechè non è solamente interprete, ma critico e correttor vero del poeta. Nessuno meglio di lui sa afferrare, in una poesia, il filo del concetto principale, e attenercisi, malgrado le più viziose digressioni, e fare in modo che non se ne scosti menomamente l'attenzione degli uditori. È maestro nell'arte di velare i difetti della forma, di scivolare sulle lungaggini, di gettar ombra sulle parti deboli per raccoglier luce sulle forti, di far sfolgorare il verso capitale, e di scoprire e mettere in rilievo pensieri affogati dalle immagini, e sensi riposti, e finezze, e contrasti, che il poeta stesso non ha avvertiti. Ed esercita quest'arte nei salotti — dov'è invitato e pagato — il che è molto diverso, ed anche assai più difficile che esercitarla nel teatro; tanto che molti attori applauditissimi sul palco scenico, perdono ogni efficacia declamando versi in un cerchio ristretto d'uditori. Il Coquelin, invece, conosce ed osserva rigorosamente tutte le leggi delicate e difficili che impone la vicinanza dell'uditorio, col quale, anzi, qualche volta l'artista si trova confuso: smorza gli effetti, ristringe il gesto, attenua l'espressione del volto, modula in un modo particolare la voce, e dissimula accortissimamente l'attore drammatico sotto l'uomo di società. Perciò ottiene dei successi privati non meno splendidi dei successi teatrali, e rende, in questo campo, dei veri servigi alle lettere. È lui che ha diffuso, in questi ultimi anni, il gusto dei versi nella società elegante, che non badava prima che alla musica, e parecchi dei più illustri tra i giovani poeti della Francia debbono a lui il principio della propria fama. Egli recitò per il primo le poesie di Alfonso Daudet, che è suo amico intimo, di Paolo Déroulede, per il quale professa una viva ammirazione, di Jacques Normand, del Coppée, del Manuel, del Guiard. E non si può dire con che passione egli cerca queste poesie, con che piacere se le fa leggere in casa, per le strade, in carrozza, nei camerini del Brébant; come scatta ad ogni verso potente; come, senz'accorgersene, udendo leggere, prepara il gesto e l'atteggiamento del viso con cui dirà quella data strofa; con che impazienza, all'ultimo verso, strappa il manoscritto di mano al poeta, e con che bella e simpatica sicurezza di grande artista gli dice sorridendo: — Lasciate fare a me, che vi servirò da onest'uomo.

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Ma non è compiuto il ritratto del Coquelin se non gli si fa accanto uno schizzo di suo fratello, che è come una sua appendice; attore anche lui del _Teatro francese_, chiamato _Coquelin cadet_, per distinguerlo da Costanzo. Il Coquelin _cadet_ crebbe al calore del forno paterno accanto al fratello maggiore, e portò con lui il pane fresco ai buoni borghesi di Boulogne-sur-mer, con la faccia bianca di farina e le mani imbrattate di pasta. Quando il fratello maggiore dava i primi segni della sua vocazione drammatica, lui ancora bambino s'ingegnava già d'imitarlo, gesticolando e balbettando dei versi; e quando più tardi il fratello gli confidò i suoi disegni ambiziosi, anch'egli cominciò a riscalducciarsi la testa e a vagheggiare il teatro. Partì il fratello, passò qualche anno: Coquelin _cadet_ pensò di manifestare le sue intenzioni al padre; ma non osava, perchè suo padre contava fermamente su di lui per tramandare ai posteri il suo forno. Nondimeno un giorno si fece coraggio e tirò la schioppettata. Si ripetè la medesima scena che era seguita col primogenito; ma questa volta con un po' di scandalo. Il buon fornaio, udendo per la seconda volta quelle fatali parole: — Voglio fare l'artista drammatico, — alzò la testa dalla madia, e guardò il figliuolo con due occhi grandi come due scudi. — Ma dunque — disse, incrociando le braccia — è proprio destino che io non ne debba salvare neppur uno dei miei figliuoli! _C'est comme une peste qu'ils ont tous. Je ne comprends pas. Où ont-il donc attrapé ça, mon Dieu!_ — Ma dopo un po' di contrasto, si rassegnò, e lasciò partire il ragazzo per Parigi, dove fu ricevuto al Conservatorio, poco dopo arrivato. Aveva ingegno e attitudine grande all'arte; ma non l'esuberanza di vita, e le facoltà poderose e splendide del fratello. Perciò il suo noviziato fu più duro e più lungo. Ma riuscì; riportò anzi il primo premio del Conservatorio nel 1867, e si presentò per la prima volta sulle scene della _Comédie française_, facendo il _Petit-Jean_ nei _Plaideurs_, il 10 giugno 1869, otto anni dopo che aveva esordito suo fratello, il quale, con pensiero affettuoso, volle recitare accanto a lui quella stessa sera, nella medesima commedia, nella parte dell'_Intimé_. Coquelin II piacque. D'aspetto, somiglia molto al fratello; ed è forse anche più comico, benchè abbia i lineamenti meno risentiti: gli basta entrar in scena per far ridere. Ma l'indole drammatica è diversa: egli ha piuttosto la comicità inglese, — umoristica — un po' fredda, che si fa capire più che non si faccia valere; ed è attor fino e originale; e quel ch'è più curioso, lontanissimo da ogni idea d'imitazione di suo fratello; del che diede una bella prova fin da principio nella commedia _Le mari qui pleure_ di Jules Prével, in cui fece la parte dell'avvocato Laroche, già sostenuta mirabilmente dal primo Coquelin, in una maniera diversa affatto, e non meno ingegnosa nè meno applaudita. Il fratello maggiore, ciò nondimeno, sta tanto al di sopra dell'altro, da non potersi nemmeno istituire un paragone fra loro; per il che questa bella fraternità non è macchiata di gelosia. L'_aîné_ ama il _cadet_ più che da fratello, da padre; e quando nella stanza di studio passa la mano sotto il mento d'un suo bustino in bronzo, dicendo scherzosamente: _voilà mon petit frère_, — gli si sente nella voce un grande affetto, e gli si leggono negli occhi mille cari ricordi — di quando trottavano insieme per le strade con le focaccie calde nel paniere, e riportavano il gruzzolo dei soldi al buon babbo, curvo sulla madia, tanto lontano dal pensare che un giorno i suoi due piccini avrebbero fatto rimbombare d'applausi il primo teatro del mondo, e che il suo povero forno sarebbe diventato famoso.

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Ora il Coquelin è nel pieno vigore della sua virilità artistica e forse nel periodo più felice della sua carriera. Figliuol di grazie del «Teatro francese,» amico intimo di potenti, accarezzato dai poeti, ricercato di consigli e d'aiuti da tutti i giovani commediografi, glorificato come artista, riverito come mecenate letterario, e carico di quattrini, non ha più nulla da desiderare, fuorchè delle belle commedie. Ma non pensa a sè solamente. Sollecitato da mille parti per recite di beneficenza, egli s'arrende a tutte le preghiere, abusando anche delle proprie forze, e fa del bene a moltissimi; tanto che ha un salotto pieno di medaglie e di ricordi preziosi che gli offersero, e gli offrono di continuo, in segno di gratitudine, Società operaie e Istituti e Comitati di soccorso d'ogni natura. È pure dilettante di belle arti, ed ha un piccolo museo di quadri del Meissonier, del Bonnat, del Fortuny, del Détaille, — in parecchi dei quali è ritratto lui, nelle spoglie di Mascarille e di Cesare di Bazan, con quel riso indefinibile e irresistibile, a cui deve una gran parte della sua potenza d'artista. Della quale potenza uno potrebbe farsi benissimo un'idea, senza essere mai stato al teatro, solo trattenendosi un'ora ogni mattina nella sua anticamera; dove si trovano sovente insieme il commediante famelico che viene a implorare un sussidio che non gli è mai rifiutato, la signorina americana che vuol pigliar lezioni di dizione francese, l'impiegato che desidera una croce, l'ufficiale che ha bisogno d'un traslocamento, e qualche volta persin dei prefetti, dei magistrati e dei vescovi, che non isdegnano di raccomandarsi a Sganarello per ottenere un piccolo favore dal Governo. Ed egli riceve tutti con quel gran naso voltato in su, pieno di bonarietà e di buon umore, ruminando dei versi del Molière durante i discorsi lunghi, e rimanda tutti, se non soddisfatti nei loro desideri, contenti almeno di aver visto una volta da vicino quella maschera formidabile, che da venti anni fa rider del suo riso e pianger delle sue lacrime Parigi.

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Così fatto, o presso a poco, è il celebre Coquelin, il quale (per terminare con una buona notizia) sta pensando a raccogliere una Compagnia d'artisti valenti per fare un giro in Italia, e dare una serie di rappresentazioni in tutte le città principali.

PAOLO DÉROULÈDE

E LA POESIA PATRIOTTICA.

Riparliamo un po', qualche volta, della nostra vecchia poesia patriottica. Quando lavoriamo nelle nostre stanze di studio, in mezzo a giornali e a lettere d'amici di tutte le parti d'Italia, e a libri che racchiudono tutti gli sforzi e tutte le audacie del pensiero umano; ed esprimendo liberamente il nostro pensiero, che circolerà liberamente da un capo all'altro del paese, godiamo, anche non pensandoci, di respirare l'aria della nostra libertà, e di sentirci dentro il soffio d'una patria grande e potente; noi dovremmo di tratto in tratto rivolgere uno sguardo a cinque o sei volumetti, quasi dimenticati in un angolo della nostra biblioteca, sui quali sono scritti i nomi del Berchet, del Rossetti, del Mameli, del Poerio, del Mercantini; e ricordarci che se l'entusiasmo non può essere più vivo per essi, deve durare almeno la gratitudine. La critica ha sviscerato quei versi con la sua mano gelata e spietata; onde nuove di poesia vi son passate su, e ne hanno sbiaditi i colori; sono invecchiati i metri e le immagini; e non ci paiono più che scintille quelle che erano lingue bianche di fuoco; ma che importa? Quando rileggiamo quelle poesie nel cuore della notte, nel silenzio della nostra stanza, qualche volta saltiamo ancora in piedi, con una fiamma sulla fronte e un singhiozzo nel cuore. Quanti grandi e cari ricordi non ci risvegliano! Quelle vecchie strofe impetuose e sonore, dei giovinetti le hanno pronunciate sui campi di battaglia, per incoraggiarsi a morire; dei feriti le hanno smozzicate fra i denti, mentre i ferri del chirurgo cercavano nelle loro carni palpitanti le schegge della mitraglia tedesca; dei moribondi le hanno balbettate nel delirio dell'agonia; le hanno ripetute mille volte, nell'oscurità delle secrete, i prigionieri di Mantova, dei Piombi e di Castel dell'Ovo; le hanno cantate gli esuli nella miseria; le hanno mormorate i martiri ai piedi dei patiboli; migliaia d'italiani intrepidi le hanno divulgate per tutte le provincie, a rischio della libertà e della vita; migliaia di donne le hanno trascritte in segreto, di notte, col cuore tremante, mentre suonava nella strada il passo del poliziotto straniero; un'intera generazione le ha coperte di baci e bagnate di lacrime e tinte di sangue, quelle vecchie strofe benedette, piene di sdegni, di minaccie e di consolazioni sublimi. Ed anche noi, fanciulli nel quarant'otto, giunti appena in tempo ad assistere al trionfo della nostra rivoluzione, quando quelle poesie sonavano già liberamente per quasi tutta l'Italia, quanto le abbiamo sentite ed amate! Bambini, le abbiamo udite recitare da nostro padre, con gli occhi pieni di pianto; e non le capivamo ancora, che già ci rimescolavano il sangue. Più tardi, le abbiamo divorate sui banchi della scuola, tra la grammatica latina e la grammatica greca, mordendoci le mani dalla rabbia d'amor di patria che ci mettevano nel cuore. Poi le abbiamo declamate per le vie delle nostre città, e dalle finestre delle nostre case, nelle belle notti stellate, trasportandoci col pensiero negli accampamenti dei nostri fratelli, che combattevano nelle pianure di Lombardia o sui monti di Sicilia, addolorati e umiliati di non esser con loro, costretti ad arrestarci ad ogni strofa perchè l'emozione ci strozzava la voce e ci faceva tremare le labbra. Come ci sarebbe parso insensato e miserabile allora chi fosse venuto a farci il pedante sulla forma di quella poesia che ci usciva in grida e in ruggiti dal più profondo dell'anima! Che importava a noi che il Berchet avesse delle frasi barbare e dei versi duri, che la strofa del Rossetti fosse troppo ricca di suoni, che il Mameli fosse ineguale, che il Mercantini fosse negletto, e che il _21 marzo_ di Alessandro Manzoni rigurgitasse di similitudini? Ognuno di quei versi era un grido uscito dalle viscere della patria; in ogni strofa si sentiva l'eco lontana d'una battaglia; era una poesia sacra, che sollevava il nostro pensiero e il nostro cuore al di sopra di tutte le volgarità della vita; che ci rendeva più affettuosi con la famiglia, più buoni con gli amici, più arditi nei pericoli, più forti contro i nostri piccoli dolori; che entrava persino nei nostri amori d'adolescenti, e vibrava nelle nostre prime parole amorose, e mescolava delle lagrime nobili e virili ai nostri primi baci. Chi non ha adorato il Berchet, per esempio, e baciato cento volte il _Romito del Cenisio_, e desiderato di vedere una volta il poeta per curvare dinanzi a lui la sua fronte ardente di giovanetto, come dinanzi all'immagine viva della patria armata e insanguinata? Chi di noi, a quindici anni, non s'è sentito uomo, poeta, soldato, capace d'ogni grande sacrifizio e d'ogni ardimento più generoso, leggendo _O morte o libertà_ e la _Spigolatrice di Sapri_? Quei versi hanno avuto una parte così larga e profonda nella nostra educazione di uomini e di cittadini, che ci pare quasi che saremmo altri da quelli che siamo, se non li avessimo conosciuti; essi si sono confusi nella nostra coscienza con le esortazioni vigorose di nostro padre, coi consigli magnanimi di nostra madre, con tutti gli esempi di virtù e di grandezza che abbiamo ricevuti nella vita; e sono diventati una forza intima della nostra natura. E li dimentichiamo sovente, e per lungo tempo, perchè siamo ancora nell'età in cui le speranze tengono maggior luogo che le memorie, e l'amore del presente soffoca il rimpianto del passato. Ma, avanzando negli anni, quando comincieremo a volgerci indietro, e ad evocare la nostra giovinezza per consolarci della virilità moribonda, allora, nel segreto del nostro cuore, pagheremo intero il nostro debito di gratitudine ai vecchi poeti della patria; tutte quelle poesie gloriose ed amate ci baleneranno alla mente, di lontano, nella nebbia rosea della nostra adolescenza, come una legione di guerrieri scintillanti di ferro; e le ripeteremo ai nostri figliuoli con lo stesso tremito nella voce con cui le hanno dette a noi i nostri padri; e i nostri figliuoli le sentiranno, speriamolo, con lo stesso cuore con cui noi le abbiamo sentite.

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Questi sentimenti deve ravvivare in sè chiunque voglia giudicare rettamente un poeta nazionale straniero, sia il Riga o il Quintana o il Körner o il Déroulède. Ma è quasi inutile avvertirlo. Non c'è uomo che ami la propria patria, il quale leggendo la poesia patriottica, fortemente sentita, d'un poeta straniero, qualunque sia il suo paese e quali che siano i sentimenti che questo paese gl'ispira, non si compenetri a poco a poco, involontariamente, della passione del poeta, e non comprenda quindi e non giustifichi nella sua coscienza tutti quei sentimenti e quei giudizi che ad un lettore freddo possono parere ingiusti, superbi, temerari, e qualche volta anche puerili. Chi non sente nel cuore la poesia patriottica di un popolo straniero, non ha sentito neppure la propria. A costoro è inutile rivolgersi. Perciò noi presentiamo il Déroulède e le sue poesie soltanto a quegli italiani che, amando ardentemente la loro patria, sentono rispetto e simpatia per tutti gli stranieri che amano ardentemente la propria, e capiscono che ognuno ha diritto d'essere altero e violento — ed anche ingiusto — quando difende sua madre. Per costoro è anche superfluo combattere il pregiudizio volgare, secondo il quale la poesia patriottica, perchè tende a muovere dei sentimenti che vibrano in tutti potentemente, o a cui tutti hanno l'animo predisposto, è meno difficile d'ogni altro genere di poesia, e non può dare la misura giusta dell'ingegno di un poeta. Il critico sensato sa misurare l'ingegno del poeta a traverso a tutti i sacrifizi ch'egli ha dovuto fare della devozione estetica, come la chiamava il Berchet, alla devozione civile; indovina il pensiero nel grido; completa da sè la poesia troncata da un colpo di spada; e crede che, appunto quando una nazione è eccitata dall'amor di patria, ed empie il mondo dei suoi clamori, occorra una voce straordinariamente poderosa per far volgere il capo alle moltitudini, un canto singolarmente ispirato per sollevare al di sopra della propria passione dei milioni d'uomini, di cui ciascuno è un poeta. La qual cosa è provata anche da ciò, che non sono più numerosi i poeti patriottici potenti e durevoli, presso qualunque nazione, di quello che siano i poeti eccellenti negli altri campi della poesia. Certo l'amor di patria è un affetto comune; ma è di questo affetto ciò che un grande poeta disse dell'amore: che tutti credono d'averlo provato o di essere atti a provarlo nel massimo grado; mentre le differenze nella facoltà di amare sono tante e tanto grandi fra gli uomini quanto quelle che passano tra loro nell'ordine dell'intelligenza. Non basta infatti unire all'ingegno l'amor di patria, per riuscire poeta patriottico: bisogna sentir questo amore così intensamente, da poterne profondere intorno a sè dei torrenti, e aggiungerne a tutti coloro che credono di non poterne più ricevere, obbligandoli ad accettare il poeta come interprete della loro passione, e a riconoscere in lui un'anima più ardente e più forte e più alta dell'anima loro. Migliaia di poesie patriottiche, nei tempi di ribollimento nazionale, sorgono, si diffondono e scompaiono: non restano che quelle dei poeti ch'ebbero anima e cuore di grandi cittadini, e tempra di soldati, e nerbo d'atleti; i quali o fecero o avrebbero fatto quel che incitavano a fare, e o suggellarono i loro canti col sangue, o li prepararono nell'avversità che fortificò ed innalzò il loro cuore. Il Berchet scrisse i suoi canti sospirando la patria da cui era proscritto; il Rossetti pagò le trenta strofe del suo inno alla Libertà con trent'anni d'esilio; il Mameli e il Körner morirono sul campo di battaglia; Riga sul patibolo. Perciò noi nutriamo per i grandi poeti patriottici un sentimento particolare di riverenza, e consideriamo come uomini intrepidi, che abbiano non meno operato che scritto, anche quelli tra loro che non uscirono dal campo dell'arte; e ce li rappresentiamo nella storia della letteratura, raggruppati in disparte, con una cicatrice sulla fronte e una bandiera nel pugno.

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Che posto occupi tra questi poeti Paolo Déroulède, che tocca ora appena i trentaquattro anni, non si potrebbe dir meglio che con le parole di un critico arguto e dotto, ungherese di nascita, ma tedesco di studi e di simpatie, che ne ragiona di passata in un suo notissimo libro, assai malevolo per la Francia; il che toglie ogni sospetto ch'egli possa peccare di parzialità per il poeta francese — a lui sconosciuto. Il Déroulède, egli dice fra l'altre cose, è uno di quei poeti che non possono nascere che in una nazione vinta. Quasi ogni nazione ebbe nella sua storia un'epoca, in cui un solo pensiero la possedette: il pensiero della lotta e della vendetta. Allora i bimbi si baloccano con le sciabole e coi fucili, i ragazzi fanno ai soldati, i giovani si rallegrano d'aver una vita da spendere per la patria, gli uomini si preparano ai grandi sacrifizi, e i vecchi si dolgono di non essere più atti alle armi. In tali epoche l'egoismo sparisce e vengono alla luce nobilissimi esempi di virtù cittadine. Ogni uomo sente che tutto il suo sangue dev'essere consacrato alla gran lotta e ogni donna riconosce che il primo dei suoi doveri è quello d'accendere il coraggio degli uomini. In questa condizione si trovarono la Spagna nel 1812, la Polonia nel 1830, l'Italia fino al 1866; questo pensiero ha suscitato la potente Germania del 1814; questo pensiero ha fatto sorgere quella scuola di poeti, fra cui i più insigni sono il Rückert, l'Arndt, il Körner, lo Schenckendorf, l'Eichendorff. Non si può dire assolutamente che la nazione francese si trovasse, dopo il 1870, in simili disposizioni; ma Paolo Déroulède è senza dubbio un poeta di quella levatura. Le sue poesie sono le prime di questo genere in Francia. Canzoni bellicose la «grande nazione» ne ha abbastanza, cominciando da quelle del Boileau, che pareva dimenassero la coda davanti al ridicolo _Roi Soleil_, e venendo fino a quelle, che trovarono in Napoleone primo un più degno oggetto dei loro entusiasmi; nè mancano pure nella letteratura francese poesie che eccitino all'odio e al disprezzo delle nazioni vicine; e forse in questo genere spetta la palma al famoso _nous l'avons eu votre Rhin allemand_. Ma poesie piene di profondo dolore per le sventure sofferte, di esortazione virile al raccoglimento, al lavoro e alla preparazione, per il gran giorno della resa dei conti; di sentimento del dovere, di spirito di sacrificio, di ferma risoluzione nel proposito di ritemprarsi l'animo e le membra per ritentare una prova suprema, tali poesie son nuove nella letteratura francese. La sola _Marsigliese_ del Rouget de l'Isle s'avvicina a questo genere e sorse del pari in un tempo di sventura nazionale profondamente sentita; ma Paolo Déroulède, il soldato del 1870, è poeta ben più grande del luogotenente d'artiglieria del 1791; poichè nella _Marsigliese_ predominano ancora la declamazione, la millanteria e il reboante, mentre i _Chants du soldat_, semplici e profondi, esprimono il sentimento, la modestia e la dignità virile. Così dice uno scrittore che bistratta la Francia per cinquecento pagine, negando ai francesi persino lo «spirito» che anche i nemici più accaniti son disposti a riconoscere in loro — indulgentemente.

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