Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI

Part 9

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Or qual fosse 'l suo canto, a lei che desta ti tiene ognor a gli amorosi canti fa che 'l ritorni a dir rozza zampogna; e sia tale il tuo suon, che degno sia de materia maggior che di zampogne. MOPSO. Alme sorelle, che d'eterno grido rendete onor a chi col cor v'onora, se mai liete porgeste alcuna aita al suon de gli amorosi miei sospiri, or, che d'amor cantando è 'l mio pensiero cantar voi insieme (che di voi cantando canto 'l mio amor) a l'incerate canne ispirate sì dolce e chiaro suono, che sia 'l mio amor co'l vostri nomi eterno. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

E tu, mio santo e mio soave ardore, dotta e bella Talia, mentr'io m'affanno per voler dir di te, ne l'alta impresa porgi soccorso a la mia fioca voce: dammi ardir, dammi forza; alza 'l mio ingegno e con la cara mano un novo ramo fresco, verde, odorato, or ora colto dal sacro monte a la mia fronte avvolgi. Movi Talia, movete sante Dive. Movete o sante Dive a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Sorge in Boezia e non molto lontano dal gran Parnaso un onorato giogo che d'altezza e d'onor con lui contende; quest'è 'l santo Elicona, in cui verdeggia l'eterna selva sacra al sacro Apollo, d'uno e d'altro valor degna corona. Qui si monta per luoghi alpestri ed ermi; raro sentier v'appar, rari vestigi; nè v'ascende uom mortal, cui 'l ciel non chiama. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Quest'è quel poggio, che fra gli altri poggi è de le Muse il più diletto poggio: qui 'l grande Apollo ispira entro a' lor petti quella virtù ch'a lui 'l gran padre ispira; ed elle l'alme elette a i Dei più care, chiamano al verde de l'amate piante; e chiamanle al licor del chiaro fonte; chiamanle al chiaro fonte d'Ippocrene, eterno onor del sangue di Medusa. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Scritto è nel sasso antico, onde si versa la dolce vena, in ben limati versi, ch'un giovinetto che di pioggia d'oro fu conceputo, alzato un giorno a volo uccise lei, che con l'orribil vista rivolgea l'uomo in insensibil marmo: e che del sangue suo, mille veleni fur sparsi in terra; e fra i diversi mostri un'alato destrier subito apparve. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Questi nitrendo e dibattendo l'ale si levò in aere, e dopo un lungo corso pervenuto al bel giogo ond'io favello, volando tuttavia, nel duro masso percosse un'unghia, e quei ratto s'aperse larghi versando e liquidi cristalli. Apollo il vide, e 'l vider seco insieme tutte le nove Muse, ed egli, ed elle, fede ne fanno a chi con lor ragiona. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

E quest'è 'l fonte in cui, cui 'l ciel non nega di poter pur bagnar le somme labbra, cantar si sente al par de i bianchi cigni. Qui conducon le Dive a cui interdetto non è 'l bel monte, e 'ncoronati e molli del santo rio gli rendono a' mortali, perchè rendano a ogniun degna mercede de le fatiche lor, de le bell'opre qual ornando di lauri e qual di mirti. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Quinci discesi quegli spirti eletti sopra tutt'altri, con eterne lode or del fier Marte, or del soave Amore, cantano il sudor d'un, d'altro i sospiri. E per memoria de l'amato albergo aman le ninfe i poggi, i fonti e i boschi. Ed è ragion, ch'ancor quelle chiare alme, in rimembranza del lor nascimento, godon di luoghi solitarii ed erti. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Fra le selve Pierie il Dio dei Dei, quel ch'ad un cenno il ciel move e governa, d'amor acceso, in forma di pastore con la bella Nemosine si giacque. Era costei la più vezzosa ninfa, ch'in quella o in altra età, ninfe e silvani, tenesse al suon de le sue dolci note dolce cantando le memorie antiche, e gli occhi avea stellanti e d'or le chiome. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Giacquesi con lei Giove, e tante notti giacque con lei, quante del santo coro son le dotte sorelle. E poi che Febo nove volte ebbe visto l'auree corna rifarsi al lume suo rotondo specchio, tante chiamò Lucina al suo soccorso la bella ninfa, e d'altrettanti parti madre divenne. O ben felice madre il mondo adorno ha il tuo fecondo ventre. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Venute in luce le felici piante, de' cui be' fiori e de' cui dolci frutti dovea goder il cielo e 'l nostro mondo, il sommo padre di sì bella stirpe tutto gioioso i teneretti germi degni intendendo di più degno suolo, che di suolo terren, fece pensiero di voler trapiantar la nova selva ne le splendenti sue felici piaggie. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

De' cieli d'uno in uno il re de' cieli donò loro il governo ad una ad una; e d'una in una a loro i nomi impose. Quella cui diede il cerchio in cui si mira errar d'intorno con cangiati aspetti, la dea de la cornuta e bianca fronte, fu la bella Talia, la cui virtute fa verdeggiando germogliar gl'ingegni di verdura immortal di fiori eterni. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Toccò a Mercurio seguitar l'impero de la placida Euterpe, a la cui voce s'empion l'alme di gioia e di diletto. S'accompagnò con l'alma dea di Cipri Erato bella, che ne l'alme inesta quel caro germe ch'è chiamato Amore; e Melpomene ascese al quarto lume, e la spera di lui tempra e rivolve col canto suo, ch'è pien d'ogni dolcezza. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

L'ardente spirto del superbo Marte ogni orgoglio deposto, non rifiuta di dar orecchie a la famosa Clio. A Tersicore diede il re superno che de la stella sua fosse compagna, tutto invaghito di sua allegra vista; e di Polinnia gode il padre antico notando l'armonia del vario suono e la memoria de le cose belle. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Urania su volando altera salse fra mille lumi, ed or in or s'aggira lieta del suo bel ciel cantando intorno. Calliope non ebbe proprio nido dal sommo padre: ei volle ch'in ciascuna, de l'altrui stanze fosse la sua stanza: e le buone sorelle a la sorella congiunte in dolce amor, in dolci accenti cantando insieme fan dolce armonia. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Signoreggiano in cielo, e 'n su la terra han signoria quell'anime celesti: e ciascuna di lor da la sua spera, Calliope da tutte il lor valore spargon quaggiù ne i più chiari intelletti. E qual del divo spirto ha l'alma ingombra a lui s'apre Elicona: a lui le chiome cingono i lauri: a lui non si disdice spenger la sete al fonte d'Aganippe. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Ma che novo furor m'ha 'l petto ingombro di voler col mio calamo palustre sonar di lor, ch'a i sempiterni Divi rotando tuttavia l'eterne spere, de le lor voci fan dolce concento? Mercè dive, mercè del novo ardire non vi chiamai nimico, e non mi vanto di cantar vosco a prova. Anzi 'l desio onde 'l vostro valor m'ha l'alma accesa mi mosse a ragionar de i vostri onori. Tornate, o sante Dive, a i vostri allori.

Tornate Dive; tornin l'altre e meco rimanga la dolcissima Talia; rimanti, o Diva, con colui che sempre teco è col core. O Musa a le mie rime basta la tua virtù. Tu 'l mio Elicona, tu 'l mio Parnaso se': tu se' 'l mio Apollo: tu con l'ardor de' begli occhi sereni accendi entro 'l mio cor sì chiaro foco, che l'invidia del tempo in alcun tempo non potrà spegner mai la nostra luce. Tu con la soavissima favella, col dolce suon, con le celesti note e con la leggiadria del chiaro stile, me togliendo a me stesso, a dir m'invii cose, ch'i' spero, che fra questi boschi si serveranno ancor dopo mill'anni. E trovando Talia per mille tronchi scritto per la mia man, trovando Mopso scritto per la man tua, n'avranno ancora diletto e invidia la futura gente.

O che parlo? Il tuo aspetto a dir m'ispira quantunque io parlo; tu mia lingua movi, tu mi porgi i concetti e le parole. O mia musa, o mio amor. E qual fu mai più glorioso amor che la mia Musa è 'l mio amor, e 'l mi' amor è la mia musa? Dolce amor, dolce musa: e non vaneggio; non è 'l mio sogno; no, che viva e vera ti veggio alma mia diva; e tal ti scorgo qual ti scorgono e Febo e tue sorelle a l'onde di Permesso; e qual ti scorge la sorella di Febo entro al suo giro.

Quant'è la gioia mia? Con voi ragiono riposti orrori e solitaria riva: e prego che fra voi si stian sepolte le mie parole: e voi piacevoli aure fermate l'ali e eco non risponda: non risponda eco a me, che la sua doglia mal si conface al mio gioioso stato. Chieggio silenzio, acciochè fuor non s'oda per la mia bocca l'alta mia ventura, che d'invidia potria colmare altrui. Quella, ch'un tempo per l'erbose sponde de l'ampio laco de l'antica Manto fece tenor cantando al gran Menalca: quella, quella or risponde al vostro Mopso.

Volgi a me i lumi o diva, ch'in que' lumi godo del ben del ciel: la lingua snoda dolce mio santo amore; da quella lingua sente 'l mio cor dolcezza più ch'umana. O dolce il veder mio s'eternamente gli occhi affisassi dentro a tuoi begl'occhi, e tu gli occhi affisassi a gl'occhi miei: o dolce udir, se 'l suon dolce e soave sonasse eterno dentro a le mie orecchie, dentro al cor penetrando, e dentr'a l'alma. O dolci i miei pensier, se al mio desire s'unisse il tuo desir con tanto affetto che fosse una la mia con la tua voglia.

O mia Diva, o mio amor, se del tuo amore e se del tuo favor tanto cortese sarai a l'alma mia, che le mie rime s'ergan sopra l'invidia, e i miei pensieri sian pensier di letizia, in su la foce del Formion, là dove il bel Sermino quinci le dolci e quindi le salse onde bagnan d'intorno, un venerabil tempio sorgerà al nome tuo; quivi i pastori soneran sempre a te cetre e zampogne: e di fior sempre, e sempre di verdura si trecceranno a te ghirlande fresche. E da i colli e da l'onde, i Dei silvestri e le ninfe e i tritoni, incoronati di liete frondi, a te festosi giri faran dolce iterando il tuo bel nome: e fra gli altri la bella, la più bella ninfa ch'abbia tutt'Adria in alcun scoglio Egida bella l'onorate tempie cinta di rami di felice oliva, Talia cantando, e 'l nome di Talia risonando d'intorno, e poggi e valli, sopra i sacrati altari in fochi eterni spargerà lieta a te con larga mano in sacrificio gli odorati incensi. Te col divo splender de i lumi santi, col dolce riso e con la chiara voce, ferma o Diva, e col cuore il mio bel voto.

V.

LA LONTANANZA

Mopso, solo.

È già gran tempo o Muse il mio suggetto l'amor di Mopso, e voi beate Dive sete 'l suo amore. Or il dolente Mopso dal dolce amato nido e dal suo bene fatto lontan, va empiendo selve e campi di dolor, di sospiri e di querele. Contan le ninfe che fra gli altri un giorno lungo la riva, su verso le fonti del vago Po salendo, a tali accenti, a sì pietosi, a sì dogliosi accenti allargò 'l fren, facendo in ogni verso gemer le sponde al nome di Talia; che le triste sorelle di Fetonte obliando 'l lor duol, al suo dolore porsero orecchie, e vinte di pietate largaro il corso a non usati pianti. Or qual fosse il suo pianto o santo coro ditelo a' boschi nostri, e non vi annoi di por le dotte e dilicate labbra a le mal culte mie silvestre canne, E tu mio dolce duol, mia amara gioia, mio solo eterno amor, mia prima Musa, mentr'io cantando lacrimo e sospiro con pietate raccogli il triste canto. Incominciate o Dee: le selve e gli antri daran risposta al lacrimabil suono.

MOPSO. Lasso; quest'è ben dura dipartita; dura, crudel, amara dipartita, via più ch'assenzio amara e più che morte. Ed è ragion, ch'estremamente amaro mi sia 'l partir da lei che m'è più cara che la zampogna mia, più che l'armento: più che la vita cara e più che l'alma. Ahi, ahi! protervo amore di te mi doglio, protervo, iniquo e dispietato amore. Tu con fredde paure in van sospetti mi tenesti gran tempo, mentre ch'io lei per Tirrenia e per ninfa del Tebro amai languendo, ardendo e lacrimando. Poi che 'l favor de' più benigni divi salir mi fece il glorioso monte, e mi fece veder fra i sacri allori l'alto mio santo e dolce amore; e poi che tolto via il furor di gelosia alti e dolci pensier battendo l'ali m'inalzavano al cielo altero e lieto; hai tronco 'l volo a' miei gentil desiri.

Ahi lasso me dolente, e qual furore mi conduce ad oprar la rabbia e i denti, contro il benigno mio soave Iddio? Mercè Signor, dolce Signor perdona al soverchio martir che mi trasporta. Tu la mia scorta se', tu 'l mio maestro; tu se' 'l mio onor e tu se' la mia palma; tu con la face tua m'hai mostro il calle d'ir al bel monte: tu con l'auree penne impenni i miei pensier; tu nel mio petto scolpita hai la dolcissima Talia.

Per tante grazie a te di sacro sangue spargerei d'or in or i santi altari, a te arderei gl'interi sacrifici, se non che tu (qual'è 'l tuo cor pietoso) di crudeltà nimico, il sangue aborri. Ma di quel, checchesia, che non rifiuti, di fior, di lode, e d'odorati fumi, la mia man, la mia lingua e la mia mente a te non sieno in alcun tempo avare.

Da dolermi ho di mia crudel fortuna, anzi di lui, che fa la mia fortuna. Di te m'ho da doler, di te Tirinto, crudel Tirinto, or se mai 'l petto caldo ti sentisti d'amor: se punto amico se' de le dotte Muse, il petto caldo pur ti senti talor, e eterno amico se' de l'amate Muse, ahi crudo, e come puoi scurar dal suo amor l'acceso amante? Come tòrre a la Musa il suo poeta? Ben ti dovria Tirinto esser a grado d'udir al suon di Mopso e di Talia risponder Eco: e l'una e l'altra sponda del tuo bel fiume: il tuo bel fiume e Eco ti pon far fede che eia le pendici de l'alto giogo, onde 'l Dio del tuo fiume da l'ampio vaso versa i larghi rivi insin là dove, per diverse foci, si scorga in Adria, in tutte le sue rive non ha 'l più santo ardor, nè 'l più gentile. E tu cerchi d'opporti a tale amore. O Tirinto crudel, se non ti move il mio dolore e 'l mio cocente affetto, di lei ti mova il grazioso sguardo, ch'acceso di desir tacendo grida, e per pietà pregando a te s'inchina. Movati 'l suon di que' pietosi versi in ch'ella amaramente sospirando riprega te per l'amorosa face, che 'l suo diletto Mopso a lei ritorni; sia pietoso Tirinto e sia sicuro che qual pastor, qual ninfa e qual bifolco non ha pietade a chi d'amor sospira, non gli ha pietade amor, quand'ei sospira.

Misero me, i' mi dolgo, e tuttavia dilungando mi vo dal mio desio, e per molto desio piango e languisco; e fo col pianto mio col mio languire pianger gli sterpi e fo pietosi i sassi. Fera ventura, veramente fera, che tu diva gentile e 'l tuo fedele esser debbiate eternamente insieme fermo suggetto a dolorose note.

Or il vago pensier va rimembrando quelle parole tue; quelle parole, quelle, quelle, quell'ultime parole che mi sterparo il cor, mi svelser l'alma. Ben è ragion ch'eternamente t'ami, e se verace amore, se ferma fede merta cambio d'amor, ragion è ancora che tu, mia vita, eternamente m'ami.

Non sia mai luogo o tempo che disgiunga da me 'l tuo amor, che mai per luogo o tempo non sarà l'amor mio dal tuo disgiunto; meco sia 'l tuo pensier, che 'l mio pensiero sempre è con te. Con me sia 'l tuo desire, che teco è 'l mio desir: sia l'alma tua sempre con me, che teco è l'alma mia. Così ci ricongiunga un giorno amore; e ricongiunga con felice sorte i pensieri, i desiri e l'alme nostre.

Lasso che 'l ragionar il pensier segue e ragionando ognor cresce la voglia, e crescendo la voglia il duol sormonta. Vago fiume, alte rive, ombrose piante, passò mai quinci, o qui mai si ritenne pastor alcun a cui sì tristi lai, sì cocenti sospir, sì largo pianto facesser fede del dolor suo interno? Ma degno è ben che mia lingua si dolga, e che sospiri il core e piangan gli occhi. È tolto agli occhi il sol de gli occhi santi; il sol, ch'è solo il sol de gli occhi miei, il sol, ch'oltre per gli occhi al cor passando tutto l'empiea di vivi ardenti spirti; di spirti che mia lingua a ta' suggetti movea sovente, che per avventura non son suggetti da ciascuna lingua. Or sendo privo di sì altero oggetto ragion è ben che 'l mio dolor sia solo; e che sia la mia lingua, il cor e gli occhi, lingua fioca, cor tristo e occhi molli.

I' vo dolente, e pur convien ch'io vada; misero Mopso ov'è la tua Talia? Cara Talia, ov'è il tuo fido Mopso? O duro fato, o cruda dipartita.

Lasso, che importa a poverel pastore quel che facciano i ricchi, empii tiranni? Che tocca a me cercar l'armate squadre? Inique stelle: veramente i cieli contra me son giurati; e 'l fiero Marte ha tant'arme commosse e tanti sdegni per dipartirmi dal maggior mio bene.

O fortunati, a cui 'l terren natìo è fermo seggio e certa sepoltura: fortunati bifolchi voi se 'l giorno i buoi giungete e col gravoso aratro sottosopra voltate i duri campi, non v'è negato almen tornar la sera a le capanne vostre, a i dolci alberghi, a le dilette vostre compagnie. Voi non arate il periglioso suolo del tempestoso mar: voi gli alti gioghi non varcate giammai de l'orrid'alpi; voi non bevete le straniere fonti. È 'l lungo cammin vostro a la cittade, a la città, al mercato; e quindi il sole che v'ha condotti ancor vi riconduce. Voi fortunati e sfortunato Mopso: ei da quel dì ch'al sol pria gli occhi aperse non ha potuto ancor pur una volta dir: qui sarà domane il mio soggiorno. Ma da la patria ad estrani paesi dal Tebro a l'Istro e dal Po alla Garonna, d'oltre il Carnaio a l'ultimo Oceano, e dal Vesuvio a gli alti Pirenei errando ognor, è stato a tutte l'ore perpetuo strale a l'arco di fortuna.

Misero Mopso! O patria, o patria cara; o grande Antiniano, o bel Sermino, o vago Formione, o scoglio amato quando sarà ch'io vi rivegga e dica: quel poco omai di vita che m'avanza mi vivrò pur tra voi, ch'è quel ch'io bramo? Il grande Atiniano, il bel Sermino il vago Formion, l'amato scoglio a me è Talia. Talia mi renda 'l cielo ch'è Talia la mia patria e 'l mio riposo.

VI.

LA SCONCIATURA

Mopso, solo.

Torniamo, o Muse, ai pianti e ai sospiri: nostro soggetto or son sospiri e pianti. Il vostro Mopso si consuma e strugge. Or mentre io ch'io con lui mi lagno e ploro seguite o dive le dolenti note.

FEDEL mio, se 'l mio Mopso men fedele fosse in amor, i' vi so dir per vero che fora la sua vita men dolente; ma suo costante amor sua ferma fede di vento di dolor, d'amaro umore gli tien ognor il petto e gli occhi pregni; e voi il sapete pur, ch'alcuna volta gli occhi affissate in lui tutto pietoso. Or se la vista del suo aspetto solo può pietade inestar ne gli altrui cori, che dovran far i dolorosi lai? Il miserel ad or ad or s'invola al vulgo e ai pastori; e in qualche bosco in qualche antro riposto si raccoglie; quivi s'asside, e quivi s'accompagna or con un tronco antico, or con un sasso: e di sé privo, col pensier dipigne il dolce amato viso; in quel ritratto gli occhi e l'animo affisa: in quel si specchia; con quel ragiona; e quel tanto ha di pace quanto 'l ritiene il dilettoso inganno. Poi ch'in sé è ritornato, il duolo immenso non capendo ne l'alma, si disgombra per lo petto, per gli occhi e per la lingua in spirti accesi, in lacrimosi rivi, in fiochi, rotti ed angosciosi accenti.

I' pascea un dì 'l mio armento per le piagge del bel Tesin: e così passo passo per la sua riva errando, il piè mi scorse là ov'io sentì dolersi quel meschino con le fere, con l'acque e con gli sterpi. E quanto con la mano ir seguitando potei 'l suo dir, le triste sue querele diedi a serbar ad una antiqua quercia. Or, a voi di ridirle è 'l mio pensiero: e voi cui talor visto ho 'l petto caldo di caldo amore, e che di vera fede portate il nome, con pietate udite gli acri lamenti del fedele amante.

MOPSO. O mia cara Talia, m'ha dunque il cielo disposto ad amarti perch'amando i' pera? Ben poss'io dir che quanto gira il sole non ha la nostra età più ardente foco: non più gentil, non più lodevol foco che sia 'l mio foco, e posso dir ancora che non ha 'l mondo e non ha 'l secol nostro alcun del mio più sventurato amore.

Bella, vaga, gentil, dolce Talia, vaga e dolce Talia, ma non men cruda che vaga e bella e che dolce e gentile: perché crudel? Perché se tante voci e se tanti sospir, se tanti pianti ti mando d'or in or giù per quest'acque, alcun tuo accento a me non mai ritorna? Perché s'ami 'l tuo Mopso, a le sue pene non hai pietate? E se pietà ti move, che non porgi al dolente alcun conforto?

Misero Mopso, e sarà dunque il vero quel, che per tutti i boschi ognor ribomba del breve amor, de' mal fermi pensieri del sesso feminil? Ahi! dunque lasso avrò senza 'l suo amor da stare in vita? Non sarà il ver, sebbene e pastorelle e Ninfe, e Driadi e Naiacli, e Napee son di mobil voler; però non voglio dir che sia 'l suo così mutabil core. Non è la mia non è cosa mortale, non Naiada, non Driada od altra Ninfa; ma de l'eccelse eterne abitatrici de le spere celesti, una di loro è la mia diva: e col suo divo spirto nel cor mi spira l'alte cose belle.

O pur non sia fallace il creder mio. Or mi sovvien, ch'ancor de l'alte dive son mal stabili i cori. E quante volte mutò voglia e amor la dea di Cipri, la dea del terzo ciel? Di lei mi taccio. Ma la bianca, la fredda e casta luna come fu fida, lasso, al fido amante? Il sanno gli alti boschi, ch'alcun tempo vider Pan lieto e tristo Endimione. Mal fida luna, avara luna; e troppo grande argomento de l'incerta fede de le mutabil, de l'avare voglie del femineo desir. Chi mi conforta in sì novo dolor? Su per le rive del vago Po non mancano i pastori: non mancano i leggiadri e bei pastori, non i ricchi pastor di grassi armenti.

Ma non di gregge mai, non mai d'armenti vidi vago 'l suo cor. Gli umil disiri sdegna quell'alma sopra ogni alma altera. Non per fior giovenil, non per tesoro apron le sante Dive il santo monte. Nè per fior giovenil, nè per tesoro dee la mia Diva altrui largare il petto. Caro a Talia di Mopso è il dolce canto pien d'alti spirti e di gentili ardori.

Or non ha 'l Po di più soavi note? Di più gentil, di più leggiadri spirti? Dolente me: di quanti or mi sovviene chiari pastor ch'alberghin per le sponde dov'alberga 'l mio ben, tante punture mi sento al cor. Ahi! ch'ella non rivolga gli occhi altrove e l'orecchie e i pensieri.

Chiari pastor, deh! no, deh! no per Dio, tant'oltraggio al buon Mopso. O Musa, o Diva: o mia Musa, o mia Diva, il tuo buon Mopso, il tuo devoto il tuo costante Mopso, il tuo sincero il tuo verace amante, il tuo fedel pastor il tuo poeta, vive egli, o Diva, caro e solo albergo de la sua vita? Ei vive, s'in te vive la memoria di lui, s'a l'alma sua dal petto amato non hai dato il bando.