Rinaldo ardito: Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale
CANTO V.
I.
Chi veder vole un bel giardino ameno, Che sia de' riguardanti allo occhio grato, De ordini il veggia e varietadi pieno, Chè cum tal variar si fa più ornato; Così un poema sta nè più nè meno, Che esser de' vario in tutto et ordinato; Così varia il pittor col suo pennello, E per il variare il mondo è bello.
II.
Però, Signor, se bene io vi parlai Poco anzi di re Carlo e di Leone, Bene alloggiati tutti io vi lassai Di careccie, di cibi e di mesone,[264] E parmi aver di lor parlato assai; Sicchè tornare io voglio al fio[265] d'Amone, Qual per amore ha l'anima gioconda, Cum la sua bella e umiliata Ismonda.
III.
Avea Ranaldo ormai sì intenerita E scaldata d'amor la bella dama, Che l'uno e l'altro come la sua vita, E il cuor del petto suo si aprezza et ama; Non è la dama più nel cuor smarrita,[266] Ma tacendo conferma, e l'amor brama; Ranaldo di scaldarla mai non resta, L'abbraccia, l'accareccia, e falle festa.
IV.
Ma mentre stan li amanti in tal diletto, Nè più la dama ormai fa resistenza, E sperano d'amor l'ultimo effetto, Nè vi è chi lor ne faccia conscienza, Entrar li fece in subito suspetto Un rumor grande, e strana appariscenza Ch'ivi comparse[267] e fe' sorger Ranaldo, Che era in quel punto tutto d'amor caldo.
V.
La dama non men presta in piede sorse, Insieme vergognosa e tremebonda, Subito apresso al suo Ranaldo corse, Come dir voglia: guarda la tua Ismonda; Ma ben presto Ranaldo le soccorse. Ma voglier[268] mi bisogna a una altra sponda, Nè dir vi posso or questa istoria tutta, Che meglio gusta il ber bocca più asciutta.
VI.
Io vi lassai sì come Bradamante Seguito avea Ranaldo: per trovarlo Passati ha i Pirenei,[269] e va più avante, Che al tutto si è disposta a seguitarlo; Volse il camin pigliar[270] verso Levante, Che anco Ranaldo spesso solea farlo; Poi come spinta da furor divino[271] Verso la Spagna prese il suo camino.[272]
VII.
E longamente nella Spagna errando, Or nella Catalogna, ora in Castiglia, Pur di Ranaldo va sempre cercando, E cerca l'Aragona e la Siviglia; Di cercarlo non resta, e nol trovando Verso Valenza alfine il camin piglia, Più presto non sapendo ove si andasse, Che di veder la terra desiasse.
VIII.
E quasi apresso alla cittade essendo, Vide uscir fuori una gran gente armata, E in mezzo a quella sopra un carr[273] piangendo Cum l'una e l'altra man drieto legata Era una dama, quale a fuoco orrendo A morir crudelmente[274] è condennata; E sì pietosa piagne,[275] e aiuto impetra, Che mosso aria a pietade un cuor di pietra.
IX.
Cum una benda aveva la donzella Legati li occhi, come allor si usava, Che non vedendo il suo tormento quella, Così forse il morir manco le agrava; Però bench'essa fusse in viso bella, Per quella benda allor nol dimostrava; Ma pietosa era nel suo pianger tanto, Che gentil si mostrava insin nel pianto.
X.
Bradamante che amor[276] la dama vede Fra gente tanta, et ode lamentarla, La causa di tal cosa a un pagan chiede, Qual le rispose che volean brugiarla, Ne più[277] risposta poi a quella diede; Ma Bradamante che ode lamentarla,[278] Soffrir non puote, e la visera abbassa, La lanza arresta e contra al capo passa.
XI.
Era capo di quelli un mascalzone Maggior de li altri più d'una gran spana,[279] Largo in le spalle, e grosso di ventrone, Tagliato ha il viso, e guardatura strana; E sin nell'ossa, a dirlo, era poltrone, Che ha 'l corpo grande, e il cuore di puttana; Ma in tutta Spagna mai non fe' natura, Quanto era in quello, la maggior bravura.[280]
XII.
Tutto era armato di armatura bianca, E sopra li altri di statura avanza; Or Bradamante, quella dama franca, Verso di quello accosta la sua lanza; E proprio al petto nella parte stanca Il ferr[281] li pose cum tanta possanza, Che più di un palmo lo passò di dietro, Come di giaccio fusse o fragil vetro.
XIII.
Poi subito recossi in man la spada, E al resto di color cacciossi adosso; Non così secator atterra biada, Quanto essa di color fa il terren rosso; Scampale ognun davanti e fale strada, Che quanto gionge taglia insino all'osso; Tal fende al petto, e tale alla centura, E chi non gionge, caccia di paura.
XIV.
Fu in breve spazio sbarratato il piano, E abbandonato cum la dama il carro; Fugì ciascuno che volse esser sano, Morto quel capo lor poltron bizzarro; E nell'arcion la dama cum la mano Trassessi presto più ch'io non vel narro; E via fugendo quella dama porta, E cum parol la inanima e conforta.
XV.
Lontana da Valenzia la condusse, Sempre[282] spronando forte il suo destrero, Tanto che esistimò che salva fusse, Nè più di essere offesa ebbe pensero; E in ripa a un fiume appunto la ridusse, Ove era naturale un bel verzero Di mille frutti et erbe delicate, Vaghe di sua verdura, e di odor grate.[283]
XVI.
Ivi slegolla, e gli occhi le disciolse, E in terra dall'arcion repose quella, E alquanto reposarse anch'essa volse, E allor d'un salto si levò di sella; Dapoi la dama apresso si raccolse, Guardolla in viso, e ben le parve bella, Che per la benda che avea a li occhi involta, Bellezza le era e la apparenzia tolta.
XVII.
E subito pietà di quella prese Maggior che pria la forte Bradamante, E all'altra dama chi fusse chiese, E qual cagion la indusse a pene tante; Quella che sempre Bradamante crese Esser non donna, ma barone aitante, Rimase del suo onore in gran suspetto, E più d'un gran suspir gittò dal petto.
XVIII.
Poi le rispose: Sapi, cavaliero, Che per mio ben da Dio fusti mandato, Che di ciò che mi chiedi io dirò il vero, Che molto ben da me l'hai meritato. Ma perchè dirvel poi più ad agio io spero, Queste per or vi lasso in quel bel prato, Che poi fur, per averle nelle mani, Assai cercate da' Valenziani.
XIX.
Le dame io lasso et a Ranaldo io torno, Che disturbato fu dal suo piacere, Nè fu sì lieto mai quanto quel giorno, Se si potea la dama allor godere; Onde restonne cum disconzo[284] e scorno, Che ben perfetto non si puote avere; E subito al rumor recossi in mano La sua Fusberta il sir di Montalbano.
XX.
Riguarda quello, e vede giù da un monte Scendere un toro fra tre vacche belle, E un pastor grande, che di fresco monte[285] Tutte le aveva, seguitava quelle, Che avea un solo occhio in mezzo della fronte, Nè già vi scrivo favole e novelle; Che grande era quello occhio a ponto a ponto Quanto quatro comuni a giusto conto.
XXI.
Questo non crederà qualche vulgare, Che poco sale nella zucca serra, Chè sol dà fede a quel che all'occhio appare Il vulgo ignaro che vaneggia et erra: Come che a un cieco descriveste il mare Quanto sia grande, e i monti[286] della terra, E la torr[287] di Babel, e che vi è gente Che tutta è nera, crederebbe niente.
XXII.
Ma talor più ragion che 'l senso vede, Chè lo intelletto è di maggiore altezza, E i mostri di natura esser concede, Anci più volte il sentimento sprezza; Chi crederia che 'l sol, che par de un piede A nui che siam qua giuso, di grandezza Della terra maggior sia per natura Centosessantasei volte[288] a misura?
XXIII.
Se creder non volete ai scritti miei, Prestate fede almeno al buon Turpino: Credete il ver, ch'il falso io non direi, Non son greco bugiardo, ma latino; Chi crederebbe la essenzia di Dei, La providenzia e lo ordine divino? La fede è sol del certo incerto a nui, Credete mo' quel che ne piace[289] a vui.
XXIV.
Ora tornando al mio primo proposto, Le vacche costui guida alla campagna, E come sopra vi narrai, composto Longamente pastor, nasciuto in Spagna; Ma di veder la Franza era disposto[290], Che del steril paese assai si lagna, Quale è gran parte nel paese ispano, Però se n'è partito, e va lontano.
XXV.
E dove era Ranaldo cum Ismonda Apunto apunto si trovò per caso; Ranaldo che sua sorte assai gioconda Sturbar si vede, e n'è privo rimaso, Tanto si sdegna, e tal furor gli abonda Che foco soffia per la bocca e naso; E cum Fusberta in mano a gran furore Andò Ranaldo contra a quel pastore.
XXVI.
Più non si mosse allor quel rozzo e brutto Pastor, come ivi alcuno non vedesse, E che securo si trovasse in tutto, O contra a lui un fanciullino avesse; E mossessi[291] il gran tor[292], quale era instrutto, Che se in lor danno alcuno si movesse, Debbia quel toro cum le corna urtarlo, E cum quel colpo occiderlo o atterrarlo.
XXVII.
Mossessi il toro allor cum gran rovina, E a un urto riversò Ranaldo al piano, Proprio nel ventre cum la fronte china La bestia gli fermò quel colpo strano; Tramortito è Ranaldo, e la meschina Ismonda piagne e si lamenta in vano, Che subito il pastor quella pigliava, E in mezzo alle tre vacche la cacciava.
XXVIII.
Come una belva fusse o un'altra vacca, Innanzi si cacciava Ismonda bella, E così nell'onor la offende e smacca, Che assai più che 'l timor molesta quella; Nel cuor dogliosa, e già nel pianger stracca Non ardisce gridar, nè pur favella, Però che se piangesse, avea timore Che 'l tor non la offendesse o quel pastore.
XXIX.
Così lassando oppresso il suo campione, Ismonda fra le vacce[293] caminava, Il mostro che chiamato era Burone, A un folto bosco oscuro la guidava; La giovane tra se chiama Macone, Ma nulla alla meschina allor giovava; Prima tre or che fusse risentito Stette Ranaldo in terra tramortito.
XXX.
Ma poi che fu risorto, a Ismonda[294] il core Subito volse et ogni suo[295] pensero, Come colui che le portava amore, E per cercarla ascese il suo destrero; Nè la vedendo, scoppia di dolore, Che pur potette assai, a dire il vero: Maledisse il pastore e la fortuna, E intanto giunse allor la notte bruna.
_Manca la continuazione_
INDICE DI TUTTI I NOMI PROPRI CONTENUTI IN QUEST'OPERA.
_Il numero romano indica il Canto, e l'arabo la Stanza._
A
ALARDO fa strage de' pagani, III. 7.
ALDROVAGI combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
ALFONSO I d'Este vince i nemici colla prudenza, III. 3; pericoli corsi con Giulio II per favorire i Francesi, 4; sue vittorie e sue lodi, 5 e seg.
AMORE carnale, sue varie distinzioni, III. 16 a 34.
ANSELMO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
ANTIFORO figlio di Arimonte si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, III. 12.
ARDUBALASSO abbatte Dudone e lo fa prigioniero, II. 95; fuga i cristiani, 96; s'azzuffa con Oliviero, ed è abbattuto da Gano, 98, 99.
ARIDEO accorre in camera di Galliciana al romore suscitato da Libichello, II. 50; si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, III. 12.
ARTIRO affricano combatte contro Salomone, I. 2; si spinge contro i cristiani, II. 68; muove contro Salomone e si attacca seco, IV. 16 e seg.; è dalla folla impedito il combattimento, e fa strage di Cristiani, 21 e seg.
ASTOLFO fatto prigione dai pagani, II. 100; spinto contro di essi da Uggero, uccide un Amirante quindi Partenio, Validoro e Iverso, IV. 23, 24, 25.
B
BALUGANTE manda Bravante contro i cristiani, II. 60; spinge nella battaglia Ardubalasso, 95; manda Marcaluro in soccorso de' pagani, 104; è messo in fuga dai Cristiani, III. 9. Accetta la sfida della battaglia da Uggero, IV. 15; suo sdegno nel veder uccidere tanti de' suoi, 22; ordina ad Odrido di entrare in battaglia, 23.
BASTIA luogo del Ferrarese ripigliato agli Spagnuoli da Alfonso I d'Este, III. 4.
BELTRAMO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
BERTOLAGI combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
BRADAMANTE chiamata da Oliviero in soccorso de' cristiani, II. 62; colla lancia abbatte Armeno, 63; uccide Chiariolo, _ivi_, Glorio, Lampruccio e Meleardo, 65; ferisce Odrido, 69; è assalita da Bravante, _ivi_; assale Rinaldo sconosciuto e lo insegue, 80, 81; lo riconosce, 85; intende da esso la trama contro i pagani ordita, 86; corre a Parigi ed espone la cosa ad Uggero, 89; insieme a Ricciardetto muove contro i pagani, 101, 108; ne uccide molti, III. 7. Suoi viaggi per ritrovar Rinaldo, V. 6 e 7; sua avventura in Valenza, 8; salva una donzella chiamata Ismonda che dovea esser arsa, 10 e seg.; se la pone in groppa e la porta via, 14; si riposa con essa in riva d'un fiume, 15 e seg.
BRAVANTE fa strage di cristiani, ed abbatte Rodoardo, II. 60, 61, 68; assale Bradamante, 69.
BUFFARDO combatte contro i cristiani, II. 59, 68, e contro Dudone, 71; vien da esso abbattuto, 73; risorge e infuria tra' cristiani, 75.
BURONE, pastore con un solo occhio, assalito da Rinaldo, V. 25. Abbattuto Rinaldo dal toro si spinge innanzi Ismonda vituperandola, 28.
C
CALIFA abbattuto da Rinaldo, II. 104, 105; suo smarrimento nel vedersi ingannato, 108.
CARLO con la sua schiera entra in battaglia contro i pagani, dopo essere informato da Uggero della trama di Rinaldo, II. 102; festeggia per la vittoria riportata su' pagani, IV. 26; invita alla corte i suoi baroni per ricompensarli e prepararsi alla conquista del S. Sepolcro, 27, 28; riceve il messaggero che gli espone l'arrivo di Gualtiero da Monlione, 29; di Desiderio di Pavia, 30; di papa Leone Terzo, _ivi_; sua letizia per ciò, 31 e seg.; suoi ordini pel ricevimento del pontefice, 33, 35; gli va incontro con Turpino e tutto il clero di Parigi, 30 e seg.; sue lodi all'Italia e agl'Italiani, 38 e seg.; assegna la stanza in Parigi a tutta la baronia accorsa, al papa e ad altri dignitarj ecclesiastici, 59.
CHIARIOLO di Soria ucciso da Bradamante, II. 64.
D
DESCRIZIONE del giardino di Venere, e suo carro trionfale, III. 15 e seg.
DESIDERIO re di Pavia in aiuto di Carlo per la conquista del S. Sepolcro, IV. 30.
DORANIO attende il momento di spingersi contro i pagani II. 110; li mette in rotta, III. 8; ammira la pompa sacra nel ricevimento in Parigi di papa Leone Terzo, IV. 58.
DUDONE chiamato da Uggero in soccorso de' cristiani, II. 62; fa strage de' pagani, 67; si azzuffa con Buffardo, 71; lo abbatte, 73; è abbattuto e fatto prigione da Ardubalasso, 95.
E
ETTORE procura vincere i greci per forza, III. 1.
F
FADA nemica di Venere uccisa da Ferraù, I. 7; uccideva chiunque non era innamorato che di lei, 9; chi l'estingueva si rendeva Venere propizia, IV. 1.
FALCONE combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
FERRAÙ cade in mare, ed è salvato dalla ninfa Liquezia, I. 4; accolto in un palazzo delizioso e festeggiato per avere uccisa la Fada nemica di Venere, 6; sarà sempre fortunato in amore per tal impresa, 10, 11; ringrazia la Ninfa, II. 4; le si raccomanda, e le fa varie questioni naturali, 5 e 6; è guidato in delizioso luogo dove vede il trionfo dell'Amor carnale, III. 14 e seg.; sua maraviglia e sua variazione, 33, 34; accarezzato da Venere, IV. 2; gli fa baciare il pomo d'oro, 4; desta invidia nella turba de' di lei seguaci e sue parole ad essi, 5 e seg.; è da tutti accarezzato, 8; Venere gli promette buona fortuna in amore e lo licenzia, 9; è condotto fuori del soggiorno di Venere da Liquezia, 10 e 11; suo voto a Macone per gli scampati pericoli, _ivi_; si avvia verso la Persia, 14.
FESTA per l'ingresso in Parigi di papa Leone Terzo, IV. 44 a 59.
FONDRANO accorre in camera di Galliciana al romore suscitato da Libichello, II. 50; si lagna di Macone, e risolve farsi cristiano, e battezzarsi alle preghiere di Orlando, III. 10, 11.
FRANCESCO I re di Francia fatto prigione per senno più che per forza, III. 5.
FRANCESCO Sforza difeso due volte dal senno dell'amico, III. 2.
G
GALLICIANA regina, madre di Milone, ingannata da Malagigi che la gode sotto la sembianza d'Orlando, II. 15; gli manda un nuovo invito con lettera che il messo consegna al vero Orlando 16, 17, 18; suo dispetto nel ricevere la risposta, 21 e seg.; Malagigi torna a lei sotto la finta sembianza; come accolto, 27 e seg.; gli porge la lettera d'Orlando vero, 31; istigata dal servo scuopre l'inganno dei due Orlandi, 40 e seg.; vuol vendicarsi del finto, 43; torna con armati alla sua camera, e tutti son malconci da Libichello, 47 e seg.; strano scherzo fattole da esso convertito in asinello, 53, 54; battezzata per mano d'Orlando, III. 13.
GANO comanda la settima schiera in soccorso dei cristiani, II. 92; uccide Medonte, e Corifonte, 94; abbatte Ardubalasso, 99.
GIGANTE che combatte con Uggero, II. 57.
GIULIO II papa nemico di Alfonso I d'Este, III. 4.
GLORIO ucciso da Bradamante, II. 65.
GRUGNATO si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, III. 12.
GUALTIERO da Monleone va in aiuto di Carlo per conquistare il S. Sepolcro, IV. 29; accoglienza che gli è fatta alla corte, _ivi_; duce delle genti italiane, 37, 43; lodato da Turpino, _ivi_; il primo nel corteggio del papa entra in Parigi con Desiderio, 46.
I
IDOLI de' gentili decaduti dopo la venuta del Salvatore, II. 1, 2.
ISMONDA amante corrisposta di Rinaldo, V. 2; intrattenendosi con esso, son disturbati da un gran romore, 4; sua sventura, e come salvata da Bradamante 8 a 18; abbattuto Rinaldo dal toro, è dal pastore Burone cacciata innanzi con le vacche, 27, 28.
ITALIA ed Italiani lodati da Carlo e da' suoi baroni, IV. 38 a 42.
IVERSO ucciso da Astolfo, IV. 25.
L
LAMPRUCCIO ucciso da Bradamante, II. 65.
LEONE Terzo papa alla corte di Carlo per stabilire la conquista del S. Sepolcro, IV. 30; come accolto e festeggiato in Parigi, 32 e seg.; benedice il popolo accorso, 57.
LIBICHELLO spirito infernale lasciato da Malagigi in sua vece nella camera di Galliciana, II. 44; avea prese le sembianze d'Orlando, 46; si difende dagli assalitori armati, 47 e seg.; al giunger d'Orlando si converte in asinello, 51; suo strano scherzo a Galliciana, 53 e seg.
LIFONTE combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
LIQUEZIA ninfa marina nemica della Fada, salva Ferraù dallo affogare, e lo conduce in un delizioso palazzo, I. 6; avea dato ad esso lo scudo per vincer gl'incanti della Fada, 8; palesa a Ferraù il suo stato, 12; non era ombra vana, II. 3; ringraziata da esso, 4; spiegazione che gli dà su questioni naturali, 7 e seg.; lo guida in luogo di delizie, e gli mostra il trionfo dell'Amor carnale, III. 14 e seg.; lo accompagna fuori del soggiorno di Venere, IV. 10 e seg.
M
MALAGIGI lieto di sua buona ventura con la regina Galliciana, per aver preso la somiglianza d'Orlando, II. 14 e seg.; torna a visitarla sotto le stesse sembianze, e trovandola adirata cerca pacificarla, 27 e seg.; si scusa della lettera che ella gli mostra del vero Orlando, 31; trovandosi scoperto cerca di rivolger in burla l'avventura, 37 e seg.; chiuso in camera dalla regina, mentre ella va per vedere il vero Orlando, 42; fugge per incanto, lasciando lo spirito Libichello in sua vece, 44.
MARCALURO mandato da Balugante in soccorso dei pagani, II. 104.
MARSILIO messo in fuga dai cristiani, III. 9.
MELEARDO ucciso da Bradamante, II. 65.
MILONE prega Orlando a non partire, II. 34; accorre in camera della madre al romore suscitato da Libichello, 50; si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, III. 12.
N
NAMO comanda la sesta schiera in soccorso de' cristiani, II. 90; muove contro Tricardo, 109.
NESTORE procura vincere i Troiani col senno, III. 1.
O
ODRIDO si scaglia contro i cristiani, II. 68; ferito da Bradamante, 69; entra in battaglia per ordine di Balugante, IV. 23.
OLIVIERO signor di Vienna anima i cristiani a resistere ai pagani, II. 97; è assaltato da Ardubalasso ed è soccorso da Gano, 98, 99.
ORANIO re di Creta si accorda con Rinaldo per favorire Carlo, II. 77 e seg.
ORLANDO si maraviglia della lettera scrittagli da Galliciana, e sua risposta, II. 17 e seg.; protesta di voler partire dalla corte di Milone, 33; accorre al romore suscitato da Libichello, 50; vedendo le stranezze di esso, si accorge ciò esser per negromanzia, e lo esorcizza, 55; persuade Fondrano a battezzarsi insieme a tutta la sua città, III. 11 e 12; si dispone a difenderlo, 13 e 14.
P
PANTERACCIO, messo in rotta dai cristiani, III. 9.
PARTENIO ucciso da Astolfo, IV. 25.
PINABELLO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
PRIAMO procura vincere la guerra per forza, III. 1.
R
RAVENNA, rotta datavi da Alfonso I d'Este all'esercito spagnolo, III. 4.
REO che va adagio alla forca I. 1, _simil._; graziato della vita, 5.
RICCIARDETTO comanda la nona schiera in soccorso de' cristiani, II. 90; muove con Bradamante contro i pagani, 101; ne uccide molti, III. 7.
RINALDO creduto pagano rimira la battaglia tra i saracini e i cristiani, e arde di desiderio di prendervi parte, II. 77; induce il re di Creta a battezzarsi e diventare amico di Carlo, 79; suo strattagemma per farsi riconoscere da Bradamante, 80 e seg.; se le scuopre, 84; le spiega il segreto per soccorrer Carlo, 86 e seg.; veduto i cristiani aver la peggio, si scaglia addosso a Califa, 105; sbaraglia i saracini, 106-107; cerca solo di uccidere i capi, III. 9. Innamorato d'Ismonda, V. 2; intrattenendosi seco, è sorpreso da gran fracasso, 4; era un pastore da un occhio solo, che con tre vacche e un toro andava in Francia, 19 e seg.; buttato tramortito a terra dal toro, 26 e seg.; suo dolore per tal caso e per vedersi rapita Ismonda, 29 e 30.
RODOARDO di Lamporeggio abbattuto da Bravante, II. 61.
RONDELLO cavallo di Uggero, II. 57.
ROSADORO accorre in camera di Galliciana al romore suscitato da Libichello, II. 50; si fa cristiano ad insinuazione di Orlando, III. 12.
S
SALOMONE combatte contro Artiro, I. 2; fatto prigione dei pagani, II. 100; è assalito da Artiro, e con esso attacca combattimento, IV. 16 e seg.; impedito dalla folla di finire il combattimento, si scaglia contro i pagani, 21.
SANGUINO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
SCIPIONE romano, vicario d'Orlando, guida in Parigi le truppe di S. Chiesa, IV. 51, 52.
SERVO fido di Galliciana che porta al vero Orlando la lettera di lei, che dovea recapitare in mano del finto, che era Malagigi, II. 16 e seg.; sua maraviglia nel trovare presso la regina il finto Orlando, mentre avea lasciato il vero a parlare con Milone, 32 e seg.; induce la regina a sincerarsi de' due Orlandi, 40.
SPINARDO combatte sotto il comando di Gano, II. 93.
T
TRICARDO assalito da Namo, II. 109.
TURPINO comanda l'ottava schiera contro i pagani, e sua bravura, II. 101 e seg.; va con Carlo all'incontro di Leone papa, IV. 36. Loda Gualtiero da Monleone, 43; accoglie in abito episcopale il papa alle porte di Parigi, 54.
U
UGGERO combatte col gigante, II. 57; fa strage de' pagani, 58; chiama in soccorso de' cristiani Dudone e Bradamante, 62; informato da questa dello strattagemma di Rinaldo, manda Namo, Ricciardetto e Gano in aiuto al campo dei cristiani, 89, 90; dispone come capo dell'esercito le cose della guerra, 91 e seg.; manda soccorsi al campo ed informa Carlo della trama di Rinaldo, 101, 102; manda la sfida di battaglia a Balugante, IV. 15; manda Astolfo a rinforzare la pugna, 23.
ULISSE procura vincere i Troiani col senno, III. 1.
URCASTO figlio di Arimonte si fa cristiano ad insinuazione d'Orlando, III. 12.
V
VALIDORO ucciso da Astolfo, IV. 25.
VENERE nemica della Fada, I. 7; suo carro trionfale e suoi seguaci, III. 17. e seg.; è propizia a Ferraù per aver uccisa la Fada e lo accarezza, IV. 2, e 3; gli fa baciare il pomo d'oro, 4; sue parole alla turba invidiosa de' suoi seguaci, che si acquetano, 6 e seg.; gli promette fortuna in amore e lo licenzia, 9.
VILI e codardi aborrono dalle battaglie, I. 1.
VITTORIA è più utile ottenuta col senno che colla forza, III. 1.
Z
ZANNIOLO picciolo fiume di Romagna, celebre per la vittoria riportatavi da Alfonso I. d'Este contro l'esercito di papa Giulio II. e degli Spagnoli, III. 4.
NOTE:
[1] E così ci è parso doverlo intitolare, quantunque nel corso dell'opera il Poeta chiami sempre RANALDO, ed una volta Rainaldo, l'eroe del poema, che nel Furioso è nominato Rinaldo. Nè può cader dubbio che sieno due personaggi diversi, venendo sotto ambedue le denominazioni ciascuno qualificato per figlio d'Ammone paladino di Francia, Signor di Montalbano e fratello di Bradamante; cosicchè di tal cambiamento non può addursi per causa che il buon piacere dell'Autore.
[2] Venezia 1551, presso il Marcolini a pag. 82.
[3] Opuscoli del Calogerà vol. XII pag. 143 a 214.
[4] Ora V. per le ragioni addotte a pag. XXI.
[5] Qui sbaglia il Baruffaldi, perchè Bradamante non era donna di Rinaldo, ma _sorella_ di esso e di Ricciardetto.
[6] Ed una di nove, potea aggiungere.
[7] Nel primo foglio che serve di guardia al Codice si legge di non antico carattere: _Questo fu scritto dall'Ariosto, dopo il 1512, perchè descrive la gran battaglia seguita in Ravenna nel detto anno, vinta dai Francesi per opera del Duca Alfonso Primo, descritta dal Sardi nel lib. 2 della sua storia._ Nell'altro foglio poi che forma la guardia in fine, si legge il seguente attestato:
_Ferrara 30 Gennajo 1840._
_Attesto io sottoscritto Bibliotecario della pubblica Biblioteca di questa città, che le qui unite carte num.º trenta di stanze 244, alcune delle quali imperfette, contenenti parte d'un poema inedito dell'Ariosto intitolato _il Rinaldo_, di cui parla il Baruffaldi _Vita dell'Ariosto_ alle pagine 172-3, recandone saggio alle pagine 310-14, sono scritte di mano di Lodovico Ariosto, avendone io fatto il confronto tanto col poema intitolato _Orlando furioso_, che colle _Satire_, e con altri scritti, che autografi si conservano in questa pubblica Biblioteca; e per convalidare vieppiù questa mia attestazione vi ho posto il sigillo di questo pubblico stabilimento presenti i sottoscritti testimonj consultati nel confronto._
Don Pietro Caprara Don Giuseppe Antonelli Vice Bibl. Testimonio Don Gaetano Ortolanini Aggiunto alla Bibl. Testimonio Andrea Borgonzoni maestro di Calligrafia Benedetto Giovanelli Custode.
Ad onta però di questa solenne ed ingenua testimonianza di persone per ingegno e per probità commendabilissime, non son mancati certi cotali che da quell'oscurità che è la loro atmosfera hanno cercato, da bassa invidia o da crassa ignoranza mossi, di sparger dubbiezze sulla originalità del nostro Codice. Noi condoniamo loro il misero tentativo di nuocerci, perchè li uomini di sano giudizio faranno la nostra vendetta coi plausi, e perchè è rimasto ad essi tanto pudore da non volere, quantunque invitati e provocati, far pubblica la loro sentenza, per tema, ci crediamo, che non divenisse quel che fu a Mida il motto susurrato alla terra dal di lui barbiere. Però da buoni Cristiani preghiamo il Cielo che a tali giudici apra li occhi corporali, e spiani e raddirizzi le loro menti storte e contraffatte.
[8] V. questa prefazione a pag. XI.
[9] La stampa di questi Frammenti col _fac-simile_ del carattere dell'Autore speriamo che ecciterà i bibliotecari ed i possessori di antichi manoscritti di poesie sconosciute ed anonime a fare degli studj e delle ricerche per entro ai medesimi, e ad istituire dei giusti confronti; e chi sa che un giorno qualcuno più avventurato di noi, seguendo la via che abbiamo aperta, non giunga a completare questo lavoro?
[10] ROMA, Tipografia delle Belle Arti 1835.
[11] _ciuffa_ per _zuffa_.
[12] _cum_ per _con_ qui ed altrove costantemente.
[13] _cade_ per _cadde_.
[14] _Anci_ per _anzi_ qui ed altrove.
[15] _Nè il ciel credette aver già secondo_.
[16] Trovansi in questi Canti troncate molte voci di due e di tre sillabe, che regolarmente non consentirebbero il troncamento; però non mancano esempi tra gli antichi rimatori di quest'uso più che licenza, che non si riferiscono per brevità; e le più comuni sono: _col_ per _collo_, _car_ per _carro_, _tor_ per _torre_, _lor_ per _loro_, _don_ per _donna_, _fal_ per _fallo_; _parol_ per _parole_; _schier_ per _schiera_; _fer_ per _ferro_; le quali si notano qui tutte insieme per non ripeterle ai luoghi respettivi.
[17] _accade_ per _accadde_.
[18] _cade_ per _cadde_.
[19] _ciambra_ per _camera_ qui ed altrove.
[20] _frissata_ per _fregiata_, _adorna_.
[21] _rada_ per _rara_, _straordinaria_.
[22] _Fada_ per _fata_, _maga_, dallo spagnuolo _Fada_ o hada.
[23] _E sol cercava acciò_.
[24] _Don_ per _donna_.
[25] _gran core_.
[26] _distolte_ per _liberate_.
[27] _Ninfe io son la prima_.
[28] _Che così dette son le ninfe d'acque_.
[29] _E credo il mio servir non gli dispiacque_.
[30]
_La tua impresa da lei fia meritata,_ _Qual viepiù (credo) che ogni altra gli piacque._
[31] Per _dimostrar_.
[32] _Fu crocifisso_.
[33] _ogni altro Deo_.
[34] _nuoi_ e _vuoi_ per _noi_ e _voi_ qui ed altrove.
[35] _sciò_ per _so_ qui ed altrove; _sciai_ e _scià_, _scianno_ per _sai_, _sa_ e _sanno_.
Il Bojardo cantò: Ben scio certo che pria.... Ben sciò ch'io sosterrei (Sonetti e Canzoni, Milano 1845 pag. 32).
[36] _Toccavassi_ per _Toccavasi_.
[37] _Ferraù_.
[38] Stanza mancante del sesto verso.
[39] _fa scordarli_.
[40] _dama_.
[41] _puoco_ per _poco_ qui ed altrove.
[42] _E a ogni sfrenato cuor_.
[43] _Come in lucerna_.
[44] _Quella spoglia mortal dal dì che in fasce_.
[45] _Ella_.
[46] _Bastammi_ per _Bastami_.
[47] _Esser propizia_.
[48] _puoi_ per _poi_ qui ed altrove.
[49] _dicerne_ per _discerne_.
[50] _ricerca_.
[51] Son disposto, dama, condurmi. _Condure_ per _condurre_, in grazia della rima. Dante cantava:
La mente innamorata che donnea Colla mia donna sempre, di ridure Ad essa gli occhi più che mai ardea. (Parad. C. XXVII v. 88-91).
[52] _tornarmi bisogna_.
[53] _Quale era direttiva al magno conte_.
[54] cioè Orlando.
[55] _mirando_.
[56] _sciolsella_ per _sciolsela_. Verso mancante di due sillabe.
[57] _chi la manda_.
[58]
_E pregate che come la passata, Questa altra notte sia da te trattata_.
[59] _il vero_.
[60] _diedi l'amore e l'alma_.
[61] _e di me resti sazio_.
[62] _il dì potevi rivedermi_.
[63] _non crederia_.
[64] Verso con una sillaba di più.
[65]
_Non che l'usasse, ma pensar potesse Di usarlo, alcun non scià che lo credesse_.
[66] _sapeva di quel caso_.
[67] _E ridente il baron s'estima_.
[68] _accarecciar_ per _accarezzar_.
[69] _presella_ per _presela_.
[70] Dovrebbe invece leggersi _levante_.
[71] _Piacemmi_ per _piacemi_.
[72] _Conoscessi_ per _conoscesi_.
[73] Aver il cervello dove la civetta ha il gozzo, vuol dire non averne.
[74] _Così non ti vergogni, e mi_.
[75] _partito_ per _scommessa_.
[76] _parangone_ per _paragone_, _prova_; dall'antico francese _parangon_; ripetuto in seguito.
[77] _debbassi_ per _debbasi_.
[78] _detto ha_.
[79] _facciammi_ per _facciami_.
[80] cioè, chi dice ch'io non ho cervello, indovina peggio di quello che non veda io.
[81] _Il sdegno_.
[82] _Volsessi_ per _vollesi_.
[83] _Muta l'effigie_.
[84] _dolor_.
[85] _e dentro_.
[86] _uso_ per _usato_, _avvezzato_, _adoprato_.
[87] _articola_, cioè, _dimostra minutamente_.
[88] _Azael_ e la _Clavicola_, titoli d'opere di Magia e Negromanzia.
[89] cioè, _per la via più comoda che può_.
[90] _allestra_ per _allestisce_, _prepara_.
[91] nome del folletto o demone lasciato in sua vece da Malagigi, chiamato da Dante Libicocco Inf. C. XXI.
[92] _Per prenderlo pregion_.
[93] _L'armata turba de Galliciana_.
[94] Orlando vien dai poeti e romanzieri dipinto come guercio o strabo.
[95] metaforicamente per _li percuote_.
[96] _Chi se gli fe' vicin, stavan lontani_.
[97] _abaglian_ per _abbaiano_, _latrano_.
[98] _in frotta_.
[99] più stravagante, più bizzarro.
[100] _mostrar sua forma al conte_.
[101] _questo uno_.
[102] _E mentre per la ciambra un gran fracasso_.
[103] _balci_ per _sbalzi_, _salti_.
[104] cioè quando la grandine cade con tanta furia da sbucciare i salci.
[105] _ponto pose quel che in ne le_.
[106] cioè, e se non fosse accaduto che la regina ne era molestata.
[107] latino per _sono_; e ciò per dar maggior solennità all'esorcismo.
[108] cioè, gridò all'asino.
[109] _volse_ per _volle_ come altrove.
[110] Calcabrino demonio nominato da Dante (Inf. C. XXI e XXII).
[111] _Mossessi_ per _Mossesi_.
[112] per _gagliardi_ qui ed altrove.
[113] _Movendossi_ per _Movendosi_.
[114] _Che il gettò a terra, e non gli fece peggio_.
[115] Camilla e Pentesilea, valorose eroine rammentate da Virgilio.
[116] cioè _vi sparpaglio_, _vi dissolvo_.
[117] da voi.
[118] _uccide_.
[119] _quello_.
[120] cioè ristringa, rimpicciolisca.
[121]
_Che tutte le smarisse, anci le occide,_ _Così la dama i sarracin divide._ _Tal sono a parangon de altri men forti_ _Contra pagan la dama e Dudon sorti._
[122] _Si sforzano portar vittoria e vanto_.
[123] _spenti_ per _spinti_.
[124] latinamente per _pena_.
[125] per caccia, spinge.
[126] _Il gigante la sua nell'elmo ferma_.
[127] _Al buon Dudone_.
[128] _Non volse il cavaliere in quel drapello_.
[129] _ello_.
[130] _da Ranaldo mutato_.
[131] _schismo_, metaforicamente per l'atto di staccarsi donde si trovava, e scagliarsi addosso a Rinaldo.
[132] _de fuga_, cioè _precipitosamente_.
[133] _parossismo_, termine di medicina, _esacerbazione_.
[134] cioè, risponderle coll'armi.
[135] _alciata_ per _alzata_.
[136] troncamento licenzioso.
[137] _cazza_ per _caccia_, _fuga_.
[138] _L'ordine di_.
[139] _e il suo_.
[140] _Cum trenta milia_.
[141] _Primo a ferir_.
[142] _secco_ per _seco_.
[143] _e grida Bradamante_.
[144] _de un forte l'onore_.
[145] _Che preso_.
[146] _Ordine fu_.
[147] _o vero al tutto occide o in terra_.
[148] _Allor pagano alcun più non sofferse_.
[149] _L'assalto..... tradito_.
[150] _Dall'altro canto_.
[151] _Mossessi_ per _mossesi_.
[152] _dove Marcallar_.
[153] _fu allor_.
[154] _investisse_ cioè _investisce_ o meglio _investe_.
[155] per _sforzasi_.
[156] _quel_.
[157] Il fatto cui qui si allude, come gli altri avvenimenti accennati nelle St. III. IV. V. e VI. son toccati nell'Orlando Furioso Canto III. St. LIII. LIV. LV. Canto XIV. St. II. e seg. C. XXXIII. St. XL. e seg. e ne parlano il Guicciardini nella Storia d'Italia lib. VIII e IX, e il Giovio nella vita d'Alfonso d'Este.
[158] _tre_.
[159] _E posto in seggio cum_.
[160] _Che sol prudenzia gli donò_.
[161] _L'inclito Alfonso Estense signor mio_.
[162] _contra a chi di lui ha maggior_.
[163] per _rimuova_.
[164] _Ravenna, Zanniolo_.
[165] _Quanto di Alfonso fu la sorte rea_.
[166] _Che 'l vincer a ogni via non fa mai_.
[167] _salvar lor_.
[168] _cum furor_.
[169] _E Balugante allor tosto soccorse_.
[170] _lor_.
[171] _il favor_.
[172] _il capo si lavasse_.
[173] _ardente_.
[174] _li ebbe_.
[175] _L'esercito_.
[176] _Stavali in mezzo_.
[177] _Va_.
[178] _quelle stanze_.
[179] _Quell'arbor sagittar par_.
[180] troncamento licenzioso, come fu avvertito.
[181] _colli_.
[182] _gambe_.
[183] _quadriga_, nel genere mascolino, manca d'esempio.
[184] _dritta_.
[185] _Ma in alto va talora e talor basso_.
[186] _Va sfrenato talor_.
[187] _Tardi talor, talor_.
[188] _Feraguto allora_.
[189] tranno i pregi, cioè, gittano i preghi.
[190] _Cum dolci_.
[191] _Sperano_.
[192] implorano, invocano.
[193] con berrette su una parte, cioè _alla smargiassa_.
[194] _pettinata_.
[195] per _vedeasi_.
[196] _Perchè fur, benchè non sian, nupte quelle_.
[197] _tien_.
[198] Quello che dicesi qui con poca reverenza del costume degli Ecclesiastici, non vuolsi prendere a rigore, ma qual vivacità poetica, sebbene alquanto abusivamente satirica, alla quale però essi pure non mancavano forse di dare appiglio, se si consideri la corruzione grandissima di quei tempi. Inoltre la libertà colla quale, per mancanza di clausura, i preti ed i frati conversavano colle monache, dava campo ai maligni ed ai belli spiriti di interpretar sinistramente la loro innocente familiarità; S. Chiesa però pose riparo a queste cause di scandalo, santamente provvedendo alla esemplare riforma claustrale.
[199] _ciera_.
[200] _cercano_.
[201] _puote_ per _potè_.
[202] _lanza_.
[203] _lanza_.
[204] _dal pomo_.
[205] _non vi rendo_.
[206] _Come Idio vole sue mercede assetta_.
[207] _Come Dio vole_ — _Come esso alfine_.
[208] _difeso ha con sua mano_.
[209] _essendo Ispano_.
[210] per _mostrandolo_.
[211] verso con rima sbagliata.
[212] cioè, si distacca, si divide.
[213] _Di sangue_.
[214] _occide_.
[215] _andasse_.
[216] nome della spada d'Astolfo.
[217] Anglese per _Inglese_.
[218] _a gran ventura_.
[219] cioè, la conquista di Gerusalemme e del S. Sepolcro.
[220] _Chi cum offizii_.
[221] verso di soverchio alla stanza.
[222] _Mentre che questo_.
[223] _Facea re Carlo, gionse un messaggiero_.
[224] Leone III.
[225] cioè ridotti a mal punto.
[226] cioè incontro.
[227] _gran rapine_.
[228] Se è riprovevole la libertà che qui usa il Poeta riprendendo alcuni abusi, che pur sfortunatamente s'introdussero nella Corte Romana in tempi lacrimevoli per S. Chiesa, si prega il Lettore a non volere esser con esso più rigoroso di quel che questa pietosa Madre si mostrò verso Dante, il Petrarca ed altri gravi scrittori ortodossi; perchè ad onta di tante zizzanie seminate nella mistica vigna, _portae Inferi non praevalebunt adversus eam_, e la pietra angolare su cui Gesù Cristo fondava la Chiesa _in aeternum non commovebitur_.
[229] _onore_.
[230] per _miglia_.
[231] _Della adorna cittade di Parigi_.
[232] cioè ricche.
[233] _Di tutte sorte_.
[234] _Rellique sante e in man ricci messali_.
[235] _E dopo lui ognun forte chiamava — Italia, Italia_.
[236] V. Plutarco nelle vite degli illustri capitani qui nominati, ove son descritte diffusamente le loro imprese, ad ingrandimento della potenza Romana.
[237] _Cesar la Franza, e Mario li Alemani_.
[238] _spesso_.
[239] Della guerra di Carlo Magno contro Desiderio e suoi collegati parla il Poeta nel I e II dei cinque Canti aggiunti al _Furioso_. Qui dice che il re longobardo fu vinto non per valore de' nemici, ma per gastigo divino, tenendo egli le parti contra la Chiesa.
[240] cioè, baciògli.
[241] _Nè prima il sacro imperator levosse_.
[242] cioè, sollevandolo da terra, facendolo sorgere. Modo nuovo di usar questo verbo attivamente.
[243] _In piede, e a ciò che vole il papa cede_.
[244] _Montò il destrero senza altri letigi_; cioè senza contesa di complimenti.
[245] _quella di re_.
[246] cioè, il suo capo.
[247] _Stavano de' Romani_.
[248] cioè da viandante.
[249] cioè scelto, eletto.
[250] _Carlo quel giorno_.
[251] _avuta da re Carlo_.
[252] forse qui s'allude all'impresa contro Urbino.
[253] In tutti i romanzi e poemi di cavalleria, Orlando è chiamato senator romano.
[254] _E fu di chiara e nobil nazione_.
[255]
_Come di nome, detto Scipione_ _Nato di quell'illustre nazione._
[256] _nè tra lor si noma_.
[257] cioè convenienti in precedenza ed etichetta.
[258] cioè mal custodite.
[259] _andavano_.
[260] _Tutte sonare in guisa di allegrezza_.
[261] _Tamburi e trombe et altre cose strane_.
[262] _mottetti_.
[263] _Papa Leone_.
[264] per _magione_, stanza, da _maison_.
[265] _fio_ per _figlio_. Dissero gli antichi, Figiovanni, Fighineldi per figlio di Giovanni, figlio di Ghineldo.
[266] _Tornata era la dama colorita_.
[267] _Quivi fu udito_.
[268] cioè volgere, indirizzare.
[269] _Passata ha l'Alemagna_.
[270] _Il suo viaggio tien_.
[271] _Pur quanto più da Franza si allontana_.
[272] _Tiensi dal lato verso tramontana_.
[273] troncamento licenzioso, come fu avvertito.
[274] _A crudel morte_.
[275] _Piagne meschina_.
[276] cioè che la vede oggetto d'amore.
[277] _alcun_.
[278] verso viziato nella desinenza per ripetervisi la rima colla stessa voce del verso secondo.
[279] per _spanna_.
[280] cioè la natura adoprò ogni potere per farlo il più vigliacco e il più poltrone di tutta Spagna.
[281] troncamento licenzioso.
[282] _Tanto_.
[283] _Non men vaghe al veder che_.
[284] _disconzo_ per _disturbo_.
[285] cioè _munte_.
[286] _mostri_.
[287] troncamento licenzioso da non usarsi.
[288] Qui il Poeta segue la credenza volgare al suo tempo sulla grandezza comparativa tra il Sole e la Terra; ed il Varchi nella XIX lezione sulla _Divina Commedia_ dice, _il Sole, il quale è il maggiore anzi il padre di tutti i lumi, contiene la terra 166 volte e 3/8_ (V. VARCHI, _Lezioni sul Dante_ pag. 529). Gli astronomi moderni però fanno il Sole 1,326,480 volte maggior della Terra (V. _Annuaire du bureau des longitudes pour 1846_.)
[289] _pare_.
[290] _Ranaldo che si vide il mostro accosto_.
[291] _mossessi_ per _mossesi_.
[292] troncamento vizioso da non seguirsi.
[293] _vacce_ per _vacche_.
[294] _ad altro_.
[295] _Non rivolse che a Ismonda ogni_.
CANZONE
_AI LEGGITORI CORTESI ED ERUDITI_
_LUIGI MARIA REZZI_
_Il nome e il grido d'un uomo grande ne accende in cuore maraviglia ed affezione così viva, che se per avventura ne viene alle mani una cosa, avvegnachè di picciol conto, la quale ne faccia a sapere di novello o chiarisca un fatto o un detto di lui, ovvero siagli in alcun modo appartenuta, noi l'abbiamo senz'altro in assai pregio, e ce la tenghiamo carissima._
_Io credo adunque, o Leggitori cortesi ed eruditi, mettendovi dinanzi agli occhi questa canzone di Lodovico Ariosto, di farvi un dono molto e raddoppiatamente pregevole e gradito: secondochè voi potrete per essa e conoscere meglio una particolarità storica che lo risguarda, e gustare un frutto di quella mente divina assai squisito, rimasto fino ad ora a chicchessia, quanto io mi sappia, nascoso._
_E piacciavi di udire s'io dico il vero. Noi sappiamo ch'egli avanti d'ammogliarsi ad Alessandra Benucci, lasciata vedova di se da Tito Strozzi, fu preso d'amore per una donna, nomata Ginevra, e però cantata da lui sotto allegoria d'un Ginepro[296]. Ma di tale avventura amorosa non si hanno notizie, se non dubbie e manche. L'Abate Girolamo Baruffaldi che ne scrive più a lungo, s'è rimaso nel sospetto che la Ginevra o non fosse fiorentina della famiglia de' Lapi, come il Sansovino affermava, o se sì, che non in Fiorenza, ma in Mantova dimorasse[297]. Altri di fresco ha messo in dubbio ch'ella fosse amata da Lodovico tanto quanto comunemente s'estima. Da ultimo se per li versi di lui n'è certo in qual modo ed età l'affetto suo inverso quella avea pigliato cominciamento, e che al quarto anno durava tuttavia[298]; niuno ci ha potuto dire finqui come e perchè gli fosse uscito dall'animo e venuto meno. Adunque per la canzone ch'io vi do qui messa per la prima volta sotto a' torchi delle stampe, scritta senza dubbio per la Ginevra, come per l'allegoria usatavi dentro vi si fa manifesto, voi apprendete tutte queste particolarità; cioè ch'ella abitava lungo le sponde dell'Arno, e non del Mincio: che l'Arno la piangeva a sè tolta come cosa sua: che dalle rive di questo fiume ella si partì in compagnia d'altrui, forse del marito, per valicare le Alpi e porre stanza in Francia, in qualche città o terra bagnata dalle acque della Saona: che Lodovico, disperando di poterla più nè seguitare nè ritrovare in sì lontano paese, dovette, non per leggerezza d'animo, ma per necessità, fattone prima il lamento grande, secondochè in simili incontri è il costume degli amatori, darsi pace una volta e cessare dall'amarla: finalmente non essere da credere che non fosse assai caldamente amata da lui una donna, la cui partenza, gli ha cavato del cuore versi, come questi sono, pieni di rammarico sì vero ed alto._
_Che poi cotesta canzone sia un frutto assai squisito di quel divino intelletto, io spero ed estimo, che voi ne converrete meco di buon grado. E imprima voi sapete bene che una canzone allegorica, la quale non sia breve, quanto per lo vivo senso di se e di sua potenza attiva che la mente nostra prova nel raccorre e paragonare le simiglianze che sono dall'obbietto figurato a quello che lo figura, è cosa piacevole e bella a leggere o ascoltare; altrettanto è malagevole a fare per l'artifizio grande che vi si richiede, e se non vogliamo che il diletto si muti in pena, forza è che non appaia. E Lodovico ha condotto questa sua per dieci stanze sotto allegoria d'un ginepro sì maestrevolmente, che sembra essergli venuta giù dalla penna senza uno studio al mondo. Il più miracoloso poi si è, che il concetto allegorico, venendo più da arte che da natura, non raffredda qui per niente il vivo ardore della passione, e non ne impaccia o tarda i varii e concitati movimenti, E sì che le smanie d'un amatore passionato a avventuroso, il quale si vede tolta ad un tratto e per ognora colei ch'era la gioia del cuor suo, non potevano, al mio parere, essere colorite a tinte più vere e più calde e franche. Come in mezzo al dolore ch'egli sente per la perdita fatta, s'intenerisce e teme per la sua donna ita a starsi sotto aspro e stranio cielo! Come alla mestizia dello stato presente mescolando la memoria delle allegrezze trapassate, rammenta queste appena, che ricade più desolato in quella! Come traportato qua e là dal vario ondeggiamento degli affetti or teneri or dolorosi, si lascia vincere da ultimo alla piena dell'affanno in tanto che prende a fastidio la vita, non cura soccorso, ed odia ogni cosa che gli era dinanzi e dolce e cara! Al che non vi disgradi, o Leggitori, d'aggiungere avvedimento ed artifizio assai bello e secondo natura, degno, chi ben lo consideri, d'essere all'uopo imitato, non che avuto in pregio. Il quale è che qui ogni stanza corre libera di se e sciolta al tutto dalla legge del dover essere l'una uniforme alle altre nel numero e nella qualità de' versi e nella rispondenza delle rime. Perciocchè non è egli bello e secondo natura che anco l'abito esteriore della canzone prenda forma dal subbietto di quella? e che l'andamento del metro sia vario e diseguale, come varii e diseguali sono i moti d'un animo agitato e messo in iscompiglio da forte e disperato dolore?_
_Io voglio però che voi sappiate, che cotesta canzone, venutami, parecchi anni sono, sotto gli occhi nell'atto che stava esaminando uno zibaldone Barberiniano manoscritto, contenente diverse poesie latine ed italiane, non notato ne' cataloghi nè contrassegnato di numero alcuno, non porta veramente nè in fronte nè altrove nome d'autore qual che si sia. Ciò non di meno io non istetti allora, nè sto oggi in forse d'attribuirla fidatamente a Lodovico Ariosto. E queste sono le ragioni che mi condussero già e tengonmi fermo tuttavia in cosifatta sentenza; ed io spero che voi le avrete per buone e salde._
_La scrittura è senza dubbio di mano d'un copiatore vissuto al secolo XVI, come pure la forma del dire è l'usata in tale età, non in alcuna di quelle che furono innanzi. Fra i poeti adunque del secolo XVI è da cercare chi ne sia autore. Or de' poeti del cinquecento io posso senza giattanza affermare d'aver letto, pressochè tutti, i canzonieri e i tanti libri di rime raccolte da parecchi, una gran parte de' quali, comecchè alcuni sien rari, sono giunto altresì dopo cure molte ad avere in possesso; e consideratili bene, io dico con sicurtà a niuno di loro potersi essa ragionevolmente ascrivere, ma sì a Lodovico Ariosto. E in primo luogo niuno di quelli, il quale sia salito in qualche fama, ha scritto versi per sua donna, sotto aperto nome di Ginevra, salvochè, se pur la memoria non mi fallisce, l'Ariosto e Bernardo Tasso[299]. Che questa non sia la Ginevra Malatesta cantata da Bernardo, non è da dubitare; essendochè, oltre molte altre cose ch'io potrei dire, e che ognuno può agevolmente per se ricavare dalle rime di lui, si sa che ella era da Rimini, e andò moglie al Cav. degli Obizzi non in Francia, ma in Italia[300]. Che poi sia la Ginevra amata dall'Ariosto, pare a me esser chiaro a sufficienza per le cose qui dette di lei, le quali molto ben s'accordano a quello che e la storia ne racconta, e Lodovico medesimo accenna nella canzone allegata di sopra. Dappoichè la prima afferma ch'ella fu fiorentina: e qui per l'appunto l'Arno è tratto fuori a piangere e a dolersi che gli sia tolto il suo bel Ginepro[301]. Il secondo, accommiatando la predetta sua canzone, dicele:_
_Canzon, crescendo con questo ginepro,_ _Mostrerai che non ebbe unqua pastore_ _Di me più lieto, e più felice Amore:_
_e qui altresì tocca e rammenta in più stanze lo stato d'allegrezza e felicità, ov'erasi fino a quell'ora ritrovato[302]. Nè i particolari di tal amore, conosciuti ora di nuovo e annoverati in sul principio del proemio, contrariano alla storia: anzi tutti vi si rannodano assai bene, e giovano a farne sapere quale verisimilmente ne fosse il seguito e il fine. Il subbietto adunque, preso a cantare dal poeta secondo il suo costume allegoricamente, potria parere esso solo più che bastevole a mostrar vera la mia opinione. Ma a confermamento di quella viene eziandio la maniera, onde la canzone è ordita. Tutti i poeti del cinquecento, eccettone l'Alamanni e i due Tassi, Bernardo e Torquato, e alcuni pochi nè molto valenti imitatori loro, i quali hanno seguita una certa via nuova da non potersi scambiare con altra, hanno foggiato le canzoni loro amorose, sì quanto ai concetti e al tessuto, che quanto allo stile, sugli esempi datine dal Petrarca. Ma questa, come voi vedete, non ha per niente il fare petrarchesco, ma più tosto un fare che trae a quello di Catullo e di Tibullo. E al secolo XVI solo l'Ariosto è quegli, il quale, come si mostra per alcune canzoni e capitoli suoi, è andato seguitando le orme di que' candidi, eleganti ed affettuosi scrittori antichi d'elegie. Finalmente, posto eziandio che non avessi gli argomenti recati in mezzo finqui, io m'indurrei a gridare Lodovico autore di questa canzone solo per la bellezza e bontà singolare dello stile poetico che per entro vi si ravvisa. Chi, se non egli, ha fior di lingua sì candido e puro? Chi modi e vezzi di favellare sì freschi e scelti? Chi tropi sì vivi e modesti? Chi dire di sapore sì attico e antico, elegante ad un tempo e naturale? Chi verseggiare sì libero e franco? Chi imaginare sì spontaneo e ricco? Chi maniera sì dolce e bella di toccare gli affetti del cuore secondo natura, e dietro le norme avutene dagli antichi scrittori latini e greci? Per le quali cose tutte io conchiudo che questa canzone o è fattura dell'Ariosto, o non v'è poeta del secolo XVI. i cui versi sieno conosciuti, al quale si possa a buon dritto ascrivere._
_Abbiatevela voi dunque, o Lettori cortesi ed eruditi, in dono, e piacciavi di gustarla; e se non avete per ancora il palato guasto dai liquori acri e mordaci vegnentici d'oltremare o d'oltremonti, io m'assicuro ch'ella v'avrà sapore d'uno de' frutti più squisiti e dilicati che siano surti fuori del bel terreno, ove già ebbero nascimento Catullo, Tibullo e Lodovico._
ANNOTAZIONI AL PROEMIO
[296] Si vegga fra le poesie varie di Lodovico Ariosto stampate in Firenze nel 1824 presso Giuseppe Molini a f. 146 il sonetto VII, il quale incomincia:
Quell'arboscel che in le solinghe rive.
[297] Vita di M. Lodovico Ariosto. Ferrara 1807 in f. a f. 147.
[298] Si vegga fra le poesie varie citate sopra a f. 184. la canzone che incomincia:
Quando il sol parte, e l'ombra il mondo cuopre,
ove alla stanza IV. l'Ariosto canta così:
Ginevra mia, dolce mio ben, che sola, Ove io sia, in poggio o 'n riva, Mi stai nel core, oggi ha la quarta estate, Poi che, ballando al crotalo e alla piva, Vincesti il speglio alle nozze d'Iola, Di che l'Alba ne pianse più fiate: Tu fanciulletta allora Eri, ed io tal che ancora Non sapea quasi gire alla cittate.
Dal che si ricava eziandio che la canzone ora data alle stampe dev'essere stata scritta da lui nell'età giovanile: tanto più che alla stanza VI. di questa egli dà al suo Genebro l'aggiunto di _giovine_. Nè voglio lasciar qui di notare che questa canzone, trovata dal Baldelli attribuita all'Ariosto e scritta di sua mano dal Varchi, non solo si legge stampata dal Doni ne' Marmi sotto il falso nome di Jacopo de' Servi; ma ancora nel libro secondo delle rime di diversi nobili uomini ed eccellenti poeti (Giolito 1547. in 8. a c. 150) e per errore più solenne ascritta a Giulio Cammillo, poeta, come ognun sa, a cui certo la lena non poteva di gran lunga bastare a scrivere cosa sì elegante e leggiadra.
[299] Fra i poeti di minor grido io non mi rammento che di Gianfrancesco Bosello da Piacenza mia patria, di cui si hanno alle stampe versi scritti per una Ginevra, la quale però fu da Bologna della famiglia degli Orsi. (Rime di Diversi, Bologna 1551. in 8. a f. 286.)
[300] Vedi la vita scrittane dal Seghezzi e dal Serassi, e l'Orlando Furioso dell'Ariosto, canto ultimo St. V. e VI.
[301] St. II.
[302] St. IV. V. e VII.
PER LA PARTENZA DI GINEVRA
CANZONE
I.
Deh chi sent'io, mie dolci rive amiche, Che pur di sen vi svelle Mio bel Genebro, e 'n quelle Altre il ripon di voi tanto nemiche, E di voi meno apriche? Anzi più; c'or da voi Par volti il ciel là tutti i lumi suoi?
II.
Come piange Arno, e corre Oltra l'usato tempestoso e 'nsano, Sol perchè a mano a mano Il bel Genebro suo si sente torre; Così ride, e pian piano Or vassene, e più queta E più lieta che mai, la bella Sona, Che di lui s'incorona, e per lui spera Eterna primavera.
III.
Onde pur, lasso! al faticato fianco Avrò più qualche posa? La dolce ombra amorosa Del mio Genebro altero or ne vien manco: Man rapace invidiosa Sveglielo de' nostr'orti, E par sì lunge, oltr'a quell'alpi, il porti, Che più nè seguitarlo Spero, nè ritrovarlo.
IV.
Or pur cadrò, m'è tolto il mio sostegno E più saldo e più fido: Nè se ben piango e grido, M'ode, o si piega il mio nemico indegno. Ma come tanto sdegno In ciel ver me sì tosto? In ciel c'or m'avea posto In parte da bearme, Or congiurato par tutto a dannarme?[303]
V.
A che pur tante e tante, Amor, versarmi In grembo tue ricchezze, E di tante allegrezze il cor colmarmi, Per or, più che mai, farmi E povero e doglioso? In ciel beato Lasso! fui poco: or caggione, e dannato Per sempre; nè già mio (E questo è ch'io mi doglio) Superbo orgoglio, od altro fallo rio[304].
VI.
Per troppo aspro viaggio E lungo il giovin mio Genebro porti. Deh, no 'l trar di quest'orti Cultor! deh, sia più saggio! Ahi ch'ogni picciol raggio Di sole, ogni aura leve gentil fronda E ramo, come i suoi, seccane e sfronda!
VII.
Ne riponeva in ciel, Pianta al ciel grata, Tua bella vista sola; Ne riponeva in ciel, Pianta beata, L'ombra ch'or mi s'invola. Ahi folle e dispietata Man che d'orto sì bel ti sveglie e parte, Misera! e per piantarte Ove? in gelata riva, Ove fior maggio a pena, o fronde ha viva.
VIII.
Agli esperidi orati alteri frutti Le foglie d'un Genebro i' pongo avanti, E 'l vago stelo a tutti I più dritti arboscei degli orti santi, E 'l vivo verde a quanti Smeraldi mai dienne il più ricco lido. Però grido: Quell'empio che men priva, M'invidia ben ch'io viva.
IX.
Ancisa or la mia speme, Anima illustre, cade a tua partenza, Come vite che senza Sostegno atterra le sue frondi estreme; E qual fior, s'altri il preme, Il suo bel giallo o rosso, ella tal perde Il suo vivo bel verde.
X.
Toltomi, Amor, del mio Genebro amato L'odor di che nudrissi Il cor, nè d'altro io vissi, Questo or sia del mio sen l'ultimo fiato: Nè vo' che di mio stato Tu curi, o mi soccorra; e schivo tutti Tuoi più salubri frutti: Anzi tuo latte e mele Odio qual tosco o fele.
ANNOTAZIONI ALLA CANZONE
[303] Tropo usato anche altrove dall'Ariosto in simil forma, e ripetuto nella stanza che seguita, recato in vero un po' troppo al di là di quello che si conviene a poeta cristiano. Ogni uomo discreto però dee intenderlo ne' debiti modi, e non averlo in altro conto che d'una maniera di parlare per esagerazione, messagli in bocca da calda e passionata fantasia.
[304] Modo di dire notabile, lasciatavi la preposizione _per_, come s'usa nelle voci _colpa_, _mercè_, _bontà_, _vergogna_, e simili.
INDICE
_Dedica all'Accademia Valdarnese_ Pag. III _Prefazione_ » V _Rinaldo Ardito_ Canto I. » 1 —— Canto II. » 6 —— Canto III. » 43 —— Canto IV. » 55 —— Canto V. » 75 _Prefazione del Rezzi alla Canzone_ » 99 _Annotazioni alla Prefazione_ » 109 _Canzone per la partenza di Ginevra_ » 111 _Annotazioni alla Canzone_ » 117
ERRORI CORREZIONI
_Pag._ _vers._
11. 6. pensier piacer 19. 8. non ne 58. 7. eranti erranti
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate in calce all'indice sono state riportate nel testo.