Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI
Part 6
[V. 7 adorata; C. D. odorata.] [8 E. Quindi.] [11 fa.] [14 duole.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 116. - Risposta al sonetto del MARTELLI: _Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino._]
L. -- A Simone Porzio
Porzio gentile, a cui l'alma natura e i sacri studi han posto dentro 'l core virtù, ch'esser vi fa primo cultore di lei, cui 'l cieco mondo oggi non cura;
poi che rendete a feconda coltura sue alpestre piaggie, onde d'eterno onore semi spargete, e d'immortal valore cogliete frutti che 'l tempo non fura;
piacciavi, prego, che vostra alta mente a l'umil pianta mia volga il pensieio, s'ella forse non n'è del tutto indegna,
che di quel che per me poter non spero, col favor vostro a la futura gente di maraviglia ancor si farà degna.
LI. -- A Giordano Orsini
Alma gentil, in cui l'eterna mente, per farvi sovra ogni alma, bella e chiara, pose ogni studio; onde per voi s'impara la via di gir al ciel sicuramente;
sì come il mondo della più eccellente cosa di voi non ha, nè tanto cara; e come sola sete e non pur rara d'ogni virtute ornata interamente;
potess'io dirne appien quanto 'l cor brama, che d'invidia empirei e di dolore ogni spirto più saggio e più gentile,
benchè vostro valor eterna fama per se vi acquisti, caro mio signore, quanto 'l sol gira e Battro abbraccia e Tile.
LII. -- Al Card. di Tournon
Sacro pastor, che la tua greggia umile, di caritade acceso e d'Amor pieno, guidi fuor del mortal camin terreno, per ricondurla al suo celeste ovile;
se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile, or che raggio divin le scalda il seno, ricevi o Santo nel tuo pasco ameno questa tua pecorella errante e vile;
sì che possa ridotta in piagge apriche, ove nocer non può contraria sorte, nè fiere stelle al nostro danno intente;
poste in oblìo l'acerbe sue fatiche fuggir le pompe, e disprezzar la morte, tenendo sempre in Dio ferma la mente.
[Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori, nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMO RUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor Girolamo Artusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_, M.D.LIII, a carte 182.]
LIII. -- Allo stesso
Signor nel cui divino alto valore tanto si gloria l'una Gallia altera, e l'altra tutta mesta e afflitta spera por fin a l'aspro suo grave dolore, poscia che voi tornando, il suo splendore torna e fa bella Roma: ecco la sparsa chioma, ella v'accoglie lieta, e manda fore, voci gioconde a asciuga gli occhi molli, e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli.
La pace, la letizia, a la sublime schiera de le virtù sacre, ch'a noi spariro al partir vostro, ora con voi riedono, e fan contesa al tornar prime le Muse a celebrarvi in versi e in rime; destano i chiari spirti, ond'or s'ergano i mirti, e i lauri spargon l'onorate cime, e prima de l'usato il mondo infiora, e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.
Fra tanto almo gioir, fra tanta festa, ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente, anch'io la speme, e la letizia spente poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta, se mirate, Signor, quel che m'infesta noioso e aspro duolo che voi potete solo ridurmi in porto da crudel tempesta, e volgendo ver me pietoso il ciglio trar mia vita di doglia e di periglio.
Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi, che dee chiuder di Giano il tempio aperto, benchè nulla è 'l mio merto, pregal, che sola non mi lasci in guerra poi che per lui si spera pace in terra.
[_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.]
LIV.
Se materna pietate afflige il core onde cercando in questa parte e in quella il caro figlio tuo, Lilla mia bella, piangi, e cresci piangendo il tuo dolore:
a te, ch'animal se' di ragion fore, e non intendi (ohimè) quanto rubella sia stata ad ambe noi sorte empia e fella, togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore;
che far (lassa) degg'io? Qual degno pianto verseran gli occhi miei dal cor mai sempre, che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno?
Chi potrà di Psichi con alto canto cantar l'altere lodi: o con quai tempre temprar quel, che mi da sua morte affanno?
[V. 3 Lilia; C. D. Lilla.] [5 C. D. sei.] [12 C. D. Chi di Psichi potrà.]
LV.
Ben mi credea fuggendo il mio bel sole scemar (misera me) l'ardente foco con cercar chiari rivi, e starne a l'ombra ne i più fronzuti e solitarii boschi; ma quanto più lontan luce il suo raggio tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.
Chi crederebbe mai che questo vampo crescesse quanto è più lontan dal sole? E pur il provo, che quel divin raggio quant'è più lunge più raddoppia il foco: nè mi giova abitar fontane o boschi, ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.
Ma non cercherò più fresco, onda od ombra, che 'l mio così cocente e fero vampo non ponno ammorzar punto fonti o boschi; ma ben seguirò sempre il mio bel sole, poscia che nuova salamandra in foco vivo lieta, mercè del divo raggio.
[V. 10 B. longe; C. D. lunge.]
[LV.] _(Codice Vat. Ottob. 1595, c 118-119)_
Ben mi credea fuggendo il mio bel sole scemar misera a me l'estremo fuoco, con cercar chiari rivi e stare all'ombra dei verdi faggi ed abitar fra boschi; ma quanto più lontano è il suo bel volto tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.
Chi crederebbe mai che questo vampo crescesse quanto è più lontan dal sole? Io pur il provo, che quel divin volto accresce e 'n me raddoppia ognor il fuoco, nè mi giova cercar fontane o boschi, che questo sol non cuopre e frondi ed ombra.
Non cercarò vie più posare all'ombra per minuire il mio cocente vampo, nè, lassa, errando, gir tra folti boschi; ma ben seguirò io sempre quel sole per cui sì lieta mi nutrico in fuoco, che a ciò mi sforza il cielo col suo bel volto.
Deh! perchè non m'alluma il vivo raggio ovunqu' io vado, o per sole o per ombra, che lieta soffrirei sì dolce foco, e contenta morrei del suo gran vampo? Ma non spero giammai, lassa, che 'l sole scopra giorno sì chiaro in questi boschi.
Ond'avrò sempre in odio i monti e i boschi che m'ascondon la luce di quel raggio, che splende e scalda più de l'altro sole; biasmi chi vuole e fugga i raggi a l'ombra, ch'io per me cerco sempre e lodo il vampo che m'arde e strugge in sì possente foco.
Quanto dunque mi fora grato il foco, ingrati i monti, e le fontane, e i boschi, u' non veggo il mio sole e sento il vampo s'io potessi appressar l'amato raggio e del mio stesso corpo a lui far ombra, e quando parte e quando torna il sole.
Prima sia oscuro il sole e freddo il foco, nè faranno ombra in nessun tempo i boschi, che del bel raggio in me non arda il vampo.
[V. 11 B. certo.]
Deh! perchè non è meco il sacro volto dovunque io vadi, o per sole o per ombra, ch'avria forse men forza al cuore il fuoco e soffrirei più lieta ogni mio vampo; ma puote solo un raggio del mio sole farmi beata ne gli ombrosi boschi.
E perciò in odio avrò sempre quei boschi che torrammi il veder del sacro volto, e i chiari raggi dell'almo mio sole che fean sgombrar le nube e fuggir l'ombra, e me sola gioir nel chiaro vampo qual salamandra nel più ardente fuoco.
Quanto mi fora dilettoso il fuoco, noiosi i fonti e via men grati i boschi, men cari i faggi e men noioso il vampo, s'unir potessi il mio volto al bel volto e col mio stesso corpo al suo far ombre, ben d'arder godrei toccando il sole.
Deh, dicesse il mio sole: anch'io sto in foco però non cercar più ombra ne' boschi, che vo' che 'l volto mio tempri il tuo vampo.
[Questo componimento fu probabilmente diretto al MANELLI, quantunque il _sacro volto_ lasci credere trattarsi di qualche porporato.]
LVI.
Alma del vero bel chiara sembianza, a cui non può far schermo nè riparo così gentil e cristallina stanza che non mostri di fuor l'altero e raro splender, che sol ne da ferma speranza del ben, ch'unqua non fura il tempo avaro: deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnovi acciò di doppia morte il viver pruovi.
[CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I, pag. 36.]
LVII. _(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_
Lieto viss'io sotto un bianco lauro e vivrò fin che 'l bianco amor m'infondi non per ornar le tempie d'ostro e d'auro ma sol delle tue sacre altiere frondi; ma poi che più e più volte il sole in Tauro tornato fa che i suoi bei crini ascondi se s'affredda stagion mutarà il corso, i frutti seccarà, le frondi e il dorso.
[Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna Laura Spinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ posseduta dalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scritto sopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.]
RIME A TULLIA D'ARAGONA
1. -- Di Girolamo Muzio
Amor nel cor mi siede e vuoi ch'io dica di qual esca racceso a l'alma mia sia 'l novo ardor, qual il soggetto sia ch'è de l'animo mio dolce fatica.
Alma gentil d'alti pensieri amica, lumi amorosi, angelica armonia, fan ch'ogni mio disir lieto s'invia per le vestigia de la fiamma antica.
Colei ch'io canto, nacque in su le sponde del chiaro fiume che d'eterni allori ben mille volte ornò le verdi chiome;
visse in tenera etate presso a l'onde del più bel fonte che Toscana onori: la sua stirpe è Aragon: Tullia il suo nome.
2. -- Dello stesso
Donna che sete in terra il primo oggetto a l'anime amorose e ai gentil cori, e i cui gloriosi e alteri onori sono al mio stile altissimo soggetto;
in voi stessa si volga il chiaro aspetto de l'alma vostra, in cui degli alti cori risplende il bel, e 'n tutti i vostri ardori fiammeggiar si vedrà celeste affetto.
Vedrete in voi mirando l'alma mia, ch'in voi sempre si specchia e si fa bella, per infiammarvi in me del vostro lume.
E 'l farà sì, per quel che mi favella nel petto amor, se rio mortal costume dietro a bassi pensier non vi disvia.
3. -- Dello stesso
Anima bella, che da gli alti chiostri fosti mandata in questo cieco inferno a consumar nel suggetto ampio e eterno, i più famosi e più purgati inchiostri;
mentre s'affannan gl'intelletti nostri a contemplar il tuo valore interno, con la voce e con gli occhi al ben superno gl'inalzi, e d'ire al ciel la via ne mostri.
Quinci è che quale ha in terra alma più rara, infiammata dal sol, ch'in te riluce, più lieta a te rivolge ogni pensero.
Ed io, poi che tua fiamma in me traluce, forse più ch'in altri soave e chiara, e porto 'l cor d'eterna gloria altero.
4. -- Dello stesso
Quando 'l raggio del bel, ch'in voi risplende, per l'orecchie e per gli occhi al mio mortale trapassa, o Donna, un chiaro ardor m'assale, che d'eterno disio tutto m'incende.
L'anima allor, che 'l novo affetto intende mover d'alta cagione, ogni mortale piacer schernendo, e al ciel battendo l'ale, verso l'amato lume il camin prende:
e com'aquila al sol drizzando gli occhi al foco vostro s'erge a la salita, dove alfin pace le promette amore.
Deh! siate larga a lei del bel splendore, e porgete al suo volo pronta aita, acciocchè inferma e cieca non trabocchi.
5. -- Dello stesso
Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti, onde amor m'arde e già gran tempo m'arse, vaghi occhi miei non vi si mostran scarse, mandate nel mio core i raggi ardenti;
orecchi miei, mentre bramosi e intenti notate 'l suon, che di su in terra apparse, e ne van le sue voci all'aura sparse, inviate a la mente i sacri accenti;
anima mia, mentre in mortale oggetto scorgi ch'eterno è quel che dentro avampa, allarga il seno al sempiterno zelo:
e vi rimembri che sì chiara lampa, sì soave tenor, spirto sì chiaro, sono a voi scala da salire al cielo.
6. -- Dello stesso
Amore ad ora ad or battendo l'ale dal grave incarco leva il mio pensero, e nel conduce per erto sentero a gir in parte, ove uom per sè non sale.
E quivi ne l'oggetto alto e immortale gli dimostra l'esempio vivo e vero, onde discese il nostro spirto altero a dover informar cosa mortale.
L'anima accesa a l'eterna vaghezza, tutta s'accende a far novo disegno del bel, ch'entro dipinge il divo aspetto.
Ma come poi si move il basso ingegno, donna mia, per salire a tanta altezza, cade lo stile, e manca l'intelletto.
7. -- Dello stesso
Superbo Po, ch'a la tua manca riva tutto lieto ti volgi d'ora in ora, per mirar lei, che le tue piaggie infiora, e ti fa in mezzo l'onde fiamma viva;
che fa la nostra, ho da dir Donna, o Diva, lei, che del ben del ciel l'alme innamora? Oh fosse lunga a lei la mia dimora! Pensa ella almen ch'io di lei pensi o scriva?
Deh! com'io dico ognor: foss'io con lei così fosse talora il suo pensiero, or che dee far di me privo il meschino;
oh vedesse ella aperti i dolor miei, ch'io so che di pietà quel spirto altero porteria gli occhi molli, e 'l viso chino.
8. -- Dello stesso
Or di là se ne vien questa dolce ora, ov'è colei che col suo divo aspetto, mette dentro al mio cor l'ardente affetto; ond'ancor la sua vista mi ristora.
Oh se così potesse a ciascun ora essere a lei presente il mio imperfetto, come sempre la scorge il mio intelletto io sarei pur d'ogni tormento fora.
Che se dal mover di quest'aura io sento per sua virtù conforto a i miei martìri, ben dovrei seco sempre esser contento.
Battete l'ale o vaghi miei sospiri, e colà andando onde si parte il vento, a lei portate i miei caldi disiri.
9. -- Dello stesso
Lasso, onde avvien che qui non fa ritorno il chiaro dì, sì come altrove sole? Non ci risplende il lume di quel sole che solo suole a gli occhi tuoi far giorno.
In questo altrui sì placido soggiorno, perchè son le campagne ignude e sole? Non ci spira il favor de le parole che fanno a sè fiorir le piaggie intorno.
Poi ch'a te chiuse sono ambe le porte de gli occhi e de l'orecchie, anima mia, ond'esser può che più letizia speri?
Pensa misero a te, chi ti conforte che me al mio bene ad ora ad or n'invia il santo amor con l'ale de i pensieri.
10. -- Dello stesso
Oh se tra queste ombrose e fresche rive, ch'or cercan solitarii i passi miei, meco ne fosse e con amor con lei, di cui 'l cor sempre parla e la man scrive;
ella a seder qui presso a l'acque vive si porria in grembo a l'erba, io in grembo a lei, e da i boschi trarriano i semidei al sacro aspetto e le silvestre dive.
Io lei mirando, a dir del suo valore snoderei la mia lingua, e alcun di loro segneria per li tronchi il chiaro nome;
ella gioiosa e umile in tanto onore forse di varii fior, forse d'alloro, tesseria una ghirlanda a le mia chiome.
11. -- Dello stesso
Spirto gentile in cui sì chiaramente e ne la mortal parte e ne l'eterna, fiammeggia il sol de la bontà superna, ch'altro non è fra noi lume sì ardente;
mentre io con gli occhi e con l'orecchie intente raccolgo il doppio bel, che mi governa, sì vivo foco in me da voi s'interna che tutta illuminar l'alma si sente;
poi, non capendo in me l'immensa fiamma, convien ch'in alcun modo esca di fore, mostrando i raggi de la vostra luce.
Così da voi ne vien lo mio splendore, ch'ogni mio bel disio da voi s'infiamma, come 'l lume de' lumi in voi traluce.
12. -- Dello stesso
Fiamma che chiaramente il mio cor ardi: aura che dolcemente mi ristori: spirto che alteramente m'innamori col valor, con la voce, con gli sguardi;
quante volte avvien ch'in voi riguardi, ch'io v'ascolti e ch'io pensi i vostri onori, tante mi sforzo a i sempiterni cori; ma 'l mio mortal fa poi che 'l gir ritardi.
O beata alma, angelica armonia, o vivo lume, che degli alti chiostri mostrate esempio a l'anime terrene,
poi ch'a i sensi e nel cor m'avete mostri la bellezza e 'l piacer del sommo bene, aiutatemi ancor a l'alta via.
13. -- Dello stesso
Spirto felice, in cui sì rare e tante grazie e virtuti il ciel largo comparte, che non so se si trovi in altra parte che d'andar teco a paro alma si vante:
s'a me facesser le sorelle sante del bramato lor don così gran parte, ch'io fossi degno di ritrarre in carte de la tua chiara effigie il bel sembiante:
so ch'io fare' un disegno sì perfetto, che saria specchio a la futura gente di quanto ben di su tra noi discende.
Ma, lasso, a tanto onor non mi consente il sacro coro: e da sè il mio intelletto sopra i fuochi celesti non ascende.
14. -- Dello stesso
Donna se mai vedeste in verde prato surger felicemente un aureo fiore, cui porge nutrimento dolce umore, e vivace calor dal ciel gli è dato;
non altramente lieto e consolato fiorir si vede un'amoroso core, perchè 'l suo sole è 'l grazioso ardore, e la fonte è 'l favor del viso amato.
E come quel, se manca la rugiada, perduto il bel de le purpuree fronde convien ch'in breve spazio a terra cada:
così se rio voler o caso indegno, i suoi disiri altrui fura e nasconde, seccasi il fior d'ogni felice ingegno.
15. -- Dello stesso
Il valor vostro, Donna, il cor m'incende, lega ogni mio disir, m'impiaga il petto; e l'alma del suo mal sente diletto, dal ben ch'ella in voi vede, ode e intende.
M'infiamma il divo raggio onde risplende il chiaro vostro angelico intelletto; da i novi accenti è avvinto ogni mio affetto, e da' begli occhi il colpo al cor discende.
E non ha Amor in tutta la sua corte, m'oda chi vol, sì graziosi sguardi, sì chiara voce, o sì vivace lume.
Perch'io pur prego lui, ch'ognor più forte con tal foco, in tai lacci e con tai dardi mi trafigga, m'annodi e mi consume.
16. -- Dello stesso
O novo esempio de l'eterna luce, alma gentile, ond'ogni alma più rara mirando la beltà ch'in te riluce, del vero amore i veri effetti impara;
se del lume ch'in te dal ciel traluce, a l'alma mia non sarai punto avara, spero col raggio di sì altera duce farmi fiamma di fama al mondo chiara.
Te canteran mie rime in ogni parte e diran que' ch'avran più vivo ingegno: qual fu quel foco onde tal lampo uscìo?
Amor promette a te ne le mie carte nome immortale. O così fosse degno ne le tue d'aver vita il nome mio!
17. -- Dello stesso
In su le rive del superbo fiume ch'altrui già die' sepolcro in mezzo l'onde: ond'altri mutò il crine in verdi fronde, e altri si vestì di bianche piume;
invaghito del dolce altero lume, lo qual di cielo in cielo in voi s'infonde, e con sua luce ogni altra luce asconde, arse 'l mio cor oltra mortal costume;
poi sendo privo de gli amati rai, non so dove si chiuse il grande ardore, come fuoco ch'in cener si ricopra.
Or rivedendo il vostro almo splendore, l'antica fiamma, chiara più che mai, convien ch'in riva d'Arno si discopra.
18. -- Dello stesso
Sogni chi vuol di riportar corona da gli alti gioghi del sacrato monte; altri s'attuffi nel famoso fonte che fa più chiaro 'l nome d'Elicona;
sia gloria altrui se la sua lira suona aver le sacre Muse al cantar pronte; cinga altrui Febo la felice fronte de la fronde, che mai non l'abbandona;
altri si vanti che benigna e lieta stella, a lui rivolgendo il suo splendore, a questa luce il fece uscir poeta;
il mio Parnaso, il mio perpetuo umore, le mie Dive, il mio Apollo e 'l mio pianeta, è 'l valor vostro impresso nel mio core.
19. -- Dello stesso
Donna gentile, i cui beati ardori del celeste splendore e del mortale, spargon virtù che mentre i cori assale, ne l'alme accende mille eterni amori;
se 'l vostro sole interno e 'l bel di fuori, a voi da me n'han tratto il mio immortale: e se Amore al mio stile impenna l'ale da gir portando al Cielo i vostri onori;
se cara sete a me più di me stesso; s'a voi ne volar tutti i miei sospiri; se con voi vivo e senza voi son morto;
se mi vedete 'l cor ne gli occhi espresso, e le mie pene, e i miei caldi disiri, ben dovreste pensare al mio conforto.
20. -- Dello stesso
Quando, com'Amor vuol, la donna mia, tra soavi sospiri e dolci accenti, move la lingua a angelici concenti, e l'aura del bel petto a l'aere invia;
al suon de la dolcissima armonia ferman le penne i tempestosi venti; stanno i giri del ciel taciti e intenti; e non ch'altri, ma Febo il corso oblìa.
E qual alma mortal la mira e ascolta, ad ogni uman disìo tutta si toglie e con tutti i pensieri al cielo aspira.
La mia, che mai da lei non si discioglie, col vago spirto suo da Amore accolta a quel si stringe, e 'ntorno a lei s'aggira.
21. -- Dello stesso
Ebbe la favolosa antica etade chi co 'l tenor di feri e dolci canti e con novo splender di rea beltade, allettando affogava i naviganti:
e or donata ci ha l'alta bontade donna, che con l'ardor de gli occhi santi e con note d'amor e di pietade, rende porto e salute a l'alme erranti.
Voi, Donna mia, voi sete alma sirena voi, voi Tullia gentil, che fido lume nel mar d'amor porgete e placid'aura.
La vista vostra angelica, serena, fa ch'in voi l'altrui vita ognor s'allume, e 'l cantar d'ogni affanno ci restaura.
22. -- Dello stesso
Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro Orfeo cantare, e tacite ascoltarlo varie fere e augelli, e seguitarlo quercia, popolo, abete, olmo e ginebro.
Vista ha 'l gran Po, veduta ha 'l chiaro Tebro, vede 'l bel Arno, a cui sovente parlo quel che mi detta l'amoroso tarlo cantar la donna, ch'io sempre celebro;
ma se colui seguiano e sassi e sterpi, questa ogni alma più dura e più silvestra trae dal grave suo incarco, e al ciel la scorge.
Beata voce, che dal cor mi sterpi ogni vil cura, onde per te s'addestra l'alma a salir ove per sè non sorge.
23. -- Dello stesso
Donna, a cui 'l santo coro ognor s'aggira de l'alme Muse e la cui chiara fronte verdeggia de l'onor del sacro Monte, ove chi s'erge eterna vita spira:
qual anima gentil v'ascolta e mira brama far vostre grazie al mondo conte; poi non trovando rime al cantar pronte com'è la voglia, duolsi e ne sospira.
Di così bello, raro e alto suggetto, dal vostro infuori, ogni altro stile è indegno; quel sol n'è degno e altro non v'arriva.
Io per molto provar, vero disegno di voi non feci mai; ma dentro 'l petto ben vi porto scolpita, bella e viva.
24. -- Dello stesso
La sembianza di Dio che 'n noi risplende di cielo in cielo e c'ha nome beltade e move Amor, per perigliose strade de l'orecchie e de gli occhi al cor discende;
perchè dal senso il senso il bello apprende, e 'n la natura nostra è qualitade ch'in mortal disiderio il mortal cade, e così bassa voglia il senso accende.
Ond'è ch'ingombro di piacer terreno entrando il mal fidato messaggero fa ne l'alma sentir del suo veleno.
Quinci è che talor cade il mio pensero: ma voi, ch'avete in man la verga e 'l freno, ne 'l ridrizzate per erto sentero.
25. -- Dello stesso
Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo sovente o Donna, e da me stesso sciolto, al bel vostro splendor tutto rivolto, l'ali battendo al ciel mi levo a volo.
E lontanato dal terrestre suolo giungo a l'esempio de l'amato volto, donde è tutto quel bello in voi raccolto, che fa 'l mio amor fra gli altri in terra solo.
Deh! vi priegh'io per le bellezze vostre, Tullia, ch'al bel camin compagna eterna mi siate, senza mai voltarvi a dietro.
Ch'amor, s'ancor da voi tal grazia impetro, promette a noi tranquilla pace interna, e certa gloria a i nomi e a l'alme nostre.
26. -- Dello stesso
Donna, più volte m'ha già detto Amore che nell'anima vostra i miei pensieri son tutti espressi così vivi e veri com'io voi, viva, ho impressa in mezzo 'l core;
e ch'accesi del vostro alto splendore ne van vostri disir cotanto alteri, ch'a mortal non convien che da voi speri altra mercede ch'immortal dolore.
Così dice egli, e io per prova il sento, che quant'uom più vi serve e più v'adora, voi del suo mal più vi mostrate vaga;