Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI

Part 7

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per tutto ciò d'amarvi io non mi pento: anzi bramo ch'in me più d'ora in ora veder possiate quel che più v'appaga.

27. -- Dello stesso

Se ben gli occhi e l'orecchie alcuna volta vi mostran tale a i miei bassi disiri, che surgon dal mio core agri sospiri ond'è ch'al lamentar la lingua è sciolta;

tosto che l'alma in sè stessa raccolta, a l'alma vostra avvien che si raggiri, in diletto si cangiano i martiri e la mia lingua a ringraziar si volta.

Che la pena, che par che sì mi prema non passa oltra 'l mortal; ma la dolcezza acqueta i sensi e pasce lo intelletto.

Donna sia benedetta quella asprezza, ch'anzi 'l chiuder de gli occhi all'ora estrema, morire insegna al mio terreno affetto.

28. -- Dello stesso

Donna, l'onor de' i cui be' raggi ardenti m'infiamma 'l core e a ragionar m'invita, perchè sia nostra penna mal gradita, l'alto nostro sperar non si sgomenti.

Rabbiosa invidia i velenosi denti adopra in noi mentre 'l mortal è in vita; ma sentirem sanarsi ogni ferita come diam luogo a le future genti.

Vedransi allor questi intelletti foschi in tenebre sepolti, e 'l nostro onore viverà chiaro e eterno in ogni parte.

E si vedrà che non i fiumi Toschi, ma 'l ciel, l'arte, lo studio e 'l santo amore, dan spirto e vita ai nomi e a le carte.

29. -- Dello stesso

Donna, il cui grazioso e altero aspetto e 'l parlar pien d'angelica armonia, scorgon qual alma presso a lor s'invia a contemplar il ben de l'intelletto;

deh, così amor non mai m'ingombri 'l petto d'umil disir, nè mai di gelosia gustiate 'l tosco: e sempre intenta sia a l'interna beltate il vostro affetto.

Date, vi prego a me vera novella de l'alma mia che del mio cor uscita, voi seguendo, è venuta a farsi bella:

che se da voi la misera è sbandita, ella senza voi stando e io senz'ella, non ritrovo al mio scampo alcuna aita.

30. -- Dello stesso

Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi luce che d'alto ardor mio core incendi, ch'aguagli tua virtù? Se la 've splendi a superno desio l'anime impiumi?

Come dinanzi a Borea nebbie e fumi, così di là, dove tu i raggi stendi, fugge ogni vil pensier, sì ch'a noi rendi a vita in terra de i celesti numi.

E poi ch'a me non son tuoi lumi scarsi di quel splendor, che da l'eterno regno in te disceso, tu fra noi comparti;

di quel ch'ho dentro e fuor non può mostrarsi, faranno al mondo manifesto segno l'amarti, il celebrarti e l'onorarti.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Fiamma gentil che da gl'interni lumi_.]

31. -- Di Benedetto Varchi

Quando doveva, ohimè, l'arco e la face, l'una spenta del tutto e l'altro stanco, a questo ardito e tormentoso fianco per suo gran danno e mio, troppo vivace,

non breve tregua pur, ma eterna pace donar, poi che nel lato destro e manco per le nevi del capo omai vien bianco il crin fatto d'argento, che sì spiace;

più che mai fresco e più che mai cocente, mi saetta lo stral, m'accende il foco di tal ferite e così caldo ardore,

ch'ogni salute a mio soccorso è poco: anzi cresce la piaga e fa maggiore incendio, ch'al suo mal l'alma consente.

32. -- Dello stesso

Donna, che di bellezza e di virtude e d'ogni alto valor gran tempo in cima, sola fra tutte l'altre non che prima, piovete ne' miglior senno e salute;

ben so ch'a dir di voi sarebber mute le lingue tutte: e qual prosa nè rima poria cose aguagliar, che poscia o prima non furon mai, nè saran mai vedute?

Tacciomi dunque fuor gelato e fioco, per tema di scemar sì chiare lodi, ma dentro infino al ciel notte e dì grido:

ringraziando le stelle, il tempo e 'l loco, gli sguardi, gli atti, le parole e i modi, che mi donaro a cor gentile e fido.

33. -- Dello stesso

Io non miro giammai cosa nessuna, o in terra, o in ciel, ov'io non veggia quella, ch'amor in sorte e mia benigna stella, da le fasce mi diero e da la cuna.

Ogni nube m'assembra e sole e luna la mia donna gentil più d'altra bella; monte o valle non veggio, o poggio, ov'ella per lo mio ben non sia, ch'è nel mondo una.

L'erbe, gli alberi, i fior, le frondi, i sassi, mi rappresentan sempre, e l'onde, e l'ora, quel viso dopo il qual nulla mi piacque.

U' gli occhi giro, ovunque movo i passi, nulla non scorgo, o penso, o sento fuora di lei, che per bearmi in terra nacque.

34. -- Dello stesso

Se di così selvaggio e così duro legno sì aspro frutto, ohimè, v'aggrada: chi fia ch'unqua vi miri e poscia vada di non sempre penar, Donna, securo?

Bench'io, poi ch'ognor più m'inaspro e induro del duol, cui lungo a voi fo larga strada de la mia pena sola, non pur rada fra quante sono al mondo e quante furo,

dovrei trovar pietà, ch'asprezza eguale o più selvaggia e solitaria vita, non sentì mai e visse alcun mortale.

Fera legge d'amor, sperar aita del dolor che n'ancide, e del suo male pascer l'alma, via più che saggia, ardita.

35. -- Dello stesso

Pur non sentir la turba iniqua e fella così larga al mal dir, come al ben parca, da lei, che nel mio cuor siede monarca, non men cortese che leggiadra e bella;

non mio voler seguendo ma mia stella, parto col corpo sol, che l'alma scarca de la soma mortal meco non varca, ma riman seco obediente ancella.

E se quel, che fra me tacito e solo cantando vo' con più di mille insieme, per la Garza, e Forcella, e Tavaiano,

udisse pur un dì l'invido stuolo ben morria di dolor veggendo vano tornar l'empio ardir suo, ch'indarno freme.

36. -- Dello stesso

Se da i bassi pensier talor m'involo e me medesmo in me stesso ritorno; s'al ciel, lasciato ogni terren soggiorno, sopra l'ali d'amor poggiando volo:

quest'è sol don di voi, Tullia, al cui solo lume mi specchio e quanto posso adorno la 've sempre con voi lieto soggiorno, da santo e bel disio levato a volo.

E se quel che entro 'l cor ragiono e scrivo, del vostro alto valor Donna gentile, ch'avete quanto può bramarsi a pieno

ridir potessi, o beato, anzi Divo me, per me proprio tutto oscuro e vile se non quant'ho da voi pregio e sereno.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Quel che mondo d'invidia empie e di duolo_.]

37. -- Dello stesso

Ninfa, di cui per boschi, o fonti, o prati, non vide mai più bella alcun pastore ver di Diana e de le Muse onore, cui più inchinano sempre i più pregiati:

così siano a Damon men feri i fati nè gli renda mai Filli il dato core; e ella arda per lui di santo amore più ch'altri fosser mai lieti e beati:

com'alma esser non può sì cruda e vile, la quale essendo veramente amata non ami un cor gentil già presso a morte.

Dunque s'a dotto no, ma fido stile credi, ama e non dubbiar, che ben pagata sarà d'alta mercè tua dolce sorte.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati_.]

38. -- Di Giulio Camillo

Tullia gentile, a le cui tempie intorno verdeggia avvolta l'onorata fronde, e la cui voce a l'armonia risponde di chi fa in Elicon dolce soggiorno;

qualora a voi fo col pensier ritorno e ritrovo sentenze sì profonde in sì leggiadro stil, sì mi confonde novello orror, ch'in me più non soggiorno.

Vostra Musa di me cantando canta d'uno sterpo silvestro, a cui nemica stata è natura e 'l ciel, e io no 'l celo.

Ben è la vostra fortunata pianta, che lieto il Re de' fiumi la nutrica, e la rinforza il gran Signor di Delo.

39. -- Dello stesso

Poi ch'a la vostra tanto alma beltade, onde pregiata d'onorate e rare spoglie di tante elette anime chiare n'andate altero specchio ad ogni etade;

piace ch'io ancor per le medesme strade seguir vostre amorose insegne impare; non siano almen vostre alme luci avare di quel raggio, ond'io scorgo ogni bontade.

E nel bel petto vostro Amor ispiri pietà e mercede al mio dolore eguale, e a gli ardenti intensi miei disiri;

poi se le aggrada il mio destin fatale, versi in me pur ognor doglie e martiri, che dolce mi fia sempre ogni altro male.

40. -- Dello stesso

Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno, quando l'eterno e gran re de le stelle fece, per fare il fior de l'altre belle, di voi, Tullia divina, il mondo adorno.

Le grazie tutte e le virtuti intorno vi fur quasi devote e fide ancelle, e 'l ciel lasciaro per seguitarvi quelle in questo nostro umil, basso soggiorno;

però ripiena di celeste ardore, di gloria accesa e colma di mercede; vaga di bello e di perpetuo amore:

di grazia albergo e di bellezza erede, sola fra noi vivete in dolce amore, del ben del Ciel facendo in terra fede.

41. -- Del Cardinale Ippolito De' Medici

Anima bella, che nel bel tuo lume divino interno ti rivolgi e giri, e indi in voce dolcemente spiri il suon ch'avanza ogni mortal costume;

onde la mia poi d'amorose piume coverta avien che al ciel volando aspiri, e nel tuo chiaro raggio aperto miri com'amor sani, ancida, arda e consume;

deh! se l'alta bellezza e 'l dolce canto ond'in te stessa sol beata sei: e s'amor punto mai ti piacque o piace:

prego volgendo in me 'l bel viso santo, al lungo penar mio dia qualche pace, e qualche tregua a gli aspri dolor miei

42. -- Dello stesso

Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro, e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti, e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti co 'l riso, ond'io m'incendo e mi scoloro,

son le cagion che per voi vivo e moro, piango e m'adiro e fo restar contenti gli spirti afflitti in mezzo i miei lamenti, e mi par dolce il grave aspro martoro;

non voi sì bella, io non così bramoso; voi non sì dura, io non sì frale almeno fossi; non voi d'amor rubella, io servo;

ch'io sperarei nel stato mio gioioso goder un giorno almen lieto e sereno, piegando alquanto il core empio e protervo.

43. -- Di Bernardo Molza

Spirto gentil, che riccamente adorno de i più pregiati e cari don del cielo, cortesemente nel corporeo velo con tue virtuti fai lieto soggiorno;

deh! s'amor sempre a te faccia ritorno, di nove spoglie ornando, al caldo e al gelo, d'uomini e Dei il tuo onorato stelo, e cresca il valor tuo di giorno in giorno;

fa che 'l nobile tuo chiaro intelletto, sempre guardando a la più bella parte di sè, giammai non si rivolga a terra.

Ch'allor vedrai come natura ed arte, soavemente in te rinchiude e serra d'ogni bell'opra il seme e 'l bel perfetto.

44. -- Dello stesso

Se 'l pensier mio, ov'altamente amore, Tullia gentil, vostra sembianza impresse, tutto altamente in sè voi tutta espresse dal piacer vinto, che mi strinse il core;

e tutta or vi risembra e a tutte l'ore, trasformando pur sempre in quelle stesse virtù, grazia e beltà, che vi concesse Dio, ch'in voi tutto intese a farsi onore:

non dovete voi dir ch'io sia deforme, ch'io son quello che son fatto voi bello, e non questa rozza e fragil scorza.

E spero ancor, seguendo ognor vostr'orme, essere appresso Dio 'l secondo poi, se 'l bello a trarre il bello sempre ha forza.

45. -- Di Ercole Bentivoglio

Poi che lasciando i sette colli e l'acque del Tebro oscure e le campagne meste, d'illustrar queste piagge e premer queste rive del Po col piè Tullia vi piacque;

ogni basso pensier spento in noi giacque, e un dolce foco, e un bel disio celeste, quel primo dì ch'a noi gli occhi volgeste, ne le nostre alme alteramente nacque.

Fortunate sorelle di Fetonte, ch'udir potranno a le lor ombre liete, i dotti accenti che vi ispira Euterpe!

Potess'io pur con rime ornate e pronte com'è 'l disio, dir le virtù ch'avete! Ma troppo a terra il mio stil basso serpe.

46. -- Dello stesso

Vaghe sorelle, che di treccie bionde ornò natura e di fattezze conte; poi la pietà del misero Fetonte vi volse in duri tronchi e 'n verdi fronde;

or sotto l'ombre tremule e gioconde vostre sedendo, fo palesi e conte le gran beltà de la celeste fronte di Tullia mia, cantando a l'aure e a l'onde.

Così già sotto i vostri ombrosi rami cantò d'Onfale sua gli occhi e le chiome il vincitor de' più superbi mostri.

'priego il ciel, che sì v'esalti e v'ami, ch'eterno sia con voi sempre il bel nome di Tullia scritto in tutti i tronchi vostri.

47. -- Di Filippo Strozzi

Alma gentile, ove ogni studio pose natura in darvi a pieno ogni eccellenza, e fece il ciel quasi restarne senza per dar a voi quel bel, ch'a ogni altra ascose;

voi fra leggiadre donne e gloriose elesse sola; e per esperienza si vede altera andarne oggi Fiorenza de le belle opre vostre alte e famose.

Ma non solo Arno oggi vi loda e canta, ma dove ancora l'inesperto auriga cadde, di voi terrà memoria eterna.

Il Tever lascio, che tenera pianta vi nutrì, dolce essendo ogni fatiga a chi co 'l spirto e 'l core in voi s'interna

48. -- Dello stesso

Uscendo 'l spirto mio per seguir voi, Donna gentile, in voi vera pietade spinse l'anima vostra a le contrade ond'egli uscìo, con che vivessi io poi;

tal che 'l splendor, che dite uscir tra noi di me, è propria vostra qualitade, concessavi da l'alta e gran bontade, per sembianza de i chiari raggi suoi.

Dove scorger si puote un dolce inganno veggendovi in me vaga di voi stessa, nè v'accorgete ch'io v'appago a punto

Che se mi vi toglieste allora il danno mortal mio vedreste, e fora espressa la colpa vostra, send'io a morte giunto.

49. -- Di Alessandro Arrighi

L'aspetto sacro e la bellezza rara, eguale a cui non ebbe il mondo ancora; il folgorar de gli occhi ch'innamora il mondo tutto, e quasi sol lo schiara;

il parlar saggio, onde la via s'impara di gir al chiaro e uscir dal fosco fora; e l'alto sangue, lo cui ammira e onora chiunque adorno è più di stirpe chiara;

i bei costumi, e 'l portamento adorno; e col dolce cantare il dolce suono che fan di marmo una persona viva,

fur le cagioni o donna, ch'in quel giorno stetti a mirare il bello, a udire il buono, in guisa d'uom che pensi, parli e scriva.

50. -- Dello stesso

Come di dolce più che d'agro parte, Donna mi feste il dì, ch 'l colpo caro di voi impiagommi, onde sì ardente e chiaro foco poscia avampommi a parte a parte,

così men d'agro, che di dolce parte da me per guiderdon del dono raro; e giunge a voi per addolcir l'amaro vostro languir del tutto non che 'n parte;

il foco ch'io dovrei mandarvi ancora per render merce pari al degno merlo, meco si sta, nè vuol partirsi un'ora.

Selva chiusa non è, nè campo aperto, nè giardin culto, o poggio aspro o deserto, che non sappian com'ei m'arde e divora.

51. -- Dello stesso

S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi, Donna, ch'io tanto pregio, ed è ben degno; s'il dissi che mai sempre ira e disdegno portiate in seno, e sol me stesso annoi;

s'il dissi che 'l mortale eterno muoi di me non mai giungendo al santo regno; s'il dissi sia d'amor prigione e segno de l'acuto suo strale, e preda, poi.

Ma s'io nol dissi chi si dolce aprìo a me lo cor chiudendovi entro i raggi, non mai rivolga altronde il lume chiaro.

Io no 'l dissi giammai, nè dir disìo: vinca 'l ver dunque, e 'l falso a terra caggi, e 'n dolce amor ritorni l'odio amaro.

52. -- Dello stesso

S'un medesimo stral duo petti aprìo: s'arse due cor d'amor un foco santo: se nascendo 'l piacer morì cotanto martir, che l'uno e l'altro già sentìo,

Donna, e s'insomma nudrì ambo un disio, ond'è ch'in me del dir vostro altrettanto non rivolgete sì, ch'io mi dia vanto d'esser d'uom fatto un'immortale Dio?

Forse sì come sempre ebbi nimica la stella a i miei disir, così avien ora ch'io non goda e non sorti una tale brama.

O pur ch'ad alma sì saggia e pudica parlar di me basso suggetto fora: come che sia il bel vostro a sè mi chiama.

53. -- Di Benedetto Arrighi

Voi che volgete il vostro alto disio a la chiara virtù, donde si coglie quelle onorate, sacre, sante spoglie, di che va altera e Calliope e Clio;

voi che schernite al tempo quell'oblio, che la fama immortale al nome toglie, colpa e vergogna de l'umane voglie, che non son come voi rivolte a Dio;

voi sol vi sete fabricato un tempio di glorie tal, che gli onori e trofei non pon lasciar di lui più chiaro esempio;

deh! così potess'io com'io vorrei le virtuti cantar, ch'in voi contemplo memoria eterna a gli uomini e a li Dei.

54. -- Dello stesso

Alma gentile che già foste al paro de l'alta e gran colonna, oggi si mostra in voi tutto l'onor de l'età nostra; in voi lo stil più che 'l suo dolce e caro;

al vostro stil, dov'io ch'al mondo imparo a riverir la chiara virtù vostra, ch'oggi solinga l'universo giostra non trovando di lei pregio più chiaro;

sì come un picciol lume alta chiarezza vince, così con vostre lodi sole lei vincete in virtute e in bellezza;

l'alto motor come 'l ciel ornar vole la terra, piacque a sua reale altezza far Vittoria una Luna e Tullia un Sole.

[V. 14 Vittoria Colonna.]

55. -- Di Lattanzio De' Benucci

Se per lodarvi e dir quanto s'onora di voi natura e 'l ciel, Tullia gentile, fosse eguale al soggetto in me lo stile, e 'l saper pari a l'alta voglia ancora;

forse non tanto il secol nostro indora vostra virtute, e non dal Gange al Tile fate voi co' i begli occhi eterno aprile, quant'io n'avrei grazie e favori ognora.

Non può ingegno mortal tante divine virtù ritrar; nè può basso disìo scolpir parti sì eccelse e pellegrine,

che 'n voi il valor del vago petto e pio avanza ogni pensier, passa ogni fine, non che l'aguagli altrui parlare, o mio.

56. -- Dello stesso

O fiumicel se 'l più cocente ardore estivo il lento tuo correr affrena, e la tua profonda umile arena incende e fa restar priva d'umore;

ecco a le rive tue novo splendore che l'aer d'ogni intorno rasserena: di colei, che cantando in dolce vena a le nove sorelle aggiunge onore.

Onde il vecchio Arno ormai d'invidia pieno lascia l'usato corso e a te rivolto, quivi perde le chiare e lucid'onde;

godi, or che vedi entro il tuo ricco seno la imagin bella del leggiadro volto: e Tullia odi sonar ambe le sponde.

57. -- Dello stesso

Deh, non volgete altrove il dotto stile altera donna, ch'a voi stessa, poi che scorge il mondo esser accolto in voi quant'ha del pellegrino e del gentile.

Appo questo suggetto incolto e vile divien qual più pregiato oggi è tra noi; e co 'l splender de' vivi raggi suoi chiaro si mostra ognor da Battro a Tile.

Voi dunque di voi sola alzare il nome dovete, poi ch'a sì pregiato segno giunger non puote il più purgato inchiostro.

Quindi vedrassi apertamente come non è di lode altri di voi più degno, nè stil che giunga al dolce cantar vostro.

58. -- Di Latino Giovenale

Vide già la famosa antica etade nel palazzo reale alto di Roma donna empia sì, che fe' del carro soma al padre anciso, e spense ogni pietade.

Vede or donna real di tal beltade la nostra, e Roma, e da colei si noma; che chi mira i begli occhi e l'aurea chioma di piacer, d'amor empie e d'umiltade.

Questa sol per mio ben, per mio sostegno al mio imperfetto, a la fortuna avversa diede natura, e 'l ciel cortese e largo.

O gloria de le donne, o ricco pegno d'onor, d'ogni virtù ch'oggi è dispersa: deh! perchè non ho io gli occhi ch'ebbe Argo?

59. -- Di Ludovico Martelli

Voi, che lieti pascete ad Arno intorno il vostro gregge fra leggiadri fiori, godete, poi che da i superni cori discesa è Tullia a far con voi soggiorno

sforzisi ognun co 'l crin d'alloro adorno gli altari empir de i più soavi odori; che per costei vostri tanti alti onori faranno ancor a voi degno ritorno.

Quest'è la vaga pastorella, ch'ebbe fra i più degni pastor del Tebro il vanto; del cui partir restar sì afflitti e mesti;

e poi che per voi sol non le rincrebbe lasciar le rive ove fu in pregio tanto, siate a cantarla e a riverirla presti.

60. -- Di Simone Dalla Volta

Tullia, mostrò (?), miracolo, Sibilla, di cui si maraviglia il mondo e gode: mar di saver, che non ha fondo o prode, e mena l'onda sua lieta e tranquilla.

Da cui sì dolce umor, sì chiaro stilla di virtù vera ch'oggi rado s'ode: cui non guasta fortuna, o 'l tempo rode; men che quelle di Saffo e di Camilla.

Ma che dico io? Il vostro alto valore non si può comparare a cosa alcuna: perchè non che 'l poter, passa il disio.

Chi vuol vivo vedere in terra amore, divin, pien di virtù, miri quest'una, vera amica de gli angioli e di Dio.

61. -- Di Camillo Da Monte Varchi

Mosso da l'alta vostra chiara fama, di cui per tutto il mondo il grido suona, vengo cantarvi anch'io Tullia Aragona, cui chi più sa, più sempre ammira e ama.

E s'adempir potessi ardente brama di salir l'alto monte d'Elicona, qual voi n'arrecherei degna corona, ch'al ciel vi porta, che vi aspetta e chiama.

Or voi più d'altra saggia e più gentile, degnate di pigliar quanto vi porge un ch'a voi consacrato ha ingegno e stile.

Ben so, vostra mercè, ch'altera e vile alma tanto non è, che quando scorge d'essere amata non divenga umile.

62. -- Di Claudio Tolomei

Quando la Tullia mia che vien dal cielo, che d'altronde non può sì bella cosa, umilemente altera e disdegnosa, toglie al mondo 'l suo sol con un bel velo;

allora agghiaccia 'l fuoco ed arde 'l gelo, e Amor tremando l'armi in terra posa, vertù si fugge e cortesia sta ascosa, e spegnesi ogni ardente onesto zelo.

Ma s'avvien poi che a le tranquille ciglia ridendo levi il velo, allor più incende il foco e 'l ghiaccio è freddo in ogni parte;

virtù ritorna e Amor l'armi riprende ch'ella governa, e non è meraviglia ciò che può far 'l ciel, natura ed arte.

[Sta nel: _Libro quarto delle rime di diversi eccellentissimi autori nella lingua volgare nuovamente raccolte_. In Bologna, presso A. Ciccarelli 1551, pag. 217.]

63. -- Di Antonio Grazzini (_Lasca_)

Se 'l vostro alto valor, Donna gentile, esser lodato pur dovesse in parte, uopo sarebbe al fin vergar le carte col vostro altero e glorioso stile.

Dunque voi sola a voi stessa simile, a cui s'inchina la natura e l'arte, fate di voi cantando in ogni parte Tullia, Tullia, suonar da Gange a Tile.

Si vedrem poi di gioia e maraviglia e di gloria e d'onore il mondo pieno, drizzare al vostro nome altare e tempï;

cosa che mai con l'ardenti sue ciglia non vide il sol rotando il ciel sereno, o ne' gli antichi o ne' moderni tempi.

64. -- Di Nicolò Martelli

Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino d'eloquenza immortale alta e profonda, la vostra al nome egual gli vien seconda Tullia di sangue illustre e pellegrino;

il cui spirto reale almo e divino, sovra l'uso mortal di grazie abonda, in guisa tal che l'onorata sponda De l'Arbia, infino al ciel tocca il confino.

E 'l bel chiaro Arno ora di voi s'onora, l'antico fuor traendo umido crine, forma con l'acque in suon cotai parole:

qual luce e questa o beltà senza fine, che col sommo valor le rive infiora al gel, come d'april nel mezzo il sole?

65. -- Di Ugolino Martelli

Se bella voi così le Grazie fero, che pari al mondo non fu mai nè fia; e se le muse con pietà natìa il dolcissimo latte ancor vi diero:

qual piena voce e qual giudicio intero, il valor giunto a somma leggiadria, e scorgere e cantar sì ben potria, ch'almen di lungo ne apparisse il vero?

Questi che vostri sono alteri onori, e fanno altrui veracemente adorno, scemar non può fortuna aspra e nimica.

E questa spero che di giorno in giorno averete con doti assai maggiori, di fosca e trista, omai lieta e aprica.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero _.]

66. -- Dello stesso

Se lodando di voi quel che palese di fuor si mostra a le più strane genti, rare bellezze e disusati accenti, degne parole a ciò mi son contese:

com' esser vi potrà larga e cortese la lingua a dir, che non tema o paventi di tante ascoste in voi virtuti ardenti, Tullia, ch'amor divino al cor v'accese?