Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI

Part 8

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Bontà, senno, valor e cortesia, con l'altre mille insieme in voi cosparte, rozzamente contar forse potria;

ma come rara e eccellente sia ciascuna d'esse in voi, con mille carte Mantova e Smirna a dir non basteria.

[V. 11. _Rozzamente cantar forse patria_.]

67. -- Di Simone Porzio

Or qual penna d'ingegno m'assecura di poter appressarmi al gran valore di quella che di pregio alto e d'onore, ornarmi con sue rime ha tanta cura?

La debil pianta, mia da sè non dura, e se prende crescendo alcun vigore, nutrita è dal fecondo vostro umore, che tal frutto non vien d'altra coltura.

Ma se di quella vostra le semente sempre mi trovo al petto, nè più spero sentir d'essa giammai cosa più degna,

scorgete adunque col giudicio interno che tutte l'altre voghe in me son spente, e vive quel ch'amor di voi m'insegna.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Porzio gentile a cui l'alma natura_.]

LE AMOROSE EGLOGHE DEL MUZIO GIUSTINOPOLITANO ALLA SIGNORA TULLIA D'ARAGONA

I. MOPSO

Mopso, _solo_.

Canti chi vuol le sanguinose imprese del fiero Marte, e d'onorati allori cinto le tempie a suon di chiara tromba desti i bianchi destrier, ch'in Campidoglio han da condur i purpurei trionfi; a me, cui 'l ciel non diè sì altero spirto, basta parlar tra le fontane e i boschi de gli onori di Pan; e che la fronte m'ornin le Ninfe d'edere e di mirti, mentre ch'al suon de le incerate canne fo risonar quella virtù che move dal vivo ardor de i lor splendenti lumi.

E or darà al mio dir ampio suggetto l'amor del pastor Mopso; di quel Mopso lo qual sacrato ha infin da i teneri anni i sensi e l'alma al tempio di Parnaso.

Il buon pastor, cercando le pendici de i santi gioghi, ha con novella cura novo oggetto trovato ai suoi pensieri; nova materia ha data a le sue rime: che l'interno splendore e 'l chiaro viso de la bella Tirrenia il petto ingombro gli ha sì del suo piacer, che la sua lingua d'altro non sa parlar, nè può, nè vuole che di lei, ch'or gli siede in mezzo l'alma. Ei non potendo un di 'l soverchio ardore chiuder dentro al suo cor, in tali accenti la strada aperse a la vivace fiamma.

MOPSO. Bella Tirrenia mia, che di bellezza avanzi i più bei fior di primavera, morbida più che tenera vitella, ch'ancor non ha gustato erba nè fonte; e delicata più ch'i bianchi velli di non tonduto pargoletto agnello; e più schiva d'amor e più fugace ch'innanzi a cacciator timida cerva: odi, bella Tirrenia: a queste ombrette meco t'assidi, e i miei sospiri ascolta.

Era ne la stagion ch'i verdi prati d'ogni intorno fiorian; fiorian le rose, e cantavan gli augei tra i novi fiori, quando prima ti vidi; e come prima ti vidi, così ratto al cor mi corse, mosso da la virtù de' tuoi bei lumi, con gelato timor caldo disio. Da quel dí innanzi entro 'l mio petto chiuso ho continuo portato il foco e 'l ghiaccio. E già due volte le campagne aperte visto han d'intorno biondeggiar le spighe: e due volte han veduto i salci e gli olmi le non lor uve su per li lor rami quai d'oro divenir, e quai vermiglie: e tu nel duro cor, ghiaccio nè foco crudel non senti, e non senti pietade.

Sappi, ninfa gentil, che dal suo giro Venere bella per ciascuna parte rimira aperte l'opre de' mortali; e qual pastor, qual satiro e qual ninfa, contra chi l'ama è disdegnosa e schiva, la santa Dea ne sente altero sdegno, e dimostrar ne suole agre vendette, arder facendo i lor gelati cori d'amor di tal, che gli disprezza e fugge. Che doglia, che tormento, alma mia cara, credi che sia l'amar chi te non prezza? O tolga Dio, ch'in così amaro stato i' ti vegga giammai; Tirrenia intendi: non voler contra te l'ira de' Dei mover sì leggiermente: ama chi t'ama. Ama il tuo Mopso, il quale lode immortali va cantando di te mattina e sera; e va segnando intorno i sassi e i tronchi del nome tuo per farti eterna e chiara. Ama 'l tuo Mopso, il qual e giorno e notte, o vegghi, o dorma, di te pensa e sogna: te rimira, te cerca e te disia. Braman le pecchie gli odorati fiori: le molli gregge i rugiadosi paschi; brama 'l cervo assetato i chiari fonti; e te, Tirrenia, l'infiammato Mopso.

Mostra, ninfa gentil, il bel sereno de la lucida tua tranquilla fronte; de la cui vista l'aere e 'l ciel d'intorno d'ogni parte s'allegra e si rischiara.

Rivolgi a me i begli occhi: o occhi belli, occhi leggiadri, occhi amorosi e cari; più che le stelle belli e più che 'l sole: e a me cari più che armenti e gregge: più che la vita cari e più che l'alma. Occhi miei belli e cari, il chiaro lume volgete a me benigni: e non vi annoi, ch'arda del vostro ardor: e non v'incresca mirar talor com'io mi struggo e ardo. Oh ti fosse, Tirrenia, un giorno a grado di fermar così presso e così fisso que' tuoi begli occhi dentr'a gli occhi miei, ch'ogniun di noi facendo a l'altro specchio, con gli occhi suoi vedesse ne gli altri occhi il suo stesso ritratto e l'alma altrui.

Volgi a me gli occhi: volgi gli occhi e volgi il chiaro viso e le polite guance, le molli guance ad ogni aura tremanti, che fan tremar in me l'anima e i sensi di diletto, di voglia e di dolcezza.

Ma qual'è quel diletto e quella voglia? Qual la dolcezza che sentir mi face il veder e l'udir le dolci labbra? Quelle labbra amorose, dolci e care, or dolcemente chiuse, or dolce aperte, spirar per gli occhi e per l'orecchie mie a l'alma mia dolcissimo veleno? O misti insieme fior vermigli e bianchi: o sparso tra be' fior soave odore: o bramose mie labbra: o spirto ardente: o anima mia accesa: e qual desire tutto m'infiamma? E qual'è quel conforto che mi promette il bel, che s'ode e vede? Apri, Tirrenia, le rosate porte: mostra, Tirrenia, i candidi ligustri: spargi, Tirrenia, in graziosi accenti l'ambrosia e 'l mel de l'amorosa lingua. Di', Tirrenia, una volta: te solo amo, al fedel Mopso tuo, che te sola ama. Dillo, Tirrenia, e scopri il caro seno, apri 'l giardin d'amor, dimostra al sole i dolci pomi e gli odorati gigli. Leva, Tirrenia, l'inimico velo ch'a te'l tuo bel, a me 'l mio ben nasconde. Invido avaro velo: avara mano, crudo velo; man cruda e crudo core, che tanto bene a gli occhi miei contendi.

Ninfa crudele, e perché con tant'arte sì fieramente a' miei desir contrasti? Ninfa crudele infin a gli occhi miei, a gli occhi miei, crudele, hai posto 'l freno. Deh, leva 'l velo omai, levane i nodi; leva la crudeltà del natio petto: lascia andar gli occhi vaghi al lor diporto tra i diletti di Flora e di Pomona, là ve vaga beltà, bella vaghezza movon d'intorno le purpuree penne, e fan festa ad Amor, che la sua fede ha locata tra 'l bel de i cari pomi. Man bella, cara man disciogli il laccio, allarga il velo, o mano: a la man mia sii cortese man cara: a la mia sete porgi alcun refrigerio poi ch'invano prego 'l petto crudel, e 'nvano aspiro a la beltà de le purpuree gote, invano al bel de le rosate labbra.

Ninfa bella e crudele, in cui combatte bellezza e crudeltà, come non hai qualche pietà di me? Le selve e gli antri piangono al pianto mio; meco si lagna eco non men del mio che del suo duolo: e sovente gli augei su per li rami muti si fanno a le mie doglie intenti: e le gregge rivolte a i miei sospiri, i paschi e i fonti mandano in oblio. E tu sola se' nuda di pietade.

Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia raccogli quel, che con le braccia aperte disioso t'aspetta; e nel tuo grembo ricevi lieta l'infocato amante; stringi 'l bramoso amante, e strette aggiungi le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto suggi de l'alma amata, e del tuo spirto il vivo fiore ispira a le sue brame. Giungansi insieme gli amorosi petti: premer si sentan le vezzose poppe, le belle poppe delicate e sode, dal petto ad amor sacro e sacro a Febo, non si ritengan più celate o chiuse; le belle membra tue morbide e bianche più che 'l cacio novello e più che 'l latte, ad amor le consacra: e al tuo amante qual vite ad olmo avviticchiata e stretta, con lui cogli d'amore i dolci frutti.

II.

IL SOLE

Mopso, solo.

Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora il pianeta maggior nell'oriente, inargentando i nuviletti d'oro: quand'io, ch'avea col fischio e con la verga scorta mia greggia a i rugiadosi paschi, posto a seder sott'una antica quercia, notava intento il dilettevol suono, che d'intorno facean le pecorelle tondendo il verde de l'erboso suolo. Ed ecco l'armonia d'una zampogna sonar non lunge. Io da le dolci note tratto, e lasciando il mio maggior pensiero, in piè risorto, cheto, passo passo, ver là mi mossi, e vidi a piè d'un faggio sedersi un solo. E quanto gli occhi miei scorger potero in quella incerta luce mi parve Mopso; Mopso a cui le selve son testimonie quanto a l'alme Muse, e quanto ei sia ad Amor fedele amico. E quale in pria mi parve, tal la voce e 'l chiaro giorno poi mostrolmi aperto. Quivi vago d'udir suoi dolci accenti dietro una macchia stretto mi raccolsi. E egli omai spuntando il primo raggio del novo giorno, al dir la lingua mosse, accompagnando il suon con tai parole:

MOPSO. Sorgi omai chiaro sole, e 'l ciel aprendo l'aer rischiara; e 'l mare intorno imbianca; la terra alluma; e 'l desiato giorno riporta a gli animali e ai pastori. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Se non hai sole e se colei non ave cosa simil, ben posso dir di voi, che tu se' a lei, ed ella a te simile. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Solo se' sol, ch'in tutti gli alti giri lume non è ch'al tuo lume s'aguagli, nè lassù fuoco v'ha che t'assimigli. E sola è sol in acque, in selve e in monti: la bella ninfa mia, ch'è così sola, che beltà non si mira a lei sembiante. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Quando cinto di raggi il capo biondo a noi ti mostri, fugge d'ogni intorno la cieca notte da l'ombrosa terra: e s'allegrano in piani, in poggi e in boschi le solitarie fiere, i vaghi augelli, e con gli armenti, pecore e bifolchi. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E quando 'l lampeggiar del divo lume a me si scopre, del mio tristo core si scuote intorno il tenebroso velo: gioiscon gli occhi miei: l'anima mia tutta s'allegra e seco i miei pensieri; e meco gode il mio cornuto armento. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Poi come le montagne d'occidente ingombran la tua luce, e tu t'invii al tuo riposo là nei bassi liti, la fosca notte entro a l'oscuro manto involve 'l cielo, e involve gli animali, tenendo il mondo in tenebre sepolto. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E come del mio sol l'amata vista da me si parte, al dipartir di lei a me in un punto ogni mia luce è tolta. Il giorno mio sen va verso l'occaso e son sepolti in tenebrosa notte i miei pensier, il cor, l'animo e l'alma. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Da che tolta è dal ciel tua ardente fiamma, perché 'l superno chiostro intorno splenda di mille ardori, non però ritorna il giorno al mondo infin che non ritorni tu, la cui luce ogni altra luce asconde. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E da ch'io de' begli occhi ho gli occhi privi perché da mille belle e vaghe ninfe cinto mi vegga, non però s'aggiorna dentro al mio cor fin che colei non riede, il cui bel lume ogni altro lume adombra. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Qualor avvien ch'a la tua accesa face occhio mortal s'arrischi alzar i rai per ritrar forse l'alma tua figura, la soverchia virtù del tuo splendore sì l'abbarbaglia, che smarrito e vinto ad ogni aspetto uman si trova infermo. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E io qualor a la mia ardente lampa mi riprovo d'alzar gli occhi e la mente, per farne poi ne i tronchi alcun disegno, il divo onor del rilucente oggetto sì mi confonde, che perduti i sensi non sento quel, che di me stesso io senta. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Poi quando più 'l tuo lume s'avvicina al mondo nostro, occhio del mondo eterno, e più drizzi i tuoi raggi sopra noi, arde la terra, e arde ogni vivente; e de la sete per colli e per piani mancar si veggon gli alberi e l'erbette. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E quando a me 'l mio amato sol s'appressa (il sol ch'è solo il sol de la mia vita) e fiammeggiando in me 'l suo lampo vibra, arde in me 'l cor, ardon miei accesi spirti, e 'n me s'infiamma un sì caldo disire ch'a me stesso mi sento venir manco. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Tu con la tua virtù non solo allumi, non solo incendi quel che fuor si scorge, ma dove umana vista non discende, dentro passando, fai pregno il terreno di tal semenza ch'i terrestri germi producon d'ogni intorno e fronde e fiori, onde si veston le campagne e i poggi. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E la virtù di lei non sol rischiara, non sol infiamma la mortal mia scorza, ma dove altro non passa che 'l suo sguardo, in me varcando, in me fa tal radice che poi germoglia in graziosa pianta, in cui fiorendo i miei gentil concetti fanno 'l mio col suo nome eterno adorni. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Ma che parl'io? che fo? dormo o vaneggio? sì son col core al mio bel sole intento ch'ad alta voce ancor chiamo e richiamo, e pur or sommi accorto ch'è tant'alto sorto 'l sol del mio sol sola sembianza.

Oh così fosse ai miei bramosi lumi sorto il lor sol. Tornato è 'l giorno al mondo non (lasso) a me, ch'a me non luce il sole, non s'apre il giorno a me se non si scopre colei, ch'è sola il sol de l'alma mia. Oh me infelice sovra ogni vivente! Sa l'universo, sanno gli elementi, san le ninfe e i pastor, sanno i bifolchi, san le fiere e gli augelli, e san le gregge che da tornare ha il sole e 'l giorno e quando; e sol io solo senza sole e senza alcun lume, di giorno in cieca notte vo brancolando: e non so quando o come mi ritorni a veder l'amato raggio. Ahi, lasso me dolente: or fosse almeno la notte mia tal notte, qual'è quella ch'al cader del suo sole al mondo sorge, ch'in quella dolce notte in ogni verso si posa in pace! Rive, prati e poggi valli, monti, campagne, selve e fonti han dolce requie, e i miseri mortali quetan le stanche membra e ogni affanno, ogni fatica, mandano in oblio. Ma non è tal la mia, che cieco e solo vo intorno errando. E non han pace o tregua gli occhi miei, non i piedi e non la lingua; no 'l pensir, no 'l desir, non i sospiri. E s'alcun è che turbi l'altrui pace, io son quel desso; che son sol colui che col continuo suon de' miei lamenti ho già stancate le campagne e i colli. Almo mio caro sol, sarà giammai ch'io ti rivegga un giorno, un giorno intero? Un giorno che giammai non giunga a sera, e gli occhi affisi in te quant'io vorrei?

Ahi, lasso me: perché, perché non lice mostrar aperto il cor? perché disdetto m'è 'l dir ch'io t'ami, se cotanto t'amo? Perché disdetto a te l'amar chi t'ama?

Cotai parole, e altre sospirando e lagrimando, il doloroso Mopso spargeva a l'aura; e io che senza scorta lasciata avea la greggia e tuttavia sentia montando il sol montar il caldo, lui lasciai pur dolersi: il dolce canto fra me stesso membrando, e 'l petto pieno non di minor pietà che di dolcezza.

III

IL FURORE

Mopso, solo.

Dive, ch'al suon de la dorata cetra dei sacro Apollo, al glorioso fonte fate dintorno mille dolci giri, premendo il verde del fiorito suolo liete alternando le vezzose piante non senza l'armonia d'eterni versi: quella, ch'è Donna de le Donne, e Donna è del mio cor, o sante Donne, o Dive, vuoi pur ch'io canti: e vuol che 'l canto s'erga sopra ogni bosco. Adunque perchè 'l canto sia canto degno di Donna sì cara movete insieme e con voi mova Apollo: mova tutto Elicona e si raccolga tutto lo spirto vostro entro al mio petto.

Oh de la mente mia lucido specchio, alma gentil fra le belle alme bella, in cui fiso mirando d'ora in ora, si fan dentr'al mio cor novi concetti, da partorir scrivendo in nove carte; lietamente ricevi il novo frutto, che prodotto ha 'l germoglìo del tuo seme; e mentre io fo sonar la mia zampogna al furor del tuo Mopso porgi orecchie, e nel furor di Mopso al furor mio.

Salita era la notte al sommo cielo e rilucea nel mezzo del suo cerchio la sorella di Febo, il bianco volto tutta splendente del fraterno lume. Taceva il mondo, in sè pe' lor vestigi tacite si volgean l'eterne spere; taceano i venti e 'l mar; tacea la terra e con lei piani e colli, e monti, e valli. Sol nel silenzio d'ogni alma vivente non tacea Mopso: e non taceva amore dentro al suo petto. Ei per deserte piagge da furor trasportato, solo e vago, errava, intorno pur con gli occhi fissi ne la cornuta diva. E 'n quello stato disse de l'amor suo cose sì nove, che ne suonano ancor le selve e gli antri.

MOPSO. Dove, dicea, mi scorge or la tua luce, candida luna, per solinghe strade? Tirar mi sento ove per gli erti gioghi rara di piede umano orma si scorge. Qual novo aspetto e qual novo desire verdeggia nel mio cor? La folta selva de l'odorate, verdi, ombrose piante, tutto m'empie d'orror e di diletto. E quel dolce ruscel, che mormorando fugge tra l'erbe e i flori, a sè mi chiama. Ma donde viene il canto? E donde il suono che sì dolce lusinga l'aere intorno? E cosi è dolce, che simil dolcezza non porge a me 'l belar de le mie gregge, nè sì soave è 'l suon de le mie canne.

Or ecco là che giovinette donne cinte le terapie di fronduti rami fan la nova armonia; ina che vegg'io? Non è tra lor, non è colei ìa mia? Ahi! m'è tolta la voce. Or chi l'ha scorta di mezza notte senza fida scorta da le rive del Po fra questi boschi? E che fa qui l'altero giovinetto c'ha la lira dorata e d'or le chiome e d'ogni vello ancor le guancie ha nude: misero: adunque? Adunque in cotal guisa? Or dove sono? E che fo? Vegghio o dormo? Non so ove sia: non so se vegghi o dorma. E s'io vegghio, è ella dessa o altra? Ahi, lasso, non conosco io la ninfa mia? La voce piena di melodia, gli ardenti lumi, il vago aspetto, il grazioso viso: gli atti soavi, i movimenti alteri: l'andar, lo star: la mano, i piedi, i panni, far la dovrian pur conta a gli occhi miei. E s'altro a me non la facesse conta, si la farìa quell'amoroso orrore ch'a l'apparir di lei m'ha l'alma ingombra, e quel desio, che qui condotto m'have, u' condur non poteami altro desìo. Ma ch'è quel ch'odo, che da l'altre l'odo chiamar sorella e nominar Talia? Questo bosco di lauri e quella fonte: le donne coronate: il bel concento: l'aspetto più ch'umano? Or una, e due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove, il numero conviensi... questo è 'l giogo de l'alme Muse: e queste son le Muse. E una n'è la mia. È la mia ninfa dunque una Musa, o son le Muse ninfe? O mia, come dir debbo, alma mia Diva, con quanto amor, con quanto studio ed arte, fra mortali discesa dentro a l'alma m'accendesti l'ardor; presso al cui raggio movendo i passi, a questo santo giogo mi trovo aggiunto. O mano, amata mano, tu mi tien, tu mi guida: o caro dono, bramato don, così ne foss'io degno. Tu con la tua sorella le mie terapie fai verdeggiar de l'onorata fronde perch'ogni mio pensier tutto verdeggia.

O sacri, vivi e lucidi cristalli, onde s'inaffian così rare piante, qual radice ha sentito il vostro umore c'ha virtù di produr pianta sì ferma che non le nuoce il più cocente sole: non la molesta grandine nè pioggia: non la crolla il furor di Borea o d'Austro, e non la tocca il folgorar di Giove? Qual radice ha sentito il vostro umore? Ne la sua pianta il verde eterno vive; vivono eterni i fior, vivono i frutti: nè muta vista per mutar stagione. Beato, eterno umor che liete e chiare fai le piante, le fronde, i frutti e i fiori; i' pur spengo di te mia lunga sete: e 'n te s'attuffan mie bramose labbra. O che veggio? O che intendo? Il cieco velo tolt'è da gli occhi miei: m'è fatto amico il sacro coro, amico il santo Apollo. Pur or conosco io te fedel compagna, fedel mia guida e mia fedel maestra; Erato bella. Tu fin da la culla mi fosti a lato; tu la tua sorella fra le genti mortali in forma umana mi scorgesti a mirar. Tu mi dimostri com'io lei segua, cui più sempre amando l'alma mia più verdeggia e più s'infiora.

Ma che novo desir mi punge il core di levarmi da terra? Oh, ch'i' mi sento mutar di fuori e farmi un bianco augello: le man, gli omeri, il capo, il collo, il petto tutti si veston di novelle piume; già comincio a cantar, già batto l'ali.... non mi lasciar Talia, levati a volo;.. Erato spiega al ciel l'aurate penne... date forza al mio ardir, che senza voi ogni mio sforzo alfin sarebbe invano. Già lasciato ho 'l terreno; altero e lieve sopra i nuvoli m'alzo e sopra i venti: già mi si fa minor e terra e mare. Alma sorella del compagno e Dio de la mia Dea benigna, a te raccogli colui, cui la tua luce ha mostro il calle di gir al monte ove la via s'impara, che l'alme altrui conduce a più bel monte.

I' veggio aperte le dorate porte del gran gìardin, ch'i muri ha di zaffiro; qui n'accoglie Diana; e qui n'envia per la verdura del suo bel verziero; qui la fiorita e verde primavera move d'intorno, e va pascendo il verde del santo umor de la rugiada eterna; qui l'alma Clori e 'l suo diletto sposo spargendo a l'aere ognor novelli odori van dipingendo il variato suolo; qui non arde la state e qui non sfronda l'autunno i rami e non gli imbianca il verno; qui vive il verde eterno; eterni rivi di liquidi smeraldi i verdi prati van compartendo; al mormorar de l'acque, al soave spirar de le dolci aure, al tremolar de i verdeggianti rami, suonano in dolci e 'n dilettosi accenti mille amorosi eterni rosignoli. Qui s'odon risonar cetre e zampogne; immortai cetre e immortai zampogne; oh dolce vista, ed oh soavi note; oh tra 'l veder e udir dolci pensieri; qui, santissime Muse: qui Talia, qui, qui sia, Diva, eterno il nostro albergo.

Così diceva il forsennato Mopso: e così detto, muto e sbigottito stette buon spazio; e 'n sé fatto ritorno e raccolto lo spirto, alti sospiri dal cor traendo, intorno al molle tronco d'un tenero olmo tai parole scrisse:

Udite selve, udite Dei silvestri, odan le ninfe, oda ogni pastore. Ho veduto Elicona e 'l sacro bosco; ho veduto 'l licor ch'i nomi avviva; veduto ho Febo e le dotte sorelle, e Tirrenia fra loro; una di loro è la bella Tirrenia: ella m'ha tratto al sacro bosco, e dal bosco a la fonte, e da la fonte al cielo: ella è colei che m'arde 'l cor; ella è colei ch'io canto; ella è il mio sole; ella è la mia Talia. Ed io son Mopso. Pianta eterna vivi: e i nomi nostri eternamente serva.

IV.

TALIA

Mopso, solo.

Già risalito sopra l'orizzonte il pianeta d'amor dal terzo cielo fiammeggiando spargea l'aer sereno, il tempestoso mare, il duro suolo di chiari raggi e di virtute ardente: e destando le selve e le campagne, richiamava pastor, gregge e bifolchi a le zampogne, a i paschi e a gli aratri. Quando Mopso d'ardor l'anima acceso, posto a seder in una erbosa riva, al dolce mormorio di lucid'onde in sè raccolto, immobile e pensoso si stette alquanto; indi a sue dolci note rispondendo gli augei, le selve e l'acque, ruppe 'l silenzio in così nuovi accenti, che n'han fatto conserva i Dei silvestri, per dar lor vita in più ch'in una etade.