Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI

Part 5

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S'a l'alto Creator de gli elementi sete, Donna Real, cotanto cara, che de la stirpe vostra altera e rara, volle ornare i suoi chiostri eterno ardenti;

e s'or, per acquetar vostri lamenti, vi rende il cambio di quell'alma chiara, che di voi nata, tutto 'l ciel rischiara, a Dio lode cantando in dolci accenti;

ragion è ben, che con eterni onori vi cantin tutti gli spirti più rari, com'onorata in terra e in ciel gradita.

Arno alzi l'acque al ciel, le rive infiori, suonino i tempii, e fumino gli altari, che 'l nuovo parto a festeggiar n'invita.

[V. 3 B. De la stirpe vostra.] [6 Il principino D. Pietro morì il 10 giugno 1 47, e D. Garzia nacque il 5 luglio dello stesso anno.]

XIV. -- A Maria Salviati de' Medici

Anima bella che dal padre eterno creata prima in ciel nuda e immortale, or vestita di vel caduco e frale, mostri qua giuso il gran valore interno:

da gli alti chiostri in questo basso inferno u' si n'aggrava il rio peso mortale, scendesti a torne noia e a darne l'ale al sommo bello, al sommo ben superno;

chiunque te pur una volta mira, sente sgombrar da l'alma ogni vil voglia, e arder tutta di celeste amore.

Dunque ver me col divin raggio spira del disiato tuo santo favore, ch'io voli al Ciel con la terrena spoglia.

[V. 7 E. ne.] [9 B. sol.] [11 Ed; tutto. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 111.]

XV. -- Alla stessa _(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

Anima bella, che dal Padre eterno pura fosti creata e immortale, e ingombra di velo oscuro e frale, pur di fuor mostri il tuo valor interno:

dal ciel scendesti in questo vivo inferno, u' n'aggrava il terren peso mortale, per innalzarne dibattendo l'ale al sommo bello, e sommo ben superno.

Tu di casti pensier, d'onesta voglia ingombri l'alma a chi tuo esempio mira, e le fai vaghe del verace amore.

Dunque ver me col vivo raggio spira del desiato tuo almo favore, ch'io m'erga, e inalzi al ciel da questa spoglia.

XVI. -- A. D. Luigi di Toledo

Spirto gentil, che dal natìo terreno la chiarezza del sangue, e dal ciel chiara anima avesti, e a cui d'ogni più rara virtù colmar le sante Muse il seno;

poi che 'l cor vostro è d'alto valor pieno, e real cortesia da voi s'impara, non mi sia, prego, vostra mente avara di ciò, ch'altrui donando, non vien meno.

Voi sete quel, ch'avete ambe le chiavi di quegli eccelsi, e gloriosi cori che fan più ch'ancor mai felice l'Arno;

or volgetele a me così soavi, ch'entro raccolta, mai non esca fuori; e prego umil non sia 'l mio prego indarno.

XVII. -- A D. Pedro di Toledo

Ben si richiede al vostro almo splendore del chiaro sangue, e a la virtù eccellente, che si canti Signore eternamente ne' giochi di Parnaso il vostro onore;

ond'è ch'a dir di voi, dentr'al mio core s'accende ognor un vivo foco ardente; ma come a l'alta impresa non si sente l'anima ugual, si spenge il novo ardore.

Non s'assicura nel profondo seno di vostre glorie entrar mia navicella sotto la scorta del mio cieco ingegno.

Solchi 'l gran mar di vostre lodi a pieno più felice alma, a cui più chiara stella porga favore in più securo legno.

XVIII. -- A Pietro Bembo

Bembo, io che fino a qui da grave sonno oppressa vissi, anzi dormii la vita, or da la luce vostra alma infinita, o sol d'ogni saper maestro e donno,

desta apro gli occhi, sì ch'aperti ponno scorger la strada di virtù smarrita; ond'io lasciato ove 'l pensier m'invita de la parte miglior per voi m'indonno:

e quanto posso il più mi sforzo anch'io, scaldarmi al lume di sì chiaro foco, per lasciar del mio nome eterno segno.

E o non pur da voi si prenda a sdegno mio folle ardir, che se 'l sapere è poco, non è poco, Signor, l'alto disìo.

[V. 2 B. dormì; - C. D. dormii.] [3 E. dalla.] [12 Ed oh! - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 111.]

XIX. -- A Ridolfo Baglioni

Signore in cui valore e cortesia giostrano insieme ognor tanto ugualmente, che discerner non puote umana mente, di qual di lor più la vittoria sia;

mia fredda Musa a voi già non s'invia per celebrar vostra virtute ardente; ma perch'in voi nomar conosce e sente, sorger nel vostro onor la gloria mia.

Ben porta nel mio core un caldo affetto il vivo lume vostro, ch'è sì chiaro, che risplender si vede in ogni parte.

Ma prenda voi per degno alto suggetto, chi al quieto Apollo è tanto caro, quanto voi sete al bellicoso Marte.

[V. 2 B. egualmente;] [8 C. scorger.]

XX. -- A Francesco Crasso

La nobil valorosa antica gente, che di novo i fratelli ancisi vede, e in acerbo esilio a pianger riede, Signore, a te, s'inchina umilemente.

E potendo vendetta arditamente gridar da' monti, e piaghe, e mille prede, mercè sola e pietate a te richiede, di comune voler, pietosamente.

O sanator de le ferite nostre, mira la velenosa e cruda rabbia, che 'l sangue giusto, ingiustamente sugge.

Così tosto avverrà, ch'in te si mostre, com'a gran torto, tanti danni or abbia la gente, cui pietate e doglia strugge.

[V. 2 B. D. E. nuovo.] [6 B. C. D. E. de' morti. _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.]

XXI. -- Al Molza

Poscia (ohimè) che spento ha l'empia morte l'alma gentil, ch'in sua più verde etade, a gran passi salìa l'erte contrade che menan dritto a la superna corte;

chi fia che leggi così crude e torte, spirti amici d'onor e di bontade, non pianga meco ognor, ch'a le più rade virtù die' sempre il ciel vite più corte?

Molza ben pianger dei, poi ch'al camino ove ti sprona un disusato ardire, perduta hai meco la più fida scorta.

Io per me dopo sì fero destino non voglio altro, non deggio che morire se morir deve e puote, chi è già morta.

[V. 1 B. l'avara; C. D. empia.]

XXII. -- Al Colonnello Luca Antonio

Poi che rea sorte ingiustamente preme voi, ch'alto albergo sete di valore, sento, spirto gentil, un tal dolore, che con voi l'alma mia ne giace insieme.

L'anima mia ne giace, e 'l petto geme, di non poter mostrar nel riso il core, a voi, cui bramo con perpetuo onore, piacer servendo, insino a l'ore estreme

Il disìo d'ora in ora a voi mi porta: quindi rispetto onesto mi ritiene: e disvoler conviemmi quel ch'io voglio.

In sì dubbioso stato mi conforta, che ben v'è noto quel che si conviene, e questo fa minore il mio cordoglio.

[V. 1 E. Poichè.] [2 siete.] [8 all'ore. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.]

XXIII. -- Ad Ugolino Martelli

Mentre ch'al suon de i dotti ornati versi, fate d'Arno suonar l'ampie contrade, cantando insieme a più ch'ad una etade con le virtù, ch'a voi sì amiche fersi,

a me, caro Martel, sono tanto avversi i fati, ch'ogni ben dal cor mi cade; e per occulte, solitarie strade, vo' lagrimando il dì che gli occhi apersi.

Tal che del pianto mio, del mio languire, languisce e piagne ogni sterpo e ogni sasso, e le fiere e gli augelli in ogni parte.

Voi mentre affligge me l'empio martire, deh! consolate lo mio spirto lasso, con vostre eterne e onorate carte.

XXIV. -- Allo stesso

Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero per risonar con la zampogna mia, vostra rara virtute e cortesia, poggiando al ciel col bel suggetto altero.

Ma, lassa, invan m'affanno (o destin fero) che roco è 'l suono, e la mia sorte ria, sì dietro a i miei dolor tutta m'invia, che levarmi da terra, unqua non spero.

Cantino altri di voi tanti pastori, che pascon le lor gregge a l'Arno intorno, a cui le Muse, a cui fortuna è amica;

io s'unqua al mio felice stato torno, non pur non tacerò miei santi ardori, ma voi sarete mia maggior fatica.

[V. 1 E. movo] [10 greggie.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 115.]

XXV. -- Allo stesso _(Cod. Vat. Ottob. 1595)._

Ho più volte, Signor, fatto pensiero di risonar con la zampogna mia, di te il valor e l'alta cortesia, salendo al ciel presso al suggetto altiero.

Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero, che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa, sì dietro a miei dolor tutta m'invia, che levarmi di terra indarno spero.

Cantin di te tanti gentil pastori, che pascon le lor greggie al Po d'intorno, a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno, farà sentir non pur suoi bassi amori, ma tu sarai la sua maggior fatica.

[Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per il Muzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.]

XXVI. -- Allo stesso

Ben sono in me d'ogni virtute accese le voglie tutte, e gli spirti alto intenti; ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti, ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

Onde non lodi no, ma gravi offese mi son le rime vostre, e però tenti vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti, mille di lui cantar più degne imprese.

Ben può celar il ver finta bugia, a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte: ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

dunque per più secura e corta via, rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte, ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

[Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._]

XXVII. -- A Benedetto Varchi

Varchi, da cui giammai non si scompagna il coro de le Muse, e ch'a l'affanno com'a la gioia, a l'util com'al danno, sempre avete virtù fida compagna;

qual monte, o valle, o riviera, o campagna, non sarìa a voi più che dorato scanno: se come fumo innanzi a lei sen vanno gli umani affetti, ond'altri più si lagna?

O perchè errar a me così non lice con voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso, de l'onorate vostre fide scorte?

Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso, vivendo viverei vita felice, e morta sperarei vincer la morte.

XXVIII -- Allo stesso

Varchi, il cui raro e immortal valore, ogni anima gentil subito invoglia, deh! perchè non poss'io, com'ho la voglia del vostro alto saver colmarmi il core?

che con tal guida so ch'uscirei fore, de la man di fortuna, che mi spoglia d'ogni usato conforto: e ogni mia doglia cangerei in dolce canto, e 'n miglior ore.

Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sorte contrasta a così onesto e bel desire, sol perchè manch'io sotto l'aspre some.

Ma s'i me pur così convien finire, la penna vostra almen, levi il mio nome fuor degli artigli d'importuna morte.

[V. 4 E. saper.] [5 fuore.] [6 Delle.] [11 Sol perch'io manchi.] [_Componimenti poetici_, ecc. ediz. cit. pag. 113.]

XXIX. -- Allo stesso

Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo, quel che sol di virtute è ricco e adorno, quel che col suo splendor un lieto giorno chiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo:

quel sete Varchi voi, quel voi che solo, fate col valor vostro oltraggio e scorno a i più lontan, non ch'ai vicin d'intorno; ond'io v'ammiro, riverisco e colo.

E di voi canterei mentre ch'io vivo, s'al gran suggetto il mio debile stile, giunger potesse di gran spazio almeno.

O pur non fosse a voi noioso e schivo questo mio dire, scemo e troppo umile: che per voi renderassi altero e pieno.

XXX. -- Allo stesso

Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati, sieno al bel gregge tuo, dolce pastore vero d'Arcadia e di Toscana onore, più chiaro fra i più chiari e più pregiati:

se tanto in tuo favor girino i fati, che mai tor non ti possa il dato core Filli, nè tu a lei tuo santo amore, onde vi gridi ogni uom saggi e beati:

dinne, caro Damon, s'alma sì vile e sì cruda esser può, ch'essendo amata renda invece d'amor tormenti e morte.

Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stile non mi leva il dubbiar, d'esser pagata di tal mercede, sì dura è mia sorte.

[V. 7 E. casto.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXI. -- Allo stesso

Dopo importuna pioggia s'allegrano i pastor, quando 'l sereno ciel si discopre lor di stelle pieno;

e dopo 'l corso de l'instabil luna, ne l'apparir del sole, gioisce ogni animal che brama il giorno;

e l'alto Dio lodar ben spesso suole, dopo l'aspra fortuna, spaventato nocchier al porto intorno;

e 'l Varchi è al suo ritorno seren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo, si rallegra, gioisce e loda Iddio.

[V. 10 B. Varchi al; C. D. Varchi è al.]

XXXII. -- A Girolamo Muzio

Voi ch'avete fortuna sì nimica, com'animo, valor e cortesia, qual benigno destino oggi v'invia a riveder la vostra fiamma antica?

Muzio gentile, un'alma così amica è soave valore a l'alma mia, ben duolmi de la dura e alpestra via con tanta non di voi degna fatica.

Visse gran tempo l'onorato amore ch'al Po già per me v'arse. E non cred'io che sia sì chiara fiamma in tutto spenta.

E se nel volto altrui si legge il core, spero ch'in riva d'Arno il nome mio alto sonar ancor per voi si senta.

[V. 1 E. nemica.] [13 all'Arno.] [14 Alto per voi suonare ancor si senta.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 113.]

XXXIII. -- Allo stesso

Fiamma gentil che da gl'interni lumi con dolce folgorar in me discendi, mio intenso affetto lietamente prendi, com'è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l'alta tua luce m'allumi e sì soavemente il cor m'accendi, ch'ardendo lieto vive e lo difendi, che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che 'l rozo ingegno, caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi per cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l'età tarda farsi noto che fosti tal, che stil più degno uopo era, e che mi fu gloria l'amarti.

[V. 5 E. coll'alta.] [8 foco lo consumi.] [14 d'amarti.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXIV. -- Allo stesso

Spirto gentil, che vero e raro oggetto se' di quel bel, che più l'alma disìa, e di cui brama ognor la mente mia essere al tuo cantar caro suggetto;

se di pari n'andasse in me l'effetto con le tue lode, onor render potrìa mia penna a te; ma poi mia sorte rìa m'ha sì bramato onor tutto interdetto.

Sol dirò, che seguendo la sua stella, l'anima tua da te fece partita, venendo in me, com'in sua propria cella;

e la mia, ch'ora è teco insieme unita, ten può far chiara fede, come quella, che con la tua si mosse a cangiar vita.

[V. 2 D. Sei; E. desia.] [5 si andasse.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag, 116. - Risposta al sonetto del Muzio: _Donna, il cui grazioso e altero aspetto_.]

XXXV. -- A Bernardo Ochino

Bernardo, ben potea bastarvi averne co 'l dolce dir, ch'a voi natura infonde, qui dove 'l re de fiumi ha più chiare onde, acceso i cuori a le sante opre eterne;

che se pur sono in voi pure l'interne voglie, e la vita al vestir corrisponde, non uom di frale carne e d'ossa immonde, ma sete un voi de le schiere superne.

Or le finte apparenze, e 'l ballo, e 'l suono, chiesti dal tempo e da l'antica usanza, a che così da voi vietati sono?

Non fora santità, fora arroganza torre il libero arbitrio, il maggior dono che Dio ne diè ne la primiera stanza.

XXXVI. -- Ad Emilio Tondi

Siena dolente i suoi migliori invita a lagrimar intorno al suo gran Tondi, al cui valor ben furo i cieli secondi, poscia invidiaro l'onorata vita.

Marte il pianger di lei col pianto aita, morto 'l campion, cui fur gli altri secondi; io prego i miei sospir caldi e profondi, ch'a sfogar sì gran duol porgano aita.

So che non pon recar miei tristi accenti, a voi, messer Emilio, alcun conforto, che fra tanti dolori il primo è 'l vostro.

Ma 'l duol si tempri; il suo mortale è morto; vive 'l suo nome eterno fra le genti: l'alma trionfa nel superno chiostro.

XXXVII. -- A Tiberio Nari

Se veston sol d'eterna gloria il manto quei che l'onor più che la vita amaro, perchè volete voi, gentil mio Naro, render men bella con acerbo pianto

quella lode immortale e chiara tanto, di cui mai non sarà chi giunga al paro del valoroso vostro fratel caro, che morendo portò di morte 'l vanto?

Scacciate 'l duol è rasserenate il volto; e le unite da lui nemiche spoglie sacrate a lui, che già trionfa in cielo.

E da questo mortal caduco velo più che mai vivo, ormi libero e sciolto, par ch'a seguirlo ogni bell'alma invoglie.

XXXVIII. -- A Piero Manelli

Poi che mi diè natura a voi simile forma e materia, o fosse il gran Fattore, non pensate ch'ancor disìo d'onore mi desse, e bei pensier, Manel gentile?

Dunque credete me cotanto vile, ch'io non osi mostrar cantando, fore, quel che dentro n'ancide altero ardore, se bene a voi non ho pari lo stile?

Non lo crediate, no, Piero, ch'anch'io fatico ognor per appressarmi al cielo, e lasciar del mio nome in terra fama.

Non contenda rea sorte il bel desìo, che pria che l'alma dal corporeo velo si scioglia, sazierò forse mia brama.

[V. 7 D. m'ancide.]

XXXIX. -- Allo stesso

Amore un tempo in così lento foco arse mia vita, e sì colmo di doglia struggeasi 'l cor, che quale altro si voglia martir, fora ver lei dolcezza e gioco.

Poscia sdegno e pietate a poco a poco spenser la fiamma, ond'io più ch'altra soglia libera da sì lunga e fera voglia, giva lieta cantando in ciascun loco.

Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stanco de' danni miei, perchè sempre sospiri, mi riconduce a la mia antica sorte;

e con sì acuto spron mi punge il fianco, ch'io temo sotto i primi empii martiri cader, e per men mal bramar la morte.

[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.] [_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_, Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.] [_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ogni secolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda che contiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.]

XL. -- Allo stesso

Qual vaga Filomela, che fuggita è da l'odiata gabbia, e in superba vista sen va tra gli arboscelli e l'erba, tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita, schernendo ogni martìre e pena acerba de l'incredibil duol, ch'in sè riserba qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!) dal tempio di Ciprigna le mie spoglie, e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie, muterò, disse; e femmi prigioniera di tua virtù, per rinovar mie doglie.

XLI. -- Allo stesso

Felice speme, ch'a tant'alta impresa ergi la mente mia, che ad or ad ora dietro al santo pensier che la innamora, sen vola al Ciel per contemplare intesa.

De bei disir in gentil foco accesa, miro ivi lui, ch'ogni bell'alma onora, e quel ch'è dentro, e quanto appar di fora, versa in me gioia senz'alcuna offesa.

Dolce, che mi feristi, aurato strale, dolce, ch'inacerbir mai non potranno quante amarezze dar puote aspra sorte;

pro mi sia grande ogni più grave danno, che del mio ardir per aver merto uguale più degno guiderdon non è che morte.

[CRESCIMBENI: _Istoria della volgar poesia_, Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1730, vol. IV, pag. 68.]

XLII. -- Allo stesso

S'io 'l feci unqua che mai non giunga a riva l'interno duol, che 'l cuor lasso sostiene; s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene in guerra eterna de vostr'occhi viva;

s'io 'l feci, ch'ogni dì resti più priva de la grazia, onde nasce ogni mio bene; s'io 'l feci, che di tante e cotai pene, non m'apporti alcun mai tranquilla oliva;

s'io 'l feci, ch'in voi manchi ogni pietade, e cresca doglia in me, pianto e martìre distruggendomi pur come far soglio;

ma s'io no 'l feci, il duro vostro orgoglio in amor si converta: e lunga etade sia dolce il frutto del mio bel disire.

XLIII. -- Allo stesso

Se ben pietosa madre unico figlio perde talora, e nuovo, alto dolore le preme il tristo e suspiroso core, spera conforto almen, spera consiglio.

Se scaltro capitano in gran periglio, mostrando alteramente il suo valore, resta vinto e prigion, spera uscir fuore quando che sia con baldanzoso ciglio.

S'in tempestoso mar giunto si duole spaventato nocchier già presso a morte ha speme ancor di rivedersi in porto.

Ma io, s'avvien che perda il mio bel sole, o per mia colpa, o per malvagia sorte, non spero aver, nè voglio, alcun conforto.

XLIV. -- Allo stesso

Se forse per pietà del mio languire al suon del tristo pianto in questo loco ten vieni a me, che tutta fiamma e foco ardomi, e struggo colma di disire,

vago augellino, e meco il mio martìre ch'in pena volge ogni passato gioco, piangi cantando in suon dolente e roco, veggendomi del duol quasi perire;

pregoti per l'ardor che sì m'addoglia, ne voli in quella amena e cruda valle ov'è chi sol può darmi e morte e vita;

e cantando gli di' che cangi voglia, volgendo a Roma 'l viso, e a lei le spalle, se vuol l'alma trovar col corpo unita.

XLV. -- Allo stesso

Ov'è (misera me) quell'aureo crine di cui fe' rete per pigliarmi Amore ov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardore nasce, che mena la mia vita al fine?

Ove son quelle luci alte e divine in cui dolce si vive e insieme more? ov'è la bianca man, che lo mio core stringendo punse con acute spine?

Ove suonan l'angeliche parole, ch'in un momento mi dan morte e vita? u' i cari sguardi, u' le maniere belle?

Ove luce ora il vivo almo mio sole, con cui dolce destin mi venne in sorte quanto mai piovve da benigne stelle?

XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi

Spirto gentil, s'al giusto voler mio non è cortese il cielo e amico tanto, ch'io possa con ragion lodarvi quanto me fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio, che ciò mi niega, rivolgendo in pianto il mio già lieto e dilettoso canto, per cui fan gli occhi miei si largo riso.

Ma se fortuna mai si mostra amica a le mie voglie, non dubito ancora poter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìca quant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora, piacciavi s'or lo riverisce e ama.

[Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo petti aprìo_.]

XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

Io ch'a ragion tengo me stessa a vile, nè scorgo parte in me che non m'annoi, bramando tormi a morte e viver poi ne le carte d'un qualche a voi simile,

cercando vo per questo lieto aprile d'ingegni mille, non pur uno o doi suggetti degni de i più alti eroi, e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

Però dovunque avvien, che mai si nome alteramente alcuno, indi m'ingegno trar rime, onde s'eterni il nome nostro.

E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome non rende pigro questo ardito ingegno, d'Elicona salire al sacro chiostro.

[Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]

XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_

Io che fin qui quasi alga ingrata e vile sprezzava in me così l'interna parte, come u' di fuor, che tosto invecchia e parte da noi ben spesso nel più bello aprile,

oggi, Lasca gentil, non pur a vile non mi tengo (mercè de le tue carte) ma movo ancor la penna ad onorarte, fatta in tutto a me stessa dissimile.

E come pianta che suggendo piglia novo licor da l'umido terreno manda fuor frutti e fior, benchè s'attempi:

tal'io potrei, sì nuovo mi bisbiglia pensier nel cor di non venir mai meno, dar forse ancor di me non bassi esempi.

[V. 3 B. un; C. D. u'] [Risposta al sonetto del LASCA: _Se 'l vostro alto valor, Donna gentile_.]

XLIX. -- A Nicolò Martelli

Ben fu felice vostro alto destino, poi che vena vi die' tanto feconda, che 'l santo Apollo il vostro dir seconda più ch'ei non fece al suo diletto Lino.

Il coro de le Muse a capo chino lieto v'onora, e 'l bel crin vi circonda di vaghi fiori e d'odorata fronda: perchè ragion è ben s'a voi m'inchino.

Il cantar vostro l'anime innamora, e le fa da se stesse pellegrine, che celeste virtù può ciò che vuole.

E 'n voi mirando grazie sì divine chi ha più gentil spirto più v'onora, altri d'invidia si lamenta e dole.