Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI
Part 4
Habita plena notitia et clara informatione de omnibus supra narratis de vita, moribus et honestate et qualitate dicte Domine Tullie, visu processu predicto et summa inde lata, testibus in eo examinatis decreto predicto, et omnibus denique visis, auditis et consideratis que videnda et consideranda erant, vigore auctoritatis eisdem concesse a Statutis Reipublicae Sen., servatis servandis et omni meliori modo, etc., Solemniter deliberaverunt prefatam D. Tulliam minime comprehendi in Statuto de meretricibus et questus sui corporis facentibus desponente, sibique licuisse et licere commorare et habitare in quibuscumque locis civitatis ad suum libitum, et vestes ac habitum deferre prout et sicut et in omnibus et per omnia licuit et licet personis et mulieribus honestis et nobilibus, et ita sibi licentiam et facultatem concesserunt, mandantes de predictis sibi publicum fieri decretum, et illud inviolabiliter osservari a quibuscumque personis tam publicis quam privatis sub pena comminationis arbitri quibuscumque in contrarium non obstantibus, et omni meliori modo, rebus tamen stantibus pro ut stant et non aliter nec alio modo. (_Archivio di Stato in Siena, Buste degli esecutori di Gabella, 1544 gennaio I, 1545 giugno 30, c. 12-13_).
[37] Die 23 augusti (1544).
Operta la cassa fu retrovata una politia et acusa del tenore susseguente, cioè:
_La Signora Tullia de Aragona per la pascha di Spirito Santo portò la sbernia contro li Statuti.
Ottaviano Tondi, Horatio Pecci, Il Signor Gaspare servitore del Signor D. Giovanni._
Vide in filo processum agitatum super vita causa ex quo apparet de sententia per quam fuit declaratum sibi licere portare sberniam istantibus omnibus, etc., (_R. Archivio di Stato in Siena, Decreti, polizze, ecc. del Capitano di Giustizia del 1544, luglio-dicembre, c. 53_).
I documenti da noi riportati a pag. XXXI-XXXVI furono rinvenuti nell'Archivio di Stato di Siena dal compianto Luciano Banchi.
[38] =Pecci G. A.= _Continuazione delle memorie storico-critiche della città di Siena fino all'anno M.D.LII._Siena, Bindi, 1758, vol. III, pag. 143.
[39] Sonetto XXXVI.
[40] =Biagi G.= op. cit.--=Bongi S.= _Il velo giallo di Tullia d'Aragona_. Estratto dalla _Rivista critica della letteratura italiana_, anno III, n. 3, marzo 1886.
[41] "Le meretrici non possino portare vesti di drappo e seta d'alcuna ragione, ma sibbene quante gioie e quanto oro e argento esse vorranno, et sia tenuta portare un velo, o vero sciugatoio o fazzoletto o altra peza in capo che habbi una lista larga un dito d'oro o di seta o d'altra materia gialla e in luogo che ella possa essere veduta da ciascuno; et tal segno debbia portare a fine che elle sien conosciute dalle donne da bene e di honesta vita, sotto pena se la ne mancheranno di scudi dieci in oro di oro di sole per ciascheduna volta che le trasgrediranno e sian sottoposte al Magistrato delli spettabili Otto di Balìa, alli spettabili Conservatori di Legge, et alli Offitiali dell'Honestà intra li quali magistrati habbi luogo la preventione da distribuirsi come l'altre pene che di sotto si dichiareranno. (=Contini=. _Legislazione toscana_, vol. I, pag. 332).
[42] Edita dal =Bongi=, op. cit., ed ancora dal =Biagi=.
[43] Archivio di Stato in Firenze. Luogotenenti e Consiglieri di S. E. il Duca di Firenze. Deliberazioni, _ad annum_.
[44] "La S.ra Tulja d'Araona a fronte alle dette dee dar per sua tassa imposta come di sopra S. 40--4". Archivio di Stato in Roma, _Fabbriche camerali_.
[45] Il testamento fu rinvenuto nell'Archivio di Stato di Roma dall'archivista Cav. Costantino Corvisieri.--"Del 1556 a dì 2 de marzo. Al nome di Dio, &. Io Tullia de aragona sana per gratia di Dio de mente et intelletto benchè inferma del corpo volendo disporre dei miei beni acciò che doppo morte mia non ne nasca ad alcuno lite o scandalo, ordino et faccio il mio ultimo testamento et mia ultima volontà in questo modo che seguita, cioè: In prima racomando l'anima mia all'altissimo Dio et alla sua gloriosa Madre Vergine Maria et a tutta la corte del cielo. Lasso alla Lucretia mia creata moglie di Matteo hoste questo fornimento di camera cioè queste spalliere verde et questo letto ove io ora giaccio con suoi matarazzi, lenzuoli para uno et una coperta, fuorchè lo sparviere, et più una vesta di rascia negra usata aperta denanzi;
Item un roverso rosso nuovo, cioè una sottana de roverso, una saia biancha listata de pagonazo et una lionata, una montatura a la romana, cioè panno listato et lenzolo, dieci scudi d'oro et sia pagata del vino che io ho havuto da lei;
Item lasso alla putta Christofora mia serva sia vestita di panno ordinario negro et datole dieci scudi d'oro; item lasso alle povere orfanelle cinque scudi d'oro; item lasso alle monache convertite quella parte chelli viene in rigore della bolla; item lasso alla compagnia del crocifisso un paramento di taffetà negro leggiero semplice.
Item lasso a Santo Agostino un mezo scudo di cera ogni anno per ardere il dì de' morti a la mia sepoltura la quale se non serrà arsa alla mia sepoltura da i frati non sia obligato l'herede a darla più. Item lasso che ogni anno si dia mezo scudo per far dir la messa di San Gregorio per l'anima mia. Item lasso a mastro Panuntio medico una veste di rascia negra da medico che gli sia fatta nuova.
Item in tutti gli altri miei beni et in tutte le mie ragioni et attioni tanto presenti come d'avenire dovunque siano o saranno io instituisco e faccio e con la mia propria bocca nomino Celio che è in protettione de Messer Pietro Cioccha scalco del cardinale Cornaro, istituisco dicio et faccio detto Celio herede universale al quale lascio tutti i miei beni ragioni et attioni per ragione et causa de universale institutione con patto et conditione che detti miei beni siano venduti et fattone dinari siano posti in luogo chelli fructino nè possi disporre Celio nè altri della principal somma di detti dinari sinchè detto herede non sia all'età di anni venticinque, ma dell'entrata senne nutrisca et serva per impa[ra] re littere et altre virtù. Et se detto herede (che Dio non voglia) mancasse inanzi all'età di venticinque lascio et substituisco herede in vita sua Messer Pietro Chiocca suo protettore con condittione che ogni anno dia dieci scudi a una povera orfana da maritarsi, il restante senne serva messer Pietro per i suoi alimenti et dopo la morte di messer Pietro Chiocca si stribuisca ogni cosa ad opere pie et queste debbiano essere le mie ultime volontà, et mio ultimo testamento li quali voglio che vaglino in virtù et forza di testamento et ultime volontà et se in tal modo per alcun rispetto non potesse valere, voglio che vaglia in virtù et forza di codicillo et di donatione infra vivi o per causa di morte et in quel meglior modo che di ragione può e potrà valere e sostenersi. Et per essere io impedita ho fatto scrivere questo da persona a me fedele et io l'ho sottoscritto di mia propria mano in fede della verità questo dì 2° di marzo 1556.
Item lasso di essere sepelita in Santo Agostino e nella sepoltura di mia madre et mia et alle mie esequie non voglio altro che i frati di Santo Agostino et la compagnia del Crocifisso della quale io sonno, et sia sepulta a ventiquattro hore senza cerimonie, semplicemente.
Et lasso et instituisco con ogni miglior modo et forma che fare et instituire se puote esecutori di questo mio testamento il Reverendo vescovo di Tolone e Messer Mario Fregapane, i quali supplico per l'amor de Dio et per la fede che ho in loro signorie che vogliano doppo la mia morte fare eseguire a puntino queste mie ultime volontà per magior dechiaratione della quale io come di sopra ho detto mi sottoscrivo di mia propia mano.
Io Tullia Aragona affermo quanto sopra et instituisco herede universale Celio come di sopra ho detto. _A tergo autem_, ecc L'entroacluso è il testamento di me Tullia Aragona il quale ho sottoscritto de mia propria mano et ligatolo con el filo et sigillatolo sopra esso filo il quale consegno a M. Virgilio Grandinelli notario pubblico presenti li testimonii sottoscritti da me rogati et non voglio sia aperto se non doppo la morte mia, et in fede di ciò mi sottoscrivo di mia propria mano. Io Tullia Aragona manu propria. _Quorum testium etc. (Archivio di Stato in Roma, Not. A. C. vol. 6298, num. 69)_.
[46] Il malevolo Giraldi scriveva di lei che aveva il viso non bello nè piacevole "il quale oltre la bocca larga et le labbra sottili era disordinato da un naso lungo, gibbuto et nella estrema parte grosso et atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s'egli tra le guancie vi fosse posto. (_Ecatommiti_, loc. cit.)
[47] In una lettera datata di Venezia li 6 giugno 1537 e scritta allo Speroni esaltandogli il suo _Dialogo_egli diceva: La Tullia ha guadagnato un tesoro che per sempre spenderlo mai non iscemerà, e l'impudicitia sua per sì fatto onore può meritamente essere invidiata dalle più pudiche e dalle più fortunate.
[48] Nella commedia del Razzi intitolata la _Balia_(Firenze 1560) in fine della scena VII dell'atto III leggesi:
LIVIO (_padrone_). Io non conobbi mai giovane di più alto animo di lei e di più elevato spirito
BROZZI (_famiglio_). O degli uomini inferma e instabil mente! Pur ora la chiamaste puttana e femmina di mondo, ed ora per contrario dite tanto ben di lei?
LIVIO. Sarebbe forse la prima nobile e d'animo grande che è stata puttana? Che è stata la Tullia d'Aragona, Isabella di Luna e altre?
Anche il Lasca che pure si atteggia, benchè un po' tardi, ad amante della Tullia, nel XXII madrigale lagnandosi che la sua donna, anch'essa cortigiana
lodata ancor non sia con dolce stile e soave armonia,
dice che
celebrar si sente ognora con gloria alta e divina e Tullia e Totta e Fioretta e Nannina che, bench'elle sieno oggi al mondo rare, non si ponno agguagliare alla Cecca gentil che m'innamora.
[49] Noli discedere a muliere sensata et bona, quam sortitus es in timore Domini: gratia enim verecundiae illius super aurum. (_Eccl_. VII, 21).
[50] =Cereseto G. B.= _Storia della poesia in Italia_. Milano, Silvestri, 1857, vol. I.
[51] =Aretino P.= _Ragionamenti_. Cosmopoli, 1660, parte I, giornata III.--=Graf A.= op. cit. pag 19 e seg.
[52] Il Domenichini nelle sue _Facetie, etc._pag. 32, ricorda una disputa che alcuni cortigiani ebbero in casa dell'Aragona sui pregi del Petrarca.
[53] Vedi nota a pag. 29.
[54] Per i riscontri usiamo delle _Rime di _=F. Petrarca=_con l'interpretazione di _=G. Leopardi =_e con note inedite di _=F. Ambrosoli=. Firenze, Barbèra, 1879.
[55] Questo dialogo fu edito in Venezia dal Giolito nel 1547 in-8 e ristampato a Milano nel 1864 dal Daelli nella sua _Biblioteca rara_con prefazione di Eugenio Camerini (Carlo Téoli).
[56] _Il Meschino e il Guerino_. Poema. In Venezia, per Gio. Battista Melchior Sessa, 1560, in-4.
[57] =Crescimbeni=, op. cit., vol. I, c. 341.
[58] =Gordon di Percel.= _Biblioth. des Romans_, tom. II, pag. 193.--=Crescimbeni=, op. cit., vol. I, carte 331.--=Fontanini G.= _Dell'eloquenza italiana_, lib. I, cap. XXVI.--=Zambrini F.= _Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV ecc._Bologna, Zanichelli, 1878.--=Melzi=. _Bibliografia dei romanzi di cavalleria in versi e in prosa italiani_.__Milano, Daelli, 1865.
[59] Produciamo a saggio del nostro asserto due sole ottave:
Ma de l'ostier l'innamorata figlia non potendo frenar l'accesa voglia, ch'ognun dorma per casa il tempo piglia e poi d'ogni timor lieta si spoglia: disiando il camin di molte miglia, non pensa che 'l Meschin se ne distoglia: ponglisi a canto ignuda, e gli si accosta nè fu pari a la voglia la risposta.
Sveglia messer Brandisio, e fagli offerta de la da lui già ricusata preda, de la qual poi che 'l francioso s'accerta non sa s'ancor ben chiaramente creda s'ei non esce a battaglia più aperta dicendo: E basta che mi si conceda, ridendo seco, e franco s'appresenta di sorta tal che la mandò contenta.
[60] Mentre il Meschino è condotto alla corte di Pacifero le guide ammirandone il femmineo volto gli chieggono se egli sia uomo o donna: inteso essere uomo gli manifestano l'uso del paese, che ricordava quello di Sodoma. Il Meschino si sdegna, e vorrebbe non entrare in tal corte, ma il re gli fa promettere che sarebbe rispettato, e l'accolse benignamente con ogni onore.
E poi la sera volse ch'egli andasse a cena seco e fu sopra un tappeto disteso in terra, e tal fu la sua asse; ma quel lussurioso ed indiscreto senza aspettar che più 'l Meschin cenasse, per mano il piglia e con atto inquieto lo sfrenato desir gli fa palese onde 'l Meschin di collera s'accese.
Rinchiuso in prigione per non aver voluto soddisfare Pacifero, vien salvato dalla figliuola del re, che innamoratasi di lui va continuamente a trovarlo ove spesso
. . . . . abbraccia al Meschin suo la gola ma ben che freddamente fosse centa da lui nel mezzo con le braccia, fece quel che stimar si può, ma dir non lece.
E dopo due sole altre ottave l'innamorata donzella apparisce gravida.
[61] Cf. =Rajna P=. _Ricerche intorno ai Reali di Francia_. Bologna, Romagnoli, 1872.--Il Zambrini e il Melzi citano le edizioni del _Guerino_ nell'ordine seguente: Venezia 1473, Bologna 1475, Venezia 1477, ivi 1480, Milano 1480, ivi 1482. L'Aragona ignorava forse l'autore di esso che il Rajna afferma essere Maestro Andrea de' Magnabotti da Barberino di Valdelsa maestro di canto.
RIME DI TULLIA D'ARAGONA
A DONNA ELEONORA DI TOLEDO DUCHESSA DI FIRENZE
***
TULLIA D'ARAGONA
Io so bene nobilissima e virtuosissima Signora Duchessa, che quanto la bassezza della condizion mia è men degna della altezza di quella di V. Eccell. tanto la rozzezza de' componimenti miei è minore dello ingegno e giudicio suo; e per questa cagione, sono stata in dubbio gran tempo se io dovessi indirizzare a così grande e così onorato nome quanto è quello di V. Eccell., così picciola e così ignobile fatica, come è quella de' sonetti composti da me più tosto per fuggir l'ozio molte volte, o per non parer scortese a quelli che i loro mi aveano indirizzati, che per credenza di doverne acquistar fama o pregio alcuno appresso le genti. Ma desiderando io di mostrare in qualche modo qualche parte della devotissima servitù mia verso V. Eccell. per gli obblighi che le ho molti e grandissimi sì a lei, e sì a quella dello invitto e gloriosissimo consorte suo, presi ardimento, e mi risolsi finalmente di non mancare a me medesima, ricordandomi che i componimenti di tutti gli scrittori hanno in tutte le lingue, e massimamente quegli de' poeti, avuto sempre cotal grazia e preminenza, che niuno quantunque grande, non solo non gli ha rifiutati mai, ma sempre tenuti carissimi. Perchè io ancorchè, come ho detto, conosca benissimo così l'altezza dello stato suo, come la bassezza della condizione mia, presento umilmente con devotissimo cuore queste mie poche, basse e picciole fatiche, alle moltissime, grandissime e altissime virtù di lei, pregandola con tutto l'animo non al dono voglia nè a chi dona, ma a sè medesima riguardare.
I. -- Al Duca di Firenze
Se gli antichi pastor di rose e fiori sparsero i tempii, e vaporar gli altari d'incenso a Pan, sol perchè dolci e cari avea fatto a le Ninfe i loro amori:
quai fior degg'io Signor, quai deggio odori, sparger al nome vostro, che sian pari a i merti vostri, e tante, e così rari, ch'ognor spargete in me grazie e favori?
Nessun per certo tempio, altare, o dono trovar si può di così gran valore, ch'a vostra alta bontà sia pregio eguale.
Sia dunque il petto vostro, u' tutte sono le virtù, tempio; altare, il saggio core; Vittima, l'alma mia, se tanto vale.
[V. 7 B. pari.; D. cari.]
II. -- Allo stesso _(Cod. Magliabecchiano, II, I, IV)._
Se gli antichi pastor di rose e fiori sparsero i tempii, e vaporar gl'altari di maschi incensi a Vener, poichè cari fece e dolci alle Ninfe i loro amori:
a voi, che sceso dai più nobil cori degl'angiol sete, e ch'ai desiri miei cari rendete i favor, quai più rari fiori offrirò io? quai grati odori?
Veramente non tempio, altare, o dono trovar si può di tal pregio e valore, ch'a vostra cortesia sia merto uguale;
fuor che fia 'l petto vostro il tempio, u' sono alti pensieri; e 'l saggio vostro core fia altar; vittima, l'alma mia immortale,
[V. 6. Nel mss. leggesi: _miei o cari_.]
III. -- Allo stesso
Signor, pregio e onor di questa etade, cui tutte le virtù compagne fersi, che con tante bell'opre e sì diversi effetti gite al ciel per mille strade:
quai fien, che possan mai tante, e si rade doti vostre cantar prose, nè versi? In voi solo (e son parca) può vedersi giunta a sommo valor, somma bontade.
Voi saggio, voi clemente, voi cortese; onde nel primo fior de' più verd'anni vi fu dato da Dio sì grande impero,
per ristorar tutti gli andati danni: e, con potere eguale al bel pensero, por sempiterno fine a tante offese.
[V. 7 B. sol, - 13 pensiero.]
IV. -- Allo stesso
Signor d'ogni valor più d'altro adorno: Duce fra tutti i Duci altero e solo: Cosmo, di cui dall'uno all'altro polo, e donde parte, e donde torna il giorno,
non vede pari il sol girando intorno: me, che quanto più so v'onoro, e colo, prendete in grado, e scemate il gran duolo de l'altrui ingiusto oltraggio, e indegno scorno.
Nè vi dispiaccia, ch'el mio oscuro e vile cantar, cerchi talor d'acquistar fama a voi più ch'altro chiaro, e più gentile;
non guardate Signor, quanto lo stile vi toglie (ohimè) ma quel che darvi brama il cor, ch'a vostra altezza inchina umile.
[V. 9 D. scuro.]
V. -- Allo stesso
Nuovo Numa Toscan, che le chiar'onde del tuo bel fiume inalzi a quegli onori ch'ebbe già il Tebro; e le stelle migliori girano tutte al gran valor seconde;
le tue virtuti a null'altre seconde, alto suggetto a i più famosi cori, da l'Arbia, ond'oggi ogni bell'alma è fuori, mi trasser d'Arno a le felici sponde.
E al primo disio, nuovo disire, m'accende ognor la tua bontà natìa: tal che miglior non spero, o bramo albergo.
Così potessi un dì farmi sentire cortese no, ma grata con la mia zampogna, ch'a te sol, bench'indegna, ergo.
[V. 1 E. Novo; chiare.] [2 innalzi a quegl'onori.] [6 ai.] [7 Dall'; infiori.] [9 novo.] [11 talchè.] [12 potess'io.] [14 che a te.] [È inserito anche nei _Componimenti poetici delle più illustri rimatrici_ raccolti da LUISA BERGALLI. Parte prima, che contiene le rimatrici antiche fino all'anno 1573. In Venezia 1726, appresso Antonio Mora, _con licenza de' superiori e privilegio_, pag. 110.]
VI. -- Allo stesso _(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._
Almo Pastor, che godi alle chiar'onde del più bel fiume che Toscana onori, cui s'aggiran le grazie e i santi amori, lieti spargendo intorno fiori e fronde:
le tue virtuti a null'altro seconde, alto soggetto a più gentil pastore, da i colli ornati già di mille allori, mi volser con mie gregge a le tue sponde.
E al primo mio disir, nuovo disire, aggiunto ha dentr'al cor tua cortesia, che in le tue piagge eterno sia 'l mio albergo;
e vorrei bel almen farmi sentire grata al tener della zampogna mia, ma a dir el ver tant'alto el suon non ergo.
VII. -- Allo stesso
Signor, che con pietate alta e consiglio, (onde tanto più ch'altro al mondo vali) venisti a medicar gli antichi mali, del fiorito per te purpureo giglio;
io che scampata da crudele artiglio, provo gli acerbi e ingiuriosi strali quanto sian di fortuna aspri e mortali, a te rifuggo in sì grave periglio;
e solo chieggo umil, che come l'alma secura vive omai ne la tua corte, da la vicina e minacciata morte,
così la tua mercè di ben n'apporte tanto, che l'altra mia povera salma libera venga per le ricche porte.
[V. 12 B. m'apporte.] [Questo sonetto leggesi anche nel_: Libro primo delle rime spirituali, parte nuovamente raccolte da più autori, parte non più date in luce_. In Venetia, al segno della Speranza, M.D.L. in-12, a carte 40.]
VIII. -- Allo stesso
Dive che dal bel monte d'Elicona discendete sovente a far soggiorno fra queste rive, ond'è che d'ogn'intorno il gran nome Toscan più altero sona:
d'eterni fior tessete una corona a lui, che di virtù fa 'l mondo adorno, sceso col fortunato Capricorno, per cui l'antico vizio n'abbandona.
E per me lodi, e per me grazia a lui rendete, o Dive, che lingua mortale, verso immortal virtù s'affanna indarno.
Quest'è valor, quest'è suggetto tale, che solo è da voi sole, e non d'altrui: così dicea la Tullia in riva d'Arno.
[V. 4 B. suona.]
IX. -- Allo stesso
Nè vostro impero ancor che bello e raro, nè d'argento e di gemme ampia ricchezza, che men da chi più sa si brama e prezza, vi fanno al mondo sì famoso e chiaro:
quanto l'aver, Signor pregiato e caro, la ben nata e gentil anima avvezza, con severa pietate e dolce asprezza perdonar, e punir, ch'oggi è sì raro.
Queste vi fanno tal, lunge e dappresso, ch'al grido sol del vostro nome altero l'alma s'inchina, e come può vi onora.
E se al caldo disìo fia mai concesso stile al suggetto ugual, ritrarne spero fama immortal, dopo la morte ancora.
[V. 1 E. degno e raro.] [10 Che al.] [11 v'onora.] [12 desio.] [13 soggetto.] [B. egual.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 110.]
X. -- Alla Duchessa di Toscana
Non così d'acqua colmo in mar discende, nè di tante dorate arene vago si mostra al suo paese il ricco Tago, d'onde 'l nome real di voi si prende,
come del valor vostro a noi si stende di mille opre divine alto ampio lago: e quante (benchè in dir nulla m'appago) bellezze scorge in voi chi dritto intende.
Quest'è l'arena d'oro, e queste l'onde di beltate e virtù, che 'l bello e santo animo e volto vostro, a l'Arno infonde.
Non più la Spagna omai gioisca tanto, che s'ella ha 'l Tago con l'aurate sponde, Leonora avrem noi con maggior vanto.
[V. 14 B. avremo.]
XI. -- Alla stessa
O qual vi debb'io dire o Donna o Diva, poi che tanta beltà, tanto valore riluce in voi, che 'l vostro almo splendore abbaglia qual fu mai fiamma più viva?
Mi dice un bel pensier che di voi scriva, e renda grazie, e qual si deve onore; ma dove s'erge l'animoso core, non giunge penna, o voce umana arriva.
So ch'ogni alto favor da voi mi viene, come la luce al dì da quella stella, che surge in oriente innanzi al Sole.
Ma poi che pur al fin mal si conviene a tanta altezza l'umil mia favella, v'appaghi il core in vece di parole.
XII. -- Alla stessa
Donna reale, a i cui santi disiri grazia già fece la bontà superna di me, ch'or fatto son chiara lucerna sopra i celesti, ardenti, alti zafiri;
poi che fuor di sospetto e di martiri, godo del ben che ne l'alme s'interna, deh! non turbate la mia pace eterna col pianto vostro, e co' i vostri sospiri.
Qui mi viv'io, dove 'l pensier non erra; dove luogo non ha terreno affetto; e co' i piè calco gli stellanti chiostri.
E se quassù giungesser gli occhi vostri, vedendo fatto me novo angeletto, qui bramareste, e non vedermi in terra.
[V. 1 B. a cui i.]
XIII. -- Alla stessa